Vita

Colui che mangia me vivrà per sempre

11 giugno 2023 – Corpus Domini
Vangelo: Gv 6,51-58
Seconda Lettura: 1Cor 10,16-17

Pochi versetti dopo quelli che oggi leggiamo alcuni discepoli, dopo aver udito il discorso di Gesù sul “pane vivo”, diranno: “Questa Parola è dura, chi può ascoltarla?”(v. 60).
Per noi, però, è molto di più della manna celeste, che, inviata da Dio, servì da cibo agli israeliti nel deserto; Gesù, concretamente, ha moltiplicato i pani per le persone che erano andate ad ascoltarlo; l’alimento fisico è necessario, sì, ma non sufficiente a rendere vivente l’uomo in tutta la sua realtà. C’è qualcos’altro, esattamente ciò che Gesù chiama: la sua carne e il suo sangue: la vita.
Ma cosa significa veramente?
La carne, in senso biblico, non è solo il corpo fisico che sopravvive perché trae energia dagli alimenti; il sangue non è solo il liquido rosso che scorre al di sotto della nostra pelle trasportando l’ossigeno e il nutrimento di cui abbiamo bisogno per vivere.
La carne e il sangue rappresentano l’essere umano così come Dio l’ha creato: la persona intera e vivente, che fa esperienza su questa terra, durante un tempo limitato; sono il legame tra la dimensione infinita della vita e la nostra esistenza, il legame tra Dio e l’uomo.
Gesù illustra lo stesso tema nella parabola della vite e dei tralci: la linfa circola in tutta la pianta, è il principio vivente che il Creatore ha infuso nella creatura.
Nell’Antico Testamento, il libro del Levitico vietava di mangiare carne con sangue; bisognava dissanguare completamente l’animale, prima di consumarlo, perché la Vita appartiene a Dio, il suo Creatore, e nessuno ha il diritto di appropriarsene. Se qualcuno versa il sangue di un uomo, se gli toglie la vita, infatti, diventa colpevole direttamente nei confronti di Dio e verso tutto il genere umano, oltre che nei confronti del singolo al quale ha tolto la vita.
A pensarci bene si capisce perché questo linguaggio “è duro”… perché non concede alcun alibi ad ogni tipo di vendetta, omicidio, guerra, prevaricazione, sopruso, abuso, e ad ogni forma di “autorità” che se ne serva.
Forse ora comprendiamo meglio cosa vuol significare Gesù, dicendo che dobbiamo “mangiare la sua Carne e bere il suo Sangue”.
L’adesione a questo può addirittura sfociare nel donare la propria esistenza terrena, da innocenti; i martiri vengono uccisi in un contesto d’odio contro la vita e/o di totale ignoranza; l’ignoranza è l’ultima possibilità di appello per i crimini contro la vita, lo sappiamo dal Cristo. Sulla croce, chiese al Padre il perdono per coloro che lo avevano giustiziato: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno.”
Il Cristo, in nome dell’amore per la vita e per sua sorgente, si consegnò volontariamente alla propria passione e sopportò quella fine violenta che gli uomini di allora si erano illusi di poter decretare.
Noi possiamo sperare di avere vita sufficiente per portare a compimento ciò che dobbiamo fare?
Siamo così vivi da poter amare la vita in ogni sua forma?
Riusciremo prima o poi a liberarci dalla nostra violenza, dall’istinto di prevaricazione e di vendetta, dai sentimenti ostili, dall’invidia e dalla gelosia fratricida? E da tutti i falsi alibi?
Ci viene in aiuto Paolo (vedi la seconda lettura di oggi). I Corinzi pensavano di essere abbastanza forti da poter sfidare i poteri nascosti dietro gli idoli; Paolo li avverte che possono contare sulla promessa di superare le tentazioni, ma non quelle in cui si gettano a capofitto per presunzione personale.
Quindi anche noi dovremmo discernere con chiarezza se, e a quale idolo ci siamo rivolti.
Cercare il nutrimento per vivere nella Parola e nella coerenza delle nostre pratiche, significa trovare la ragione per vivere, impressa in noi da molto tempo, e, se questo dovesse allontanarci da chi non cerca questo nutrimento, la fede ci darà il coraggio di accettare la differenza e la capacità di viverla, in memoria di un sacrificio già compiuto per la vita di ciascuno di noi.

“In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita”.
Si parla di avere la vita, non di possederla nel senso di esserne padroni; la vita ci attraversa, ci scorre dentro in abbondanza se solo accettiamo di non frapporre ostacoli, ricollegandoci alla sua sorgente; è questione di lasciar cadere le gelosie, le invidie, l’ostilità, soluzione possibile solo in nome di Dio e di nessun altro, pena il caos, l’angoscia e il continuare ad abbeverarsi a pozzi avvelenati.

Ritornare alla sorgente significa sentirsi e percepirsi veramente figli di Dio, generati da Dio (Gv 1,13) : è questione di pienezza, di comunione di pane e di intenti.

Leggi qui la riflessione del 13 giugno 2020

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La casa comune

Cadde la pioggia,
strariparono i fiumi,
soffiarono i venti
e si abbatterono su quella casa,
ma essa non cadde,
perché era fondata sulla roccia

Domenica, 4 giugno 2023 – SS. Trinità
Vangelo: Mt 7,21-27
Seconda Lettura: Rm 3,21-25.28

Sento parlare di “rivoluzione verde”. Qualcuno dice che sarà per il XXI secolo ciò che la rivoluzione industriale è stata per il XIX; il futuro lo dirà.
I consumatori vogliono prodotti biologici, genuini, sani, a chilometro zero e se possibile con un’impronta di carbonio pari a quella di una formica. Si sogna l’economia dell’ecologia, ma purtroppo si deve constatare che l’ecologia guidata dall’economia è fatta della stessa farina, o meglio costruita sulla stessa sabbia.
L’ecologia non è sufficiente a farmi sperare, anzi gli scenari catastrofici della collapsologia e le previsioni della fine del mondo sono spesso il discorso di base di un’ecologia punitiva. Mi deprimono…
La speranza per me non è un’opzione e la punizione non è una soluzione. Salvare il pianeta non è la speranza dei cristiani, al massimo può essere un loro obiettivo. Le due cose hanno poco o nulla a che fare l’una con l’altra, non è il pianeta che deve essere salvato, ma la speranza e la fiducia nell’uomo.
Esiste una speranza ecologista? Che gli uomini improvvisamente tutti insieme diventino meno stupidi e la smettano di distruggere l’ambiente in cui vivono e dal quale traggono il loro sostentamento?
È chiaro che la speranza ecologista non regge il paragone con la roccia di cui parla la parabola di questo testo biblico. La gloria di Dio non proviene dall’uomo, perciò siamo assolutamente impossibilitati a reinventarcela da soli, senza basarla sul vangelo. Possiamo contare sulla nostra intelligenza, buona volontà, rimboccarci le maniche – e lo dobbiamo fare – ma se non ci basiamo su principi etici coerenti non può funzionare. Ecco perché è importante avere fede, Paolo l’aveva capito bene, anche se il nocciolo della sua predicazione non riguardava l’ecologia ambientale, direi semmai quella della mente e dello spirito, che vengono prima.
Così come non possiamo immaginare la fine di una guerra fratricida, se non agisce una mediazione pacificatrice o, peggio, si afferma di non averne bisogno, allo stesso modo non possiamo immaginare la cura dell’ambiente senza la rinuncia ai profitti derivati da tutto ciò che lo avvelena. Se commerciamo nelle armi o produciamo sostanze cancerogene, se investiamo in armamenti e parliamo di ecologia, se pensiamo di far funzionare tutto con batterie smaltibili solo tra i rifiuti speciali, se parliamo di energie rinnovabili e moltiplichiamo viaggi con propulsori ad idrocarburi, vuol dire che qualcosa non va: è un dato di realtà.
Noi cristiani dovremmo cominciare con il sopravvivere alle nostre illusioni, delusioni e disillusioni, nonchè alle catastrofi, ai cataclismi, alla preannunciata fine del mondo e dare per possibile – anzi per l’unica cosa possibile da fare – continuare a vivere sul serio evangelicamente.
Allora possiamo anche affermare che l’uomo vivente è la gloria di Dio, così come ha scritto Ireneo di Lione nel IV Libro del suo testo contro le eresie.
Possiamo continuare a sperare oggi? I cristiani vedono il volto del Cristo in tutti coloro che incontrano? Si rendono conto di aver messo a soqquadro la creazione?
O continuano a credere stentatamente, mentre lasciano che le catastrofi in nome dell’uomo continuano a compiersi?
In questo modo le paure si moltiplicano, da quella del perdere la faccia, il denaro, il potere a quella a quella del perdere la salute, l’amicizia, l’amore, per concludere che, tanto, non c’è niente da fare: il sistema migliore per disperare della salvezza e farsi preda del peggio.
L’unica realistica preoccupazione dell’uomo, secondo me, sarebbe quella di non riuscire a reggere il crollo del suo vecchio mondo costruito sulla sabbia: ma è proprio lì che il Cristo vivente si appalesa per ridare vita.
Ogni rivoluzione, rossa, blu, marrone, arancione o verde, prima o poi diventa vecchia e si trasforma, passando per le trappole dell’ideologia e del terrore, in deleterio “indietrismo”.
Ogni teoria, dottrina politica o pratica sociale, anche ecologica, che diventa fine a se stessa, perde di vista l’origine e si fa terrificante: una dinamica pervasiva.
Si potrebbero sfoderare i più bei cassonetti, colorarli, vederli riempiti e svuotati ordinatamente, si potrebbero rendere obbedienti cittadini e operatori ecologici a forza di multe e sanzioni, si potrebbe battere la Germania, diventando campioni del mondo di compostaggio, mangiare insalate biologiche, tofu e bistecche sintetiche: tutto questo servirebbe a rendere l’uomo moralmente migliore? Lo farebbe più felice? Entrerebbe prima e meglio nel regno dei cieli?
Ciò non significa che sia contrario alle teorie degli ecologisti, ma per me essere cristiano significa rifiutare di basare la mia salvezza sulle mie opere o quelle di un altro che non sia il Cristo. Per quanto buone possano essere le sue intenzione, non sarà l’ecologia a salvare il mondo, ma il vivere evangelicamente, quindi basati su una speranza che supera e trascende tutte le altre.
Ogni dottrina teorico-pratica, ecologia compresa, può diventare una religione con i suoi riti, i suoi divieti, i suoi doveri e i suoi miti fondanti. Ora vanno di moda gli oracoli sulla fine del mondo e i discorsi che inducono al senso di colpa. Già visto. Trovo straziante vedere le stesse ditte che hanno inquinato e lucrato per decenni, farsi oggi paladine della svolta green con il solo scopo di continuare a trarne profitto, condannando il mondo ad essere in ogni caso una grossa discarica.
Senza minimizzare le sfide ambientali, il termine “ecologia” rimanda ad un pensiero molto più ampio sul mondo e su ciò che chiamiamo “Dio”.
Si tratta di pensare il mondo come la casa comune dell’umanità (dal greco oikos=casa e logos=parola, discorso); implica un totale cambiamento di prospettiva rispetto al pensiero attuale, una vera e propria conversione. Il cristianesimo, tra l’altro, è “ecologico” per natura: non è evangelico avvelenare la creazione e distruggerla; ovviamente scegliamo di essere “ecologici” nel pensare e nell’agire.
Facciamo la raccolta differenziata, ragioniamo sui nostri viaggi, rivediamo la nostra dieta, condividiamo il nostro giardino e la nostra casa, ma questo non coincide con la nostra salvezza: è una forma di rispetto per il Creatore. Questo è tutto. E anche se non dovessimo riuscire a salvare il pianeta dal nostro sciocco modo di gestirlo, il Signore sarà sempre lì a darci la sua parola di perdono e di amore. Certamente vale anche la pena di sforzarsi per non continuare a vivere in una gigantesca Geenna, ma ricordiamo che verrà per separare i vivi dai morti. Se proviamo a ripulire l’ambiente con dei palliativi, somiglieremo inevitabilmente a quelli che vogliono mettere del vino nuovo in otri vecchi o cucire pezze nuove su un tessuto vecchio.
C’è una grande differenza tra chi costruisce sulla roccia della speranza e chi sulla sabbia della ragion di stato o delle ragioni eco…nomiche e/o logiche.

Tutto questo, mi si potrebbe dire, cosa c’entra con la festa della Santissima Trinità?

Forse ci si aspettava una lezione di dogmatica…

Come costruire la casa comune?
In nome di un principio creatore di vita che riconosce pari dignità all’intero genere umano e a tutta la creazione: nel nome del Padre;

in nome di un’umanità che è consapevole di avere davanti a sé in ciascuno una persona da rispettare, curare e amare: nel nome del Figlio;

in nome della speranza, sostenuta dalla fede nel Figlio, che ogni uomo, nessuno escluso, è in potenza capace di bene, quindi anche capace di costruire la propria casa sulla roccia: nel nome dello Spirito Santo.

Pentecoste di perdono

La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato,
mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli
per timore dei Giudei,
venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”

28 maggio 2023 – Pentecoste
Vangelo: Gv 20,19-23
Seconda Lettura: 1Cor 12,3-7.12-13

La Pentecoste è una festa che ci consente di leggere la nostra storia di discepoli, personale e comunitaria, come una vicenda intessuta dallo Spirito. Lo Spirito si esplicita, si manifesta e dona la pace, i discepoli lo riconoscono nel Risorto alla vista del fianco e delle mani, ne gioiscono. Sembrano ricevere una spiegazione definitiva della loro ragione di vita: il dono dello Spirito. Porta con sé una responsabilità enorme: perdonare o non perdonare?
Sorgono diverse domande: la possibilità di perdonare o non perdonare è dono dello Spirito? E allora, che cosa perdonare o non perdonare? Chi perdonare o non perdonare?
Dovremmo rifletterci su, perché mi sembra che la posta in gioco sia molto alta: “la felicità degli altri”, mi verrebbe da dire ricordando il titolo di un film visto di recente in cui agisce una “galleria di smarriti”.
Qui io, però, parlo di una cosa che appartiene ad un livello ben diverso, quella che ordinariamente chiamiamo “salvezza” o “vita”.
Il punto di partenza è una situazione angosciosa: i discepoli hanno paura e sono barricati in casa “per timore dei Giudei”, non si aspettano grandi soluzioni da quando Gesù è stato giustiziato, o forse solo vagamente hanno qualche tipo di attesa.
Il Cristo in quel momento si rende visibile: venne e stette in mezzo a loro.
“Pace a voi!” – dice. Non augura la pace, la dona; la pace non è cosa che uno debba conquistare in proprio o tramite una terapia psicologica: o arriva come dono o semplicemente non c’è.
La pace non è assenza di angoscia, vittoria sulla paura, frutto di resilienza, distacco dalle pene e dalle gioie del mondo o frutto di eroismo mitico: è lo shalom biblico, insieme calma, armonia, completezza e pienezza nella vita vera.
Nella vita vera ci sono anche le piaghe e le ferite, che il Cristo “mostra”. È solo dopo il dono della pace che Cristo invita i suoi discepoli a riconoscerlo, mostrando il fianco e le mani, perché l’incontro si innesta sempre sulla base delle esperienze vissute e se la pace si innesta sulla passione del Maestro, è perché il Cristo della fede si identifica per sempre con il Gesù della storia.
I discepoli vedono i segni della passione e credono. E, paradossalmente, la gioia entra nella loro vita, questa “gioia perfetta” che Gesù ha voluto per loro (Gv 15,11), una gioia che “nessuno può togliere loro” (16,22) perché scaturisce da un’esperienza definitiva: è il canto fermo della nostra esistenza terrena. Su questo “tenor” Gesù affida loro una missione, che è la sua, l’unica ricevuta dal Padre: inviato nel mondo, invia i suoi – con il canto della pace nel cuore – ad affrontare la sfida del perdono.
Dovranno “rendere ragione della speranza che è in loro” (1P 3,15). Dovranno “mettere in torto il mondo” (Gv 16,8), testimoniare la giustizia e la giustezza della causa del Cristo, che è Spirito di verità e intercede per tutti. Il Vivente comunica il suo Respiro affinché ogni uomo e ogni donna diventino una comunità capace di ricevere, dare, comunicare il Soffio, il Respiro.
Il peccato, in san Giovanni, è ciò che spegne il respiro, impedisce la vita, ciò che spezza i rapporti invece di tesserli. Attraverso il respiro donato ai discepoli, Gesù desidera amare – con loro, in loro e attraverso di loro – il mondo tanto amato dal Padre. Siamo comunità in cui l’amore è dato per fluire liberamente, guarire ed elevare. Il frutto dell’amore è la vita in tutti i suoi stati e manifestazioni.
Quindi perdonare o non perdonare chi? Chi ci fa del male, evidentemente.
Ho la sensazione che le comunità, le convivenze, i gruppi,  spesso e volentieri liberino solo paure, senza vivere la gioia e senza accettare la pace. Se la Chiesa e i cristiani, per quanto bravi e buoni, rimangono barricati e chiusi a chiave, si trasformano in un gruppo buono ad escludere e a puntare il dito verso il prossimo, senza guardare con verità prima di tutto a loro stessi. In questo modo si soffoca il respiro e si spegne la luce per tutti. E’ vero che è lecito non rimettere i peccati; è anche bene ricordare non solo che a noi saranno rimessi i nostri debiti nella misura in cui li rimettiamo ai nostri debitori, ma anche che ogni volta che rifiutiamo il perdono a qualcuno, ci assumiamo la responsabilità della non-remissione dei peccati per quella persona.
E’ una legge della vita: quale amante vorrebbe veder condannato il proprio amato? Quindi chi ama, perdona. Il paradigma di questa legge sono le parole di Gesù in croce: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno.”
Inoltre, a livello personale, quando non perdono a qualcuno il male che mi ha fatto, vuol dire che non ho pace per quello che mi ha fatto e dunque condanno anche me alla non-pace e alla non-vita. cioè, come dice Paolo non sono sotto l’azione dello Spirito.

Il Vivente, per grazia di Dio, continua a entrare ancora in tutte le zone chiuse, dona la pace, mostra le sue ferite, condivide il suo respiro e invia i suoi discepoli ad adoperarsi perché anche gli altri possano respirare dello stesso soffio.

Leggi qui la riflessione del 31 maggio 2023

Autorità e vita

Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo

Ascensione – 21 maggio 2023
Vangelo: Mt 28,16-20
Seconda lettura: Ef 1,17-23

Sulle ultime righe di un libro, in genere, ci soffermiamo a sintetizzare mentalmente ciò che l’autore ha voluto dire nel corso del testo; in quelle righe, chi scrive torna sull’essenziale.
Siamo dentro la parte conclusiva del Vangelo secondo Matteo.
Gli undici vanno in Galilea su un monte, sono uomini descritti da tre verbi: vedono, si prostrano e (alcuni) dubitano. Ne emerge un tema cruciale, con due elementi in apparente contraddizione: il dubbio su ciò cui si è assistito e l’esigenza di trasmettere la memoria di ciò che si è sperimentato. La questione si ripresenta identica e attuale in ogni tempo, sempre da affrontare personalmente, a tu per tu con il Risorto, alla Sua presenza.
I discepoli si sono recati in Galilea, come Gesù ha chiesto loro di fare; così facendo si ritrovano nello stesso luogo dal quale erano partiti tre anni prima, a casa, lì dove sono nati. Il monte, spazio simbolicamente privilegiato delle rivelazioni divine, assume un senso analogo a quello che ebbe per Mosè alla consegna delle tavole della Legge e per Gesù durante la Trasfigurazione.
I discepoli si prostrano, probabilmente si rendono conto che a loro è riservato il privilegio di assistere a una teofania, a una manifestazione di Dio: un Dio che è “per” loro, in loro favore. L’italiano “prostrarsi” traduce in effetti il greco “inginocchiarsi” e/o “inchinarsi”. Prostrarsi è segno di rispetto in senso assoluto, ma anche di consenziente riconoscimento dell’autorità del Maestro che accresce, fa crescere, rende più grandi. L’origine latina del termine “autorità” ha infatti a che fare con il verbo “accrescere”: l’autorità del Padre ha in sé il potere assoluto di dare l’inizio alla creazione, lasciarla sviluppare pienamente attraverso il Figlio fino alla fine del tempo.

Alcuni, tuttavia, dubitano della loro stessa esperienza sul monte.
Gesù parla forse soprattutto per loro, parla in modo inaudito, mai sentito prima: dichiara di aver ricevuto ogni potere in cielo e in terra e comanda una trasmissione basata sul discepolato e sull’insegnamento della Sua Parola. Segno di appartenenza sarà l’aver ricevuto il battesimo nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, un’iniziazione alla vita vissuta per il bene degli altri.
L’autorità del Cristo deriva dal Padre, coincide con il principio creatore universale e impronta di sé la crescita di ogni discendenza.
Il fatto che il termine “autorità” e i simboli ad esso collegati siano stati raccolti e reinterpretati dagli uomini spesso come potere molto terreno di cui leader, sovrani o dittatori del passato e del presente, spesso vogliono mostrarsi o vogliono ritenersi investiti, è il frutto bacato di un tradimento del significato, almeno nell’ambito di coloro che si dicono cristiani.
Il dubbio è l’aspetto-ombra di una buona nuova così grande e bella da stentare a crederci. Più siamo immersi nella notte, più cresce il dubbio, anziché la fede.
In verità non ci sono sconti all’atto di fede, è una questione personale.
Le prove? In fondo è anche banale chiederle; l’unica cosa da fare, volendo, è seguire per credere, o anche amare per credere. Solo così, io credo, è possibile intravedere qualcosa del vero che si nasconde nel mistero della vita.
La trasmissione della fede non è incompatibile con il dubbio, la teofania è rivolta a tutti i discepoli: a quelli che credono come a quelli che dubitano. I dubbi sono inerenti al percorso di fede e Gesù non cerca di sradicarli in alcun modo. Piuttosto, offre un programma d’azione: fare discepoli, non usare i dubbi, come scusante, per non fare comunità; al contrario, fare comunità e continuare pure col dubbio.
Prima Gesù aveva chiesto ai suoi di tornare in Galilea, ora propone loro il mondo intero come campo d’azione. Sarà questo programma a frantumare il dubbio, non solo perché l’azione è spesso l’unico rimedio alla riflessione sterile, ma anche perché voler vivere insieme in ogni contesto, malgrado ogni difficoltà, è il primo segno d’amore.

Fare per noi significa in primo luogo trasmettere con le parole e con i fatti il bene che abbiamo ricevuto e poi lasciare che le persone entrino nella comunità umana nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Questa espressione compare qui per la prima volta. Cosa può voler dire?

Smettere di inchinarsi all’autorità che fomenta discussioni, inimicizie, odio e guerre, non sbagliare divinità da adorare, per poi finire con l’ingannarsi su se stessi e su Dio.

Ciascuno è in genere pronto a difendere le proprie ragioni a costo di ogni sorta di ragionamenti, in nome della “ragion propria” – se così fosse lecito esprimersi – mentre sarebbe sufficiente guardare la ragione che svanisce negli anziani per rendersi conto che è inutile perseverare nelle false religioni del potere (Rm 1,18: In realtà l’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia).

L’espressione “battezzati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito” non è limitata al sacramento che inscrive nella Chiesa, ma comprende qualche cosa di più ampio respiro: riconoscerci tutti, ma proprio tutti, creature di Dio, capaci di essere figli, di riconoscerci figli, inscritti in una relazione permanente con il prossimo, abitati dallo stesso soffio vitale…Alla fine di questo Vangelo, alcuni discepoli saranno ancora alle prese con i loro dubbi, ma con un programma e una promessa davanti a loro: trasmettere il Vangelo con le parole e con i fatti, accogliere l’altro, fare comunità e lasciare che si accresca attraverso quel soffio, quell’ampio respiro che vibra nelle parole conclusive di Gesù:
Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo
Questo è il nostro modo di esistere e di resistere.

Leggi qui la riflessione del 24 maggio 2020

In copertina: William Congdon, Ascensione (1960), in In my disc of gold; itinerary to Christ of William Congdon.
Per visionare il testo clicca qui

Invito a ricordare

Vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto

14 maggio 2023 – Sesta Domenica di Pasqua
Vangelo: Gv 14,15-21; Seconda Lettura: 1Pt 3,15-18

Lo Spirito Santo, il Paraclito, non costituisce un sorprendente “di più” che completerebbe il tempo pasquale. Lo spirito infatti agisce fin dall’inizio della creazione; ad un certo punto si crea per noi la possibilità di riconoscerlo.
L’angelo dell’Annunciazione, per esempio, è una forma dell’azione dello Spirito: a tempo debito, Maria lo vede e lo riconosce. Lo Spirito agisce in Elisabetta, in Zaccaria, in Simeone, Anna, nei discepoli di Emmaus e in tanti altri. Le esperienze di questi uomini e donne del passato coincidono con il loro conformarsi all’azione dell’unico Spirito Santo, lo stesso che apre la Bibbia, aleggiando sulle acque al momento della creazione.
Nel pensiero religioso attorno allo Spirito c’è l’aspettativa che venga riversato su tutti i credenti: come attendevamo un messia che provenisse dalla stirpe di Davide, e lo abbiamo riconosciuto in Gesù Cristo, così attendiamo che lo Spirito del Signore riversi i suoi doni sulle creature che gli appartengono, fondandoci sulle parole pronunciate nel vangelo di oggi.
Come per un cristiano è inimmaginabile un mondo privo della presenza del Figlio di Dio, così è altrettanto inimmaginabile una realtà non animata dallo Spirito Santo: lo Spirito dà anche forma al modo in cui leggiamo la Bibbia. La sua discesa esplicita qualcosa che, per intuizione, sapevamo fin dall’inizio: la sua presenza e la sua azione si chiariscono e possiamo accoglierle con cognizione di causa. Questo discorso è frutto della fede e dell’esperienza religiosa personale.
È per questo che i discepoli seguono il Cristo, accettando di continuare, talvolta anche senza comprendere fino in fondo le motivazioni di quel che sta accadendo; la perseveranza nella sequela può essere compresa solo tenendo conto che lo Spirito spinge, assiste e sostiene. Quando Gesù annuncia ai discepoli che riceveranno lo Spirito, li avverte e li allerta su quel che succederà:
vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.
I discepoli e molti altri, oggi potremmo dire quasi tutti (anche tra i non credenti) hanno già sentito le parole di Gesù, la loro memoria ha registrato quelle parole; alcuni non sono andati via come molti altri hanno invece fatto: “da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui.” (Gv 6,66).
Tutto questo assume un senso molto forte.
Gesù promette un Paraclito e lo definisce “Spirito della verità”, e illustra che il mondo, non può ricevere, perché non lo ha mai visto, non lo conosce. E, dunque, non si può ri-conoscere chi non si è mai visto e conosciuto prima.
In realtà il termine Paraclito è una traslitterazione della parola greca (una non-traduzione): “Para-kletos” significa “chiamato presso”, tradotto in latino diventa “ad-vocatus”. Per noi assume subito un tono giuridico, piuttosto restrittivo: è vero che il Paraclito (come un avvocato che vuole fare luce sulla verità) è anche colui che assiste, conforta e sostiene, ma il senso è ovviamente molto più ampio ed è forse per questo che le traduzioni moderne della Bibbia traslitterano il termine, senza tradurlo.
Noi talvolta possiamo sentirci accusati da una voce interiore; capita quando ci percepiamo esposti agli occhi degli altri come in un processo permanente alla nostra reputazione. Non sempre è facile capire che una simile percezione dipende dal proprio ideale di vita e dal giudizio che in prima persona, e prima di ogni altro, diamo su noi stessi.
La prima funzione consolatrice dello Spirito è quella di difenderci da noi stessi, mostrandoci la verità di ciò che siamo. Da qui si capisce anche quel che ne dice Paolo: “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?” (Rm 8,31).
Non esiste, secondo me, una questione di maggiore o minore colpa fuori dai tribunali umani, che riguardi un qualche tribunale “speciale” di Dio. In senso cristiano esiste solo un principio fondatore cui ispirarsi in grado di mettere in luce tutta la verità in ogni questione: l’amore per Cristo e quindi del prossimo, chiunque esso sia.
Un intero catechismo ha insegnato che “la coscienza è la voce divina dentro di noi”, il che è anche vero, ma la si è voluta troppo spesso malamente interpretare come fosse una voce accusatrice che fa vivere costantemente sul banco degli imputati.
È bene ricordare che in ebraico, l’accusatore è Satana. Ed è anche bene chiarire che il Paraclito, l’Avvocato, è quindi l’anti-satana in senso assoluto: colui che mette a tacere tutte le voci accusatrici di questo tipo, finalizzate a distruggere e a deprimere l’umano.
Il che non significa affatto che quando ci sentiamo in colpa, siamo sempre innocenti, ma che la voce accusatrice malvagia che agisce al fondo di ogni depressione e di ogni ostilità può essere vinta solo al prezzo della verità: non abbiamo amato.
A questo punto, caso mai, possiamo comprendere molte altre cose, per esempio la necessità del perdono per chi si rende conto di non aver amato o di aver amato male, e anche la necessità di liberarsi dalla menzogna per chi non aveva mai voluto vedere e conoscere la verità. In termini di fede parlerei di disponibilità a ricevere l’azione dello Spirito: una specie di fortunata possibilità di ripartenza.
Se la nostra cattiva coscienza continua a rimproverare e a opprimere, nonostante il perdono divino, è bene pregare molto e riflettere sulle parole di Paolo: se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio giustifica. Chi condannerà? Cristo Gesù, che è morto, anzi, che è risuscitato, sta alla destra di Dio e intercede per noi? Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? (Cfr Rm 8, 31 e sg).Il Paràclito è sempre e solo colui che agisce liberando la nostra coscienza, placandola, sgravandola permettendoci di camminare nella verità.
Nelle avversità, potremmo formarci l’immagine di un Dio Avversario, come ad esempio nel caso di chi viene colpito da una grave malattia e se la prende con Dio. È sempre difficile parlare di questo argomento, ma mi tornano in mente le parole di Giobbe: “Dio mi consegna come preda all’empio, e mi getta nelle mani dei malvagi. Me ne stavo tranquillo ed egli mi ha scosso, mi ha afferrato per il collo e mi ha stritolato; ha fatto di me il suo bersaglio” (16,11-12). Ad un certo punto però Giobbe si appella a qualcuno, come percepisse da qualche parte un avvocato capace di difenderlo dalle proprie immagini negative di Dio stesso. Ascoltiamolo: “Ecco, fin d’ora il mio testimone è nei cieli, il mio difensore è lassù. I miei amici mi scherniscono, rivolto a Dio, versa lacrime il mio occhio, perché egli stesso sia arbitro fra l’uomo e Dio” (16,19-21).
Questo è l’inizio dell’ascesa di Giobbe.

Il Paraclito, l’avvocato interiore promesso da Cristo, permette di difendersi dalle immagini di un Dio accusatore e distruttore, provenienti da noi stessi o da altri. Il Paraclito dà, a chi può riceverlo e invocarlo, la certezza che niente e nessuno può vietarci di amare.
Questa certezza porta la pace in ogni dimensione della nostra vita, porta la capacità di ascoltare lo Spirito, che difende dalle false immagini accusatorie prodotte nel mondo, le nostre su noi stessi e sugli altri e quelle degli altri su loro stessi e su di noi.

Leggi qui la riflessione del 17 maggio 2020

Per info sull’immagine di copertina clicca qui

Aperti alla verità

7 maggio 2023 – V Domenica di Pasqua
Vangelo: Gv 14,1-12
Seconda lettura 1 Pt 2,4-9

È difficile ottenere un succo di mango da un limone. Una carota non può dare il succo d’uva. Seguire Gesù, non dovrebbe essere difficile, ma capita di non riuscirci fino in fondo. Capita anche di cadere. La differenza sta nel lasciarsi rialzare e nel non voler lasciare se stessi a terra. 
Abbiamo la responsabilità di proclamare la bontà di Dio attraverso la vita e le parole. 
Siamo nella giusta direzione?
Gli eventi portano ancora alla ribalta il problema del fondamentalismo.
Se leggiamo sull’enciclopedia Treccani il significato del termine, troviamo accezioni diverse. Ne trovo una “generica”, dopo le prime riguardanti il fondamentalismo religioso. Mi fermo su questa: “l’atteggiamento di chi persegue un’interpretazione estremamente conservatrice e un’attuazione rigida e intransigente dei principî di una religione, di un pensiero politico, e simili; il termine è talora usato come sinonimo di integralismo…”.
Se andiamo a cercare “integralismo” il significato, al di là dei riferimenti storici a correnti di pensiero, cambia di poco.
In ogni caso, il fondamentalismo è sempre stato in mezzo a noi, esisteva ed esiste in diverse forme che hanno una nota in comune: ci sarebbe sempre un solo modo per essere nella verità e questo “unico modo” diventa poi portatore di morte, sfocia in una dittatura del pensiero che riverbera anche sui corpi delle persone.
Quando si è sensibili agli eventi e aperti alla verità delle cose, ci si rende conto che la vita non segue un percorso lineare. Quando guardo a tutti coloro, giovani soprattutto, che cercano di integrarsi e crescere nella società di oggi, per non rimanere isolati, penso che hanno davanti percorsi impervi e complicati. Provano in un modo, poi magari in un altro e un altro ancora. Vedo persone che abbandonano gli studi, fanno esperienze lavorative per poi magari tornare a studiare e a lavorare. Sono percorsi multipli, con svolte, ritorni, marce indietro e fughe in avanti. Talora sono sconcertato, ma è molto chiaro che tutti noi abbiamo o abbiamo avuto i nostri “vai e vieni”.
Eppure, nella casa di Suo Padre ci sono diverse dimore, altrimenti avrebbe mai detto che ci preparerà un posto?
Pietro ha rinnegato per tre volte. Prima dell’alba. Fa indelebilmente parte della biografia di Pietro da 2000 anni. Eppure, è ritornato su quella via, con una dedizione totale, nella certezza di giungere alla meta promessa.
Mi chiedo: la molteplicità delle dimore corrisponde alla molteplicità dei percorsi? Quella della moltitudine che abita il nostro pianeta? Il tuo, il mio?
Non è facile aprire la mente a una simile prospettiva. Prospettive troppo ampie per dei comuni mortali…
Il terrore dell’ampiezza chiude le porte del molteplice e rinserra nella prigione dell’unico modo.
I musulmani dicono: “La via è il Corano”. Gli ebrei dicono: “Il sentiero è la Torah”. I cristiani dicono: “Il cammino è il Nuovo Testamento”.
Che cosa dice il Nazareno?
“Io sono la via, la verità e la vita”.
“Io” – “sono” – “via” – “verità” – “vita”
Io: un corpo in movimento in una direzione, una. Non molte. UNA. Ma diversa da ogni altra. È questa infinità della molteplicità dell’essere che fa paura a tutti i fondamentalisti. Eppure, c’è perfino un proverbio assai popolare: “Le vie del Signore sono infinite”.
La paura spesso conduce a rinnegare la via. E la verità. E la vita.
“Io sono” è una persona, non un testo congelato nel tempo. Una persona è movimento in UNA direzione che si apre a molti percorsi. La qualità dell’agire appartiene all’amore. Le cose si fanno “per amore” non “per forza”.
Io sono uno in cammino per amore.
Tutti siamo uno in cammino per amore, fin dall’inizio.
Quando pensiamo a Gesù pensiamo all’amore, alla compassione, alla chiamata, e così via? Questi termini hanno una connotazione diversa oggi rispetto a ieri e avranno una connotazione diversa domani, perché non si vivrà mai la stessa esperienza. Essere emotivamente connessi ad una persona, non ad una pagina scritta, dà la motivazione per andare avanti. Per amore.
Forse che un musulmano non potrebbe vivere un’esperienza simile con Allah attraverso Maometto, così come un ebreo con Yahweh attraverso Mosè?
Il “sono” si riferisce a un presente eterno. Oggi io cammino con Colui che è vivo e  al quale ho accesso, nella misura in cui credo.
Quando Filippo chiede a Gesù: “Signore, dicci dov’è il padre e ci basterà”, egli risponde:  “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo?”
Perché cercare Dio nel cielo di un futuro o di un passato lontano, in un libro o in un’altra dimensione, chissà quanto “spirituale”, quando è qui in ogni momento?
Dimensioni inimmaginabili sono radicate nel mio presente, nella misura in cui mi fido e credo.
Purtroppo, le varie forme di fondamentalismo si chiudono in testi morti e in un passato idealizzato. Alla domanda: “Qual è l’epoca più interessante?”, la risposta è: l’epoca di Davide, l’epoca di Maometto, l’apice del XII secolo, l’epoca di Pio XII, l’epoca in cui non c’erano tutti questi stranieri e immigrati… l’epoca in cui le cose erano chiare… e distinte come fossero idee…
Il tempo di Pasqua è prima di tutto la vittoria sulla morte di un mondo appiattito su un testo che è stato colpevolmente inchiodato nella forma di un passato inattuale e la vittoria su una visione elitaria della società e del tempio. Il tempo di Pasqua è per noi la speranza della vittoria definitiva su ogni fondamentalismo sia religioso che civile.
Quello che mi viene in mente è che io vivo, perché sono una specie di benevolo e incoraggiante esperimento del Padre, sono una sua creatura lasciata libera di dare il meglio di sé (ma anche il peggio!). Fino ad un certo punto della mia vita questa cosa non l’avevo proprio capita e avevo la sensazione di essere lo sperimentatore e non l’esperimento. E credo che in questo equivoco non sia incappato da solo, questa cosa non dev’essere capitata solo a me, anzi probabilmente capita a tutti; è ben comprensibile che un normale essere umano abbia l’illusione di sperimentare “in proprio” l’esistenza.
Un amico, in un suo spettacolo tratto da non so dove, diceva di essere “un errore”; doveva aver ragionato in modo analogo. Forse confondeva proprio “esperimento” con “errore”, perché aveva sofferto e sbagliato molto, probabilmente.
E così il Signore continua a preparare il posto infaticabilmente per tutti quelli che si sforzano di capire che lui è la chiave di volta delle nostre ambigue tensioni “a mani separate”.

Leggi qui la riflessione di domenica 10 maggio 2020

Attenti al lupo

Chi non entra nel recinto delle pecore per la porta,
ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante

30 aprile 2023 – IV Domenica di Pasqua
Vangelo: Gv 10,1-10; Seconda Lettura: 1Pt 2,20-25

Fare il pastore non è mai stato facile. E oggi i pastori si trovano ad affrontare una nuova sfida. Il motivo della loro preoccupazione è il lupo, che sta decimando le greggi.
Per noi il nemico del pastore e del suo gregge è il lupo, eppure questo noto brano evangelico non parla del lupo: parla solo di ladri e briganti come potenziali nemici delle pecore.
Perché, a ben guardare, le parole di Gesù sfuggono alla logica consueta: prima si presenta come il pastore, poi come la porta del recinto; da un lato manifesta la preoccupazione del buon pastore per le pecore (erano come pecore senza pastore, cfr Mc 6,34), dall’altro, addita la devastazione operata da ladri e briganti venuti prima di lui. Non ci sono qui sfumature, mezze misure o compromessi.
Sicuramente esiste un contesto storico che ci aiuta a capire.
Giovanni, circa trent’anni dopo la prima stesura del suo vangelo, si trova ormai ad Efeso e vede nell’emigrazione dei giudeo-cristiani dalla Palestina l’uscita del gregge dal recinto; tra i discepoli nascono delle divergenze, alcuni rimangono saldamente legati alla ritualità prevista dalla legge mosaica, altri ritengono necessario che la nuova chiesa sia più focalizzata sull’universale validità della Parola, sulla giustificazione per fede e sull’amore del prossimo. I nuovi cristiani devono quindi imparare a distinguere il loro pastore dall’estraneo; per fare questo, dovranno imparare a riconoscerne la voce in se stessi, perché sarà proprio quell’elemento che il pastore verrà a liberare.
Ad un altro livello, rileggendo Ezechiele 34,1-31, il testo di Giovanni acquista una luce nuova; i destinatari sono farisei e scribi, cioè gli stessi che Ezechiele considera pastori di Israele.
Questi ultimi, a loro volta, come riconoscono la voce del guardiano delle pecore?
Ascoltandola ripetutamente e affezionandosi ad essa. Lo stesso vale per tutti coloro che preferiscono l’insegnamento di Gesù a quello di altri maestri: col tempo la voce del loro guardiano diventa familiare, ed è la porta verso la vita. Non si entra in un recinto, se ne esce e si potrà entrare e uscire, il Signore ha un messaggio di grazia per ciascuno.
I farisei, sotto accusa nella figura di ladri e briganti cui Gesù fa riferimento, sono riconoscibili come tali perché entrano scavalcando il recinto; non entrano dalla porta!
La questione per noi oggi si fa un po’ più complessa. All’epoca di Gesù, si sapeva bene chi fossero i farisei, erano riconoscibilissimi ed erano capi religiosi.
Ma oggi? Dove sono? Chi sono? Chi siamo? In quale categoria annoveriamo noi stessi e gli altri?
Pecora o lupo? Quante pecore in giro? Quanti lupi? C’è un guardiano? La porta la vediamo? O per entrare ci sentiamo costretti a scavalcare un recinto, malauguratamente imposto da chissà chi?
Non sempre siamo ben disposti ad ascoltare. Qualcuno che ne abbia la responsabilità può non essere in grado di assicurare il benessere delle pecore, per la semplice ragione che non ascoltando la voce di Gesù non è neanche in grado d’indicare la porta, ma si sostituisce ad essa.
E questa è la tragedia, perché con il suo fervore, con il suo zelo, casomai per recuperare la purezza di qualche principio, religioso o politico che sia, passa ad essere il rappresentante di un’élite che decide per tutti senza ascoltare nessuno.
Costoro, in genere, godono di un certo prestigio agli occhi della gente, per cui è probabile che vengano ascoltati al posto del pastore, il che può trarre in inganno molte persone, e sarà un disastro se colui che parla scavalca il recinto e intende sostituirsi a Dio.
Il populismo di ogni genere si nutre di questo, per esempio.
Un religioso, invece, può consigliare e cercare di prendersi cura degli altri, ma non può dire loro: “Attraverso di me, Dio vi parla”, perché questo significherebbe arrogarsi un potere che non spetta all’uomo e, insieme, negare la dignità dell’interlocutore; che si tratti di un altro pastore o di un laico, siamo tutti chiamati ad ascoltare e riconoscere la Parola direttamente.
Certo, questo ascolto può, e in certo senso deve, essere mediato da un altro che si renda testimone della Parola, ma è sempre Dio stesso che ciascuno ascolta dentro di sé.
Dio può parlare in vari modi, addirittura attraverso persone che non condividono la nostra stessa fede. Questo è un altro dei misteri della libertà di cui gli uomini possono godere. Il modo, il quando e l’essenza della liberazione appartengono all’unico in grado di non fare da schermo tra l’essere umano e il Padre, il Cristo, colui che ristabilisce la giustizia nella relazione.
Quanto più prestiamo attenzione, quanto più affiniamo il nostro ascolto, tanto più sapremo riconoscere la parola che ci parla e restituisce pace, stabilità e libertà: la dignità cui ogni figlio aspira, certo che qualcuno veglia su di lui, con amore, senza vendette e senza ricatti. Solo così tra i figli potrà nascere un autentico senso di fraternità.
Duemila anni dopo la redazione del vangelo di Giovanni dobbiamo ancora imparare questa storia. Non solo nel contesto della Chiesa di oggi, ma anche nel contesto dell’umanità in generale. Il ruolo dei leader, sia religiosi che laici, deve tener conto che gli uomini sono stati creati per coniugare la propria libertà con il rispetto e l’amore per il prossimo e per la terra sulla quale e grazie alla quale vivono. Ogni deriva autoritaria è in definitiva lesiva del rispetto di Dio.
Dove si collocano, in questo modello, i nostri leader religiosi? Dove ci collochiamo noi stessi, come sacerdoti o laici, o come genitori?

Puoi leggere qui la riflessione del 3 maggio 2020

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Al Tavolo di Emmaus

Riferirono ciò che era accaduto lungo la via
e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

23 aprile 2023 – Terza Domenica di Pasqua
Seconda Lettura: 1Pt1,17-21
Vangelo: Lc 24,13-35

Dio non ha sacrificato… il suo iPod, iPhone, iCloud… i suoi studi, la sua reputazione o qualsiasi altra cosa, ma suo Figlio … 
“Mi ha liberato! Parlo bene degli altri, tendo loro la mano, lodo Dio, amo il prossimo…”
Sì, belle parole, animate da pie speranze, da una fede rinnovata…
Sul serio lascio che il mistero pasquale mi riempia di gioia e di gratitudine?
La mia gioia riesce davvero a toccare quelli che mi circondano?
Non è che per caso quelli che mi circondano sono raggiunti solo dai miei ordinari brontolii su tutto ciò che non mi sta bene?
L’amore mi si legga sul volto? Si sente nelle parole che escono dalla mia bocca? Si vede nei miei gesti?
Domande lecite, sensate, ognuno sa dare la risposta per proprio conto.
Allora? Questione di stile? Quando e quanto trapela questa gioia pasquale?

Ogni volta che poso gli occhi su una sequenza biblica, quel che vedo sfugge completamente al controllo della mia ragione “ragionata”, eppure colpisce la mia percezione attraverso una sensazione che vorrei chiamare “domestica”.
Allo stesso modo, la rivelazione fiorisce nella quotidianità e fluisce senza che mi sia possibile dubitarne; basta un attimo di sosta vigile, perché un bicchiere d’acqua, una tavola, un pezzo di pane, una grigliata tra amici, una conversazione per strada, un bambino che dorme nella culla, un giovane che parla, una sedia, una ciotola, una candela si manifestino come il territorio costante della rivelazione.
In quei momenti sono sveglio minuto per minuto, e ho la possibilità di toccare con mano l’incanto dell’ordinario stupore. Tanto da pensare che fuori da quei momenti, in realtà, io stia dormendo, anche mentre lavoro. Eppure, lavoro!
E quando sorge qualcosa che mi confonde, mi disturba, mi preoccupa, lì c’è ancora rivelazione: sono nel mondo, non in un bolla, né mistica, tanto meno tecnologica.
Mi viene in mente il vissuto di qualche tempo fa; la pandemia è stata una specie di scoperta globalizzata della mortalità di homo sapiens sapiens e, in qualche modo, qua e là emergeva una forma di speranza condivisa in un “cambiamento” possibile, in un miglioramento morale e materiale dello stesso sapiens.
Sono alla disillusione? Ho la sensazione confusa che qualcosa o qualcuno mi abbia deluso, reso nuovamente errante, alla ricerca di una via d’uscita?
Noioso argomento di filosofia della maturità?
Eppure, desiderio, paura, impazienza, rabbia, noia si susseguono e si mescolano e la cosa non mi pare riguardi soltanto me.
Una certa quota d’incertezza prende corpo in tutte le aspettative, si attende una soluzione, che non è ancora chiara. La soluzione spesso giunge diversa dall’aspettativa. Frustrazione o sorpresa?
Nel primo caso, in genere, ci si ripiega su se stessi, nel secondo ci mettiamo in moto.

Con i due sulla via di Emmaus sono proprio, con altri, su quel crocevia che mi permette di transitare dall’aspettativa mancata alla gioia pasquale, sono esattamente su quel tratto di strada.
Camminiamo, parliamo, discutiamo di quello che è successo: una pessima situazione ci ha toccato, rattristato, confuso, deluso. Camminiamo, parlando tra noi, nel cuore della realtà, movimento della parola, con la parola, indotto dalla parola; ci spostiamo da un punto all’altro del pensiero, delle emozioni, del modo di percepire il mondo, quasi sempre con la ragione “ragionata”, eppure qualcos’altro accade. Il percorso, la strada, il cammino personale (in due o più, non da soli, dove due o tre sono riuniti nel Suo nome…) sono la prima chiave stilistica che apre la struttura parabolica dell’esistenza. Senza questo movimento non può esservi nulla, neanche la fede.
La vita non è inerzia cementata dall’assoluto delle certezze o delle vittorie personali.
La fede mi spinge fuori dal guscio delle acquisizioni certe e fuori dalla mulattiera che attraversa le conferme delle mie belle trovate! – Figura metaforica che invita a leggere il vangelo prima di sbagliare strada irrimediabilmente, e finché è giorno; a fare attenzione al vicolo cieco, al muro, al fallimento, all’assenza di orizzonte, alla chiusura del senso e dell’intelligenza; a fare attenzione al filo d’erba che sbuca tra due blocchi di cemento, per accorgersi del germoglio di un seme, dato per sprecato.
La relazione nell’ambito della fede apre una breccia nell’opacità del mondo; la parola funziona inevitabilmente come un cammino che plasma un’apertura e apre una porta tra luoghi e tempi per sbaglio creduti separati.
E’ lì che Gesù si avvicina, Gesù stesso, come dice il testo al Versetto 17.
Giunge inatteso, si avvicina, viene preso per uno “qualsiasi”, improvvisamente si fa rivelatore di qualcosa che già era stato detto, ma non ce ne ricordavamo, parla di sé, di quando l’avevamo conosciuto, resta con noi, letteralmente si dona di nuovo.
Il “Tavolo Emmaus”, lascia nella memoria la traccia indelebile di un modo di vedere, che ci spinge a ritornare tra gli altri per confermare l’incredibile: il Cristo è veramente risorto.
Il crocevia è stato attraversato, la decisione è stata presa, la via del ritorno fra i propri simili, in famiglia, in comunità, nel mondo di tutti i giorni, è resa chiara da un’intensa gioia vitale.
Il “Tavolo Emmaus” potrebbe essere anche lo stesso intorno al quale ci sediamo tutte le sere.
La nostra tavola porta le tracce del passaggio di Cristo? O è solo una riproduzione, una specie di moderna natura morta?
La banale tavola delle nostre conversazioni, delle nostre cene, delle nostre condivisioni, questa cosa semplice e meravigliosamente ordinaria, può essere il fulcro di una connessione profonda o, purtroppo, in alcuni casi, il luogo da cui ci si è disconnessi, avendo perso il senso di esserne parte.
Occorre riposizionarsi ogni giorno sul territorio dei vivi, nella semplicità, nell’intuizione, nella fede ravvivata, che ci fa alzare e lasciare letteralmente tutto il resto, tutte le delusioni, tutti i brontolii grigi e inservibili, come una tovaglia stropicciata dopo il pasto.
Credo sia necessario vivere questo per avvicinarsi alla vita reale, per sentirla “domestica”, per rendersi conto di chi siamo, del nostro contesto, delle nostre emozioni, della natura della nostra fede.

Della nostra fede: così com’è.

Leggi la riflessione del 26 aprile 2020

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La difficoltà

Non era con loro quando venne Gesù

16 aprile 2023 – Domenica dell’ottava di Pasqua

Vangelo

Seconda Lettura

Con l’età, trovo ancora più facile essere come Tommaso Didimo, ho più difficoltà a credere, sento la presenza di Dio meno di prima. Cosa succede?
Nella mia infanzia, i genitori erano molto presenti, mi proteggevano e mi coccolavano, ero, come tutti i bambini piccoli, totalmente dipendente da loro. Tra le altre cose mi hanno educato alla fede, e io mi sentivo benedetto da Dio e non mettevo in dubbio la sua presenza.
Nel Vangelo, questo periodo corrisponde forse alla vita dei discepoli prima della chiamata: erano tutti uomini di fede, nessuno di loro metteva in dubbio l’esistenza di Dio.
Poi è arrivata l’adolescenza, l’età degli entusiasmi e delle crisi, ho messo in dubbio l’autorità genitoriale, ho cercato un gruppo di amici, mi sono innamorato; ho scoperto un mondo diverso e meraviglioso, al quale mi sono dedicato con passione. Ho percorso un sentiero di differenziazione in autonomia.
In maniera simile, probabilmente, i discepoli avevano seguito Gesù di Nazaret, erano tanto convinti del sentiero intrapreso da lasciare le loro famiglie e perfino il loro lavoro.
Hanno vissuto l’esperienza della sequela, i miracoli, l’amicizia, ma anche il deserto: tutto ciò ha riempito di significato le loro vite.
Ad un certo punto, si sono confrontati con la sofferenza, attraverso il dramma della passione e della morte di Gesù.
Man mano che si diventa adulti, ciascuno sperimenta la sofferenza individuale e il senso di perdita; molti vivono benissimo (o così pare) anche senza credere, ma, quel che è peggio, l’ingiustizia e il male sono così presenti alla coscienza, che la terra sembra girare, senza che alcun Dio se ne curi.
Questo dev’essere il tipo di crisi di Tommaso. Gesù risorto? Ma andatelo a raccontare a un altro…
Qualcuno si sta indignando? L’ho pensato solo io?
La prima reazione di tutti gli apostoli, forse con la sola esclusione di Giovanni, è sulla stessa linea.
Poi, il Nazareno risorto li va a cercare, entra nella loro casa, allo scopo di portare loro la pace e il calore dello spirito. I discepoli gioiscono per la sua presenza, perché è vivo.
Tommaso, che non l’aveva ancora visto, non gioisce, piuttosto rimane incredulo, come si trattasse del volto onnipresente e onnipotente di un genitore defunto, scomparso. Stenta a credere.

Credere nella resurrezione. E nella vita eterna. Sperimentare la gioia della presenza del Dio vivente. Per alcuni è naturale, per altri è possibile solo dopo la crisi e il lutto. Ma cosa porta Tommaso a gridare: “Mio Signore e mio Dio”?
Si accorge: Lo riconosce, perché il Cristo risponde esattamente a quello che Tommaso ha per la testa e nel cuore. Gesù, come un amico vero, riprende le parole di Tommaso, quelle di otto giorni prima, dette davanti agli altri discepoli, come se egli fosse stato presente.
Questo tipo di conoscenza è quella che esiste solo nell’amore profondo. Lo stesso si potrebbe dire a proposito di Maria Maddalena: l’uomo, forse il giardiniere, vicino alla tomba vuota, la chiama per nome: “Maria!”, e lei grida: “Rabbuni!”. Il Vangelo di Giovanni recita: “Il pastore conosce le sue pecore per nome”.
Così quando Gesù dice: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”, i genitori si fanno da parte e i figli raccolgono il testimone.
Il dono dello spirito permette un minimo di parità, nell’ambito di una distanza che ci differenzia come persone, ma ci unisce in un orizzonte di portata molto più ampia. Siamo pronti per portare la testimonianza dei vivi ai vivi, nell’amore senza resistenze di chi finalmente si apre all’altro.
Penso che questo paradigma permetta di comprendere il passaggio a una fede matura.
Questo è il Vangelo di Giovanni.
La mia difficoltà a credere deriva probabilmente dalla difficile rinascita della fede dopo la Pasqua: una forma di lutto nella nostra percezione di colui che chiamavamo Dio.

“Nella sua grande misericordia egli ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per una eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce”. Così Pietro, nella fede matura, lo stesso che, in preda alla paura, aveva negato di aver conosciuto il Nazareno…

Leggi qui la riflessione per l’Ottava di Pasqua del 2020

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Vide e credette

Non avevano ancora compreso la Scrittura
secondo cui Gesù doveva risorgere dai morti

Domenica di Pasqua – 9 aprile 2023 – Anno A
Gv 20,1-9; At 10,34.37-43

Vangelo

Lettura

C’è vita dopo la morte? È una domanda che ogni essere umano, prima o poi, si pone.
Vita dopo la morte: alcuni ci credono, altri no. E tra coloro che ci credono non ci sono solo i cristiani: molte altre religioni parlano di un aldilà; capita persino che ci credano anche persone che non appartengono ad alcuna tradizione religiosa. Per quanto riguarda le rappresentazioni che ne facciamo, esse differiscono da una persona all’altra.
Ma per noi cristiani, cosa significa la resurrezione? Ritrovare le persone che abbiamo amato in questa vita? Assistere all’eliminazione di ogni male? Anche le rappresentazioni di questa vita dopo la morte differiscono da un cristiano all’altro.
I detrattori delle religioni dicono che se crediamo nella resurrezione è perché ci si aggrappa a questa idea per bisogno di rassicurazione e consolazione; in altri termini denunciano un’illusione. Sì, molti pensano che questa fede nella vita eterna sia solo un prodotto immaginario del desiderio.
Cosa possiamo dire anzitutto per noi, sulla resurrezione? Ne possiamo dire qualcosa non per convincere i detrattori e tanto meno per contrapporsi ad essi? Cerchiamo prove della resurrezione? La risposta è no: non le cerchiamo; abbiamo provato l’esperienza dell’incontro con il Risorto. Come cristiani, possiamo ancora affermare qualcosa sulla risurrezione, ma non lo facciamo adducendo prove tangibili ed evidenti per tutti, perché non è possibile. Parliamo di resurrezione per fede e fiducia in ciò che abbiamo sperimentato. Questa fede si basa sulle Scritture e sulla testimonianza di persone che hanno visto e sperimentato.
Le Scritture ci dicono che il mattino di Pasqua, il mattino della risurrezione, Maria di Magdala si recò al sepolcro e fece una dichiarazione, una dichiarazione di fatto; notò una cosa, una sola cosa:  la pietra che chiudeva il sepolcro era stata rotolata via e che il corpo di Gesù non era più lì; notò che il sepolcro era vuoto, nessuna prova tangibile, nessuna prova inconfutabile, nessuna prova che fosse vincolante per tutti. Maria di Magdala in quel momento non va oltre questa constatazione della realtà: il Signore è stato portato via dal sepolcro e non si sa dove sia stato messo! Si accontenta di fare una dichiarazione della realtà materiale: “era ancora buio”.

Come siamo passati da questa constatazione della realtà alla fede nella risurrezione?
Maria Maddalena non entra nel sepolcro, rimane fuori. Poi si affretta a raccontare a Pietro e Giovanni ciò che ha visto. La sua osservazione della realtà è sufficiente per mettere in moto Pietro e Giovanni, che accorrono e non restano fuori: entrano nel sepolcro, fanno un altro passo. Pietro fa la stessa osservazione di Maria di Magdala: il sepolcro è vuoto e vede le bende piegate e disposte con cura. Il suo approccio è lo stesso: osserva, vede quello che tutti avrebbero visto.
Pietro, come Maria di Magdala, si attiene alla realtà osservabile. Ma la realtà osservabile, il visibile, non è sufficiente; l’essenziale è invisibile agli occhi. Attenersi a ciò che si vede vuol dire rimanere ancorati alle proprie percezioni, dunque alle apparenze, o forse alla semplificazione del reale, quel tanto che, con i nostri sensi e la nostra mente, possiamo sopportare: questo vuol dire rimanere nel segno delle cose visibili.
“Lui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva far si che costui non morisse?” (Gv 11,37). Anche per chi pronuncia questa frase è ancora notte.
«Siamo forse ciechi anche noi?».  Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: ‘Noi vediamo’, il vostro peccato rimane» (Gv 9,41). È notte per tutti.
La risurrezione non è accessibile ai nostri sensi, eppure nel Credo diciamo “credo in un solo Dio, Padre Onnipotente, Creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili”.
Ne possiamo o ne dobbiamo continuare a parlare? Sarà notte per sempre oppure si farà giorno?
Giovanni scorge l’alba. Per una volta, non è Pietro ad avere il ruolo di protagonista, perché Giovanni in quel momento non si accontenta del visibile. Anche lui, come gli altri due, vede la realtà materiale, ma a questo sguardo aggiunge la fede: “vide e credette”, dice il testo.
Vedere e credere. Giovanni non vede solo un’assenza, ma qualcosa di più e crede non che il corpo sia stato rubato, come gli avversari sostengono fin dall’inizio, ma che quel corpo sia diventato vivente in altro modo.
Con Giovanni non c’è la sola osservazione della realtà, né la sola fede, scollegata dalla realtà, ma c’è l’osservazione della realtà in una modalità che si risolve nella fede: in Gesù Cristo, in ciò che aveva detto mentre era visibile su questa terra, nelle cose visibili e nelle cose invisibili, nella resurrezione, che per Giovanni si rivela con una luce improvvisa. Non per niente, poco prima la Parola di oggi ce lo presenta come “il discepolo amato”.
Non si tratta quindi di scegliere tra realtà e fede, ma di tenere insieme le due cose, il visibile e l’invisibile. Allora può succedere di rimanere sorpresi, sulla via… di Giovanni: è l’alba del giorno nuovo. Giovanni trova infatti ciò che non si aspettava e che nessun discepolo si sarebbe aspettato, si fa giorno. Il testo continua dicendo che i discepoli non avevano ancora compreso la Scrittura; che egli sarebbe risorto dai morti.
Né Maria Maddalena, né Pietro, né Giovanni sono andati al sepolcro con l’intenzione di trovare qualcosa, ma, andando, Giovanni ha trovato ciò che non si aspettava. La sua vita e quella dei discepoli si apre su un orizzonte totalmente altro rispetto a quello cui siamo abituati.
Forse proprio perché Giovanni era il discepolo amato.
Come Giovanni, potremmo guardare da vicino la nostra realtà, con tutte le sue assenze, e con tutte le nostre mancanze; come lui, potremmo sentirci incoraggiati a fare un altro passo nell’ordine della percezione del reale e incontrare qualcosa di molto più vasto.
E credere. Nella resurrezione. Perché l’essenziale è invisibile agli occhi.
Giovanni si percepisce forse come già risorto in Cristo?

A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. (Gv 1,12-13).

Buona Pasqua!

Leggi la riflessione del 12 aprile 2020

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