Amerai

Amerai il Signore tuo Dio
con tutto il tuo cuore,
con tutta la tua anima
e con tutta la tua mente

29 ottobre 2023 – XXX Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mt 22,34-40
Seconda Lettura: 1Ts 1,5-10

Ecco qui il grande comandamento: tu amerai!
“Amerai Dio … e il tuo prossimo come te stesso…” (cfr Mt 22,37-40).
Di anno in anno ritorna questa parola, il cui significato dovrebbe essermi evidente.
Il comando è perentorio e, per me, non subisce alcuna procrastinazione.
Il verbo è coniugato al futuro, e, guardando attorno, il perdurare della violenza fratricida da una parte mi fa precipitare in un abisso di preoccupazione e di colpevolezza, dall’altra mi apre uno squarcio di luce superiore ad ogni balenare di lampi di guerra.
La cristianità ha il mandato di sperimentare la caduta delle figure imposte, la caduta della vendetta antica, costrizione dell’istinto bestiale, che s’infiltra in ogni presente umano, degenerando verso l’auto-annientamento del vivente; che non sarà mai possibile.
Soprattutto non sarà mai impossibile l’obbedienza al comandamento sancita nel Nuovo Testamento dalla Parola del Cristo.
La predicazione del Nazareno, il vangelo, non sarà mai considerata marginale al mondo, quale utopia di pochi sognatori, perché i discepoli del Cristo non rifiutano, ciascuno nell’attualità del proprio presente, il mandato avuto col battesimo.
Ciò che è vero e si realizza lungo la storia di Israele – il passaggio dall’Antico al Nuovo – è  altrettanto vero nel corso di una singola vita, e, drammaticamente, nella storia di ogni popolo.
Come popolo di Dio viviamo ora, nel nostro presente, il fallimento dei percorsi di pace, ma il comandamento e la promessa rimangono inalterati. È opportuno ricordare che il comandamento biblico “Amerai…” è coniugato al futuro, perché la pace è ciò che dobbiamo ai nostri figli, e comunque a tutti quelli che verranno dopo di noi.
A loro dobbiamo tutto lo sforzo di una vita diretta a quello scopo.
I percorsi di pace passano per la rinuncia alla vendetta, e allora si potrà cominciare a parlare di giustizia e, finalmente, oltre la giustizia, potremo essere capaci dell’amore di cui tanto ipocritamente spesso si parla a sproposito: non è l’amore dei sentimentali, romanticisti e buonisti, è quello del comandamento antico: “Amerai…”, predicato, rinforzato ed esemplificato nella vita del Nazareno, l’uomo che ha rinunciato ad ogni vendetta, a sua volta vittima di vendetta: la catena è stata spezzata una volta per tutte; lo sanno coloro che nel corso dei secoli hanno rinunciato alla vendetta, spesso al prezzo della loro esistenza terrena.
Mi domando: quanto sangue innocente dovrà ancora essere versato, fino a che l’umanità nel suo complesso apra gli occhi e capisca che “Amerai…”, non è estraneo ad alcuna confessione religiosa e neanche ad alcuna attestazione di ateismo?
“Amerai…” passa per un’evoluzione interiore, per una crescita personale che non permette più la vendetta, che non contempla la vendetta in senso assoluto.
Coloro che sentono il bisogno della vendetta, per quanto umanamente comprensibile, sono ancora dei primitivi del cuore, e se appartengono ad una confessione religiosa, sono dei primitivi della fede.
Nessun Dio, chiamato con qualsiasi nome, può desiderare che sia versato sangue innocente.
So che è difficile accettare questo modo di pensare, perché, soprattutto quando si è stati barbaramente feriti, il bisogno di vendetta emerge, orribile come sempre, sempre fratricida, alla radice del nostro cieco istinto di sopravvivenza. Ci vuole tempo per capire e sentire che la nostra sopravvivenza, la nostra vita, i nostri diritti, la nostra gioia possono essere conquistati autonomamente, senza bisogno di sopprimere l’altro, considerandolo sempre un maledetto antagonista: la cristianità deve poter accorgersi di questo, deve poterlo vedere con gli occhi aperti, dirlo con le parole giuste.
Il mandato “Amerai…” vince e supera ogni barbarie. È necessaria la fede, la preghiera e la forza che viene dallo Spirito di giustizia.
Una cosa è certa: non avviene per tutti nello stesso momento, eppure ameremo, saremo finalmente capaci tutti di misericordia oltre la giustizia degli uomini.
Non si arriva mai a percepire collettivamente la forza e l’ineludibilità del mandato “Amerai…” perché ancora in troppi, e con maggiore responsabilità soprattutto coloro che occupano posti chiave nei governi, hanno abdicato a teorie, scelte, decisioni e azioni in nome della giustizia e della pace, illudendosi forse che esista da qualche altra parte, collocata magari negli algoritmi dell’intelligence, una forza globale, artificiale e sovrumana – se non altro nella capacità di connettere informazioni e suggerire strategie -, socialmente rappresentativa di un pensiero democratico, comunque in grado di mantenere l’equilibrio del “sistema umanità”.
Ci si affida a questa visione, come bambini, ignorandone per lo più il vero potenziale e la direzione, opinando che questa forza globale sia destinata a conservare la specie “homo sapiens sapiens”.
Non è così, è un inganno.
Ormai esistono stringhe di sequenze, di algoritmi, che rispondono alla volontà del programmatore, a sua volta programmato su un unico fine: la massimizzazione dei profitti a qualsiasi prezzo, fosse anche di vite umane, come mostra l’enorme investimento in armamenti, cui l’intero pianeta si è creduto in obbligo di dedicarsi, preda di un equivoco dalla gravità incommensurabile.
Il mondo si è disconnesso dalle ragioni della vita, perché le connessioni tra mente e cuore sono state mandate in cortocircuito da una logica artificiale e perversa.
L’imperativo cristiano del “rendere ragione della speranza” (1Pt 3,15) è stato rinnegato e la cristianità più autentica, quella degli ultimi, non è più rappresentata dai governi. Siamo così diventati degli sapiens sapiens asintomatici, cioè degli ignoranti (nel senso squisitamente etimologico di “coloro che non sanno”, forse della stessa tipologia di coloro che furono perdonati dal Cristo sulla croce), imbambolati davanti alle meraviglie provenienti da tecnologie e profitti, che la maggioranza della popolazione mondiale non può neanche lontanamente permettersi.
Bisogna forse aspettare che chi lo può muoia da solo e senza speranza? E chi non lo può muoia di fame, di sete, di bombe o di epidemie?

“Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le tue forze”.

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Questioni tributarie

Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio

21 ottobre 2023 – XXIX Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mt 22,15-21
Seconda lettura: 1Ts 1,1-5

“Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”.
Tutti hanno sentito questa parola di Gesù, tutti la conoscono e il suo significato sembra ovvio: non mescolate il temporale con lo spirituale, separate gli affari terreni che sono di competenza dell’Agenzia delle Entrate e gli affari spirituali che sono gestiti dalle Chiese.
L’interpretazione separa gli ambiti di potere e generalmente risulta calzante per chi pensa che le Chiese non debbano interferire nelle scelte politiche.
Questo sembra chiaro, ovvio e privo di ulteriori significati. Anzi, può anche essere addotto come implicita indifferenza del Nazareno alle questioni tributarie, non essendo il versamento concernente le relazioni umane con il Creatore.
Matteo, Marco e Luca riportano questa parola e il suo contesto in modo quasi identico e il racconto si trova già nel primo Vangelo di Tommaso. Questo significa che deve aver avuto un senso assai incisivo per la prima comunità cristiana, più di quanto semplicisticamente ci sembri di capire oggi.
Gesù stava insegnando nel Tempio di Gerusalemme: “Allora i farisei andarono a tenere un consiglio per intrappolarlo”, cioè per farlo compromettere pubblicamente con un sì o con un no; i farisei rispettavano la Legge di Mosè, mentre gli erodiani, soggetti al potere di Roma con l’intermediazione appunto di Erode, non avevano interessi comuni con i farisei, se non quello di mantenere stabile la coesistenza di entrambi i gruppi. Questa stabilità veniva invece minacciata dagli insegnamenti e dai comportamenti pubblici di Gesù, ponendo un ostacolo all’alleanza tra “conservatori” e “collaborazionisti”.
“Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?”. La domanda è preceduta da una lusinga: “…sappiamo che sei veritiero…”, tipica di chi aggancia l’interlocutore lodandolo proprio sul piano sopra il quale intende farlo scivolare; siamo di fronte ad una forma di ipocrisia malevola, mal mascherata, finalizzata a mettere qualcun altro in cattiva luce davanti a testimoni.
“È lecito?” Questa è la formula comune usata per consultare un rabbino su un caso di coscienza non direttamente previsto dalla Legge: si può o non si può? Devo o non devo?
Nasce così la discussione di tipo teorico-astratto. La Torah non contemplava il caso specifico, perchè evidentemente scritta prima dell’occupazione romana. Rispondere con un sì o con un no significava per Gesù dichiararsi o a sfavore di Dio o a sfavore dell’imperatore e incorrere o nella condanna morale o in una denuncia presso le autorità romane, come pericoloso sovversivo, capace di fomentare il popolo alla rivolta.
La risposta del Nazareno non si fa attendere: sul piano della relazione dialogica rende manifesta la trappola: “Ipocriti, perché mi tendete insidie?” Poi chiarisce ciò che di per sé sarebbe già manifesto, se si guardasse la moneta ad occhi aperti – hanno occhi e non vedono… orecchie e non ascoltano – : “Queste immagini e l’iscrizione di chi sono?”. Tutti rispondono correttamente: “Di Cesare”. Gesù li porta in questo modo ad estrarre una moneta dalla loro borsa e la domanda, rimbalzando su quelle parole, ritorna a chi l’ha posta. Nonostante  farisei ed erodiani si percepiscano spiritualmente resistenti al potere romano, sia pure con sfumature differenti, fanno uso della moneta romana. Non vengono rimproverati per questo, ma spinti ad aprire gli occhi sulla realtà di compromesso nella quale vivono. Potrei parafrasare: “Usate quel denaro, perché vivete nel sistema governato da Cesare, dallo Stato romano, quindi è logico che vi ritroviate a pagare le tasse; ricordatevi però che ci sono questioni di esclusiva competenza di Dio”.
L’espressione “Rendete a Cesare ciò che è di Cesare” significa che ci sono elementi come l’organizzazione, il funzionamento e la difesa della società che appartengono di fatto al dominio dello Stato. La seconda parte della famosa frase: “Rendete a Dio ciò che è di Dio” non fa però riferimento ad un dominio a parte, situato in cielo; si tratta di un potere sotto il quale si trova anche la Legge, i suoi rappresentanti e i loro comportamenti, quindi sia i farisei che gli erodiani. E non perché “il Regno dei Cieli” sia uno stato teocratico, immaginato secondo l’ipocrisia degli schemi umani, ma perché chi detiene il potere temporale è sotto il dominio di Dio, non governa l’universo in sua vece; non stiamo parlando di un uomo “Cesare” e di un altro uomo “Dio”: si tratta di due “persone” completamente diverse, non sono i capi di due nazioni…
Tra l’altro, nella storia, ogni dittatore, o aspirante tale, ha sempre dichiarato che Dio era con lui, assoldandoLo direttamente come “dio degli eserciti” e “reclutandoLo” a supporto teorico di ogni genere di violenza e sopraffazione, come fosse un suo sodale.
L’essenza del messaggio biblico è che Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza; se Cesare, misconoscendo totalmente la realtà soprannaturale dalla quale anch’egli dipendeva, aveva invece conquistato un impero mettendo a ferro e fuoco gran parte delle terre allora conosciute e fatto coniare delle cose tonde di metallo chiamate denaro con la propria effigie, diventava poi inevitabile che costringesse i sudditi a rendergli i tributi.
Infatti, anche oggi, se ognuno fosse convinto che Dio è il Padre di tutti, cambierebbero anche tutte le politiche sociali e il mondo intero sarebbe una vera res publica, casa di tutti…
Gesù non riteneva, io credo, che il dominio di Dio fosse limitato alla salvezza dell’anima o che solo la pratica religiosa rientrasse nella sua autorità. Come anche i profeti di Israele dicevano, sicuramente riteneva che la volontà di Dio dovesse governare le relazioni umane. Solo per questa via si entra nel campo della giustizia oltre la Legge, cioè nel grande comandamento dell’amore per il prossimo al quale ogni Cesare è sottoposto, volente o nolente.
Rendere a Dio ciò che è di Dio non è semplicemente un richiamo ai doveri religiosi accanto a quelli civili, Cesare e Dio non sono fianco a fianco, Dio è molto al di là e al di sopra di Cesare.
Questa piccola frase pronunciata emblematicamente davanti ad una falsa sfida è, in definitiva, molto più rivoluzionaria e pericolosa per Cesare del rifiuto di pagargli il tributo: è una condanna di tutto ciò che nelle nostre società tende a distruggere l’immagine di Dio che risiede in ogni essere umano, una condanna di tutto ciò che contribuisce al degrado, all’alienazione e all’oppressione di individui o gruppi sociali. In sintesi, da questa frase si ricava anche il messaggio dell’ultima Enciclica di Francesco, Laudate Deum.
Il diritto di Dio viene violato ogni qualvolta vengono violati i diritti umani e sempre quando si coopera alla distruzione della creazione. Di conseguenza, rendere a Cesare gli onori a lui attribuiti, significa anche sapergli resistere quando non è il garante di una giustizia capace di osare rispetto, equanimità e benevolenza per tutti.

“Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio (Mt 9,13).

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L’abito adeguato

E la sala si riempì di commensali

15 ottobre 2023 – XXVIII Domenica del Tempo Ordinario

Vangelo: Mt 22,1-14
Seconda lettura: Fil 4,12-14.19-20

Diverse parabole dicono qualcosa sul regno dei cieli, immagine di una realtà profonda e decisiva per la nostra vita, ma non evidente per tutti. È interessante per me ricordare che l’etimologia del termine “parabola” fa riferimento all’azione di confrontare, paragonare due situazioni, una reale ed una simbolica, per permettere di afferrare meglio la realtà e il suo senso. È ancora più interessante ricordare che l’etimologia di “parabola” è la stessa di “parola”, a conferma che le parole sono segni, ma suscettibili di trasformarsi in simboli di realtà infinitamente più vaste.
Il regno dei cieli è dunque di volta in volta simile a una perla, un tesoro, un campo, un seme, una rete piena di pesci. Sembra che il regno sia più simile ad una condizione resa possibile attraverso un passaggio ad un nuovo ordine del senso; ripercorrere la narrazione attraverso la parabola diventa un viaggio verso il regno. Per intraprenderlo, occorre entrare nella storia.
Come può l’invito ad un matrimonio essere occasione di tanta violenza? Come può generare una tale onda montante di rifiuto, frustrazione e vendetta? Sia da parte degli invitati che non intendono recarsi al matrimonio, sia, alla fine, da parte del re stesso?
Il nostro primo moto psicologico, automatico, ovvio, è di paura e rifiuto nei confronti di questo re che risponde alla violenza con la violenza, al rifiuto e alla ferocia con il fuoco e la distruzione.
Guardiamo ai servi: sono a servizio del re, sono inviati ad annunciare che c’è una festa, sono portatori di un invito. Tuttavia, qualcosa non va. Gli invitati non si rallegrano, né si meravigliano. Sembra un invito dovuto, scontato, probabilmente un diritto socialmente acquisito, ma vissuto più come un’abitudine ripetitiva, che con contentezza.
Esasperato di non trovare nessuno con cui condividere il felice e sontuoso banchetto, il re formula un imperativo, perde la pazienza. La festa si trasforma in un dramma, con l’assassinio dei servi da parte degli invitati e poi degli ospiti stessi da parte dell’esercito del re.
Nessuno incontra l’altro, e quindi non è così che la festa può svolgersi.
La parabola illustra senza mezzi termini che questo genere di invito non può essere concepito così; dev’esserci un’altra strada. Un modo per non entrare affatto nel regno è, infatti, viverlo come un obbligo di routine al quale si deve andare per forza, e non per amore, perché siamo nella lista degli invitati e magari anche andare fingendo di esserne contenti. Come si va a quei pranzi di Natale cui tanti cercano di sfuggire, luogo di malcelati risentimenti e ironici lazzi: meglio andare solo a prendere il caffè dopo pranzo!
È difficile ammettere che quella che sembra una vendetta del re, sia un atteggiamento diffuso tra gli esseri umani, nelle famiglie, nei conventi normali, nei quartieri, nelle città, nelle nazioni, nel mondo intero.
È abbastanza spaventoso vederla così, ma sembra possibile: in questo testo c’è tutta una catena di violenza concreta; nella vita quotidiana diventa violenza psicologica, spesso non verbale, ma di atteggiamento, fino ad arrivare a reazioni folli, come nei casi di femminicidio, fino a diventare strage nelle guerre…
Ecco l’equivoco: l’ottusità diffusa fra noi umani investe e travolge anche l’immagine di Dio, fantasticato come una divinità pagana che sguaina la spada, e porta fuoco e distruzione ovunque, perché si sente offeso nell’onore: non siamo nel regno dei cieli, ma nel regno della costrizione alla malvagità.
Torniamo ai servi, poveretti, che dopo la prima chiamata finita malamente, vengono inviati a chiamare chicchessia, purché vada alla festa di nozze del figlio del re. (Ma la sposa chi era?)
Sono invitati tutti. A prescindere da relazioni amicali o obblighi sociali pescano persone, come pesci con una grande rete, senza preferenze particolari, buoni e cattivi, brutti e belli, capaci e incapaci, vanno bene tutti…
Per questa gente la festa è un avvenimento imprevisto, inatteso, non un obbligo… possono andare ed incontrare gli altri, sono curiosi, contenti, non si pongono alcun problema, non hanno preconcetti: vanno alla festa di nozze del figlio del re: sono gli innocenti.
Tranne uno, co-protagonista di uno strano colpo di scena: non è vestito da sposo, non ha l’abito nuziale. Ma che c’entra? L’abito nuziale in genere deve indossarlo solo lo sposo…Qui sta l’equivoco: l’abito di nozze è per tutti. Lui non lo indossa.
Sono due colpi di scena, non uno solo. Chi non l’ha capito finisce in disgrazia, l’uomo che va alla festa di nozze nella condizione impropria viene ridotto al silenzio: le parole del re lo riducono al silenzio, proprio così dice l’originale greco, come se quell’uomo che vive impropriamente si ritrovasse con una museruola, come un animale. Ecco l’immagine che svela un aspetto del senso nel discorso evangelico: l’uomo senza parola è spogliato di tutta la sua umanità, diventa vittima del male. Dove finiscono le parole che fanno vivere, dilaga la violenza; la condizione umana vissuta impropriamente diventa disumanità e le nozze non sono più possibili per alcuno.
La diffidenza verso la festa della vita, la mancanza di fede nel significato essenziale del creato dal quale discende l’intera visione biblica, rendono impossibile quel che era possibile a San Paolo: “So vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza; sono allenato a tutto e per tutto, alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. Tutto posso in colui che mi dà la forza.
Il Regno non è un luogo chiuso che imprigiona, il fatto di non esser pronti alle nozze vuole indicare la triste condizione di chi si nega all’incontro con la vita stessa e ha in odio che altri vadano a nozze, perché diffida e non accetta il rischio di rispettare il primo comandamento, dal quale tutti gli altri discendono.
Il tempo delle nozze si vive solo nel presente della festa, solo nel presente della vita, ed è già il tempo del regno di Dio, non un tempo su una linea temporale da scandire con l’orologio, ma un tempo di condivisione con il prossimo, un invito inaspettato ricevuto al crocevia delle nostre esistenze, quando forse eravamo erranti,  affamati e senza sogni. Qualcuno è venuto a trovarci dove eravamo per invitarci personalmente ad una festa del tutto inaspettata.
Se la nostra quotidianità ci assegna certi luoghi, se accettiamo di assumere ruoli particolari nella società per il resto del tempo, il Regno dove si stanno celebrando le nozze è nel presente di ogni momento dentro il quale viviamo amando: è questo lo specifico possibile all’umanità, che si ostina invece a rifiutare l’invito e a farsi ridurre al silenzio.
La catastrofe di questi giorni non è che l’esito di un ostinato rifiuto alle nozze con la vita, donataci, evidentemente, senza alcun merito, perché la vivessimo per amore.
Invece gli uomini vivono impropriamente, rimasti imbavagliati, con mani e piedi legati, come in ogni guerra, continuano a farsi protagonisti di violenze disumane, che sempre sarebbe possibile evitare.
In ogni momento è sempre possibile che la sala si riempia di commensali.
Dipende da noi, uomini e donne, l’invito è per tutti.

Indossiamo l’abito adeguato alle nozze.

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Paradossi dell’umano

È una meraviglia ai nostri occhi

8 ottobre 2023 – XXVII Domenica del Tempo Ordinario

Vangelo: Mt 21,33-43
Seconda Lettura: Fil 4,6-9

In questa parabola Gesù fa riferimento a due passi dell’Antico Testamento: il pianto della vigna in Isaia 5, in cui Dio si lamenta di raccogliere solo violenza, laddove è in attesa di frutti di giustizia, e il Salmo 118 in cui, al contrario, parla della vittoria d’Israele, anche se circondato dai suoi nemici.
Ne deriva una possibile lettura, che mette in rilievo la tensione costitutiva dell’umanità rispetto ai temi della giustizia e della responsabilità. Questa tensione si realizza nel tempo attraverso gruppi che alternativamente deludono o soddisfano l’aspettativa sia di giustizia e che di assunzione di responsabilità.
In entrambi i casi, la logica della situazione è contraddetta dai fatti: una vite ben curata dovrebbe sempre produrre buoni frutti, e l’equilibrio nell’esercizio del potere dovrebbe sempre dare la vittoria: sembra, dunque, che la parola di Dio si faccia strada tra gli uomini per mezzo di paradossi.
Sappiamo che i gruppi umani possono abituarsi alla religione a tal punto da costruire una Chiesa che intende solo recuperare il “patrimonio” e farlo fruttificare per se stesso: nessuna chiesa è immune da questa tentazione. Quando sorgono profeti, dall’interno o dall’esterno, non vengono più lapidati, ma piuttosto emarginati o spediti altrove, sebbene siano loro a dare slancio alla parola che porta frutto, in mezzo a una sterile routine.
Siamo anche regolarmente sorpresi quando guardiamo indietro alle pietre di paragone che hanno dato vita a chiese, opere e istituzioni feconde. Erano state pietre scartate? Rifiutate forse no, ma certamente sottovalutate, quindi il “popolo che produce frutti” ha contorni che ci sfuggono.
La parabola dei vignaioli rivoltosi è abbastanza chiara di per sé: un uomo ha investito nella sua vigna e si trova a vivere la spiacevole sorpresa non solo di vedersi negare il dovuto, ma anche di subire un attacco personale perché qualcun altro vuole impadronirsi della sua proprietà. Questo qualcun altro, pur di ottenere il risultato, arriva al punto di uccidere l’erede.
Domanda: come reagirà il proprietario? È facile rispondere, come nel vangelo rispondono gli ascoltatori: il proprietario si sbarazzerà dei lavoratori ribelli il prima possibile e li sostituirà con altri.
È anche facile trasporre questa situazione nel contesto della nostra vita quotidiana, interpretandola alla lettera e… non capirne alcunchè, magari sbandierandola al fine di reprimere i diritti delle minoranze, o difendere accanitamente i privilegi dei padroni.
D’altronde, come reagiremmo se avessimo affidato i nostri risparmi ad un broker per investirli adeguatamente e un giorno ci svegliassimo senza un euro a causa dei suoi investimenti sbagliati? La logica vorrebbe ci sbarazzassimo di quel broker il prima possibile, magari portandolo subito in tribunale.
Questa non è la logica della parabola, e non credo che Gesù intendesse semplicemente associare i vignaioli ribelli a quella parte del popolo ebraico che si era chiusa al suo messaggio. E neanche che Matteo intendesse spiegare che la comunità dei primi cristiani era destinata a sostituire la comunità ebraica. Mi sembra una lettura troppo semplicistica e onestamente anche troppo banale.
Sono propenso a credere che Gesù stesso abbia usato la parabola per esortare i capi religiosi a svegliarsi, come volesse dire “Avete deviato dalla vostra missione, avete confiscato a vostro vantaggio ciò che Dio vi ha affidato per il bene di tutti, e se quest’atteggiamento non dovesse cambiare, altri vi sostituiranno”.
La tendenza a leggere sempre toni di minaccia o vaghe preferenze per l’uno o per l’altro in Gesù di Nazaret, mi sembra sempre un po’ miope e frutto di proiezioni molto umane di tipo inevitabilmente presuntuoso ed egoistico.
Ma allora, a cosa si riferirebbe esattamente questa parabola?
Credo si riferisca alla nostra condizione di uomini e donne: esseri che esistono soltanto perché hanno ricevuto tutto, cioè la vita, comprensiva della capacità di apprendere e di continuare a vivere, allo scopo di permettere che altri vivano.
Ci sono quindi due dimensioni: da una parte non siamo proprietari della vita, dall’altra ci siamo per farla continuare. Queste due dimensioni si ritrovano nella parabola e riguardano tutti, a cominciare dalla piccola comunità familiare.
Per esempio, di recente, ascoltavo una persona sulla cinquantina che diceva: “Col tempo ho capito che i miei genitori non mi hanno mai amato veramente, mi sono sentita usata”.
Alla fine di una vita, quando si dovrebbe poter raccogliere i frutti del proprio lavoro, ci sono genitori che si trovano a dover affrontare relazioni con i figli sconnesse e conflittuali.
Io stesso mi sento sfidato, perché so e mi accorgo spesso che non tutte le relazioni tra genitori e figli, tra i miei amici e conoscenti, sono sempre pacifiche.

Cosa c’è nell’essere umano che lo porta a deviare dal suo cammino affettivo in questo modo? Credo, di fondo, due componenti: un’illusione e una paura.
L’illusione è raccontata nella famosa storia di Eva nel Giardino dell’Eden:
“… ‘I vostri occhi si apriranno e sarete come dèi, conoscerete il bene e il male’. La donna vide che l’albero era buono da mangiare e bello da vedere…”. Consiste nel pensare, che si possa sfuggire alla propria condizione di uomini e donne intrinsecamente dipendente, fuggendo da quel mondo familiare, vissuto come  limitato e costrittivo, rendendosi totalmente autonomi, cioè indipendenti per il proprio sostentamento economico e per l’affermazione del proprio “valore” sociale: appunto pura illusione.
Allo stesso modo, spesso, i genitori guardano ai figli, non per come sono, per talenti, aspirazioni e limiti, ma per come vorrebbero che fossero nei propri desideri.
Per l’assurdità di entrambi gli atteggiamenti, né figli, né genitori riescono a sentire lo stupore e l’incredibile grandezza di ogni momento trascorso in relazione reciproca, i primi cercando di apprendere la vita, i secondi cercando di trasmettere la propria esperienza.
Si finisce così con l’immaginare la felicità di entrambi come un bacino che raccoglie e trattiene tutta l’acqua circostante e nel quale bisogna tuffarsi prendendo accuratamente la mira, piuttosto che considerarla come una sorgente, le cui acque ci scorrono vicino, alimentando le nostre vite.
Poi c’è la paura, quella famosa, atavica:  “l’incertezza del domani”.
“Chissà se i miei figli si prenderanno cura di me nella vecchiaia come io li ho curati da bambini?” Oppure: “Chissà se mio figlio ce la farà a diventare grande?”
È in questo modo, che, mentre la fede costruisce relazioni multiple, la paura le spezza. Non stupiamoci poi di sentire ancora Gesù dire: “Perché avete paura, gente di poca fede?”.
Personalmente, come tutti, lotto ogni giorno per scoprire la grandezza di questa terra che mi è stato dato di coltivare, cercando di rifiutare come illusioni quegli altrove in cui vorrei fuggire e le paure rispetto al domani, anche quella di dipendere dagli altri per il mio domani.
Ma vale la pena, perché sono certo che l’acqua della vita e la possibilità della felicità sono qui vicino e non altrove.
Probabilmente posso essere un uomo che dà il suo frutto al momento giusto. “Sarà come albero piantato lungo corsi d’acqua, che darà frutto a suo tempo e le sue foglie non cadranno mai; riusciranno tutte le sue opere”(Sal 1,3).

Ma ho anche un’attesa: forse, scoprirò un po’ di più questo misterioso Dio che, lungi dall’essere autosufficiente, ha voluto essere in relazione con un mondo fragile e limitato.

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Tentennamenti

I pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto

1° ottobre 2023 – XXVI Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mt 21,28-32
Seconda Lettura: Fil 2,1-11

Gesù rivolge questa parabola a un pubblico mirato: i sommi sacerdoti e gli anziani, cioè le autorità religiose del giudaismo, coloro che esercitano la responsabilità nel Tempio di Gerusalemme. E racconta di un padre che chiede ai suoi due figli di andare a lavorare nella vigna. Dovrebbe essere un privilegio lavorare in questa vigna che rappresenta, nell’immaginario ebraico, il popolo di Dio.
I due figli sono molto diversi tra loro, come succede spesso in ogni famiglia: uno risponde negativamente subito, dice “No”, l’altro risponde affermativamente, dice “Sì” e il testo sembra sottolineare l’opposizione tra queste due risposte.
Il “No” sembra pigrizia o forse irriverente disobbedienza, in ogni caso la risposta di un figlio “difficile” – caso, vorrei dire, da manuale di psicologia della famiglia – mentre il “Sì” dimostra apparente deferenza verso il padre, appellato addirittura “signore”. Però, quello che dice subito “Sì”, poi, non va a lavorare nella vigna, mentre quello che non vuole, alla fine, ci va.
Leggendo meglio il testo greco, il “Sì” del secondo figlio sembra quasi volersi contrapporre al “No” del primo. La risposta non è proprio “Sì”, ma “Io, signore!”, quasi a voler dire, “Se mio fratello non ci vuole andare, ci vado io che sono migliore di lui”.
Potremmo supporre, come nel Vangelo di domenica scorsa, un’attitudine del secondo figlio a paragonarsi all’altro per affermare la propria preminenza.
Il primo, invece, parla come per dire “Non ci vado, non mi va, perchè proprio io?”.
Si capisce, che, come nel caso del “Sì”, che non è affatto un “Sì”, anche il “No”, non è un vero e proprio “No”. Infatti il primo “si pente” e il suo “No” diventa un “Sì” vero, quello di chi va a lavorare, cioè si mette operativamente a “fare”, agisce nella vigna per renderla produttiva.
Chi non si è mai posto così di fronte ad una richiesta di svolgere un compito? Non credo si faccia troppa fatica a riconoscersi nell’uno o nell’altro figlio e, a volte, in entrambi, secondo il tipo di richiesta genitoriale.
Se ci poniamo in quest’ottica, la differenza tra i due non è tanto nella risposta, ma nella sincerità dell’atteggiamento. Seguendo questa linea di pensiero, possiamo dire che per lavorare nella vigna, in fondo un privilegio accordato dal padre, che della vigna è il proprietario, bisogna avere una certa onestà intellettuale o almeno la sensibilità sufficiente per accorgersi di come stanno le cose, anche quando siamo direttamente coinvolti nei nostri lati meno lusinghevoli, come potrebbe essere la pigrizia, nel caso del figlio che dice subito di no. Non è un caso, infatti, che il “No” si trasformi in un autentico “Sì”.
Il “Sì” del secondo figlio invece non è, per così dire, “intero”, c’è un tentennamento che sfocia in un “No” ed è una risposta falsamente affermativa, perché non diventa impegno pratico nella vigna. Con questa parabola, il Maestro intende far capire ai capi dei sacerdoti e agli anziani che possono anche essere stati incuriositi e attratti dalla persona e dal messaggio di Giovanni Battista, ma non si sono pentiti della loro condotta fondamentalmente egoistica.
Forse per questo il passo di Paolo che oggi leggiamo inizia con un periodo ipotetico: “…Se…ci sono sentimenti di amore e di compassione…, con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi, non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso”.
In altri termini, solo se c’è la benevolenza, l’amore, si può agire a favore del prossimo, anteponendolo a noi stessi.
Sono passati duemila anni e non siamo molto lontani da quei sacerdoti che officiavano nel tempio di Gerusalemme. Credo potremmo ricavarne almeno tre insegnamenti: in primo luogo, se il Signore chiama a lavorare nella sua vigna, è perché ci giudica capaci di farlo, quindi fa spazio agli operai di tutte le ore (cfr il Vangelo di domenica scorsa). Su questo punto il suo discernimento è certamente migliore del nostro.
In secondo luogo, teniamo a mente che un vero “Sì” sarà sempre definitivo, mentre un “No” può sempre diventare un “Sì” in seguito. Il Signore invita alla libertà e, quindi, accetta sia il nostro “Sì” che il nostro “No”. Non bisogna aver paura di prendere una decisione chiara.
Infine, ciò che conta davvero non sono le buone intenzioni, se si basano solo sulla soggettività dei nostri sentimenti e non sono seguite da alcuna azione: è più efficace un comportamento negativo del quale con chiara coscienza ci si pente, che un atteggiamento positivo insincero: “Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli.” (cfr Mt 21,32).
Il “No” lascia aperta la possibilità del ritorno, il “Sì” affrettato, ma intrinsecamente tentennante, ingabbia chi lo pronuncia; ciò non toglie che ci siano – pochi – “Sì” immediati e sinceri che liberano tutta una vita ogni giorno, per tutta la vita.
Nel quotidiano si tende d’abitudine a dire “no”, ci sono anche dei “sì”, magari detti pure maldestramente, come quelli che dico io ogni giorno, tanto che a qualcuno sembrano dei no.
In effetti, nessuno di noi dice sempre no, diciamo pure dei sì, ma di alcuni andiamo fieri e ci rendono felici, di altri ci pentiamo, e sono proprio quelli che fanno star male noi stessi più di quanto, trasformandosi in no, facciano star male altri. In questo caso, non credo sia il padrone della vigna a rimanerci male – il testo non dice nulla delle reazioni del padre – , il problema riguarda i figli, la risposta è la loro e loro è la scelta di come viverci. La questione rimane sempre la stessa: il cosa, il come, il dove, il quando, il chi e il con chi e, soprattutto, il perché.
Nell’ottica della fede, all’origine del discorso cristiano, c’è il criterio di Paolo: se crediamo nel Cristo risorto, non sono praticabili vie che mettano noi stessi al primo posto, davanti al nostro prossimo.
Il Signore invita a essere “obiettivi” con se stessi e ad esercitare il libero arbitrio. In concreto, si tratta di capire se rimaniamo spettatori o se lavoriamo, uomini e donne, persone tra i propri simili a favore del prossimo, o anche se stiamo alla finestra, magari chiedendoci: “Chi? Io? Proprio io? E perché proprio io?”
“Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri” (Fil 2,3-4).

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Operai dell’undicesima ora

Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te

24 settembre 2023 – XXV Domenica del tempo ordinario
Vangelo: Mt 20,1-16
Seconda Lettura: Fil 1,20c-24.27

Ecco una buona notizia per gli operai dell’undicesima ora.
Chi ha lavorato dodici ore si ritrova con lo stesso compenso di chi ha lavorato solo un’ora: storia scioccante?  Idea ordinariamente poco popolare?
Che razza di impresa sarebbe poi questa? E che ruolo avrebbe la tanto decantata meritocrazia?
Intendiamoci subito: non siamo alle prese con un trattato di economia politica,  tantomeno con il “contratto collettivo” del Regno di Dio; nel contesto evangelico il lavoro degli operai coincide con la vita cristiana, la vita liberata dal Cristo, qualcosa che in genere non va di pari passo con la gestione d’impresa e con il salario dei lavoratori.
Se veramente ci consideriamo tutti cristiani, ci sarebbe caso mai da meravigliarsi che le due cose non vadano di pari passo. Se volessimo fare dei riferimenti all’economia di tipo finanziario attuale, saremmo costretti a riconoscere che la parabola rende manifesto il conflitto tra la logica del mercato e delle banche, che cerca di massimizzare i profitti, e l’aspettativa cristiana di una economia “del rispetto”, intesa come prassi politico-economica finalizzata a raggiungere la dignità per ciascuno, attraverso l’impegno di tutti.
Sono certo che sarebbe possibile sanare questo conflitto, perché non è un conflitto necessariamente o ontologicamente situato tra il bene e il male, ma nell’incapacità di sentire in prima persona il dolore dell’indigenza, di chi nell’indigenza non vive.
La moderna economia finanziaria si basa sulla logica dell’equivalenza: da un lato c’è colui che fornisce una prestazione, dall’altro c’è un corrispettivo in danaro, basato sulla quantità e, in pratica, ma non sempre e non sempre coerentemente, sulla qualità della prestazione: l’amore cristiano non c’entra.
La logica del Regno, invece, è quella del Signore. Noi, troppo spesso, immaginiamo Dio a nostra misura, cioè come un padrone che dispone dei suoi beni come più gli aggrada, così, a capriccio: talora è una fantasia che annida nella mente “contabile” di alcuni, che, in genere, purtroppo, sentono di aver ricevuto di meno di altri. Una volta ho letto di un esperimento, che consisteva nel porre una persona davanti ad una scelta: ricevere 1.000 euro e accettare che altre tre ne ricevessero 2.000 a testa, o, in alternativa, riceverne 700 e accettare che le altre tre ne ricevessero 500; incredibile, ma vero, davanti a queste due opzioni, i più sceglievano la seconda.
Perché si può preferire avere di meno in senso assoluto, ma di più in senso relativo, cioè purché altri abbiano di meno? In ogni caso non dev’essere la logica di Dio, neanche sul piano monetario, figuriamoci su quello del pane quotidiano, materiale e spirituale.
La scelta di essere meno ricco in senso assoluto, ma più ricco in senso relativo, non è una forma virtuosa di risparmio, come forse si potrebbe credere, ma il tentativo di esercitare una sorta di egemonia economica. L’analisi del test, tra l’altro, spiegava che un simile modo di pensare si basa sul convincimento implicito che il mondo sia ingiusto. Per forza! Se sono tanti a ragionare così, non si sa se viene prima l’uovo o la gallina!
Se la nostra logica si basasse sull’assunto che sia meglio avere un po’ più di potere economico di un altro, a condizione che stiano tutti un po’ più stretti di noi, non solo non avrebbe niente a che fare con la logica del regno, ma sarebbe potenzialmente portatrice di insoddisfazione e delusione per tutti. Nessuno vedrebbe più il mondo così com’è, ma come potrebbe essere se fosse soggetto ad un poco generoso e soprattutto ristretto modo di pensare e di sentire: in pratica un mondo miserando.
Ma andiamo al gesto del Signore della vigna e ricordiamoci che il danaro ricevuto è qui simbolo di ciò che serve per vivere una giornata: ne ricaviamo che anche se fossimo giunti nella vigna all’ultimo momento, anche fossimo vignaiuoli dell’undicesima ora, saremmo ingaggiati e riceveremmo quanto tutti gli altri, cioè il massimo possibile, quello che serve per vivere un giorno ogni giorno.
C’è un’arte del vivere sotto il sole, arrivando a sera forse stanchi, ma in pace con se stessi e con gli altri per ciò che si è ricevuto e per quanto si è potuto fare, affinché altri vivano la stessa condizione e, soprattutto, a prescindere da quello che altri, a misura d’uomo, hanno ricevuto in più.
Questa parabola è solo una storia per riflettere su come reagiamo alle “fortune” degli altri e se veramente facciamo del nostro meglio perché altri vivano la dimensione pacificatrice del regno. Di consolante c’è da sapere che non è mai troppo tardi per capirlo e mettersi in moto.
Quando mettiamo l’etica del regno davanti alla giustizia retributiva e a quella contabile, ci comportiamo anche diversamente.
Usciamo un attimo dalla vigna e andiamo nel parco davanti casa dove giocano i bambini. Uno di loro si arrampica su un albero, scivola, si strappa i vestiti, cade e si sbuccia un ginocchio; arriva il genitore; cosa farà? Gli correrà incontro? Lo sgriderà o penserà a medicargli il ginocchio?
Usciamo dal parco e andiamo verso la strada; quel ragazzo guida troppo veloce un’auto carica di amici, prende male una curva e finisce fuori strada, finiscono tutti all’ospedale, malconci, ma vivi. Cosa faranno i genitori di quei ragazzi? Daranno loro tanti schiaffi o saranno felici che siano ancora tutti vivi?
Vivere secondo la logica del regno è amare tutti in modo da fare il nostro possibile perchè abbiano ciò di cui hanno bisogno per poter condurre un’esistenza degna.
Si tratta di aiutare l’uomo, che si sente, o appare, inutile, pigro, incapace, a riprendere il suo posto nell’originaria dignità della comunità umana.
L’amore prevale sulla giustizia, va oltre la giustizia, senza togliere nulla alla giustizia: vuol dire fare meglio. Tuttavia, come spesso accade, se c’è gelosia, se i primi rimangono contrariati dal fatto di non aver ottenuto più degli ultimi e non sono capaci di godere del proprio a prescindere dai paragoni, difficilmente gli uni e gli altri troveranno la pace.
Qualcuno ha detto (non ricordo chi): “Ci fu un momento in cui il sentimento di felicità divenne relativo e dovemmo guardare gli altri per sapere se eravamo noi stessi felici”. Ecco, questo è proprio ciò che gli operai del regno non dovrebbero mai fare.
Ogni volta che abbiamo ricevuto qualcosa che ci ha fatto sentire liberi, pacificati e grati, senza bisogno di paragonarci ad altri, allora il Regno era lì, eravamo già nel Regno, o, come si dice, “in grazia di Dio”.
“Gioisci figlia di Sion, esulta Israele e rallegrati con tutto il cuore figlia di Gerusalemme … il Signore ha revocato la tua condanna …tu non vedrai più la sventura”(cfr Sof 3,14-18).
Chiunque tu sia, qualunque siano i tuoi risultati, i tuoi meriti, i tuoi successi o i tuoi fallimenti, qualunque tempo tu abbia trascorso sui banchi di una chiesa o di una scuola, che tu sia battezzato o meno, hai diritto alla vita nella pace, all’interno della comunità umana e a collaborare perché altri vivano nella pace: una buona notizia sia per gli operai della prima, che per quelli dell’undicesima ora.

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Settanta volte sette

Lo lasciò andare e gli condonò il debito

17 settembre 2023 – XXIV Domenica del tempo Ordinario
Vangelo: Mt 18,21-35
Seconda Lettura: Rm 14,7-9

Perdonare settanta volte sette, ecco un’altra regola che può essere molto difficile da rispettare: “Non solo mi hanno offeso, ma per giunta devo anche volergli bene?” Già … perché per perdonare ci vuole un “supplemento” di benevolenza e il risentimento è ostico da superare.
Se consideriamo troppo esigente il perdono cristiano, probabilmente c’è un ombra di inquietudine dentro di noi, una sorta di rassegnazione a cercare di essere amorevoli, malgrado tutto.
Nel giudaismo, all’epoca di Gesù, si discuteva sul numero di indulti da concedere. Rabbi Yose aveva riassunto il punto di vista prevalente, sostenendo che se una persona sbaglia una, due o tre volte, viene perdonata, ma alla quarta no. Il numero tre era considerato un numero divino, e, partendo dal presupposto che Dio è sempre dalla parte della giustizia, alla quarta offesa si poteva dare libero sfogo al risentimento con la coscienza “pulita”. In pratica, la norma religiosa serviva a facilitare la vita sociale, pressando il piantagrane, affinché desistesse in breve, sotto minaccia di un’irrevocabile sanzione religiosa e sociale.

Il tempo trascorso da Pietro con Gesù doveva già essere stato sufficiente per fargli comprendere l’importanza del perdono. Non perdonare l’offesa subita significa assumersi anche la responsabilità della sanzione. Il vangelo di domenica scorsa conteneva questa frase: “In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo.” (Mt 18,18). Non perdonare significa legarsi mani e piedi ad un altro attraverso le catene del risentimento, fosse anche un risentimento fondato. E, dunque, non c’è pace senza perdono.
Così, Pietro ipotizza un altro numero, più alto, anch’esso divino: il sette. Forse pensava di essere tanto generoso, da essere addirittura audace. O, forse, voleva soltanto essere rassicurato. A noi uomini piacciono le cose ben definite, preferiamo ciò che è noto e siamo più a nostro agio con richieste precise, magari esigenti, piuttosto che con aspettative vaghe; abbiamo così l’impressione di avere in mano il controllo della situazione; se rispettiamo il contratto, allora sappiamo a cosa abbiamo diritto in cambio, se non lo rispettiamo, sappiamo qual è la pena; tutto questo è rassicurante, perché niente è più scomodo dell’incertezza. Quindi, anche se avessimo l’obbligo di perdonare per sette volte, arriverebbe pur sempre il momento in cui saremmo in regola con Dio, senza rinunciare del tutto agli impulsi primordiali contro chi ci ha fatto un torto.
Gesù, invece, spariglia le carte, uscendo dagli schemi: il “settanta volte sette” in realtà esce dalla logica del “quante volte”, la rovescia facendo eco ancora una volta ad un testo biblico: se Lamech, in Genesi, aveva spinto all’infinito l’idea della vendetta, Gesù, in Matteo, spinge all’infinito l’idea del perdono.
Ricordo che Lamech era un discendente di Caino, e se a difesa di Caino, Dio aveva promesso di lasciarlo vendicare sette volte, Lamech era andato al di là di ogni misura, reclamando per se stesso di essere vendicato settantasette volte (Gn 4,23-24).
Niente meno! Che esagerazione! Una vendetta senza fine! Quella di chi si sente un dio, quella dell’uomo abbandonato ai propri impulsi, una sorta di catastrofe dell’umano, che finisce per  inghiottire il vendicatore e la sua illusione di onnipotenza.
A questa catastrofe Gesù oppone una resurrezione dell’umano: il perdono dell’uomo secondo Dio, una proposta grandiosa.
Preferiamo forse la logica di Lamech? O quella del numero finito? O il risentimento ad oltranza?
La capacità di perdono, simile a quella del Cristo, dev’essere disponibile proprio in quei casi, in cui appare umanamente impossibile. Nella sua lettera ai Romani Paolo scrive: “Sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno.” (Rm 8,28).
Se diamo anche solo per possibile questa affermazione, potremmo scoprire che tutto ciò che ci accade, anche attraverso gli altri, lavora davvero a nostro favore. Potrebbe risultare impossibile serbare rancore verso chi ci ha offeso o ferito.
L’esistenza del male è un mistero per la nostra comprensione; possiamo solo supporre che, talora, chi lo opera, lo compia in un’ignoranza “essenziale”  di essere sotto la giurisdizione di Nostro Signore e, in definitiva, di essere nelle sue mani. La vita va molto oltre la nostra persona, così come la nostra capacità di perdonare secondo Dio è oltre noi stessi.
Lo stesso San Paolo rilegge la sua vita in quest’ottica: prima della conversione sulla via di Damasco, era fortemente ostile ai cristiani, si dice che abbia almeno assistito, se non attivamente partecipato, alla lapidazione di Stefano.
Qui mi fermo davanti al mistero assoluto dell’incontro con il Cristo.
Il perdono forse non è tanto una questione di sentimenti, e neppure di comprensione, quanto di grazia. Non arriveremo al perdono, stringendo i denti e cercando di fare opere meritorie, ma per una nuova via del cuore da vivere, una via grandiosa e inattesa.
Potremmo mai essere così buoni da perdonare senza … tenere il conto?

L’unica nostra speranza è la presenza del Signore, garante del bene per coloro che a Lui volgono lo sguardo.
“Guardate a lui, e sarete raggianti” (Sal 34,6).

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In due o tre

Non abbiate alcun debito con nessuno,
se non quello di un amore vicendevole

10 settembre 2023 – XXIII Domenica del tempo ordinario
Vangelo: Mt 18,15-20
Seconda Lettura: Rm 13,8-10

“Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” 
Devo trovarne altri due, oppure devo decidere di lasciarmi trovare..
Forse i due o tre evocati da Gesù non riguardano soltanto le singole persone, ma anche le comunità di appartenenza.
Sono più di due o tre le comunità molteplici e diverse, unite nel Suo Nome, quindi, Gesù viene ad abitarle nella molteplicità e diversità di tradizioni e sensibilità personali, riconoscendole come segni della Sua presenza. 
In questo brano di Matteo c’è la risposta ad una domanda fondamentale e molto interessante per i discepoli: “Chi è il più grande nel Regno dei cieli?”.
Il quesito rende manifesta la propensione dell’essere umano a desiderare per sé un posto di eccellenza, anche se questo nella pratica dovesse realizzarsi come forma di controllo e di dominio. Impostare un pensiero competitivo, partendo dal presupposto di essere i migliori e prendere il sopravvento sul prossimo, stabilendo cosa sia la presenza di Dio tra gli uomini, non può funzionare.
Da questa semplice osservazione dovrebbe forse iniziare un sano “discorso comunitario”.
Subito dopo un nuovo annuncio della Passione, Gesù rivela il fondamento della vita comune per chi è disposto a seguire la Sua chiamata; non si tratta dei consigli di un saggio, piuttosto rivela la condizione che garantisce la Sua presenza e la nostra reale connessione con Lui: due o tre riuniti nel Suo Nome.
Il segnale che corre lungo “la fibra” delle nostre relazioni personali e comunitarie è dunque l’amore vicendevole citato da San Paolo, di cui solo il Risorto è testimone veramente credibile. Per quanto ci riguarda, la connessione funziona se ciascuno, consapevole di essere parte di una vita molto più ampia, è in grado di rimanere in quell’amore vicendevole e quindi di rifiutare qualsiasi altra opzione disponibile nel mondo: il ripiegamento su se stessi, la fuga, il rinnegamento, la svalutazione, la vendetta, e tutte le altre gradazioni e forme più o meno letali del no all’amore.
Ora torniamo alla “nostra” domanda: dove, quando e come possiamo porci al cospetto di Dio, per essere sicuri di rimanere aperti all’accoglienza e alla trasmissione di questo amore vicendevole?
Gesù si avvale di una frase rabbinica che evoca appunto il numero di persone necessario per assicurare la presenza di Dio: ci vogliono dieci, poi cinque, poi almeno due persone, che leggano la Torah, affinché Yhwh sia in mezzo a loro. L’ascolto della Parola è il criterio che fonda la connessione con il Padre e accende ogni comunicazione interpersonale, affinché diventi dialogo, condivisione, comunione.
Non si tratta quindi “solo” di leggere la Parola di Dio, ma anche e soprattutto di rivolgersi al Padre, che di quella Parola è la sorgente, nel nome del Figlio, vivo e presente; in questo senso la Parola di Gesù è fondatrice della comunità cristiana in senso assoluto.
Il vivere fianco a fianco di quei due o tre riuniti nel Suo Nome, dà il permesso di testimoniare, seguendo i Padri della Chiesa, che dove c’è amore, lì c’è Dio. La Parola circola perché ciascuno, ascoltandola, sia restituito alla propria essenza, alla capacità di parlare e agire per testimoniare.
Gesù parla anche della necessità del perdono, perché l’offesa non perdonata crea divisioni interne, inquina la comunicazione, ostruisce le connessioni. La forza della preghiera comunitaria si basa sulla comunione degli intenti…
Le parole di Gesù suggeriscono che i legami del cielo sono a immagine di quelli della terra: “Tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo”. Il che mi porta a credere che soltanto la presenza divina può assicurare l’unità tra i fratelli e il perdono, soprattutto quando la fraternità è ferita. L’ostinazione e l’inimicizia sono una possibilità aperta, che crea legami e nodi… da sciogliere.
Sartre diceva che l’inferno sono gli altri, con Gesù potremmo scoprire che gli altri sono il paradiso. Legare e sciogliere sulla terra è legare e sciogliere anche in cielo…
Bisogna ammettere che il peccato perdonato rimane come cicatrice dolente, non esiste una cancellazione magica; l’accoglienza del perdono è lavoro per il penitente, e non reset di un hard disc, non una formattazione della nostra piccola anima…
Certamente, il perdono non è oblio, e siamo tutti nella situazione del peccatore perdonato che, consapevole del suo limite, è incline a rimettere i debiti ai suoi creditori. ma questo sarà tema del Vangelo di domenica prossima. Mentre la colpa è cancellata agli occhi del Signore, la “scrittura” della nostra esistenza ci rimane nella memoria e abbiamo bisogno di percorrere lunghi pezzi di strada per vedere che se non possiamo sostituirci a Dio nel perdonare gli altri e noi stessi, non possiamo neanche sostituirci a Lui nel condannarli. 
Solo così la gratitudine diventa grazia, quando sentiamo che esiste una giustizia e una bontà a noi molto superiore e impariamo a sperimentare la grandezza della remissione dei nostri debiti… 
C’è un presupposto assoluto sul piano della fede: il perdono offerto sulla croce è totale e incondizionato ed è offerto da chi è innocente.

“Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole”.
Unico investimento sicuro, unico debito che merita di essere contratto. 

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Perdere per trovare

Non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini

3 settembre 2023 – XXII Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mt 16,21-27
Seconda Lettura: Rm 12,1-2

Domenica scorsa avevamo ascoltato Pietro che rispondendo alla domanda di Gesù “Voi chi dite che io sia?” aveva asserito: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”…
E oggi? Cosa gli è successo? Che fine ha fatto nella sua testa e nel suo cuore il Dio vivente? Non pensa secondo Dio, ma secondo gli uomini. Gesù è stato chiaro: “Se qualcuno vuole essere mio discepolo, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”: essere discepolo vuol dire rinnegare se stessi, prendere la propria croce, seguire il Cristo.
S. Paolo esorta conseguentemente ad offrire i nostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio perché questo il nostro culto spirituale.
Una parola dura.

Nel Nuovo Testamento il “rinnegare” è una dissociazione intenzionale dalla relazione con una determinata persona. Per esempio, è ciò che fa Pietro quando “rinnega” Gesù, ovvero nega proprio di avere a che fare con lui, di essere suo discepolo. Quindi, rinnegare se stessi vuol dire seguire prioritariamente il Cristo (e non noi stessi) nella prassi di tutti i giorni, prassi che può essere solo evangelica.
Gesù non sta dicendo di rinunciare al nostro essere, sta chiedendo la totale fedeltà nella relazione con lui e quindi riporta all’interno della relazione con lui qualsiasi difficoltà personale, perché sia sciolta. “Perdere per trovare” è una sorta di ulteriore esplicitazione del “vendere tutto” per acquistare il campo dove è nascosto il tesoro o la perla preziosa.
Certamente questo può comportare una dura lotta con se stessi, perché la chiamata è anche una rivendicazione di autorità che implica non una pratica periodica, ma un esercizio continuo anche nella sofferenza e a prescindere da questa.
Non ci sono mezze misure nella sequela del Cristo: o tutto o niente, per definizione non è un hobby, ma una fedeltà completa, esclusiva che non sradica, né sopprime, ma ripristina la verità del proprio essere, mentre si diventa gradualmente e più pienamente ciò che si è, conseguendo così il fine del proprio essere venuti al mondo come figli del Dio vivente. Occorre rinunciare a tutto ciò che sfigura l’umanità nella sua dignità. Occorre rifiutare, rinnegare e abbandonare ciò che allontana la mente dall’essenziale, rinnovandola di continuo. In particolare si tratta di evitare ogni prassi attraversata da avidità, orgoglio, violenza, invidia, livore, bisogno di vendetta, bisogno di chiamarsi fuori dalla comunità umana.
Al fondo della sequela c’è una profonda accettazione della vita così com’è, con tutto quel che comporta, e l’accettazione del mondo come unico luogo possibile per la sua realizzazione; è anche una questione di gratitudine per l’occasione unica offerta di un percorso irripetibile, fatto di molte cose belle, di momenti di gioia profonda, sempre aperto alla salvezza.
Si tratta di testimonianza, di azione e di apertura verso gli altri, anche di audacia, quella di intervenire negli affari del nostro tempo, di indignarsi di fronte all’ingiustizia, di interferire nel corso delle cose del mondo. La certezza che il regno, senza essere pienamente realizzato, è già qui, ci dà l’energia di agire e rendere testimonianza a coloro che, in nome del vangelo, accettano consapevolmente il rischio di morire. 
Anche Pietro ha avuto bisogno di tempo per capire che “rinunciare” o “rinnegare”, “rifiutare”, “dire di no” significa dissociarsi da tutto ciò che appartiene ad una relazione elementare, immediata e istintiva con se stessi e con gli altri. Perfino l’orrore e il dolore provocati dalla fine preannunciata del Maestro poteva essere una tentazione, laddove la volontà di Dio implica sempre un orizzonte di ampiezza infinita, non alla nostra portata.
Come si fa a non pensare “secondo gli uomini”?
Accettando di “perdere per trovare” il Figlio del Dio vivente, il Risorto.

E nessuno dei discepoli osava domandargli: ‘Chi sei?’, perché sapevano bene che era il Signore” (Gv 21,12).

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Il figlio dell’uomo

Voi chi dite che io sia?

27 agosto 2023 – XXI Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mt 16,13-20
Seconda Lettura: Rm 11,33-36

Dalla narrazione comprendiamo che i destinatari del racconto sono in primo luogo “la gente”, in secondo luogo i discepoli.
“La gente chi dice che io sia?”. Con la locuzione “figlio dell’uomo” Gesù, in questo contesto, fa riferimento a se stesso. Possiamo presumere che “la gente” invece sia quella del posto, cioè gli abitanti della zona di Cesarea di Filippo, città di confine, collocata all’estremità nord-occidentale della Galilea, prima chiamata Panias, dal culto per il dio greco Pan, quindi popolata per lo più da pagani. Le voci che corrono tra la gente però sono provenienti dalla tradizione ebraica. L’ipotesi è che Gesù possa essere il Battista redivivo, o anche Elia o Geremia, quindi un profeta. In ogni caso che parli in nome di Dio.
Gesù intende andare oltre, gli interessa sapere chi dicono lui sia i suoi seguaci. Arriva fulminea la risposta di Simon Pietro, accecante e stupefacente per noi che leggiamo: “Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente”.

Come fa Pietro a dire una cosa così enorme?
Me lo spiega il vangelo attraverso le parole di Gesù rivolte a Pietro; beato Pietro, perché ha potuto comprendere questa realtà e beato perché l’ha compresa non attraverso le sue facoltà umane e intellettuali, ma soltanto perché Dio stesso gliel’ha rivelata, dunque su questa certezza di Pietro, – Gesù dice – il Cristo fonda la sua chiesa.
Beato Pietro…

Ma se incontrassi il Nazareno e mi chiedesse chi sono io per te, io cosa risponderei?
Me l’ha mai chiesto qualcuno? Ve l’ha mai chiesto qualcuno?
La prima cosa che mi viene in mente a questo proposito è che quando, nella vita di tutti i giorni, le persone si pongono una simile domanda, in genere, si trovano all’interno di una relazione messa alla prova, motivo per cui appare necessario avere conferme e riposizionarsi.
Si può immaginare una situazione simile per Gesù e i suoi discepoli?
Se Gesù mi chiedesse “una cosa simile” chi sono io per te” oggi, un po’ mi preoccuperei: che abbia qualche dubbio sulla mia risposta? Comincerei con dei distinguo: “Perché mi chiedi questo? – Hai dei dubbi? Non è come sembra… etc…”.
Se andassi dai miei confratelli a riportare una simile domanda, impugnerebbero un bastone nocchieruto e mi manderebbero a quel paese, a conferma che gli incontri tra cristiani non si articolano sempre evangelicamente; dovrei, nella migliore delle ipotesi, sentire una dotta e stimabile dissertazione sulla missione come dialogo con le altre religioni, o, alla mal parata, come promozione sociale; ribadisco che voglio molto bene ai miei confratelli… sta di fatto che per parlare di chi sia  il “figlio dell’Uomo” si ricorre ad un “concetto” sul quale ognuno risponde come può, o come sa, cioè si rifà ad esperienze passate e/o a illustri personaggi che popolano le memorie…

“Chi sono io per te?
“La luce dei miei occhi” diceva la mamma…
Risposta chiara, incisiva, probabilmente veritiera. Se poi mi capitava di uscire, la mamma rimaneva al buio, quindi era una luce intermittente. Sarà perché nel frattempo ne combinavo qualcuna… si tratta forse di trovare un’intesa sulle parole? Di far emergere dalla memoria esperienze di picco? Di andare in prestito di esperienze vissute da altri? Di cercare affannosamente nel catechismo?
“Prova a dirlo con parole tue – diceva la maestra – quando le mie risposte erano piuttosto confuse o imparaticce.

Gesù: “Allora chi sono io per te?”
… La  voce rimbomba fin giù in strada e verso il cielo…

Quale Dio pregano coloro che, chiusi in se stessi, guardano al resto del mondo dall’alto delle loro torri di avorio?

Che uomo è il figlio del Dio vivente, che muore su una croce per aver lasciato un unico comandamento nuovo? 

Che uomo è quello che muore, perdonando perché “non sanno quello che fanno?”

Che idea ho di questo Dio che dice: “Non vi chiamo più servi ma amici?”

Offriremmo la nostra vita in riscatto, non delle moltitudini, ma di una sola persona?

Se non usciamo dalle nostre torri di avorio, dagli intellettualismi nostrani, se non usciamo in strada, ovunque ci troviamo, camminando e incontrando “la gente”, percorrendo in su e in giù le vie della terra dove è stata edificata la nostra dimora, non sapremo mai dare una risposta convincente come quella di Pietro.
Stiamo vivendo profondi cambiamenti a tutti i livelli. Nella nostra ricerca di identità è forte la tentazione di attardarsi in sentieri già battuti. Perché non guardare avanti, e rispondere con le parole che abbiamo imparato, avendone scoperto ancora solo in minima parte l’intera portata?

Gesù: “Chi sono io per te?
Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente, hai edificato l’immensa casa nella quale vivo, e provo ogni giorno della mia vita a vivere e percorrere i tuoi spazi, cercando altri che possano viverli, scoprendosi figli dello stesso Dio vivente.
Poiché da te, grazie a te e per te sono tutte le cose.

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