Prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì
28 luglio 2024 – XVII Domenica del Tempo Ordinario Seconda Lettura: Ef 4,1-6 Vangelo: Gv 6,1-15
La moltiplicazione dei pani ricorre anche nei sinottici, ma solo Giovanni parla del ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci. Gli altri evangelisti parlano dei pani e dei pesci che servirono come base per sfamare la moltitudine, ma non ne indicano la provenienza, né il modo in cui arrivarono tra le mani di Gesù. Giovanni scrive di questo ragazzo, forse un adolescente, che – previdente lui o previdenti i suoi genitori – portava con sé le provviste per la merenda. Certo la merenda sembra un po’ troppo sostanziosa per una sola persona; forse il giovane progettava di dividerla con qualcuno? E come mai si trovava in mezzo alla folla al seguito del Nazareno? Aveva già incontrato Gesù? Era al corrente dei miracoli e dei discorsi di questo “rabbino” fuori del comune, che operava guarigioni e galvanizzava le persone con parole di speranza e di amore? Oppure il ragazzo si trovava lì per caso e altrettanto per caso aveva sentito il Maestro chiedere ai discepoli di dar da mangiare alla folla? Quali saranno stati i suoi pensieri? Avrà pensato anche lui, come gli apostoli, che i suoi pani e i suoi pesci erano troppo poco per sfamare circa cinquemila persone? Avrà esitato o agito d’impulso? Certo è che attorno alla sua persona non viene detto altro. In ogni caso il cibo che sembra troppo per uno solo e troppo poco per molti, inaspettatamente si rivela abbondante per tutti. Ci saranno anche dodici ceste di avanzi. Il giovane, quindi, è stato partecipe nei fatti e testimone in quella situazione, poi trasmessa nei secoli attraverso il racconto degli evangelisti. Come prima domanda potremmo chiederci se il nostro giovane amico è stato o sarà ricompensato della buona azione. Secondo me, non aveva pensato a ricompense, sarebbe assurdo pensarlo, avrà messo a disposizione quel che aveva in modo semplice e spontaneo. C’è molto da imparare da questo ragazzo, le domande sulla spontaneità, la generosità, la semplicità e la consistenza dell’offerta si moltiplicano all’infinito. Mi ritorna in mente anche l’offerta della vedova (Mc 12; Lc 21), che dà non traendo la sua offerta da ciò che ha in abbondanza, ma da ciò che per lei è necessario e appena sufficiente. Entrambi, sia il ragazzo che la vedova, si sentono liberi di condividere quel che hanno e di offrirlo quando se ne presenta l’occasione; così facendo, contribuiscono al compiersi del miracolo. Non mi basta ripetere la conclusione: “Per quanto piccola possa essere l’offerta o apparentemente insignificante l’agire, il Signore saprà trasformare l’una e l’altro e amplificarli per il bene di tutti”. Le parole di Gesù ai discepoli: “Date voi stessi loro da mangiare” sono un pungolo e rimbombano come un’esortazione continua. Il ragazzo si è comportato come un discepolo, mentre i discepoli formulavano caute e ragionevoli domande… Il giovane ha risposto con slancio e generosità, comportandosi come un “discepolo”. Che è successo dopo? L’inimmaginabile. Qualcosa cui si può credere solo per fede o per esserne stati partecipi e testimoni… Credo che ognuno di noi sarà stato testimone di fatti non immaginabili, che hanno in comune con questo “segno”, il sigillo dell’abbondanza di ciò che per principio manca. Io sono testimone di questo. A ciascuno rimane la possibilità di partecipare e condividere per trovare il segno della grazia nella quotidiana ordinarietà. Nessuno ci impedisce di pensare che attraverso comportamenti ispirati al modello del ragazzo e della vedova, si possa continuare a costruire la comunità umana. San Paolo stesso ci mette di fronte alla nostra responsabilità; se vogliamo conservare l’unità che abbiamo acquisito, la nostra condotta deve essere in linea con un criterio di tipo universale, e non reso frammentario da miriadi di particolarismi e interessi individuali. Purtroppo funzioniamo tutti… come candelotti di dinamite. La Chiesa contiene abbastanza “esplosivo” da farla saltare in pezzi: lì, un fratello cerca di acquisire ascendente sugli altri, qui, una sorella perde la pazienza e risponde duramente. Un altro ancora deplora la mancanza del sostegno fraterno a cui aspira. La reazione comune è la rassegnazione o, peggio, la divisione. Forse ci siamo già trovati di fronte a situazioni simili. Il Signore ci aiuti ad agire nelle nostre relazioni come operatori di pace.
Da tutte le città accorsero a piedi e giunsero là prima di loro
21 luglio 2024 – XVI Domenica del Tempo Ordinario Vangelo: Mc 6,30-34
Il testo evangelico di questa domenica precede il racconto della moltiplicazione dei pani; sono versetti che illustrano il sentimento di Gesù di fronte all’umanità smarrita. Nel testo greco viene adoperato un verbo per questo sentimento che non ha un esatto equivalente in italiano, non si tratta semplicemente di compassione, ma di una profonda pietà che coinvolge tutta la persona. Questo significa che il Cristo vive in se stesso totalmente la sofferenza dell’altro, desiderando sanarla. La folla è instabile, disorientata, spaventata, corre a destra e a manca, va dove tira il vento, lasciandosi trascinare senza una meta. D’altronde correre insieme senza un obiettivo propriamente autentico, magari mossi dalla fame, non è facile, anzi può essere anche molto pericoloso: se si esita, se non si va tutti alla stessa velocità, o se si cade, si può essere spinti, calpestati, travolti, e soprattutto altri possono rimanere travolti. In un movimento di gregge, o, come si direbbe in psicologia sociale, nel ritrovarsi ad agire sotto l’influenza della cosiddetta “riprova sociale”, cioè di quel che pensa o fa la maggioranza, non c’è discernimento individuale e personale; se la maggioranza è allo sbando, si può essere trascinati inconsapevolmente in situazioni del tutto incontrollabili. Questa folla indiscriminata, instabile, turba Gesù in profondità; è lo stesso tipo di massa allo sbando che più tardi griderà a gran voce: “Crocifiggilo!”. Sì, perché una folla instabile, priva della capacità di provare compassione, non orientata al bene per decisione personale, diventa omicida, e, come un’imbarcazione senza timoniere, investe tutto ciò che trova prima di frantumarsi sugli scogli. La mancanza di “discernimento” del popolo porterà infatti alla morte di Gesù. Il fenomeno gregario è sempre esistito, esiste anche oggi ed è alla base anche di ogni conflitto armato. L’individuo, che non sa cosa pensare o fare in proprio, ha una naturale tendenza ad adottare il punto di vista dell’ “influencer” (o del politico) di turno e si comporta come una pecora in mezzo al gregge. Si può trovare un esempio abbastanza comune di “riprova sociale” negli effetti delle recensioni online (positive o negative) oppure nell’atteggiamento di chi cerca un ristorante, e oggi, purtroppo quasi alla stessa stregua, un partito politico o, peggio, una credenza spirituale e un luogo di culto. Il più delle volte andrà dove c’è già molta gente entusiasta, nella direzione del gregge, seguendo spesso un “capo” che il più delle volte presta la propria voce agli istinti di difesa e auto conservazione di tipo animale. Sono queste le ragioni alla base del successo populista, o, peggio ancora, della radicalizzazione terroristica o dell’urgente bisogno irriflesso di vendetta. La qualità straordinaria del racconto evangelico di oggi consiste nell’essere un pungolo continuo per ogni parte della persona rimasta muta e cieca (forse anche zoppa e sorda), perché sopraffatta dall’istinto gregario; il testo suggerisce anche il metodo risolutivo: il riposo nel deserto. Cosa può voler dire? Non certo recarsi nel Sahara o nel Gobi ma “essere” in un tempo singolare e personale di sospensione della corsa faticosa di gruppo ora a destra e ora a manca, cercando attivamente una dimensione personale svuotata da idee e sentimenti appartenenti al passato e al futuro, con l’obiettivo di veder emergere nel presente un punto di vista diverso.
In una condizione di vuoto interiore è possibile udire la Parola di Dio, ritrovare la guida di se stessi e la direzione. Il deserto, dunque, è il luogo per ritrovare il senso dell’essere al mondo; si tratta di una sosta temporanea per ricominciare a vivere, a nutrirsi della Parola e a nutrire coloro che ci vengono incontro, quasi fossero arrivati prima di noi…
NB: per info sul particolare da un dipinto di Klimt riportato in copertina clicca qui
Comandò loro di non prendere niente per il viaggio; né pane, né sacca, né denaro nella cintura, ma soltanto un bastone
14 luglio 2024 – XV Domenica del Tempo Ordinario Vangelo: Mc 6,7-13
Ricordo ancora l’inizio dell’anno pastorale nella mia parrocchia alcuni anni fa. Il comitato pastorale aveva preparato un grande striscione che recitava: “La nostra missione è annunciare Gesù Cristo al mondo d’oggi”. Vasta missione! Ma una tale definizione si trova così tanto a livello stratosferico che si applica a tutto e niente allo stesso tempo. Personalmente, mi sento un po’ imbarazzato a situare la mia vita lì. Eppure siamo così tanto abituati alle missioni, per di più mi dico pure “missionario”. E poi, ad un certo punto ci siamo scoperti tutti “missionari in forza del battesimo”… Nell’ambiente governativo, ogni ministero, ogni dipartimento, ogni sezione ha la sua missione, che ruota più o meno intorno al servizio ai cittadini, all’equa applicazione della legge… Anche le istituzioni educative hanno la loro missione. Anche i vari media, radio, televisione, giornali, riviste sono orgogliosi di una missione. La tradizione cristiana non ha più il monopolio della lingua sulla missione. Ma allora come collocare la missione in relazione agli altri? Voglio prendermi il tempo di immergermi nella storia di Marco in cui Gesù manda i suoi discepoli a due a due. A che scopo? A prima vista, non lo sappiamo, perché Gesù semplicemente dà loro la capacità di dominare “spiriti disturbati” (che traduce il significato ebraico di impuro, cioè che sfugge alla normalità e ad un certo ordine), senza aggiungere nulla. Conoscendo il Vangelo di Marco, possiamo facilmente intuire che si tratta di continuare l’opera di Gesù, soprattutto perché la sua morte si profila all’orizzonte, preannunciata dalla morte di Giovanni Battista che segue nel racconto di lì a poco. Il volto di Gesù lasciato da Marco è quello di un uomo d’azione, che ha invitato le persone a cambiare vita perché il mondo di Dio è più vicino di prima e che non ha cessato di agire per trasformare anche fisicamente chi gli è vicino. Cosa fanno i Dodici per rispondere all’invio di Gesù? Chiedono alle persone di cambiare vita, liberano le persone dai loro impulsi malvagi (malattie psicologiche e mentali), curando gli infermi (gli afflitti da malattie fisiche) con l’unzione. Seguendo questo racconto, come possiamo dunque definire la missione cristiana, e, più in particolare, la mia? Mi sembra che non si possa “inventare” una missione, per quanto nobile possa apparire, del tipo generale “annunciare Gesù Cristo”. Possiamo solo “scoprirla”. Il Vangelo dice anche: Gesù chiama i dodici e comincia a mandarli, quindi non è un’iniziativa dei discepoli. Questo fatto può generare una certa tensione: “A cosa sono chiamato, a quale scopo sono stato inviato, o, per dirla grossa, “Cosa si aspetta Dio da me?” Questo racconto di Marco mi dà un indizio: Gesù dà ai suoi ciò che serve per dominare gli spiriti disturbati, cioè la capacità di padroneggiare tutto ciò che perverte gli esseri umani. Vengo chiamato solo là, dove ho la capacità di agire: la mia missione dipende da quello che sono e da quello che posso dare. Quindi, in fine dei conti, la vera domanda è: “Chi sono io e che cosa posso dare?” So di essere sempre dove vengo chiamato e quello che faccio è anche la mia missione, ma il senso spirituale è per me una scoperta che continua. Capisco le immagini di Paolo di Tarso: Lui, che aveva tanto da dare, non può che esprimere forza, ardore, amore, passione in tutto ciò che intraprende, anche se attraversa ore buie e momenti dolorosi. Noi, che spesso soffriamo del vuoto di parola in molte delle nostre celebrazioni, possiamo accorgerci che c’è una chiamata missionaria per tutti i cristiani. I discepoli vengono inviati senza alcun tipo di avere personale, senza nemmeno il minimo per la sussistenza, hanno “solo” il Vangelo, possono essere accolti esclusivamente a motivo della loro missione. Essere accolti, infatti, non solo vuol dire essere sotto la grazia delle persone che ti accolgono, ma soprattutto rendersi disponibili, pronti per essere ricevuti solo perché portatori della Parola, coerenti nell’azione. Il nostro mondo opera sulla base di lotte di potere, intimidazioni e violenza, pressione del denaro, prestigio e leva finanziaria: tutto questo non riguarda il Vangelo; l’audacia della sua semplicità consiste nell’essere un modello che non può in alcun modo essere agganciato all’egoismo prevalente nelle consuetudini mondane. La povertà degli inviati non può essere finta o superficiale: è l’unica condizione che rende possibile ascoltare ed essere testimoni della grazia. Diventare poveri significa accettare di ricevere ciò che Dio vuole darci attraverso coloro che incontriamo. Il testo specifica che i discepoli vengono inviati a due a due, dunque l’invio non è una questione di realizzazione individuale. Il fatto di sostenersi a vicenda dice che la parola non è personale, viene da altrove, non è nostra, non è un potere individuale e personale. Esattamente come il potere e l’autorità sui demoni che Gesù dà ai suoi discepoli. Il Vangelo stesso è forza di liberazione. Gli spiriti, spesso descritti in Marco come spiriti di contestazione, si oppongono precisamente alla parola di Dio. L’unica arma contro di essi è la potenza della parola di Dio, che annuncia la grazia.
Si tratta di costruire un ponte verso la Buona Novella che sia transitabile; Tutti coloro che hanno sperimentato la grazia della parola possono fare questo. Sarà poi la Parola stessa a produrre il cambiamento, ciò che conta è che le persone possano ancora una volta rialzarsi, reclamare la propria vita e la propria storia.
Siamo pieni di demoni che tentano di impadronirsi delle nostre vite a livello sociale, mentale, spirituale. Tutte le ideologie che vogliono convincerci della validità del fatalismo, della violenza e della guerra sono rappresentanti dei demoni più attivi del nostro tempo. Dobbiamo portare questo messaggio insieme e a tutti, ma non siamo i padroni della decisione di accoglierci e, forse, ignoreremo la risposta di Dio fino all’ultimo giorno.
7 luglio 2024 – XIV Domenica del Tempo Ordinario Vangelo: Mc 6,1-6
Ci sono condizioni che rendono inefficace la Parola? Ci sono situazioni in cui anche la Parola e la potenza di Cristo possono essere del tutto inefficaci? Dove Cristo fallisce nella mia vita, nella mia famiglia, nella mia città, nel mio mondo? Cosa ostacola il suo potere di guarigione? Dal brano di oggi ricaviamo che un’eccessiva familiarità con Gesù è di ostacolo. Se provo ad immedesimarmi nei “molti che si stupivano”, non faccio fatica a credere che fossero perplessi. La gente conosceva perfettamente Gesù, anche la sua famiglia e il suo mestiere, appartenevano tutti alla stessa terra, abitavano sullo stesso suolo, ma da qui ad accettare quell’uomo come Messia, come Dio… Essendo uno di loro, veniva ascoltato, ma non accolto e seguito: dev’essere questa la condizione umana che rende inefficace la Parola. Miracoli? In questo caso non ne avvengono. Il primo tema di riflessione è quindi riscoprire Gesù Cristo come uno straniero, proveniente da un luogo che non ci è “familiare”, che dice e fa cose nuove, strane, forse addirittura sconvolgenti. Il passaggio difficile per noi, oggi, credo sia proprio quello dal Gesù storico al Cristo della fede. Il senso della predicazione del Nazareno non è sempre evidente, talvolta ci sorprende con la bellezza, talaltra ci irrita con ciò che a noi sembra contraddittorio. Ad Abramo fu detto: “Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, va’ nel paese che io ti indicherò… Io ti benedirò… e tu diventerai una fonte di benedizione” (Gen 12,1-4). Cercare attivamente il Cristo è probabilmente l’inizio della salvezza perché la Parola di Dio ha di per sé il potere miracoloso di farci abbandonare le abitudini sterili, sia fisiche che mentali, ha il potere di vivificarci. Il Cristo è la porta attraverso la quale possiamo uscire dalle nostre tane, per affrontare un percorso sconosciuto. Il Vangelo può disturbare molto le nostre abitudini, il nostro modo di essere, i nostri assunti fondamentali, ma non ci chiederà di smettere di pensare, di sentirci in colpa, di disperare del valore della nostra persona, del nostro futuro o di quello degli altri. Se questo accade, la voce è quella del mercenario o del ladro di pecore travestito da pastore. Quando si parla di partire, non è sempre o solo una questione geografica come per Abramo, ma è anche una questione di “mollare” un punto di vista atrofizzato. C’è una novità che è più di quel che abbiamo, e questa è una buona notizia. Certamente il testo di Ezechiele – il sacerdote esiliato, di cui ricordiamo il genio potente e le immagini grandiose del destino di Israele, punito e salvato da Dio – doveva suonare “irritante” per i deportati babilonesi del V secolo a.C. Meglio per loro era pensare ad Ezechiele come ad un pericoloso esaltato, piuttosto che riconoscerlo come un autentico rappresentante di Dio. Proprio come succederà a Gesù. Quanto all’apostolo Paolo, nella seconda epistola ai Corinzi afferma che la forza divina si manifesta in lui proprio quando è più debole. Anzi, per lui l’autentico “successo” passa da qualcosa che mette in risalto la propria debolezza. Forse “lo schiaffo di Satana” deriva dalla tentazione di lasciarsi inebriare dai risultati dell’azione e dall’impatto della Parola, e quindi la coscienza della fragilità salva anche dal delirio di onnipotenza. Quanto a Gesù gli è “impedito di compiere il minimo miracolo” perché i suoi ascoltatori, per lo più amici intimi che lo frequentano quotidianamente, invece di lasciarsi toccare da ciò che sentono, preferiscono “etichettarlo”. Allora Gesù va nei paesini intorno, dove la sua parola fa centro. Succede che vada ad “interferire” in modo imprevedibile, ma pertinente, portando vita agli stranieri o ai malati o a chi è in grado di riceverla all’improvviso, perché pronto a lasciarsi turbare e ad avviarsi verso una nuova vita. Il rischio per noi è quello di considerare Cristo come qualcuno che già conosciamo fin troppo bene, di cui sappiamo a memoria le parole, che si trasformano in qualcosa di ripetitivo e ben noto che non acquista mai nuovi significati. Il Vangelo può ancora sconvolgerci, proprio come la parola profetica sconvolgeva uomini e donne dei tempi antichi, che reagivano maltrattando e uccidendo i profeti. La parola profetica sembra strana perché porta un nuovo punto di vista. La parola di Cristo è ancora più forte, perché è come un atto di creazione, come quando dice “Bambina, alzati!”, un atto che fa passare dalla morte alla vita, o come quando dice “apriti” al muto che ritrova la parola. Il Cristo non è qui solo per confermarci in quello che siamo, ma per trasformarci, anche quando questo in un primo momento ci disturba profondamente. Si può rimanere fiduciosi perché l’azione di Dio non viola mai l’uomo, il miracolo è sempre quello di ridare vita, di promuovere una novità che fa progredire, che risolleva chi è a terra, che risuscita. Ci si scopre riorientati verso la vita ed è un autentico miracolo; non si compie però tra chi non può rivivere a causa di un’eccessiva “familiarità” con parole ormai ripetute al pari di una cantilena scontata.
NB: in copertina riproduzione di Kazimir Severinovič Malevič (1878-1935), Suprematismo della pittura. Masse pittoriche in movimento, 1916, in Gilles Néret, Malevič, Gruppo Editoriale L’Espresso, 2003, p.63.
30 giugno 2024 – XIII Domenica del Tempo Ordinario Seconda Lettura: 2Cor 8,7.9.13-15 Vangelo: Mc 5,21-43
Nei capitoli 8 e 9 Paolo incoraggia i Corinzi a essere generosi nel dare. In questi capitoli troveremo principi a volte insoliti che possono aiutarci. Consideriamo innanzitutto come si è manifestata la grazia di Dio nei cristiani della Macedonia. Per ricchezza o successo? Erano molto poveri e perseguitati. Era piuttosto la loro generosità nonostante la precarietà della loro situazione. Si noti inoltre che non è la quantità che conta, ma l’atteggiamento (v. 3) e la motivazione (v. 5). Ricordiamo poi che il vero amore non si esprime con le parole o la conoscenza, ma con la generosità, come Cristo (vv. 8-9). Un amore che frena davanti alla necessità di mettere mano al portafoglio per aiutare qualcuno ad uscire dalla miseria non può essere molto profondo; e questo è ovvio, ma c’è di più. Per portafoglio non intendo soltanto o semplicisticamente il denaro, ma tutto ciò che ciascuno ha, che considera “proprio”. Tutto ciò che abbiamo appartiene effettivamente al Signore, dal benessere materiale, alla salute, alle doti intellettuali e morali: non si tratta di beni “nostri”, ma di beni a noi “affidati”. La questione fondamentale consiste nel come gestirli correttamente. Come scrive Paolo: “non si tratta di mettere voi nel bisogno per dare sollievo agli altri, ma di seguire un principio di uguaglianza”, affinché non ci siano dislivelli che impoveriscono una parte a favore di un’altra. E, ribadisco, non si tratta solo di denaro. Anche la psicologia ci dice oggi che chi non riceve amore, non riesce a darne: una forma di impoverimento, forse più dannosa dell’impoverimento materiale. Pensiamo, per esempio, all’emorroissa (Mc 5,21-43): vive ai margini della società a causa della sua malattia: si vergogna, ha paura, vive una doppia paura, come i discepoli durante la tempesta sedata; teme non soltanto per sé, ma trema anche davanti alla guarigione ottenuta. Ha solo cercato di toccare la veste di Gesù nella certezza di essere salvata, con un atteggiamento che ricorda quello del centurione romano il cui servo sta per morire: “di’ una sola parola e il mio servo sarà guarito” (Mt 8, 8). Nella fede c’è una distanza fisica tra l’essere umano sofferente e il Cristo che genera timore. Senza la convinzione che Gesù avrebbe potuto guarirla, perfino se fosse riuscita solo a sfiorarne il vestito, la donna sarebbe rimasta bloccata in un ciclo infernale di malattia e vergogna. Ha trovato invece, al Suo passaggio, la forza di avere fiducia in una fonte di guarigione distante e quasi intangibile. Marco dice che “Gesù sentì una forza uscire da lui”: ancora una forma del “dare”, perfino ignorando a chi. Il testo greco parla di “dynamis”, termine da cui derivano anche l’italiano “dinamismo” e “dinamite”, che le Bibbie traducono con “forza” o “potere”, e talvolta anche con “miracolo”. Preferisco pensare ad un’energia spirituale che agisce con potenza nell’intimità e nella segretezza: invisibile, come appunto nel caso della guarigione dell’emorroissa. Gesù la “rialza” in maniera invisibile e non percepibile da altri. Il ripiegamento su se stessi dà origine a paure e ferite interminabili. La fede spezza il circolo vizioso della paura, rompe l’ostacolo principale e lascia il Cristo libero di agire. Comprendo bene anche il timore per “l’enormità” del fatto. Il rialzarsi interiore si traduce in un cambiamento di comportamento, permettendo che si manifesti, diventi visibile ciò che il Cristo ha compiuto in modo invisibile. La guarigione dell’emorroissa è emblematica del discorso cristiano sugli umili, i feriti della vita e gli emarginati; un discorso che muove dalla sapienza e dalla conoscenza dell’erranza e dell’indifferenza del mondo, della gente in strada, che passa cieca, sorda o senza parola. Ma nel mondo c’è anche questa forza unica dell’esser privi di tutto, tranne che della fede. Tutti siamo poveri di fronte alla malattia; se pensiamo che l’isolamento protegga, è necessario rendersi conto invece che è soltanto l’inizio della paura, l’innesco di un circolo vizioso che depaupera la vita e inaridisce l’amore. Ci si ritrova indeboliti come i popoli dell’Europa Medievale, dopo la grande peste che aveva distrutto metà della sua popolazione. Oggi, secondo me, la guerra è peggio della peste, è peggio di qualsiasi pandemia; l’ostinazione del ripiegamento verso l’interesse materiale a qualsiasi costo crea delle implosioni, mentre qualcosa della nostra civiltà sta per crollare, costringendoci a cambiare rapidamente il nostro modo di essere.
Cosa nutre le nostre speranze? Che speranza abbiamo, nonostante tutto?
23 giugno 2024 – XII Domenica del Tempo Ordinario Vangelo: Mc 4,35-41
Durante la tempesta sembra che i discepoli non sappiano come relazionarsi con Gesù. Quando il maltempo inizia non gli rivolgono parola: Gesù dorme. Quando la cosa diventa davvero grave, si lasciano prendere dal panico, lo svegliano e, come per rimproverarlo, gli chiedono affannosamente se sia indifferente alla loro sorte: “Maestro, non ti importa che noi moriamo?” Quando Gesù si sveglia e seda la tempesta, i discepoli rimangono terrorizzati. In altre parole, quando hanno l’impressione che il Signore non faccia nulla, lo sgridano, quando agisce per salvarli, si spaventano. Qualunque cosa faccia il Signore, sono i discepoli a non essere mai sereni. Giustamente il Signore chiede: “Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?” Dunque la fede è un elemento indispensabile per la salvezza personale. E noi? Te la prendi mai con Dio? Sei stato mai tentato di farlo? Io sì. Cosa fare quando il Creato intorno a noi sembra caotico? Anche nei Paesi “paradisiaci”, dietro tutte le belle foto e al di là delle apparenze, c’è la sofferenza umana. Ovunque come a casa nostra.
Potrei ricordare che, circa 3000 anni fa, Giobbe aveva osato sfidare Dio a proposito delle proprie sofferenze in modo molto diretto; anche noi abbiamo il diritto di parlargli francamente. I Salmi sono pieni di simili colloqui; è tratta dal Salmo 22 la domanda che Gesù ripete al Padre sulla croce: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. È difficile immaginare una domanda più umana e personale di questa. Certo potremmo non provare ora sofferenze atroci, ma spesso il nostro orizzonte non è “roseo”.
Quali che siano le nostre difficoltà personali, le parole di Paolo nella Lettera ai Romani, dovrebbero aiutarci ad ampliare lo sguardo. Mentre di solito tendiamo a guardare le nostre difficoltà come individui separati dagli altri e autonomi rispetto a Dio, Paolo parla non solo della nostra sofferenza personale, ma della sofferenza di tutto il Creato: “La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità – non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa – e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. […]; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo.” (Rm 8, 21-23). L’apostolo delle genti non separa la sofferenza della Creazione da quella dei figli di Dio; il loro futuro è intimamente connesso. L’epistola di Paolo, con più di due millenni di vita, è di straordinaria attualità, proprio perché mette in luce questo fatto, e lo comprendiamo bene, se anche solo per un attimo pensiamo all’attuale situazione del nostro pianeta.
L’invito iniziale di Gesù, però, segna una svolta e una rottura definitiva col passato rispetto alla posizione da prendere: “In quello stesso giorno, alla sera, Gesù disse loro: “Passiamo all’altra riva”. Gesù invita i suoi discepoli ad attraversare il mare di Galilea per recarsi in un altro territorio ed è in quella situazione che le onde del lago cominciano a gonfiarsi, agitate dal vento: un’immagine che parla da sola di ciò che sperimentiamo durante i “passaggi” della nostra vita: l’instabilità e l’evidente rischio. Se devo andare “all’altra riva”, dovrò per forza attraversare il lago e non è detto che ci sia sempre bel tempo. Se si alzasse la tempesta e fossi ancora lontano dalla riva, potrei essere sbattuto a destra e a sinistra, imbarcare acqua e anche se fossi un esperto barcaiuolo e un ottimo nuotatore – “navigato”, come si suol dire – avrei paura, sarei cosciente del fatto che non basta saper nuotare… I discepoli non solo sperimentano la tempesta, ma si sentono soli in quel frangente, come se il Signore, che dovrebbe aver cura di loro, perché loro si sono messi nelle sue mani, dorme, non si fa sentire, non risponde. Non è disturbato dal rumore del vento, né dai movimenti della barca, né dall’agitazione degli amati discepoli. Si potrebbe dire che dorme il sonno dei giusti. I discepoli sono preoccupati, forse anche irritati, scuotono il Maestro, che si sveglia all’apparenza indifferente, come se non si fosse accorto di nulla fino a quel momento. Del resto, quando dormi profondamente, non sei consapevole di cosa succede attorno, ma quando sei sveglio ti accorgi e puoi intervenire nelle situazioni. Se è Gesù ad intervenire, perché tu glielo hai chiesto, la tempesta è sedata. Il Signore, prima immerso nell’incoscienza del sonno, si rivela improvvisamente padrone degli elementi naturali e assume tutte le prerogative della divinità salvatrice, così come aveva promesso.
A noi, che da Adamo ed Eva in poi preferiamo essere consapevoli del bene e soprattutto del male, e che ci immaginiamo indipendenti dal Signore e dal resto del Creato, in caso analogo, dirà: “Perché avete tanta paura? Non avete ancora fede?”
Il seme intanto germoglia e cresce senza che egli sappia come
16 giugno 2024 – XI Domenica del Tempo Ordinario Vangelo: Mc 4,26-34
Ecco una parabola di Gesù per spiegare ai suoi discepoli che il regno di Dio necessariamente va avanti così come in natura il seme cresce e si sviluppa. Marco ricorda ai cristiani del suo tempo, decimati dalle persecuzioni, di perseverare con fiducia perché, in ogni caso, l’opera di Dio procede irresistibilmente, fino al suo pieno compimento. La parabola non ha perso nulla della sua attualità. Rassicura gli ansiosi che si angosciano perché non vedono progressi negli altri o in se stessi, conforta quanti sono scandalizzati dalle tristi situazioni del nostro mondo. La valutazione negativa degli scandali morali, degli imbrogli finanziari, dell’arroganza politica, delle violenze fratricide non deve far disperare sull’avanzamento del regno di Dio. È come se ci venisse detto: “Non cercate di affrettare la primavera tirando i germogli, non è così che crescono le piante; il raccolto è in arrivo, arriverà a suo tempo, abbiate pazienza e fiducia”. L’altra parabola, quella del piccolo seme che fa nascere un grande albero, rimanda alla discrezione di un Dio nascosto, né rumoroso, né spettacolare, che non avanza attraverso imprese, dimostrazioni di forza o di prestigio, e nemmeno attraverso la costrizione delle leggi; procede discretamente, attraverso la fragilità umana, attraverso piccoli gesti ordinari, avvertimenti e avvenimenti il più delle volte inosservati.
Ora la questione primaria consiste nel sapere cosa s’intenda per “Regno di Dio”. Ci sono diverse concezioni teologiche, ma una cosa è certa, (cfr Lc 17,21), Gesù ha detto che si trova dentro di noi. La tendenza a considerare il regno di Dio esclusivamente come una realtà escatologica, che si realizzerà alla fine dei tempi come un evento cosmico durante il quale il Cristo ritornerà per regnare, in seguito al giudizio, con i giusti nella pace, nella fedeltà e nella gioia eterna, è una limitazione che imponiamo ai nostri pensieri, perché difficilmente gli esseri umani riescono a percepire con urgenza qualcosa che si avvera oltre l’arco della loro esistenza terrena: siamo noi ad essere limitati. Il Regno di Dio non è una realtà futura, è qualcosa che cresce in ogni credente qui ed ora, per essere portato a compimento in modalità a noi completamente ignote. È vero, tuttavia, che i primi cristiani credevano nell’imminenza della fine del mondo. Gesù, probabilmente, parlava di qualcosa di molto più grande, che i discepoli hanno interpretato come il riferimento ad un evento storico tremendo e imminente. Possiamo quindi intendere la nozione di “Regno di Dio” come tutto ciò che, a partire da ora, nel nostro mondo e in noi, riconosce in Cristo il Dio incarnatosi per la salvezza di tutto il genere umano. Nel nostro mondo, spesso, sono l’odio e la violenza ad avere la meglio, piuttosto che l’amore per Dio e per il prossimo. Ciò che chiediamo ogni giorno nel Padre Nostro, infatti, è che venga il regno di Dio, cioè che progredisca nel mondo il regno della giustizia, della pace, della fraternità, della grazia. Come parte attiva e collaborante, gli stessi cristiani sono responsabili del realizzarsi del regno di Dio attraverso la fede. Gesù infatti, dice anche: “… se avrete fede pari a un granello di senape, direte a questo monte: ‘Spostati da qui a là’, ed esso si sposterà, e nulla vi sarà impossibile”. Così come esistono un regno minerale, un regno vegetale, un regno animale, esiste un regno spirituale accessibile ad ogni essere umano. Siamo molto di più che “semplici” mammiferi, proprio perché, attraverso la parola e la fede, possiamo accedere alla dimensione spirituale, che è parte del divino che ci abita. La nostra responsabilità principale consiste nel riconoscere, custodire, mantenere viva e lasciar crescere la realtà spirituale che è in noi. Molti sperimentano, prima o dopo, un allontanamento dalla fede. Si tratta di un’esperienza paragonabile al seme di grano piantato in autunno: cresce rapidamente, e poi, durante l’inverno, vegeta. Non appena le condizioni esterne diventano favorevoli può svilupparsi molto rapidamente, dando i suoi frutti. Se la parola è il seme che è stato seminato (cfr Mc 4,3ss) abbiamo ricevuto una grazia originaria valida per tutti fino alla fine dei tempi. Non per meriti particolari, anzi, proprio perché necessitiamo di continua redenzione e senza lo Spirito non possiamo far nulla. Se guardiamo con onestà e lealtà dentro noi stessi, ci accorgiamo che è proprio così, e potremmo renderci conto improvvisamente che la nostra vita terrena è anche l’unica occasione di accesso al Regno di Dio. Questa parabola è un testo nel quale ogni lettore può immergersi per riconoscere e riconsiderare la propria occasione di grazia. Il servo “cattivo” della parabola dei Talenti si ritrova gettato “fuori, nelle tenebre” perché, quasi spaventato dal talento ricevuto, lo ha sotterrato, non usato e restituito, senza averlo minimamente curato. In fondo, non ha commesso alcun esecrabile delitto, ma ha rifiutato di accettare la grazia, di custodire e far crescere il seme della parola. Potremmo sostenere addirittura che nell’uomo, e proprio in ogni persona, sia riposta l’infinita speranza di Dio. Che ci si creda o meno, la nostra posizione cambierà il corso e gli esiti delle nostre vite, ma non impedirà a Dio di esistere, né che Egli riponga le sue speranze in ogni essere umano. A ciascuno di noi è stato dato qualcosa per pura grazia; questo qualcosa è destinato a crescere e a trasformare la nostra vita e i nostri atti per rendere il mondo un luogo più sereno. Anche se ciò che avessimo ora fosse un germoglio fragile, a questo dovremmo dedicare tutte le nostre cure, affinché non si realizzi proprio nella nostra persona la distruzione della dimensione spirituale come avvisato nel versetto conclusivo della parabola dei Talenti: “a chi ha sarà dato, a chi non ha sarà tolto quello che ha”. L’invito è alla cura di ogni aspetto positivo e a tralasciare con decisione tutto ciò che ci rende strumenti impotenti di spinte oscure. Dovremmo anche ricordare che la parola di grazia spesso cammina sulle gambe di altri esseri umani e che i semi raccolti sono della stessa natura dei semi piantati: possono essere distribuiti. I doni non cadono dal cielo, ma giungono attraverso i fratelli, le sorelle, coloro che incontriamo, i nostri figli, i nostri vicini, i nostri amici, i nostri genitori, o il nostro coniuge. Il cristianesimo è una religione del riconoscimento, della gioia e della libertà, volerla vedere al contrario, per ribellione ed ostilità, è la dolorosa punizione che chi non ama si ostina ad infliggere a se stesso e agli altri. Anche psicologicamente non sarà possibile costruire nulla di buono sull’ostilità, sul senso di colpa, sulla mancanza, sulla tristezza, sulla violenza, sulla mormorazione. Si può costruire in positivo solo su qualcosa di positivo, e possono dare frutti buoni solo le piante ben curate, il che equivale a dire che si può dare amore solo se sappiamo amare, si può perdonare solo se ci sentiamo perdonati.
9 giugno 2024 – X Domenica del Tempo ordinario Vangelo: Mt 28,16-20
I discepoli sono andati in Galilea nel luogo stabilito da Gesù: il monte. Lì vedono il Maestro risorto. Alcuni dubitano, pur prostrandosi in segno di riverenza verso il Signore. Non mi sorprende affatto. Mi sorprende piuttosto che molte traduzioni riportino che solo “alcuni” abbiano avuto dei dubbi. In realtà il testo greco, al versetto 18, recita “οἱ δὲ ἐδίστασαν” (hói dé edístasan = essi dubitarono), essendo riferito “οἱ” al soggetto della proposizione: “oἱ δὲ ἕνδεκα μαθηταὶ” (hói dé évdeka mathetái = gli undici discepoli), posto all’inizio del versetto 16. Devo intendere che gli undici apostoli vedono Gesù, si prostrano e dubitano. Personalmente non faccio fatica ad immedesimarmi nello stato d’animo degli undici apostoli, che, pur prostrandosi senza esitazione alcuna davanti a Gesù risorto, sono anche dubbiosi, nel senso che sono esitanti, perplessi, divisi fra il credere e il non credere ai loro stessi occhi. Tra l’altro è proprio questo il senso del verbo “διστάζειν” (distázein) tradotto con “dubitare”, in realtà composto da “dis-” = “due volte” e “ístemi” = “stare”, come ad indicare un’azione nella quale si sta divisi in due; è precisamente lo stato di chi è incerto, perché allo stesso tempo crede e non crede a qualcosa. Rimane il fatto che gli undici si prostrano tutti davanti a Gesù, morto e sepolto a Gerusalemme, che appare ora loro in carne ed ossa sul monte della Galilea. Quindi, credere nella risurrezione non è una questione di dogmi, è una questione di fede, significa adorare (prostrarsi davanti a) Cristo risorto, oltre ogni pur legittimo dubbio. Non si aderisce necessariamente, senza esitazione alcuna, a ciò che la ragione più ovvia vorrebbe rifiutare. Chi dubita in un normale stato di coscienza davanti a ciò che vede con i propri occhi – sia detto per inciso – dubita dei propri occhi, delle proprie percezioni, non di ciò che vede. Se mi capitasse qualcosa di simile direi a me stesso: “Sogno o son desto?” Questo tipo di dubbio, dunque, caratterizza la reazione di ciascuno degli undici discepoli di Gesù, e la fede nella risurrezione include chiaramente questo elemento. Il prostrarsi è, invece, un gesto fortemente simbolico, segno di ben altro insieme e oltre il dubbio. Ricordiamoci che è il primo giorno della settimana e che le donne vanno al sepolcro. Nel racconto di Matteo l’angelo annuncia la risurrezione, dice loro di andare ad annunciarla ai discepoli; le donne, senza che si parli di dubbi, fanno esattamente come l’angelo ha detto. Lungo il cammino, l’annuncio e l’ordine vengono loro ripetuti dallo stesso risorto e il dubbio non sembra essere questione che le riguardi; l’incredibile trova in queste donne luogo e voce.
Il vangelo narra anche tutt’altro tipo di reazione: pure i soldati impegnati a custodire la tomba rimangono sbalorditi dagli avvenimenti, ma subito dopo vanno a prendere ordini dai loro capi, che, a prezzo di una somma in denaro, ordinano che sia diffusa una versione molto razionale e credibile: mentre loro – i soldati – dormivano, i discepoli di Gesù hanno rubato il corpo, per poter far credere agli altri che Gesù sia risorto. Anche questa Parola (perché è scritta nello stesso vangelo che consideriamo Parola sacra) è fortemente simbolica: sappiamo che l’agire di quei soldati si ripete nei secoli: esistono uomini, anche cristiani, che rubano il corpo di altri uomini e di altre donne in ogni tempo e in ogni età. Non parlo banalmente della morale sessuale, sto parlando della soppressione fisica su larga scala reiterata nei secoli in ogni guerra, sempre fratricida. Risuona tragicamente questa leggenda attorno ad una supposta e fraudolenta sottrazione del Corpo di Cristo ad opera degli apostoli: la interpreto come fosse la drammatica proiezione di Caino, gettata sugli apostoli. Quest’ombra di Caino è sempre pronta ad afferrare ogni essere umano e continua ad aggirarsi nel mondo come un atavico spettro del rifiuto di Dio, nulla avendo imparato Caino a proposito di sé e di Dio. I soldati del vangelo di Matteo, però, avevano anche assistito alla discesa dell’angelo, l’avevano visto rotolare via la pietra e sedersi su di essa, ma, adeguatamente pagati, tralasciano di farsi qualsiasi domanda in merito a quella visione, vanno a raccontarla ai loro capi e poi diffondono, anziché la propria visione, la versione immaginaria dei loro capi.
Tutto questo è inquietante; come cristiani ci mette all’angolo di fronte alla necessità di prendere una posizione: per noi, che siamo lettori del Vangelo di Matteo, la risurrezione e le apparizioni avvengono nel Libro Sacro. Nessuno dubita? Alcuni dubitano? Molti dubitano? Tutti dubitano? Non ha alcuna importanza, se siamo come quelle donne, che non si occupano dei loro dubbi in alcun modo, ma mettono in moto le persone. Non ha alcuna importanza neanche se siamo dubbiosi come gli apostoli. L’importante è non essere traditori della vita, prezzolati, al servizio di una versione ufficiale falsa, ammantata di pseudo-razionalismo. Preferiamo il dogma della Chiesa, e preferiamo prendere ordini dal Dio che ci abita, non dal razionalismo umano sempre pronto, in ultima analisi, a trovare una giustificazione per espropriare, sottrarre e distruggere il corpo vivente: un sistema caino che ci fa sopravvivere come schiavi. Se non sapessimo che anche Caino, come uomo-simbolo, gode della protezione di Dio, nonostante i suoi misfatti, potremmo considerarci una specie perduta.
Possiamo ovviamente identificarci con ciascuno dei personaggi del vangelo di questa domenica, ma noi siamo lettori che vivono oggi, e, se vogliamo situarci credibilmente in relazione alla nostra fede, dobbiamo prima prendere atto del fatto che non siamo stati testimoni della risurrezione come sembrano esserlo stati i personaggi di questo racconto. Ciò che mi fa annunciare il vangelo, sia pure con tutti gli errori e i dubbi di un uomo normale, è la fede in Cristo risorto oltre ogni dubbio su me stesso e sui miei occhi di lettore. Se non avessi una fede profonda nel Cristo risorto, non mi occorrerebbe dirmi cristiano per sostenere una visione pervasa dall’amore per il prossimo. Idealmente qualsiasi gruppo umano potrebbe farlo, senza bisogno di aderire ad una confessione religiosa. Ciò che mi tiene anche a scrivere a questa scrivania è contenuto in queste parole: “Andate dunque: ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a fare tutto ciò che vi ho comandato”. Per me, per noi, la fede nella risurrezione di Gesù Cristo e della nostra risurrezione in Gesù Cristo non può essere sorretta da alcuna apparizione del risorto, ma può essere portata e trasmessa con i gesti che la Chiesa propone. In primo luogo, per mezzo del battesimo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, segno forte di un’appartenenza precisa ad un’umanità redenta e sempre redimibile, in secondo luogo trasmettendo ciò che ci è stato insegnato e che è stato praticato sotto i nostri occhi, secondo ciò che Gesù Cristo ci ha insegnato. La fede nella risurrezione di Gesù Cristo non ha primariamente per oggetto la rianimazione e la contemplazione di un corpo martoriato, ma ha per oggetto una pratica e un discorso coerenti tra loro e coerenti soprattutto con questo Vangelo che noi tutti ancora e sempre possiamo leggere, ascoltare e mettere in pratica. Il dubbio allora non è un incidente o un’infermità della fede: è insito nella fede. La storia del cristianesimo è stata anche disseminata di ingiustizie e di cadaveri, perché la complessità delle situazioni esiste, e siamo sempre noi esseri umani, noi, persone nella nostra individualità, con tutte le nostre incertezze, a dover decidere ed agire. La vita a volte è terribilmente crudele, ma oltre il dubbio è bene coltivare almeno altri due pensieri: è sempre necessario credere nella risurrezione di Gesù Cristo, perché ci sono grandi uomini che hanno dato la loro vita per questa fede ed è possibile in ogni momento che la Sacra Scrittura ci illumini in modi inaspettati. Ciò che è veramente essenziale, anche se spesso non capiamo dove stiamo andando e se ci stiamo veramente muovendo nel modo giusto, è che il futuro ci è ignoto e noi camminiamo e viviamo solo per fede. Ciò che rende possibile a chi crede nel Cristo risorto andare verso questo ignoto è detto nell’ultimo versetto del Vangelo di Matteo: “Io sono con voi sempre fino alla fine dei tempi”. Questo è il mio e il nostro fondamento.
Siamo ritornati nel tempo ordinario, sono finite le feste e le solennità, ricominciamo ad “andare”, a “fare”, a lavorare, a “battezzare” la vita, tutta la vita, ogni vita, perché il Cristo risorto è con noi fino alla fine dei tempi e noi lettori e ascoltatori del Vangelo risorgiamo in Cristo ogni giorno.
L’ultima cena che Gesù ha condiviso con i suoi discepoli è un fatto conosciuto e lo conosciamo a memoria. Mi chiedo però se basti la memoria. Ogni volta che celebriamo la Cena del Signore, riascoltiamo ciò che è avvenuto e, come spesso accade per le cose ripetute a memoria, si corre sempre il rischio di fare nel frattempo qualcos’altro. Condividere il pane e il calice è il mandato della nostra tradizione e, come diciamo, ci è stato comandato direttamente da nostro Signore. Insomma, il racconto dell’ultima cena che Gesù ha condiviso è per noi familiare, forse troppo familiare, e non ci siamo accorti, leggendo il Vangelo, che questo comando non compare né in Marco, né in Matteo. Il comando del Signore è raccontato solo da Luca (cfr Lc 22,19) e da Paolo (cfr 1 Cor 11,24). Anche per questo motivo la Cena del Signore è stata oggetto di dibattiti, controversie e interrogativi nella ricezione all’interno delle comunità e tra le comunità. Dopo che Luca e Paolo l’hanno raccontata nel loro modo, tutto è accaduto come se ogni confessione cristiana avesse istituito l’eucaristia come memoriale, ciascuno per conto proprio, disponendone all’interno della comunità di appartenenza.
Possiamo certamente disporre della Cena del Signore, possiamo disporre di ciò che viene dato durante l’ultimo pasto. Il Cristo si è offerto totalmente e volontariamente a tutti. Voglio soffermarmi su questa questione, meditando il racconto come fosse la prima volta. Mi viene in mente che c’è un modo di “darsi” esclusivamente umano e un modo di darsi che è possibile solo al Cristo.
C’è un’altra storia che inizia al capitolo 14: Gesù si trova a Betania in casa di Simone il lebbroso, e mentre è a tavola viene una donna con un vaso di alabastro contenente profumo di nardo, puro e molto prezioso: “ruppe il vasetto di alabastro e versò l’unguento sul suo capo”… E il resto lo sappiamo, il testo continua con la virtuosa indignazione degli astanti: si sarebbe potuto vendere quel profumo, distribuire il ricavato tra i bisognosi (di cui, per definizione, possiamo sempre disporre perché ci sono e ci saranno sempre e poi, siccome sono poveri, non andranno mai troppo lontano e avranno ancora bisogno di noi (ndr) e via di seguito; naturalmente la reprimenda viene proprio da chi poi “tradirà”: un caso? Comunque per il momento né questa donna, né il suo profumo, né il suo gesto sono a nostra disposizione, mentre a nostra disposizione è l’offerta del Cristo. La donna dà senza prendere, prende da quel che ha e dà senza risparmio: rompe direttamente il vaso e sparge tutto l’unguento. Non dispone di altro tranne che della presenza totale di colui che ha deciso di onorare. Gesù si lascia ungere in virtù dell’ora della sua presenza sulla terra, allo stesso modo in cui si lascerà arrestare, condannare e allo stesso modo in cui affiderà la sua vita nelle mani del Padre. E allora mi chiedo: ma chi potrebbe offrire così la propria presenza, il proprio essere al mondo, la propria vita?
Uno dei Dodici però non si offrirà, non offrirà se stesso in alcun modo, ma offrirà Gesù, nel senso che lo consegnerà a chi se ne sbarazzerà. Disporre di un oggetto e utilizzarlo è cosa ben diversa dal disporre della vita di un altro. Il bacio di Giuda, un segno fraudolento d’amicizia, diventa simbolo della catastrofe dell’umano, che fa naufragare la vita contro gli scogli della violenza fratricida. Anche il bacio di Giuda è un modo del “dare”. Ci sono modi molto diversi del dare – per esempio quello della donna che unge il capo di Gesù e quello di Giuda che lo bacia. C’è, infine, una differenza sostanziale tra ciò che ciascuno di noi può offrire di buono e di bello e ciò che Gesù offre.
Potremmo quindi chiederci chi siamo quando offriamo qualcosa. Quali sentimenti animano il nostro “dare”, quali intenzioni? Cosa diamo in dono? Disponiamo del nostro? O disponiamo di ciò che è di tutti? Disponiamo forse della vita di un altro o di altri? Dalla risposta dipende la qualità della nostra visione del mondo. Sui donatori che dispongono di coloro ai quali donano, Gesù pronuncia una condanna radicale. Quando Gesù prende il pane, pronuncia la benedizione, lo “sbriciola” e lo dà dicendo: “Prendete, questo è il mio corpo”, non specifica anche cosa si debba fare con ciò che è stato ricevuto. Ovviamente lo si mangerà, ma posso anche immaginare di prendere e dare agli uccelli. Il dono non mi obbliga in alcun modo, non crea per me, di per sé, alcun vincolo o alcun obbligo, mi lascia perfettamente libero dall’uso che ne farò. E se richiedesse una decisione, un atto, una parola, sarà la mia decisione, la mia parola e il mio atto. Si noti che in Matteo 7,6 Gesù dirà anche: “Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi”. Questo indica la semplicità e allo stesso tempo la saggezza profonda del discorso evangelico.
E la storia dell’Ultima Cena? Il dono del Cristo non contiene alcuna disposizione di utilizzo, proprio perchè è un dono totale, corpo e sangue, corpo e anima, senza resto e senza possibiltà di contraccambio. Gesù stesso dice che quel che dà, non lo gusterà più fino alla fine dei tempi. Chi può dare in questo modo? Possiamo certo pensare a coloro che, a causa della fede, hanno dato le loro vite. Ma chi non è martire, e non tutti lo siamo grazie a Dio, a cosa è chiamato?
Pensiamo ancora alla donna di cui abbiamo parlato e il cui gesto si è avvicinato al vero dono: ha dato ciò che aveva con tutta la sua umanità, non certamente nella totalità, ma senza possibilità di recupero, senza disporre di nessuno e senza obbligare colui al quale ha donato. Questa agire semplice indica la strada. E questo percorso, è sempre possibile per tutti noi. È possibile nella nostra vita quotidiana. A questo siamo chiamati: a offrire al prossimo ciò che abbiamo di buono e di bello senza risparmio.
“Abba”. Gesù usa questo termine in un momento di estrema angoscia, nel giardino del Getsemani (Mc 14,36). Come Paolo, gli “editori” della Bibbia scelsero di non tradurlo come “papà” e di lasciarlo in aramaico, la lingua di Gesù. Paolo vuol forse dire qui che possiamo rivolgerci a Dio con la stessa intimità e libertà con cui Gesù parlò al Padre. Lo Spirito Santo ci sussurra talvolta che anche noi possiamo farcela. Dice anche che parteciperemo a un nuovo mondo.
Ecco una delle domeniche più difficili dell’Anno Liturgico; mi sento come uno che debba arrampicarsi sui cristalli con il duplice imperativo di non romperli e di non frantumarsi nella caduta… A Pentecoste lo Spirito Santo era sceso sugli apostoli e loro ne erano stati “riempiti”; la paura che fino a quel momento aveva inchiodato le loro lingue e i loro corpi era scomparsa, alla stessa maniera in cui la morte era stata già misteriosamente e del tutto cancellata dal corpo del Cristo. Saldi nello Spirito, gli apostoli ora non tremano più: vivono e sono capaci di “parlare” in modo da risultare assolutamente comprensibili a tutti coloro che incontrano, a prescindere da ogni lingua o dialetto particolare. Parlano, come tempo prima aveva parlato il figlio della vedova resuscitato da Gesù: si era alzato “e parlava” (cfr Lc 7,15). I discepoli riempiono immediatamente il mondo con le parole insegnate loro dallo Spirito, “e tutti li comprendono nella propria lingua”. Per molti lo Spirito Santo rimane un enigma; altri lo percepiscono come un simbolo o una metafora. Sia rappresentato come fuoco, colomba o vento violento, occupa comunque lo spazio dell’amore tra il Padre e il Figlio e, per estensione, tra tutti coloro che, appartenendo alla comunità umana, nutrono l’un per l’altro lo stesso tipo di amore che unisce il Padre e il Figlio. Ci sono anche a tutt’oggi persone che pensano allo Spirito come fosse energia invisibile priva di volontà propria, da dirigere in base a conoscenze particolari; in questo caso alcuni fantasticano su come la si potrebbe invocare magicamente. Quest’ultima posizione, di tipo manipolatorio, che spesso si serve del denaro illudendosi e illudendo altri sul fatto che i doni dello Spirito possano essere ridotti a merce da vendere o comprare, è assai pericolosa per tutti coloro che vi hanno a che fare: si tratta di una vera e propria tentazione, cui l’uomo è esposto fin dal tempo dei primi apostoli, si veda, a questo proposito, l’episodio riguardante quello strano personaggio di nome Simone, narrata in Atti 8,9-25 e le parole di Simon Pietro a suo riguardo. Lo fede nello Spirito Santo è rivolta a una Persona, unita nella Trinità al Padre e al Figlio. Ogni anno la Chiesa celebra la Solennità della Santissima Trinità, ricordando ai fedeli che non è possibile “scegliere” tra tre divinità, perché il Signore è uno. Sebbene io riesca a comprendere che, nella preghiera, talvolta s’invochi l’una o l’altra delle tre componenti, per esempio solo il Padre, magari sentendo la mancanza di un genitore di questo mondo che non c’è più, o solo il Figlio, riferendosi a un Gesù “più umano”, fraternamente vicino ai fragili, che ama tutti in egual misura, o solo lo Spirito, forse come “rappresentante primario” del divino nei gruppi a tendenza maggiormente emozionale, mi sento di ribadire che… personalmente, la costante presenza del Signore nella mia vita è causa prima e univoca di tutto ciò che vivo; padre, madre, fratelli e sentimenti ne sono parte inscindibile, tuttavia in nessun caso sovrapponibile, coincidente o sostituta di Dio. Ci sono atteggiamenti “dialogici” di preghiera , addirittura forse gli unici praticabili in alcuni momenti, durante i quali possiamo rivolgerci al Signore “solo” come Padre: dopotutto, per anni ognuno negozia la propria appartenenza al paradiso come meglio può! Ma bisogna forse riconoscere che tutto questo deve avere una fine. Ci dev’essere, io credo, un momento in cui la carne è “riempita”, sa che cosa riceve dal Padre e come lo riceve: nel Figlio e dallo Spirito. Qui è di teologia che si tratta, la teologia della nostra carne che cresce verso il suo splendore definitivo, proprio perché lo Spirito “procede” dal Padre, e il Figlio è “generato dal Padre prima di tutti i secoli”. Il Padre è la fonte che crea nel Figlio e attraverso lo Spirito. Nel Figlio la carne viene nel mondo e dallo Spirito prende la sua forma. La grande opera della Trinità è la nostra vita risorta nella pienezza dello Spirito, quindi toccata nel nostro tempo presente da una saggezza divina che possiamo considerare frutto di un’intima, incessante collaborazione tra le Tre persone che costituiscono la Trinità. Gesù risorto può soffiare lo Spirito sui suoi discepoli, perché Egli vive dello Spirito Santo, del Suo stesso Soffio, nel quale anche noi viviamo. Per questa fede, osiamo affrontare le paure che c’inchiodano ogni giorno e ci accorgiamo che la vita non è un’arrampicata sui cristalli, ma un consenso a lasciarci portare in alto, senza la paura di cadere.