Discernere prima di desiderare

Particolare di mosaico rappresentante il Cristo Pantocratore

Voi non sapete ciò che domandate

Marco 10,35-45 – Domenica, 17 ottobre 2021,
Ventinovesima Domenica del Tempo Ordinario

Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, si avvicinano a Gesù e gli chiedono: “Concedici di sedere, uno alla tua destra e l’altro alla tua sinistra, nella tua gloria” (Mc 10, 35).
Leggendo questo testo, siamo sempre più o meno imbarazzati dall’audacia dei due fratelli. Non possiamo fare a meno di trovare la loro preghiera “un tantino fuori luogo”. Tuttavia, Gesù non rimprovera Giacomo e Giovanni, accetta questo approccio senza rimproveri e senza giudicarli, mentre gli altri discepoli s’indignano.
I figli di Zebedeo desiderano occupare i posti a sinistra e a destra del Maestro, quando questi sarà nel suo regno, vogliono da ora la sicurezza di un simile privilegio futuro; effettivamente nella Scrittura incontriamo spesso la promessa di Dio riguardo un posto nella gloria per i salvati.
Nel primo libro di Samuele, leggiamo: “Innalza il povero dalle immondizie, per farli sedere insieme con i capi del popolo e assegnare loro un seggio di gloria. Perché al Signore appartengono i cardini della terra e su di essi fa poggiare il mondo.” (1Sam 2, 8). Essendo certi di questa promessa regale, possiamo legittimamente desiderare la sua realizzazione.
Tuttavia, c’è un prezzo da pagare – non a Dio ovviamente – ma alla gelosia degli uomini. Sappiamo che fin dall’inizio abbiamo una questione da risolvere, simboleggiata dalla figura di Caino: gli esseri umani d’istinto sono gelosi e aggressivi. Dobbiamo/possiamo bere il calice che il Cristo ha bevuto? Dobbiamo/possiamo essere battezzati nello stesso battesimo?
Il discorso prosegue e Gesù sottolinea che la logica del regno del Padre non è la stessa che vige tra gli uomini, perché nel Suo Regno chi vuole essere primo, ha come proprio fine il servizio al prossimo per glorificare il Padre, chi vuole essere primo deve farsi ultimo.
La gloria di Gesù è legata al mistero della Sua incarnazione, al mistero del Suo farsi prossimo all’umanità, al mistero della Sua passione e della Sua resurrezione.
Gesù sarà glorificato, dopo aver svolto in terra l’opera assegnatagli dal Padre; il Cristo ha un posto nella gloria di Dio e ne informa i discepoli in modo chiaro, esattamente nel momento in cui inizia la sua passione; durante l’ultima cena, quando Giuda si alza e abbandona la tavola Gesù dice: “Padre, è venuta l’ora: glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te…” (cfr Gv 17,1-5).
La passione e la gloria sono quindi inseparabilmente mescolate nella vita di Cristo. A differenza che nel mondo, dove il successo di coloro che sono ritenuti capi viene dall’istinto di dominio, e dove i “grandi” esercitano il potere, nel Regno del Padre i capi (i primi, i grandi) si fanno ultimi e servi degli ultimi. Questo è il senso del cristiano donarsi senza riserve al prossimo, ad maiorem Dei gloriam: per glorificare il Padre.
Non è certamente apologia della sofferenza; il dolore è dolore e la nostra sofferenza non è di per sé redentiva, ma la nostra fede può darle un senso e il nostro guardarla con gli occhi di Dio la trasforma in redenzione.
Ogni lotta del mio corpo, ogni battaglia della mia anima, tutte le mie battaglie, se sono in comunione con Dio, se svolgono il compito che sono stato chiamato a svolgere, glorificano il Padre e saranno glorificate dal Padre. Nessuna sofferenza sarà stata vana. Anche se il mondo s’impegna con tutte le sue forze a vanificare la vita e le sofferenze degli ultimi, non mi preoccupo di quale posto occupo o occuperò nella vita eterna.
San Paolo, nella lettera ai Romani, afferma: “E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: “Abbà! Padre! … Ritengo infatti che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi”. (Cfr Rm 8,15-18).
L’eredità è data, c’è, non deriva dall’essere “grandi”, la sofferenza c’è, ma non è il Padre che chiede il sacrificio, non è il Padre che chiede il riscatto, né quello del Cristo, né il nostro.
Il riscatto è pagato al mondo, all’istinto di dominio (e al delirio di onnipotenza) degli esseri umani.
È la morte dell’uomo che esige il prezzo della vita. Come sempre occorre essere attenti e saper discernere, in altri termini non prendere lucciole per lanterne rischiando di sbagliare nell’individuare il vero nemico.

Non è morto Dio, come qualcuno ha detto, è morto l’uomo: mi sembra anche molto evidente guardando a ciò che è sotto gli occhi di tutti.

NB: per l’origine dell’immagine di copertina, clicca qui

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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