Inizio

Egli vi battezzerà con lo Spirito Santo

7 gennaio 2024 – Battesimo del Signore
Seconda Lettura: 1 Gv 5, 1-9
Vangelo: Mc 1,7-11

Il vangelo di Marco si chiude al v 16,8: “Ed esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro perché erano piene di timore e di spavento. E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura.”
I versetti successivi (16,9-11), quelli che narrano di due apparizioni ai discepoli dopo la risurrezione, la prima a due di loro e la seconda agli undici, sono un’aggiunta posteriore.
L’unica apparizione narrata prima del v. 16,8 è quella di un giovane. Appare alle tre donne mentre entrano nel sepolcro del Nazareno per scoprire che il defunto non è lì. Il giovane dice: “Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano deposto. Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto”.
Incredibile e un po’ contraddittorio. È chiaro che le donne non tacquero per sempre su quel che avevano visto, altrimenti Marco non avrebbe scritto il suo vangelo, e la notizia non si sarebbe sparsa. Invece è arrivata fino alle nostre orecchie.
Il Vangelo di Marco comincia con la parola “inizio” e finisce con le parole “paura e timore” (Mc 16,8).
Anche se alcuni redattori antichi hanno aggiunto in seguito le apparizioni del risorto, questo non cambia il finale più antico; il vangelo di Marco non è quindi la biografia indiscutibile che dimostra l’autenticità della fede cristiana e la verità del suo nucleo fondante.
Per me è l’Inizio, l’eterno inizio del Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio.

Quindi all’inizio del vangelo di Marco non c’è la storia del concepimento e della nascita di Gesù bambino: c’è un esordio e il rimando ad un libro antico, quello del profeta Isaia, che evocava il messaggero di una speranza immersa nella notte dei tempi. Il messaggero di cui è scritto in Isaia lo riconosciamo in Giovanni Battista, il cui nome stesso potrebbe essere reso con l’intero versetto 3 del capitolo 1 di Marco:
Voce di uno che grida nel deserto: “preparate la strada del Signore, raddrizzate i suoi sentieri.

Si tratta della profezia di Isaia, che anima la speranza del Battista, messaggero della venuta del Cristo. La speranza del Battista è quella dell’Inizio in ogni vicenda storica e in ogni condizione: nell’opulenza, nel deserto, nella desolazione, nell’apparente impotenza. La speranza della fede attesta che in ogni situazione, anche quelle apparentemente disperate, c’è una via di salvezza e ci sono percorsi da raddrizzare per imboccarla. Ci sono anche indicazioni su come fare a trovarla; basterebbe farsi guidare da Lc 3,7-18, riattualizzandone i temi e le esortazioni nel nostro presente.
Se i percorsi possono essere sempre raddrizzati, c’è  un soggetto agente – ciascuno di noi – che li raddrizza: ecco la conversione di cui parlano sia il Battista, sia Isaia.
Non basta l’acqua del battesimo, ci vuole anche l’azione quotidiana giusta, frutto degno della conversione: tutti coloro che hanno di più lo condividano con chi non ha nulla, chi ha posizioni di governo e responsabilità pubbliche non ci si faccia corrompere, chi deve mantenere l’ordine, si astenga dalla violenza e dall’estorsione. Chiaro, no? È in questo senso che si parla di giustizia oltre la Legge. Non solo evitare i mali peggiori (corruzione, violenza, estorsione), ma fare attivamente del bene al prossimo.

Ogni situazione da vivere è un’opportunità di raddrizzare il percorso e ancora prima del percorso i modi del pensiero. Così si “prepara” la via, il percorso adatto all’incontro con Signore.
Come sarebbe possibile riconoscerlo in mezzo ad una selva di modi falsati di pensiero e d’azione? Dev’essere accaduto così perfino ai discepoli di Emmaus, probabilmente gli stessi di cui parla anche Marco al v 16,12: “Dopo ciò, apparve a due di loro sotto altro aspetto, mentre erano in cammino verso la campagna”. Anche i discepoli di Emmaus, al momento dell’incontro col Cristo, stentano a riconoscerlo, perché ha un altro aspetto. Solo più tardi si ricorderanno di come quell’uomo ha parlato con loro durante la cena, allora rileggeranno la loro esperienza alla luce di quell’incontro e sapranno di aver incontrato il Cristo.
Questo vuol dire iniziare il processo di conversione di cui il battesimo di Giovanni è simbolo: segna una svolta nel modo di vivere, nell’affrontare noi stessi e il mondo, nel guardare ad occhi aperti e senza falsità a quel che siamo e dove stiamo andando.
Giovanni vive lontano dalle città e dal frastuono che le caratterizzano, è spiritualmente distante dal potere fasullo e corrotto, è assente dallo spettacolo dei mercati e delle feste affollate, non è partecipe del mondo del lavoro e vive di conseguenza: è un asceta. Noi non lo siamo e per chi è abituato a vivere nel mondo non è sempre facile rendersi conto pienamente degli errori. Ma non si precipita nel peccato di colpo, ci devi proprio volere andare a sbattere contro, e spesso c’è qualcuno, che te lo ricorda al momento opportuno. Giovanni avvisa: “Chi è più forte di me viene dopo di me”. Quando Giovanni Battista proclama questo, sta dicendo a chi lo ascolta che è solo l’inizio, ma è l’inizio di ogni scelta di vita; la cosa principale, quella che stavamo cercando, viene dopo. Il Signore viene dopo che gli abbiamo preparato la via e raddrizzato i sentieri.
Quando? Quando verrà?
Vorremmo che i nostri impegni corrispondessero alla piena realizzazione delle nostre attese; questa è la nostra speranza. Vorremmo essere riconosciuti e premiati, ma questo è del tutto estraneo al battesimo di conversione predicato dal Battista. La conversione è decisione coraggiosa, apertura e desiderio di libertà, non è rinchiudersi ostinatamente nella bolla del proprio tornaconto.
Sappiamo per esperienza che qualsiasi accordo, qualsiasi sforzo per costringere la vita ad essere ciò che vorremmo fosse, può essere assolutamente inutile. La vita non è soggetta al nostro volere. Il Signore non è soggetto a noi. Viene quando vuole. Lo speriamo, ci lavoriamo, ci crediamo. La conversione è conversione per fede.
E se il Signore non venisse o stesse tardando?
Ci rimarrebbe proprio l’inizio del Vangelo di Gesù Cristo Figlio di Dio, cioè la speranza, l’annuncio, la decisione, la scelta di una vita più libera, capace di assumersi la responsabilità di vivere in mezzo agli altri senza paure. Questo è l’inizio e possiamo sempre sceglierlo.
Non è abbastanza? Questo dovrà bastare a noi, come bastava a Giovanni Battista.
Non siamo Giovanni Battista e se la fiducia vacilla, i nostri impegni si esauriscono e ci esauriscono, sentiamo di non essere sufficientemente riconosciuti dagli altri e sufficientemente ricompensati dalla vita. È ancora l’inizio, è ancora il momento del battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Dobbiamo portare la nostra conversione, la nostra scelta fino in fondo, il più lontano possibile.
Colui che verrà dopo, non ci sostituirà e non farà al posto nostro ciò che noi avremmo dovuto fare. Lui ci condurrà oltre, ci battezzerà con un battesimo di fuoco.
La nostra speranza è di farsi trovare pronti al battesimo del fuoco.
Siamo pronti a sentirci dire «Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto»?
È così che il Vangelo continua a cominciare e a questo inizio, tutti sono invitati.

NB: per leggere la riflessione del 10 gennaio 2021 clicca qui

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui

Segno di contraddizione

Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti e come segno di contraddizione affinché siano svelati i pensieri di molti cuori

Domenica, 31 dicembre 2023 – Festa della Santa Famiglia
Seconda Lettura: Eb 11,8.11-12.17-19
Vangelo: Lc 2,22-40

Eccoci alla conclusione di un anno costellato da tante belle cose, ma anche da violenza a livello globale e locale, tra gruppi umani, tra etnie e nelle famiglie (stragi, missili, femminicidi, infanticidi) e se qualcuno lo ritenesse inevitabile, mi sorgerebbe il dubbio che la propaganda indifferente, calcolatrice e giustizialista, patriarcale e paternalista sortisce i suoi effetti. Non escluderei qualche responsabilità anche matriarcale e maternalista, sempre per via delle pari opportunità.
Questo è il contesto in cui rileggo oggi lo stile della “santa famiglia”.
Certamente nessuno di quelli a me più vicini è terrorista, guerrafondaio, infanticida, calcolatore o giustizialista; intravedo piuttosto paternalisti e maternaliste, molti dei quali anche genitori di adolescenti in cerca della propria identità.
Il Vangelo di Luca racconta dei genitori di Gesù che portano il bambino al tempio per completare il rito prescritto dalla Legge; agiscono secondo la tradizione per lo più in vigore in Palestina ai tempi del Nazareno: 33 giorni dopo la circoncisione del bambino, avvenuta l’ottavo giorno dalla sua nascita, la madre completava il periodo di purificazione del proprio sangue portando il figlio al sacerdote del tempio e offrendo un animale per l’olocausto. Questo significa che quell’animale veniva completamente bruciato come segno di dono irrevocabile a Dio, mentre un secondo veniva offerto come sacrificio di espiazione per i propri peccati: così la religione tradizionale locale riteneva si purificasse la donna dopo il parto. Il maschio primogenito doveva inoltre essere “ri-acquistato” simbolicamente con una piccola somma di denaro, perché di nascita era considerato appartenere a Dio: come mai? Questo sarebbe un punto importante da capire bene: l’intera narrazione è basata sull’idea che Dio, adirato per l’ingiustizia e le violenze perpetrate dal faraone d’Egitto nei confronti degli schiavi ebrei, aveva massacrato i primogeniti del popolo egiziano (Es 12,29) al fine di ottenere la liberazione del popolo eletto.
Di conseguenza, duemila anni fa, vigeva questo tipo di logica morale: sacrificio di animali, transazione finanziaria per riavere il figlio, ritualizzazione di un massacro di bambini perché voluto da Dio.
Non vi sentireste leggermente a disagio se doveste fare questi riti?
Ecco, questa è invece l’aberrazione in cui cade ancora oggi una ristretta, ma influente porzione di umanità, che foraggia le guerre in medio-oriente: una logica materialistica, finanziaria, ma sempre identica attraversa la connessione diabolica tra terrorista e terrorizzato, il primo fa stragi, il secondo si vendica allo stesso modo. Una ruota infernale che gira continuamente, al cui mozzo sta questa narrazione. Appesi qua e là terrorista e terrorizzato si scambiano all’infinito il ruolo ora di carnefice e ora di vittima.

Ringraziando il cielo, il Cristo, cioè quel bambino cresciuto in Palestina 2000 anni fa, ha spezzato questa logica nell’alveo della quale anch’egli era nato, per instaurarne una nuova, che non prevede più l’uomo come strumento della vendetta di qualche dio a favore di un qualche prescelto: non si tratta di Atena a favore di Odisseo e non si tratta di Efesto che costruisce la formidabile armatura di Achille. Sullo sfondo dell’ideologia guerresca c’è infatti un modo ancora acerbo e antico di concepire il dio a immagine e somiglianza dell’aggressività umana, per cui come Marte e Atena noi vorremmo comportarci, non Dio…

Ora Maria e Giuseppe, ubbidienti alla tradizione dei padri, si conformano alla Legge della confessione religiosa, cui appartengono per nascita. Ma come genitori hanno un “lascito” molto diverso, perché portano al tempio un “piccolo” dell’uomo molto diverso, il Messia addirittura e senza saperlo, cioè il potenziale sempre in azione della libertà e della unicità di ogni figlio scevro da qualsiasi collusione con il male, portatore di un principio di pace assoluto al quale gli uomini, per loro natura e per loro disgrazia, stentano ad aderire.
Gesù crescerà e metterà in discussione le basi di molte norme, relative a riti e condotte religiose: relativizzerà il sabato, metterà in discussione la logica vigente dei riti di purificazione, per esempio delle abluzioni corporee in determinate circostanze, ma soprattutto prenderà le distanze dal tempio e da ogni tipo di sacrificio animale: proporrà una religione del cuore, come luogo all’interno del quale accogliere Dio e sostituirà il principio della vendetta con quello del porgere l’altra guancia. E dirà anche ai suoi discepoli: “Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe.” (Mt 10,16)

Come ha potuto il figlio di Maria e Giuseppe arrivare a questo?
Non limitatevi a dire che per Lui era facile, perché era il Figlio di Dio. Questa osservazione, ripetuta fino alla noia, secondo me esclude contraddittoriamente dal mistero dell’incarnazione, la condizione umana primaria: si nasce e poi si deve imparare a diventare uomini. Anche Gesù di Nazaret ha dovuto farlo e l’ha fatto nella misura che propone anche come “modello di formazione” per i bambini di oggi: “E il bambino cresceva e si fortificava, mostrando molta saggezza, e l’amore traboccante di Dio era in lui”. Gesù è stato guidato a svilupparsi.
Come avrebbe potuto diventare pienamente uomo senza l’amore, la fiducia e le cure ricevute?
La sua famiglia umana è stata per lui fonte di vita, anche se da adulto ha dovuto mettere in discussione e rinnovare totalmente il suo mondo religioso.
Il personaggio di Simeone riassume il senso dell’incarnazione di Dio nell’uomo Gesù: “Ora posso morire in pace”, potrei parafrasare, “perché ho la certezza che tutto ciò che ho sperato si realizzerà, ho visto in questo bambino il piano di liberazione che il Dio d’Israele ha preparato per tutte le nazioni del mondo“.
Un’anziana vedova, Anna, la profetessa, ripete a sua volta parole che risalgono allo stesso significato cui si riferisce Simeone: in quel bambino, Gerusalemme, la città del Tempio, sarà riabilitata.
Con il beneficio di 2000 anni di senno in più, cosa abbiamo da dire oggi noi a Simeone e ad Anna? Non mi stupisco più se il Tempio e tutti i rituali religiosi che ci permettevano di incontrare Dio non sono più il luogo esclusivo in cui sperimentare la Sua presenza.

La riabilitazione del Tempio è avvenuta e continua ad avvenire con il trasferimento della Parola nel cuore dell’uomo.
Maria e Giuseppe, persone, empiricamente vissute come ciascuno di noi in questo mondo, costituitisi famiglia di Gesù per una volontà che ha oltrepassato la loro, come si sono comportati con il figlio? Lo hanno amato, si sono fidati, sono stati attenti ad avere cura di lui, anche quando ha preso strade troppo lontane dalla loro immediata comprensione: questa è l’essenza della genitorialità umana. La forma della famiglia è meno importante del suo ruolo transgenerazionale: in base al senso comune Giuseppe non era il “vero” padre di Gesù, perché non ne era il padre biologico; Maria rimarrà sola dopo la morte di Giuseppe e troverà nei discepoli del figlio una famiglia più vasta.
D’altra parte, quanti figli sono stati negletti da famiglie più o meno “normali” e quanti sono stati amati da altrettante famiglie più o meno normali?
La famiglia nella quale si accolgono e si amano i figli nel rispetto della loro persona, ha un proprio ruolo “sacrale”. Questo mi sento di ribadire, nel ricordare che è Gesù a fare di Giuseppe e Maria una famiglia, al di là di una “miracolosa” maternità e di una paternità biologica non perfettamente corrispondente. Solo così può essere, con l’aiuto di Dio, che i figli siano gli adulti di domani, a loro volta fonte di vita. In questa prospettiva dico che la famiglia è santa, quando è fonte di vita.

NB: per leggere la riflessione del 20 dicembre 2020, clicca qui

NB: per info sull’immagine di copertina, clicca qui

Tre verbi

Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te

24 dicembre 2023 – IV Domenica di Avvento
Seconda Lettura: Rm 16,25-27
Vangelo: Lc 1,26-38

Credo che il Vangelo di questa giorno, così importante per tutta la cristianità, offra l’opportunità di riflettere su tre parole-chiave, grammaticalmente tre verbi riflessivi: “turbarsi”, “domandarsi”, “rallegrarsi”.
Stando al testo, i primi due descrivono la reazione “istintiva” di Maria all’annuncio della nascita del figlio, il terzo lo stato d’animo emblematico di Maria, madre di Dio e quindi “piena di grazia”.
L’angelo, messaggero del Signore, porta a Maria una notizia straordinaria, le annuncia la nascita di un figlio, del Figlio di Dio. Se ne può rallegrare, senza turbarsi o intimorirsi.
Mi chiedo se lo stato d’animo di Maria possa essere comunemente annoverata tra quelli a noi possibili; mi riferisco non tanto o non soltanto alla reazione di fronte alla novità costituita dal diventare, più o meno inaspettatamente, genitori, ma, in generale, alla reazione di fronte ad una notizia che ci riguardi profondamente, talmente grande e positiva, da risultare incredibile e da generare allo stesso tempo un sentimento misto di paura e confusione.
Penso sia uno stato d’animo che molti conoscono o possono immaginare; in una situazione simile è logico “turbarsi” e anche porsi delle domande, ma dev’essere molto meno immediato rinunciare a qualsiasi dubbio, esitazione o incertezza, e lasciarsi pervadere dal sentimento di gioia e gratitudine profonda per la forza della vita che ci viene incontro, che si manifesta dentro di noi e per noi.
Sembra molto strano, ma è così; a meno di non essere come Maria, la gioia profonda è un sentimento che non ci concediamo facilmente.
Come mai?
Probabilmente perché sappiamo di essere fragili e può succedere che ci manchi la fiducia di fondo nella bontà della vita o la convinzione di esserne “capaci” nel senso letterale del termine, cioè di esserne realmente “riempiti”.
Per Maria è diverso: può essere piena di gioia, perché la sua fiducia e la sue certezze sono riposte nell’Altissimo e perfino quando lo Spirito interviene nella sua vita con l’ombra del mistero incomprensibile, nulla può interferire con la fede di Maria e offuscarla: per lei la fede coincide con l’amore verso Dio. E Dio prende dimora in lei: Maria è “piena di grazia”.
Quel che emerge dallo sfondo di questa narrazione è la capacità di Maria di rimettersi alla volontà di Dio, al di là di quanto ella stessa possa comprendere. Non si tratta “soltanto” di fede, ma della disponibilità ad arrendersi – senza difendersi – ad un bene ricevuto, molto superiore ad ogni possibile aspettativa.
Normalmente l’umanità si arrovella a trovare soluzioni e novità, concentrandosi sulle proprie capacità intellettive e creative, ignorandone del tutto l’origine. In qualche modo sembra impossibile trovare una spiegazione su questa origine, che sia anche soddisfacente e scientificamente esauriente. Il  limite della ricerca è evidente e anche semplice da intuire: il soggetto e l’oggetto dell’indagine coincidono, ma la nostra esistenza è un fenomeno che in senso assoluto ci sfugge totalmente: come durata, come essenza, come origine, come fine. Possiamo solo viverla senza lasciarci confondere, con fiducia, amore e speranza. Ed è quello che auguro a tutti, me compreso, per questo Natale: che la Vita sia in eterno, per tutti, ogni giorno. O, più semplicemente, parafrasando le parole dell’angelo a Maria, il Signore sia con voi!
Buon Natale!

NB: per leggere la riflessione del 20 dicembre 2020 clicca qui

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui

Chi sei?

Cosa dici di te stesso?

17 dicembre 2023 – III Domenica di Avvento
Seconda Lettura: 1Ts 5,16-24
Vangelo: Gv 1,6-8.19-28

Cosa dovrei dire? Chi sono?
A volte mi distraggo dal senso di questa domanda.
Occupato in mille cose, pre-occupato mentalmente, centrato su obiettivi e compiti vari, perdo di vista il fine principale: essere in connessione con la Parola in ogni momento della mia giornata, essere in comunione quando mi alzo, quando mangio, quando lavoro, quando incontro gli altri. Alla luce della seconda lettura, non solo non dovrei spegnere lo Spirito in me, ma dovrei cercare il modo per esserne riempito. Questo sarebbe l’atteggiamento positivo di fondo, mai corroso dal pessimismo, dallo sconforto, dall’indifferenza e che talora può trasformarsi in vera gioia.
Simile dev’essere stato l’atteggiamento del Battista: lui non si presenta come soggetto definito dai confini della propria persona e dall’identità socialmente riconosciuta; lui si presenta come uno in relazione con qualcun altro, nato storicamente dopo di lui. Ma quando s’incontra una persona “inconsueta”, particolare, forse uno “straniero”, che guarda diversamente a ciò che noi crediamo di conoscere, gli si fanno domande per riportarlo dentro le nostre consuete categorie culturali. Ed è quello che fanno le autorità di Gerusalemme con il Battista, in sintesi gli chiedono: chi sei? Come ti chiami? Da dove vieni?
Il Battista è persona troppo “fuori dagli schemi”: veste e mangia diversamente, invece di parlare, grida, vive in disparte, per giunta “attraendo le folle”. Ce n’è abbastanza per avere timore di lui; le autorità indagano, aggrottano le sopracciglia, diffidano; sono preoccupate perché la Palestina si sta facendo terra di dissenso nei confronti del governo (anni ‘30 del I sec. d.C. = governo di Roma), quindi, serrano i controlli, cercano identità chiare da attribuire allo straniero, che potrebbe anche essere un rivoltoso violento (un terrorista, un criminale?). I dubbi sembrano del tutto giustificati.
Al controllo, però, Giovanni non dichiara la sua identità, per motivi tutt’altro che criminali: lui non presenta se stesso in modo chiaramente categorizzabile, lui dice ciò che non è: “Io non sono il Messia”. Il suo unico segno di riconoscimento in base a ciò che si aspettano di sapere coloro che lo stanno interrogando, è in negativo, è un non-essere quello che i suoi interlocutori – sacerdoti, leviti, farisei – casomai potrebbero aspettarsi. Di più: così parlando, implicitamente, fa capire che se lui “è”, è solo in relazione al Messia, in relazione a quel Qualcuno che sta annunciando..
Giovanni, di fondo, ha una funzione: gridare al mondo che sta per giungere l’Atteso da secoli, il Messia, ed è necessario prepararsi, perché è urgente farsi trovare pronti.
Giovanni finisce decapitato, perché quel “farsi trovare pronti” non è cosa per Erode, né per le autorità religiose locali.
Quelli che non si pongono il problema di identificare Giovanni secondo la Legge o secondo i rappresentanti del governo di Roma, sono pochi e socialmente male in arnese, non hanno alcun peso politico, subiscono le decisioni delle autorità che non sono progettate per farli stare meglio. Per vederli e per rendersi conto del perché vanno da uno come Giovanni, dobbiamo decentrarci un filino da quel che siamo, dall’ordine della nostra tranquilla esistenza fatta di abitudini di pensiero e di comportamento, di rischi calcolati e di progetti il più possibile definiti.
Per comprendere i seguaci di Giovanni dobbiamo osservare se qualcosa della nostra esperienza attuale ce li rende “familiari”… non credo siano persone che hanno bisogno di redenzione, sono persone che hanno bisogno di vivere veramente. Se l’esperienza della vita piena comporta la redenzione, loro però non lo sanno, neanche lo immaginano, ma percepiscono l’autenticità nella voce del Battista. Ed è talmente autentica quella voce, che viene materialmente messa a tacere. Per incutere terrore, per dissuadere altri a fare altrettanto. Tanto che pochi capitoli dopo, alla notizia della decapitazione del Battista, il Nazareno pone ai suoi una domanda chiara:
“ Volete andarvene anche voi?” (Gv 6,67).
Quelli che restano hanno vissuto l’incontro con il Nazareno, quelli che resteranno, seguiranno quella via e continueranno ad attrarre folle, essendo anche molto meno appariscenti del Battista. Per loro non si darà vita in altro modo.
Il tema del decentramento sarà anche una caratteristica dell’esistenza terrena del Nazareno; nasce già decentrato, la novità viene annunciata ai pastori e agli stranieri, ai semplici e ai saggi che vengono da fuori, capiranno prima i pagani, piuttosto che i capi della tradizione spirituale dalla quale quel Messia proviene: cosa inconcepibile, semplicemente assurda, un vero cruccio per San Paolo.
Voglio continuare a credere che da quel deserto dove rimbomba ancora la voce del Battista giunga alle nostre orecchie l’invito incisivo a percorrere la via della comunione tra i popoli: la pace.
Siamo tutti stranieri, provenienti da un evento tanto sconosciuto e misterioso, quanto grandioso e perturbante, siamo non si sa chi, da non si sa dove, ma ci riconosciamo e ci presentiamo come figli di Dio, fratelli di quel Nazareno, di cui a breve festeggeremo la nascita.
Dove sarebbero, dalla nostra prospettiva, quegli altri che non possono essere considerati figli di Dio e nostri fratelli? Da quale altra condizione da stranieri più stranieri proverrebbero? Extra-umani?
Nessuno di noi è il Messia, ma siamo tutti voce che grida da quel deserto, perché è la nostra missione, finché l’ultimo degli ultimi non sarà guardato come fratello.
“Siate abbastanza umili da considerare gli altri superiori a voi stessi”, scrisse l’apostolo Paolo ai cristiani di Filippi.
Guardiamo a noi stessi come agli ultimi degli ultimi – ci vuole del coraggio per osservarci così come siamo – ma da quel punto possiamo vedere, tra gli altri , in mezzo a noi, uno che non conosciamo, uno straniero da accogliere; la sua presenza non si assesta, ma si sposta,  perché come scrive l’evangelista Giovanni: “Il Verbo ha piantato la sua tenda per terra”. Dio non ha una casa fissa, ma si muove con noi, proprio come si mosse con gli ebrei attraverso il deserto del Sinai, di giorno sotto la nuvola e di notte sotto la colonna di fuoco.
Straniero tra stranieri, Giovanni Battista dice il vero: Dio non lo conosciamo.
Non abbiamo presa possibile su Dio, nessuna speculazione è possibile su come Egli intervenga nella storia.
D’altra parte, tutte le contro-testimonianze della storia, tutte le falsificazioni del Vangelo, compiute da tiranni o persone comuni, sono solo gli effetti dei desideri di onnipotenza che proprio la predicazione di Giovanni contraddice vigorosamente, ricordando ad ogni uomo la propria reale condizione.
Restiamo, come Giovanni Battista, sulla soglia del Vangelo, in primissima pagina, a dare uno sguardo nuovo alla Bibbia, a Dio e agli altri, avendo tutto ancora da conoscere e da vivere, per poter muovere i primi passi con la gioia stupita dell’origine ritrovata nel suono di una parola annunciata e ascoltata, nella tenerezza di una carezza data e ricevuta.

NB: per leggere la riflessione del 13 dicembre 2020 clicca qui

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui

A proposito del tempo

Davanti al Signore un solo giorno è come mille anni
e mille anni come un solo giorno

10 dicembre 2023 – II Domenica di Avvento
Vangelo: Mc 1,1-8
Seconda lettura: 2Pt 3,8-14

La seconda lettura di questa Domenica si apre con una splendida dichiarazione che manifesta in tutta la sua portata l’enigma del tempo nella cristianità e rende superfluo, relativizzandolo, qualsiasi concetto di lentezza (o velocità): “Davanti al Signore un solo giorno è come mille anni e mille anni come un solo giorno”: viene qui annullata qualsiasi immaginaria sovrapponibilità tra la nostra idea di  tempo e il tempo così com’è da una prospettiva infinita, come può essere quella di Dio.
Seguendo Pietro, ricavo alcune regole di condotta, che penso possano servire a spianare il mio, il nostro percorso ora.
Siamo umani e non possiamo immaginare l’accesso alla via che porta verso Dio (il giorno del Signore) altrimenti che collocato nel futuro.
Questo nostro limite esistenziale, questo condizionamento a immaginarci liberati nel futuro è, per me, “la questione umana” per eccellenza, problema nostro, non di Dio. Per Lui non c’è differenza di durata tra mille anni e un giorno. Eppure il Cristo è già venuto e ci ha già liberati, questo ci sfugge in continuazione ed è causa di errori frequenti.
Io credo sia necessario e sufficiente osservare la propria condotta per rendersi conto che, per noi stessi come per tutti, è impossibile esistere senza sbagliare, senza far male ad altri e a se stessi; una volta raggiunta questa comprensione, pentirsi del male compiuto è una conseguenza quasi ovvia, se si è intenzionati ad amare il prossimo come se stessi. In molti casi non è un percorso semplice, può essere molto doloroso, ma è importante lasciarsi rialzare; la preghiera ha un valore immenso, perché rende possibile la cura di quelle sofferenze e di quelle resistenze che spesso bruciano dentro di noi. Il Signore è dalla nostra parte e ci tende la mano sempre, ma noi dobbiamo poterla afferrare; solo così è possibile pacificarsi, è una vera e propria resa al potere di guarigione e di ispirazione dello Spirito. Il potere dello Spirito, quello del Cristo che viene a battezzarci una seconda volta, libera da tutte le illusioni provenienti da altri poteri fittizi e illumina la via da percorrere.
La cristianità attende con fiducia il realizzarsi della promessa di Dio all’uomo, il realizzarsi di una nuova vita per tutti gli uomini e le donne ed è per questo che dobbiamo agire in ogni modo possibile per farci trovare pronti nel giorno del Signore: non soltanto senza rimorsi e senza peccato, ma avendo amato.
Si tratta di un programma di vita, per rimanere in piedi nel mondo, già da ora alla presenza del Signore. Liberàti.
Riflettere sul brano dell’Epistola di Pietro è inevitabile in questi giorni di Avvento. “Il giorno del Signore verrà come un ladro”, ma Pietro dice anche che il Signore è paziente nel dare tempo per la conversione.
Potremmo essere tentati di dire: “Signore, allora per favore aspetta ancora un po’, mentre metto in ordine i miei affari, mentre mi preparo”: è un errore possibile, frutto un po’ della confusione, un po’ della paura, ma non fa che ritardare il realizzarsi della vita in tutta la sua pienezza.
Il Natale cade nella stessa data ogni anno, ma questo non dovrebbe trarci in inganno, perché noi siamo destinati a nascere due volte. La seconda nascita – nello Spirito – è un evento unico per ciascuno, non una stagione di tradizioni consolidate dalla routine.
Il Vangelo di Marco ci parla di un battesimo di conversione con l’acqua del Giordano: un’operazione di bonifica che spiana il terreno; l’attività di Giovanni non è qualcosa di marginale. Mette in moto un’intera regione: “Tutto il paese della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme vennero a lui; furono battezzati da lui nel Giordano, confessando i loro peccati”. Tutta la Giudea è preoccupata e l’intera popolazione si converte, perché ascolta la voce di un profeta come ai tempi antichi, tempi di speranza mai ancora pienamente realizzati. Giovanni avverte subito, che dopo di lui verrà uno il cui potere, molto più grande del suo, è proprio quello di battezzare nello Spirito.
Il Natale è l’inizio di una grande storia, che ha permeato venti secoli di umanità, eppure, immediatamente, ci rendiamo conto che l’inizio della storia non è quello; c’è qualcosa “prima”, c’è Isaia che annunciava un altro inizio, la liberazione dall’esilio e la fine della prigionia in Babilonia: preparate la strada del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! – gridava, in modo che la gente potesse ascoltare l’annuncio e mettersi in cammino per tornare verso la terra d’Israele.
Prima di questo accorato grido di Isaia c’era stato un altro inizio, un’altra liberazione, un’altra marcia e prima della fine dell’esilio a Babilonia: la marcia dell’esodo di un intero popolo in vista della propria libertà, con Mosè alla testa. Prima ancora ci furono altre partenze, altri cominciamenti nella lunga storia del popolo di Dio: la marcia di Abramo, l’alleanza conclusa con Noè.
La buona nuova è che il Cristo, instancabilmente, di generazione in generazione, inizia con i suoi una storia nuova e sempre unica. Di inizio in inizio chiama, fa cenno, in modo che nessuno sia dimenticato o tagliato fuori. Ciascun evangelista, a modo proprio, invita ad entrare in un tempo vivente che non è iniziato duemilaventitré anni fa, che non inizia ora con noi, ma è lo stesso che hanno vissuto tutti coloro che sono venuti prima di noi e che vivranno tutti coloro che verranno dopo, un tempo che non è ancora terminato.

Quando il bambino nasce, può iniziare per noi questo tempo vitale; Il Natale rappresenta anche la nostra personale (ri)nascita ad un modo nuovo di vivere e di sentire quella forza straordinaria che ci consente di credere e testimoniare il Cristo presente tra noi, il Cristo che eternamente ci precede lungo le vie del mondo.

NB: per leggere la riflessione del 6 dicembre 2020 clicca qui

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui

Vegliare

Fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati

3 dicembre 2023 – I Domenica di Avvento
Seconda Lettura: 1Cor 1,3-9
Vangelo: Mc 13,33-37

State attenti, rimanete svegli, dice Gesù nel Vangelo di Marco. Cosa sta succedendo? C’è un pericolo? A cosa dobbiamo fare attenzione?
Se avrete la curiosità di leggere i versetti precedenti, dall’inizio del capitolo 13 del Vangelo di Marco, scoprirete che gli interlocutori di Gesù, qui suoi discepoli, lo interrogano per sapere “quale sarà il segno che tutto sta per finire”. Riassumendo: quando arriverà la fine del mondo? Va detto che Gesù ha appena annunciato ai discepoli, estasiati dalla bellezza dell’edificio, la distruzione del Tempio di Gerusalemme.
Come sapremo che questa sarà la fine? Quale sarà il segno, chiede un discepolo?
Gesù inizia allora una cupa descrizione: guerre, frastuono di eserciti, violenze, terremoti, carestie, falsi messia che infiammeranno le folle, persecuzioni, divisioni all’interno della stessa famiglia.
Per quanto spaventosa sia questa descrizione, purtroppo è abbastanza fedele a ciò che già conosciamo. Il testo non parla di malattie, ma potremmo tranquillamente aggiungerle all’elenco. Con una buona dose di riscaldamento globale in più, per completare il quadro. Si potrebbe dire: niente di nuovo sotto il sole, il mondo è davvero messo male e da molto tempo.
Il racconto non dice altro, ma Gesù aggiunge: quando vedrete tutto questo, ebbene, non sarà ancora il momento.
Quando siamo dentro ciò che a noi sembra il peggio, siamo solo all’inizio; Gesù aggiunge infine che “Quanto al giorno o all’ora, nessuno li conosce, nemmeno gli angeli in cielo, nemmeno il Figlio, ma solo il Padre”.
Dall’inizio dell’era cristiana probabilmente non è passata una sola generazione che non abbia visto almeno una guerra, varie forme di violenza, catastrofi naturali, carestie, falsi messia, persecuzioni e divisioni all’interno delle famiglie.
Siamo in un’eterna apocalisse o questo testo sta raccontando “semplicemente” il nostro presente umano, a prescindere dal tempo storico?
Anche l’espressione “abominio della desolazione”, che compare a metà capitolo, non è una realtà unica. L’antico Israele si riferiva con queste parole alla profanazione del Tempio di Gerusalemme, luogo della presenza di Dio, ma quando Marco scrive il suo vangelo, il tempio aveva già subito quattro profanazioni (nel 586 a.C., nel 167 a.C., nel 63 a.C., infine quella che Marco indubbiamente vide, nel 70 d.C.).
L’abominio della desolazione è stato sperimentato più volte senza che sia stata ancora la fine del mondo…o l’inizio di un mondo nuovo, cioè quel che noi crediamo possibile.
Potrei dire che ogni uomo e ogni donna, vittima, in ogni tempo nella propria carne, di genocidi, guerre, disastri naturali, epidemie, malattie, fame, stupri, violenze, schiavitù, ha conosciuto già l’abominio della desolazione. Il corpo di ogni persona tempio del sacro, non soltanto gli edifici di ogni confessione religiosa, che ammiriamo dall’esterno. Ogni popolo ha avuto e ha, a proprio modo, un’idea di Dio.
Ciò che dice il Nazareno è realistico: lo si capisce bene, è innegabile.

Ma qual è il nesso con la chiamata di Gesù: “Attenti, state svegli!”? E perché leggere questo testo proprio all’inizio dell’Avvento?
Occorre essere più svegli per accorgersi della violenza attorno a noi e dentro di noi oppure c’è dell’altro?
Confesso che spesso preferirei dormire per non vedere tutto l’orrore del nostro tempo. E anche mi piacerebbe svegliarmi all’improvviso in un mondo di pace tutto nuovo…
Dunque a quale evento inatteso dovremmo prepararci, che non sia necessariamente sovrapponibile ad una catastrofe planetaria e sia, invece, riconducibile all’attesa, preludio del Natale? Perché di questo stiamo parlando…
Il paragone addotto dal Cristo “È come un uomo che…” è straordinariamente semplice, soprattutto per gli ascoltatori dei tempi di Gesù: un uomo si mette in viaggio e lascia a casa i suoi servi, ognuno responsabile del proprio compito. Nessuno sa quando tornerà, nemmeno il padrone stesso, ma guai a chi sarà trovato addormentato al suo rientro.
Una sola cosa è certa: il rientro del padrone.
Se guardiamo indietro alla nostra esperienza personale, sicuramente troviamo anche rinunce, progetti non completati, situazioni che apparivano consolidate, indebolitesi da un giorno all’altro. Spesso la nostra intera esistenza è stata capovolta in seguito ad un incontro o ad un evento particolare. Man mano che le nostre mani si riempiono di anni, diventano sempre più inabili a stringere certezze, perché sappiamo che quel che aveva valore è diventato irrilevante e ciò che era invisibile è stato portato alla luce, in breve tempo. Come vivere dentro questo non-sapere?
La storia raccontata da Gesù, per me, ha una sola possibilità di risposta; è come dicesse semplicemente: fai il tuo lavoro, svolgi il compito a te affidato. Certamente  coloro cui è affidata la cura di una casa, se sono amici sinceri del padrone di casa, sanno cosa fare per mantenerla in buono stato…
La casa, per noi e per ora, è il mondo, la sperimentiamo nel tempo con tutte le sofferenze e le gioie ad esso connesse. Non si può farne a meno, non si può sfuggire. Il compito è esserci e agire dove ci si trova secondo la propria formazione, vocazione, professione, impegni. Secondo i talenti ricevuti, in base alle responsabilità affidateci. Esserci, anche con la paura e l’ignoranza del futuro, perché il Signore ritornerà.
Così cerco la giustizia, cerco di preservare le possibilità di pace, scelgo ciò che unisce al posto di ciò che divide; benedico invece di maledire, quando tutto sembra perduto; la speranza della venuta del Salvatore è come una luce abbagliante nell’oscurità assoluta.
L’attesa si nutre di speranza e di fede.
In questo preciso momento non è il mondo che sta per cambiare, ma tutto in me può cambiare. Se sono vigile, intanto, è l’apocalisse del mio vecchio mondo fatto di violenza e di menzogna; e se Dio viene e chiama, perché chiudere le orecchie?
L’Avvento è il tempo della benevolenza in cui posso svegliarmi a ciò che non ho mai saputo dire. L’Avvento è la stagione del perdono, non solo dalle labbra, ma dal profondo del cuore. L’Avvento è la stagione dell’accoglienza, quella della parola dell’altro, che viene a scuotere le mie convinzioni.
Questo primo giorno di Avvento può diventare il primo giorno del resto della mia vita.
Così attendo “la vita del mondo che verrà”. Aspetto.
Aspetto il vento che porta il domani.
Attendo la consolazione per tutti i miei simili.
Aspettando il Messia dei Profeti.
Attendo l’alba che solleverà le nostre greggi o la stella che illuminerà il nostro cammino.
Aspetto nel chiaroscuro della nostra storia che venga il mattino del suo regno. Attendo la prima aratura del vomere della spada forgiata e il matrimonio della giustizia con la pace. Aspetto nella fredda mattina la fine della crisi e la primavera della speranza in questo secolo.

Credo che anche il Cristo stia aspettando le nostre mani di preghiera e di lavoro per dipanare i rovi dell’ingiustizia e la foschia della disperazione.

NB: per leggere la riflessione del 29 novembre 2020 clicca qui

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui

Precari

26 novembre 2023 – XXXIV Domenica del Tempo Ordinario
Cristo Re
Seconda Lettura: 1Cor 15,20-26.28
Vangelo: Mt 25,31-46

Non posso fare a meno di ripensare alle celebrazioni a distanza e alle opinioni sul diritto di accedere all’Eucaristia: cosa troviamo ancora dentro tutta questa abbondanza di celebrazioni via web? Molte idee. Per me emerge per prima la consapevolezza, se non di un’ingiustizia, almeno di un’incongruenza. Contrariamente a quanto abbiamo sperimentato durante il primo confinamento a causa del Covid (e ce lo ricordiamo tutti), ora le chiese sono aperte (e, in parte, l’abbiamo dimenticato).
Chiamati a celebrare l’eucaristia, ovvero convocati e radunati affinché il lievito della Parola di giustizia penetri nella pasta dell’ethos quotidiano per alcuni – per me senz’altro – è difficile capire cosa motivi ancora l’on-line delle messe e delle adorazioni eucaristiche. La virulenza di una qualche ennesima ondata? Il secolarismo? Non mi convince. E se il motivo fosse da cercare altrove?
Non dimentico gli sforzi di ingegnosità fatti per giustificare la “comunione di desiderio”.
Cosa ne dedurrebbe un osservatore ingenuo, o anche uno cosiddetto secolarizzato, se non che, in fondo in fondo, i cattolici si accontentano del desiderio, quando la realizzazione pratica del medesimo si fa difficile? Cosa ne dedurrebbe, notando che il “Pane del Cielo” sta perdendo la sua relazione con il “pane quotidiano” e dunque l’eucaristia la sua connotazione di nutrimento?
Dimenticando l’aspetto “corporeo” dell’ingiunzione di “mangiare”, contenuta nel memoriale dell’ultima cena – “fate questo in memoria di me” – si svela emblematicamente un certo deficit… di tipo calcedoniano nella nostra percezione dell’incarnazione.
Dovrebbe almeno sorprenderci la constatazione dell’essere rimasti intrappolati nel nostro discorso. Come possiamo rendere credibile il nostro desiderio di mangiare il Pane del Cielo? Forse ripartendo dalla consapevolezza della nostra essenziale precarietà e della sua fenomenicità: la fame. Resta inalterato il nostro paradosso esistenziale: ci nutriamo dell’Eucaristia non per soddisfare la nostra fame, ma per aumentarla, senza fine.
Noi, con la celebrazione eucaristica, alimentiamo la nostra precarietà, fino alla fine del nostro tempo.
Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili. Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono. (1 Cor 1, 26-28).
Quello che “facciamo”, ogni gesto, nella celebrazione, è quello che siamo: esseri due volte “precari”: la prima perché dobbiamo tutto alla grazia di Dio, la seconda perché solo attraverso la preghiera diventiamo consapevoli di chi siamo: inevitabilmente nudi e insieme colmati dalla grazia dell’incontro con il Cristo. Il nostro essere “nulla” e il Suo essere tutto quello che è.
La celebrazione rimanda alla nostra condizione terrena, dobbiamo prendere Paolo alla lettera: siamo “precari” cioè un “non-essere”, individualmente il cristiano non fa numero, non conta con “l’essere” e non conta con il mondo. Da qui la sua precarietà, il suo sradicamento, che costituisce la sua condizione esistenziale primaria. Da qui la complessità del rapporto con il mondo e anche con le “autorità”.
Il senso di questa precarietà ci deriva dal battesimo: Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio (Col 3,3). Il battesimo è modellato sulla celebrazione eucaristica. Il Battesimo e l’Eucaristia designano la stessa cosa, un soggetto: Cristo come comunità nella sua morte e risurrezione. Poiché battezzati – dice San Paolo – “vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale” (Rm 12,1); vale a dire: “dis-pariamo”, per apparire “diversamente” ai nostri occhi e a quelli del mondo. Non attivisti che rivendicano diritti, ma “neonati” sempre minacciati di perdere coscienza della loro esistenza paradossale: un essere – nulla, che è l’altro nome dell’amore.
Precari.
Radicalmente.
Non famosi, ma affamati di ricevere e dare quel pane che chiamiamo amore per il prossimo.
È questo tipo di fame, che alimenta le nostre militanze?
In questa prospettiva l’Eucaristia recupera la sua connotazione di nutrimento, senza perdere il suo carattere di sacramento, perché in Cristo siamo morti e ritornati alla vita; la vita cristiana è un “morire” e un “risorgere” permanente; per questo, mangiamo il “Pane del Cielo”, durante il memoriale dell’ultima cena. È il Cristo stesso che si dà a noi, si fa pane, sempre dicendo a coloro che condividono il pane, così come li invitava a fare nei Vangeli dopo le guarigioni o le apparizioni di vita: “Date loro voi stessi da mangiare…” (Mt 14,16) e “Non avete nulla da mangiare?” (Gv 21,4).
Il bisogno dell’Eucaristia non deriva dalla devozione o dalla pietà; si basa su ciò che fa di noi il battesimo: persone precarie, destinate alla resurrezione. Barcolliamo nel nostro cammino, sempre fragili dopo il nostro risveglio, ma sempre convocati e radunati intorno alla Parola: “Date loro voi stessi da mangiare”.
Se avessimo mantenuto un po’ più viva la consapevolezza dell’Eucaristia come cibo, come cibo autentico, forse offriremmo meno presa agli impedimenti che incontriamo oggi a partecipare alla liturgia della messa, al memoriale dell’ultima cena.
La diserzione dalle messe è forse la conseguenza di un culto diventato caricatura, perché basato su una fede superficiale.
Accogliamo quindi il digiuno totale o parziale di comunione come un’opportunità per recuperare la consapevolezza che all’inizio della nostra esistenza terrena, e prima dell’incontro con il Cristo, c’era la nostra fame di neonati, come quella che i poveri e le vittime di guerra di tutto il mondo provano ancora.

Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?
Cosa può voler dire celebrare il Cristo Re dell’universo, se non riconoscerci tutti con gli stessi bisogni e dunque fare ovunque e reciprocamente il possibile perché ciascuno abbia cibo, acqua, accoglienza, tepore, cure, rimanendo libero di considerarsi e sentirsi un figlio di Dio, fratello in Cristo, ovunque si trovi?
Se abbiamo fede nel Cristo Re dell’universo, dobbiamo anche sapere di essere tutti viandanti precari, e tutti destinati fin da principio alla pienezza della vita.
Accogliere l’Eucaristia è ciò che ce lo rende sempre presente e attuale alla mente e al cuore.

NB: per leggere la riflessione del 22 novembre 2020 clicca qui

Peso o risorsa?

Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento

19 novembre 2023 – XXXIII Domenica del Tempo Ordinario
Seconda Lettura: 1Ts 5,1-6
Vangelo: Mt 25,14-30

In questa parabola ci sono tre uomini chiamati ad offrire i loro servizi, uno molto dotato e due un po’ meno, e un uomo ricco, che elargisce loro una grossa somma di denaro: otto talenti.
La parola talento può avere due significati: una tipologia di moneta usata all’epoca di Gesù in Palestina o la predisposizione a fare bene qualcosa.
Se in questo contesto la utilizziamo nel suo significato proprio di antica moneta, rischiamo di minimizzare l’importo in questione.
Nel contesto biblico designa un peso d’oro o d’argento, che per un lavoratore dell’epoca rappresentava circa vent’anni di lavoro.
Gli otto talenti elargiti sono dunque una somma considerevole, perché equivalgono a più di cento anni di lavoro, ovvero più di quanto era possibile guadagnare mediamente nell’arco dell’intera esistenza.
L’uomo ricco distribuisce la sua ricchezza, valutando le capacità di ogni servitore e affidando più della metà della somma al primo, e meno agli altri due. Chi percepisce la somma più piccola, riceve comunque l’equivalente di vent’anni di stipendio.

Questo testo è conosciuto, troppo conosciuto, interpretato e sovrainterpretato, talvolta usato come scusa per giustificare lo spirito imprenditoriale e l’abbondanza dei ricavi. La sua collocazione, invece, all’interno del capitolo 25 del vangelo di Matteo, in cui Gesù evoca la sua partenza, il ruolo dei discepoli durante la sua assenza e il suo ritorno, suggerisce un’analogia tra i talenti e la predicazione stessa del Nazareno, intesa come ricchezza condivisa con i discepoli in base alle loro capacità.
Occorre tener presente che il Cristo non ha cominciato a strutturare la Chiesa durante la sua incarnazione terrena, ma ha affidato questo compito ai suoi discepoli, che si sono fatti testimoni e narratori. A partire dalla morte e resurrezione di Gesù Cristo e per tutto il corso dell’era cristiana, i vangeli sono stati raccontati, mandati a memoria, scritti, tradotti, copiati, ricopiati, condivisi, fino ad oggi, quale nucleo centrale della fede e attorno ad essi si è costruita, formata ed espansa la comunità cristiana nel mondo.
Da questa prospettiva possiamo dire che Gesù di Nazaret, alla maniera dell’uomo ricco della parabola, si è messo in viaggio, cioè si è allontanato dal mondo dopo l’ascensione, avendo consegnato i suoi beni a servi più o meno capaci. Non credo si aspettasse che i suoi servitori facessero le cose così perfette come lui le avrebbe fatte, ma piuttosto che vivessero fino in fondo il messaggio loro affidato, facendolo fruttificare “secondo le capacità di ciascuno” (Mt 25,15).
L’uomo della parabola, al ritorno, riceve il resoconto dei primi due servitori senza cavillare: sono stati fedeli nel poco, avranno potere sul molto e “avere potere sul molto” – viene chiarito subito – significa essere partecipi della gioia del loro padrone. Il “poco” allude quindi a qualcosa che a meno a che fare con il danaro che con una condizione di serenità e di gioia.
L’atteggiamento del terzo servitore è molto diverso da quello dei primi due e non è difficile da decifrare: seppellisce il talento perché è spinto dalla paura. Forse per lui non era immaginabile un padrone che chiamasse servi assai limitati a far fruttare un cospicuo tesoro, forse considerava rischioso ed esposto al fallimento gestire ciò che aveva ricevuto per mezzo di ciò che riteneva di non possedere, vale a dire capacità corrispondenti al compito affidato.
Sarebbe logico invece immaginare che come non si chiama a sollevare un tavolo un bambino che può sollevare solo una sedia, non si affida un compito infattibile a chi non ha capacità o forza sufficiente per portarlo a termine.
La morale è la stessa del fico sterile (cfr Lc 13,6-9), essendo i fichi simbolo della vita sovrabbondante, dono della salvezza.

In sintesi io credo che il Signore ci chiami a mobilitarci per il Suo regno, così come siamo, non come non siamo o come rimpiangiamo di non essere. Sia detto per tutte quelle situazioni in cui taluni percepiscono il fallimento di obiettivi comunemente ritenuti importanti, oppure si guarda, con occhio non privo di una certa invidia, verso coloro che occupano posti immeritatamente: questa è, semmai, una questione etica la cui responsabilità riguarda tutti gli “operatori di ingiustizia” implicati, mentre l’invidia riguarda immancabilmente chi la prova.
Nel seppellimento del talento, c’è in gioco, però, ancora qualcos’altro: una vocazione che schiaccia, elargita da un padrone sentito come molto duro da un servo cui non sembra possibile guadagnarsi da vivere per mezzo di quell’unico talento: un deficit di speranza, un deficit di fiducia. Questa è la tentazione più pericolosa, che ci attende tutti: interpretare la vocazione come un peso soffocante e non vederla più come un’occasione “fortunata” e gratuita, che conduce alla nostra personale liberazione e alla nostra abbondanza di vita.
Questo è lo scoglio che inevitabilmente ci attende, quando la piega presa dagli eventi del mondo ci scoraggia. Ma la fiducia nelle parole del Nazareno schiude un orizzonte totalmente altro rispetto alle strettoie mentali dell’umano. Provare per credere, laddove non è ancora possibile ascoltare la chiamata e intuire l’orizzonte.
Noi continuiamo ad esserci, servitori inutili e testimoni della gioia.

NB: per leggere la riflessione del 15 novembre 2020 clicca qui

Olio alle lampade

Le sagge, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi

12 novembre 2023 – XXXII Domenica del Tempo Ordinario
Seconda Lettura: 1Ts 4,13-18
Vangelo: Mt 25,1-13

Dieci fanciulle prendono le loro lampade per uscire a incontrare lo sposo.
Vai forse a prendere tuo figlio a scuola con un thermos di caffè perché – non si sa mai – potresti addormentarti in macchina mentre aspetti?
Vai forse a prendere l’autobus a mezzogiorno, mettendo anche il ​​sacco a pelo nello zaino, perché – non si sa mai – l’attesa potrebbe protrarsi nella notte?
Parti in auto con una tanica di carburante perché – non si sa mai – tutte le stazioni di servizio potrebbero essere chiuse laddove sei diretto?
Come mai alcune di queste damigelle portano olio di riserva in “piccoli” vasi?
Tuttavia, dall’inizio, il lettore è stato avvisato: cinque di queste damigelle sono stupide, idiote. E sono ancora gentile nel tradurre: la parola usata – “stolte” – sa di insulto, come a dire “pazze”. Le altre cinque sono sane, premurose, ragionevoli, esperte, astute: l’aggettivo può essere tradotto in uno qualsiasi di questi modi.
Quali sono sciocche e quali sono ragionevoli? Ebbene, sono le cosiddette damigelle stolte a comportarsi normalmente: non portano una scorta d’olio, perché dovrebbero? In qualche modo non si preoccupano soverchiamente, non prendono precauzioni, non temono di trovarsi in uno stato di debolezza o di mancanza rispetto a qualcosa di essenziale.
Le cosiddette damigelle sagge si comportano invece in modo anomalo: prendono una riserva d’olio. Alla fine avranno ragione loro, perché incontreranno lo sposo, avendo dose sufficiente di ciò che è essenziale, mentre le altre si troveranno a corto di olio.
L’olio è qui simbolo di una sorta di supplemento d’amore, che consente di andare incontro allo sposo in piena letizia, consapevoli di essere stati invitati ad un evento unico, inimmaginabile, meraviglioso. Ricordiamoci ancora di quella parte del vangelo in cui si parlava di un invito a nozze, scioccamente disertato da tutti i primi invitati, perché avevano altro da fare.
Per quanto riguarda saggezza o stoltezza, tutto dipende da quale prospettiva si guarda al gesto di queste ragazze; se guardiamo in base all’esperienza passata, potremmo pensare che le stolte agiscono tranquillamente come hanno sempre fatto, non si preoccupano, non si premuniscono, non pensano alla possibilità di rimanere senza luce.
Ma se pensiamo a una possibile esperienza futura della quale nulla sappiamo e che non ha nulla in comune con tutto quanto ci è già noto, prendere qualche precauzione – almeno per avere luce sul lungo periodo – potrebbe essere fondamentale; il presente delle stolte sembra orientato verso l’abitudine acquisita, mentre quello delle sagge sembra orientato ad un futuro imprevedibile nel quale occorre avere luce per vedere bene nell’oscurità.
Cinque di quelle donne hanno un atteggiamento abituale, ragionevole, per così dire, a priori; le altre cinque hanno un atteggiamento insolito, pronto a sperimentare ciò che non è convenzionale. La durata dell’attesa non è ovvia, l’incontro avverrà “al buio” e occorre essere preparati con gli occhi ben aperti per vedere nell’oscurità. Cionondimeno le dieci si addormentano tutte. La speranza, in ogni caso, anima l’aspettativa e non ha nulla a che fare con lo slancio di un momento, l’entusiasmo di un’emozione o il semplice sogno di un futuro roseo in chi cerca di “accasarsi”. Al contrario, la parabola mostra la speranza di inscrivere nel presente qualcosa che procede dal futuro, che sollecita una riflessione, una maturazione, una decisione, un atteggiamento esistenziale di apertura al nuovo.
Le donne sagge rifiutano di condividere il loro olio, ci paiono perfide, cattive, in realtà non potrebbero fare diversamente: la capacità di amare non si può condividere; un essere umano può amare, ma non donare la capacità d’amare, o la fede nella grazia. Si può solo testimoniare, amando. Non si può amare al posto di un altro e non si può vivere al posto di un altro.
Nessuno può andare incontro allo sposo al posto mio: è così che la parabola trasforma il suo lettore in un essere responsabile.

Cosa fare?
Normalmente ci comportiamo come al solito, come d’abitudine, come sempre: manca qualcosa, proprio ciò che più è importante: l’orientamento verso il futuro dell’incontro con Dio, momento inconoscibile, ma anche inimmaginabile. Occorre dare olio alle lampade nella certezza della promessa antica, per vedere intanto ora tutto ciò che, inevitabilmente basato sull’orrore dell’abitudine al male, alla guerra e all’odio, ci rinchiude in un passato condizionato verso la catastrofe dell’umano.
“Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha rivestito delle vesti della salvezza, mi ha avvolto con il mantello della giustizia, come uno sposo si mette il diadema e come una sposa si adorna di gioielli. Poiché , come la terra produce i suoi germogli e come un giardino fa germogliare i suoi semi, così il Signore Dio farà germogliare la giustizia e la lode davanti a tutte le genti” (cfr Is 61,10-11.).

Il nostro presente è orientato al futuro da questa prospettiva; l’invito è ad andare alle nozze.

NB: per leggere la riflessione dell’8 novembre 2020 clicca qui

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui

Dire e non fare

Non agite secondo le loro opere

5 novembre 2023 – XXXI Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mt 23,1-12
Seconda Lettura: 1 Ts 2,7-9.13

I capitoli da 21 a 25 del Vangelo di Matteo possono essere letti come il primo atto di una tragedia. che inizia al capitolo 21, quando Gesù entra trionfalmente a Gerusalemme, e termina con il capitolo 26, quando uno dei suoi discepoli – Giuda l’Iscariota – prende la decisione, dietro compenso in danaro contante, di fornire indicazioni utili a scribi e farisei per far arrestare il Nazareno. (Cfr Lc 22,1-6).
A questo punto del vangelo di Matteo, chi sperava di far cadere Gesù pubblicamente su temi dottrinali, è ormai destabilizzato e smascherato. Quindi, scribi e farisei, avendo perso la battaglia sul piano delle parole e non potendo trattare con Gesù, decidono di eliminarlo per altra via, cioè pagando Giuda come informatore, per conoscere il tempo e il luogo più opportuno per far arrestare il Nazareno. La cosa, infatti implica il rischio concreto che seguaci e discepoli reagiscano e creino disordini, incrinando i rapporti di “collaborazione” tra autorità locale e governo di Roma.
Per il momento, comunque, a questo punto della vicenda, le autorità locali sono impotenti. I mercanti del tempio, i sommi sacerdoti, gli anziani del popolo, gli erodiani, i sadducei, gli scribi e i farisei tacciono. Gesù sta parlando; non tiene un discorso fiorito ed elegante da retore consumato , predica il Suo Vangelo. Men che meno aizza il popolo alla rivolta; predica il Suo Vangelo.
Non distrugge gli avversari, anzi, riconosce loro perfino un compito specifico: tramandare la Scrittura. Solo, dice, non bisogna agire come loro agiscono, cioè caricando gli altri di pesanti fardelli, senza spostarne neanche uno; in altre parole agiscono in vista del potere, del successo e dell’accumulo di denaro senza alcun riguardo per gli ultimi.
Solo dopo la morte e la resurrezione, gli apostoli afferreranno meglio il senso spirituale di quei fardelli caricati sulle spalle del prossimo; non semplicemente di soprusi e peccati parlava il Cristo … stava piuttosto imbandendo nel mondo, se il mondo avesse avuto occhi e orecchie, il presupposto fondamentale di un’umanità liberata dalla ristrettezza della visione dominante, inficiata dal male dell’assenza di amore per il prossimo.
Ma nell’episodio che stiamo leggendo, la famiglia israelita è una famiglia conservatrice, basata sulla tradizione della Torah, che non ha mai abdicato a tramandare la propria storia, assai poco propensa a riconoscere il Messia, il Figlio di Dio, in quel predicatore di umili origini.
Cosa è poi successo, invece, a coloro che si sono riconosciuti nella nuova alleanza? A coloro che hanno creduto di identificare il “regno dei cieli” con la “terra promessa”? C’è stato Gesù Cristo di mezzo e poi le prime comunità cristiane, discrimine tra l’antico e il nuovo, che hanno iniziato a percorrere nel concreto delle loro vite una nuova via.
Eppure anche i cristiani hanno vissuto lungo la storia le loro regressioni al male dell’assenza d’amore.
Cosa rimane oggi del discorso del Cristo? Come vogliamo agire noi?
La questione rimane sempre la stessa per ciascuno di noi: agire in coerenza d’intenti col nostro dire.
Il compito è tramandare le Scritture, illuminate dal comandamento ultimo che tutte la compie: ama il prossimo tuo come te stesso, sinonimo dell’ “amerai” di domenica scorsa.
Potremmo chiederci – non per gioco, né per forza, ma per amore – cosa ne abbiamo fatto di questo discorso nel nostro quotidiano.
Quello che dico, lo vivo e lo faccio?
Nei confronti di chi ho preteso troppo?
Di chi non ho avuto cura, tra quelli che ho incontrato e ne avrebbero avuto bisogno?
Chi non ho aiutato ad alleggerire il proprio fardello mentre avrei potuto farlo?
Chi non ho supportato nel proprio percorso di pacificazione con se stesso e con il prossimo?
Quando ho agito bene, solo per riscuotere ammirazione?
Di chi mi sono fatto padrone, facendomi chiamare “Padre”?
Di chi mi sono fatto guida, credendomi migliore di altri?
Chi va tronfio dell’etica cristiana quando è proprio nelle mani degli ultimi, degli umili e dei poveri di spirito che è stata deposta in dono la salvezza?
Sono umile?
Sono misericordioso?
Sono le prime domande che mi vengono in mente. Non penso di essere il solo a doversele porre, ma questo non mi consola affatto.
Un servizio semplice e gratuito mi è stato chiesto.
Mi restano le ultime parole: chi si umilia sarà esaltato.
C’è indubbiamente un duro apprendistato da compiere, in coerenza con l’ascolto delle Sacre Scritture, con il loro buon “uso”, per una condotta umile e misericordiosa in vista di una vita buona, ricevuta in dono, da testimoniare, da trasmettere.
L’abbassamento non si proclama: ignora se stesso affermandosi, si afferma vivendo se stesso, vive senza preoccuparsi di se stesso. Dio solo lo conosce, e solo Dio lo ricompensa.

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui