A quale santo votarsi?

Anche i cagnolini si cibano delle briciole
che cadono dalla tavola dei loro padroni

20 agosto 2023 – XX Domenica del Tempo Ordinario Anno A
Vangelo: Mt 15,21-28
Seconda Lettura: Rm 11,13-15Rm11,9-32

Dove l’uomo non sa più a quale santo votarsi, Dio si fa uomo per salvarlo.
Questa mi sembra la grande lezione del Vangelo di oggi.
Gesù va dalle parti di Tiro e Sidone e incontra una donna che viene proprio da lì: le loro strade s’incrociano – guarda caso…
Di Gesù conoscevamo la misericordia e la forza di partecipazione alla sofferenza del prossimo; che ignori lungamente questa donna urlante dal dolore e le rivolga poi una frase così dura, suona strano.
La faccenda è seria. La donna grida per attirare l’attenzione di Gesù, ha una figlia malata, crudelmente tormentata da un demone, dice il testo. Perfino i discepoli non ce la fanno più a sopportare le urla angosciate della donna e chiedono a Gesù di fare qualcosa.
Il Cristo persiste nel suo atteggiamento, sembra addirittura sprezzante: non è bene prendere il pane dei bambini e gettarlo ai cagnolini.
Dice proprio così: “cagnolini”, figli piccoli dei cani, come i bambini sono figli piccoli degli uomini.
Un dubbio legittimo: e se Gesù provasse ostilità verso i non ebrei? I Cananei erano nemici giurati degli ebrei… Significherebbe mettere in dubbio l’intera universalità della chiesa cristiana.
Questa idea disturba, vero? È inquietante pensare che per un tempo, anche limitato, Gesù abbia potuto non essere misericordioso… per questioni, diciamo, etniche…
La donna si umilia prostrandosi davanti a Gesù: nessuna reazione.
La donna lo implora, dicendogli: Vieni in mio aiuto! – Gesù rimane imperturbabile.
Si badi che la donna lo appella “Signore”, “Figlio di Davide”: pur essendo cananea, avendo altri déi, utilizza appellativi che appartengono alla tradizione di Israele.
Ed è proprio la reazione della donna a quella esclamazione severa, che per noi suona offensiva, che finalmente convince Gesù: «È vero, Signore, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Parla con una non comune prontezza di spirito.
L’idea di lasciare il sovrabbondante per gli altri appartiene ancestralmente alla sapienza della tradizione giudaico-cristiana, una sapienza alla quale la donna aderisce, altrimenti non sarebbe andata a supplicare il Cristo.
Nell’Antico Testamente ci sono molti passi su questo tema, per esempio nel Deuternomio: “Quando, facendo la mietitura nel tuo campo, vi avrai dimenticato qualche mannello, non tornerai indietro a prenderlo; sarà per il forestiero, per l’orfano e per la vedova, perché il Signore tuo Dio ti benedica in ogni lavoro delle tue mani. Quando bacchierai i tuoi ulivi, non tornerai indietro a ripassare i rami: saranno per il forestiero, per l’orfano e per la vedova. Quando vendemmierai la tua vigna, non tornerai indietro a racimolare: sarà per il forestiero, per l’orfano e per la vedova”. (Dt 24,19-21)
Reminiscenza? Conoscenza di una tradizione? Oppure semplicemente arte del vivere? Forse coscienza di appartenere a qualcosa di molto più vasto di un semplice popolo, vinto o vincitore, dominatore o dominato, autoctono o straniero. Voglia di vita per la sua prole? La figlia era posseduta: ma da chi? Schiava di cosa? Soggiogata, esclusa? Malata di mente?
Tuttavia, la donna cananea è dotata di senso della realtà: sa bene che gli uomini  fanno differenze, tra “bambini” e “cagnolini”. Soprattutto spesso vedono “cagnolini” laddove ci sarebbero “bambini”. Mi piace pensare che Gesù si sia espresso così per provocare nella donna una presa di coscienza più profonda, un “insight”, direbbe lo psicologo moderno, quasi un “koan”, alla maniera dello zen Rinzai.
Ad ogni modo è il dialogo tra i due, la “conversazione” che rivela la fede e rende possibile la guarigione; la differenza tra la pecora perduta d’Israele e lo straniero viene abolita.
Allo stesso tempo si appalesa un confine tra l’origine della donna e quella di Gesù, sul quale entrambi concordano, condizione necessaria per stabilire qualsiasi autentica relazione, quella che rispetta l’identità libera e vivente dell’altro, consentendo il superamento di ogni tentativo di prevaricazione.
Coloro che avevano capito questo prima degli altri, come l’apostolo Paolo e i membri delle prime comunità cristiane avevano sostanzialmente realizzato che come nella parabola della moltiplicazione dei pani, c’è pane in abbondanza molto oltre i confini di Israele. 

Quando l’uomo si trova schiacciato contro il confine del proprio io, come in un gabbia, solo Dio può aprire quella gabbia e liberarlo. Lì dove l’uomo fallisce, Dio mostra la sua potenza.
A qualsiasi latitudine.

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Da che parte guardare

Furono turbati e dissero: «È un fantasma»

13 agosto 2023 – XIX Domenica del tempo Ordinario – Anno A
Vangelo: Mt 14,22-33
Seconda Lettura: Rm 9,1-5

Il Signore viene incontro a coloro che disperano di essere aiutati.
È lui o è un’illusione?
Realtà o fantasma?
I discepoli di Gesù si sono imbarcati di notte sul lago turbolento, sono spinti da un vento contrario che solleva le onde contro la loro fragile barca. Sono spaventati a morte dal buio della notte e dal rumore delle onde. Alle prime luci dell’alba viene loro incontro Gesù, camminando sulle acque.
Giovanni racconta lo stesso episodio o un episodio simile, senza menzionare esplicitamente l’avventura di Pietro, ma sottolineando come le acque fossero agitate da un forte vento, e come la barca avesse toccato l’altra riva in un batter di ciglio non appena Gesù vi era salito. (Gv 6,16-24).
Giovanni, alla fine del suo Vangelo, scrive anche: “Queste cose sono state scritte perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché credendo abbiate vita nel suo nome. Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome”. (Gv 20,30-31).
La questione fondamentale, qui, è capire se si tratti di una storia che ha riguardato dodici uomini in difficoltà su un lago in tempesta duemila anni fa, o sia la storia ripetuta mille volte di tanti drammi analoghi vissuti dall’umanità in generale e appartenenti anche alle nostre particolari e personali vicende.
In ogni caso, è esperienza comune sentirsi talora minacciati da eventi che non controlliamo: malattia, guerra, disastri ambientali, povertà, violenza, cattiveria, indifferenza, lutti.
L’esperienza di una volta, qui raccontata, diventa la regola per tutte le altre volte.
Ecco perché ognuno potrà leggere in questa storia il proprio disagio, le proprie paure e trovarvi un segno, nel senso inteso da Giovanni.
L’esito è che il Cristo ci raggiunge e sale sulla nostra imbarcazione, anche se non lo riconosciamo e se il suo volto si confonde per noi con quello di tutti i fantasmi con i quali fabbrichiamo le nostre illusioni.
Il miracolo della sua presenza è una realtà viva e tangibile nella nostra vita, il problema è che non sempre siamo in grado di riconoscerlo.
Quando ci rivolgiamo al Cristo,non necessariamente percepiamo la sua presenza, per cui non siamo veramente rassicurati. Sentiamo solo il nostro dolore, consideriamo solo le nostre ansie. Non vediamo una via d’uscita dalla nostra angoscia, ma solo la realtà immediata di ciò che ci tormenta e delle difficoltà che ci assalgono in una cascata incessante.
Chi saprà discernere l’azione del Signore e insegnare agli altri a farlo sarà audace, bravo e coraggioso, perché non è così certo per noi che il Signore possa fare qualcosa quando tutto ci sfugge. La sua voce, anche se risuona nelle nostre orecchie, non ci libera da tutto ciò che ci tormenta e non ci libera da tutti i passi falsi in cui siamo caduti.
L’avventura di Pietro narrata da Matteo può aiutare a vederci più chiaro.
In questa storia, Pietro è come tutti noi: ha paura, per giunta abbastanza fondatamente.
Come tutti noi dubita e non è sicuro che sia proprio il Signore a venire verso di loro all’alba. Allora che fa? Lo sfida…
– Se sei tu, comandami di venire da te sulle acque. E Gesù che fa? Invece di andarsene offeso, come uno qualsiasi di noi avrebbe forse fatto, gli dice: “Vieni!”.
Pietro però, come al solito, non è ancora all’altezza della situazione, non è ancora pronto: s’incammina spavaldamente, ma continua ad avere paura ed è proprio per questo che comincia ad affondare. Non solo chiede al Signore una prova che lo porti al di là del confine della propria natura, ma una volta che il Signore accondiscende, non si fida. Un vero disastro! Lo stesso disastro che viviamo tutti, e le coppie che continuano a chiedere prove d’amore… tipicamente scoppiano…
Nonostante tutto Pietro sfugge all’annegamento. Certamente al culmine del terrore riesce a gridare “Signore salvami!”.
Chiede aiuto, quando, perso per perso, riesce a scavallare il dubbio…
Sembra che l’affetto di Gesù nei confronti di Pietro non possa sopperire alla mancanza di fiducia di Pietro nei confronti di Gesù, ma che sia necessario il terrore di annegare perché Pietro riesca a fidarsi.
Non sarà che Pietro aveva confuso il suo bisogno di vedere miracoli con la fede?
Il miracolo, se si realizza, accade solo se siamo certi che tutta la nostra vita è nelle mani di Dio.
Non solo, ma se siamo anche certi che la presenza del Cristo con noi è sempre reale, anche quando non la sentiamo. L’invocazione di Pietro non è un’improvvisa prova di fede, ma una resa incondizionata alla propria fragilità e all’unica persona che immagina possa salvarlo. 

C’è qui tutto il dramma della solitudine umana di fronte all’avversità. Un dramma nel quale anche i compagni non possono nulla, perché rimangono nella barca impauriti e “inutili”, limitati nel loro confine umano. Nessuno si tuffa dalla barca per salvare Pietro… È il dramma di quei passaggi di vita che si possono attraversare esclusivamente con l’aiuto di Dio. Il Signore viene, aiutandoci a superare proprio ciò che temiamo di più.

Per leggere la riflessione del 9 agosto 2020 clicca qui

È un’illusione? No, non lo è, perché noi testimoniamo esattamente questo miracolo.
La fede è questo: ci dice da che parte guardare, ed è l’inizio del miracolo.

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Esperienze di trasfigurazione

6 agosto 2023 – Trasfigurazione del Signore

Vangelo: Mt 17,1-9
Seconda lettura: 2 Pt 1,16-19

Pietro scrive alla prima generazione di cristiani: “Non siamo andati dietro a favole artificiosamente inventate […], ma siamo stati testimoni oculari della sua grandezza.” Si riferisce alla grandezza dell’uomo Gesù nel quale si è incarnata la forza infinita e onnipotente che chiamiamo “Dio”.
In questo consiste la questione centrale, il tema missionario per eccellenza: Pietro consegna ai posteri la sua esperienza personale, un racconto nel quale ciascun cristiano potrà ritrovarsi, un’esperienza per noi, oggi, istruttiva, come lo è stata in questi duemila anni per ogni cristiano.
Pietro sta dicendo che ha vissuto la presenza di Dio nella sua vita quotidiana: è un testimone oculare, anche perché con Giacomo e Giovanni ha assistito alla trasfigurazione.
L’episodio è riportato in tutti e tre i vangeli sinottici (Mt 17,1-8; Mc 9,2-8 e Lc 9,28-36.) e viene confermato dal racconto di Pietro nella sua epistola .
Pietro è il pescatore galileo che crede ciecamente nella messianicità del Nazareno e si convincerà dell’assoluta necessità di trasmetterne gli insegnamenti.
La storia personale di questo discepolo, iniziata semplicemente, normale, così comune ai suoi tempi, prende una direzione nuova e diventa per noi una storia sacra.
Noi non siamo stati testimoni oculari di quel che avvenne quel giorno, presumibilmente sul monte Tabor; abbiamo però la certezza della veridicità del racconto. Come mai?
Perché al di là di tutti gli studi esegetici e teologici, abbiamo sospeso per un momento l’obbligo all’immediatezza della valutazione razionale e abbiamo dato credito a Pietro e ai vangeli. Ne è derivata un’esperienza innegabile: abbiamo visto la nostra vita trasfigurata, abbiamo sperimentato la presenza di Dio nella nostra vita.
In genere coloro che hanno avuto questa esperienza non la tengono per sé, ne parlano, perché altri possano intuirne la reale possibilità e provare lo stesso gioioso stupore: il regno dei cieli è simile ad un tesoro nascosto in un campo. Si tratta di un’esperienza religiosa, non ci si può arrivare se non personalmente, non ci sono intermediari, tranne il Cristo stesso.
Qualcuno dirà: siamo stati battezzati, siamo stati mandati al catechismo, continuiamo ad andare a messa. Se si trattasse solo di questo, e non si potesse affermare di aver avuto un’esperienza di trasfigurazione, saremmo dentro una confessione religiosa a carattere esclusivamente formale.
Questo spiega anche perché la maggioranza della gioventù attuale, si dice atea.
Nel loro panorama culturale non esiste una storia sacra da ripercorrere, la trasmissione dell’esperienza di trasfigurazione si è spezzata, quindi in molti non hanno ancora avuto la possibilità di scoprire da soli che la loro storia individuale è già potenzialmente una storia sacra.
Pietro , Giacomo e Giovanni non solo erano discepoli del Nazareno, ma erano cresciuti sul terreno di una tradizione che aveva contemplato e narrato la trasfigurazione dei padri come un’esperienza possibile. L’episodio della trasfigurazione offre un significativo paradosso: in cima alla montagna, Gesù non dice quasi nulla ai suoi discepoli, ma conversa con Mosè ed Elia. Al centro della storia, c’è una voce che dice: “Ascoltatelo”.
Mosè ed Elia rappresentano la tradizione nella quale sono cresciuti i tre discepoli: la legge e i profeti, l’intera Parola rivelata. Entrambi sono portatori di esperienze di trasfigurazione.
Mosè, dopo la liberazione dalla schiavitù, nel deserto, rimane  per quaranta giorni sul Sinai, conversando con Dio. Anche Elia ha un’esperienza analoga; quando, arrivando sul Sinai, scopre la presenza di Dio non negli uragani, nelle tempeste, nel fuoco o nei terremoti, ma quando percepisce una leggera brezza sul volto.
La fede cristiana si basa sulla stessa esperienza di trasfigurazione che il popolo d’Israele conosce e tramanda fin dalla propria nascita, cioè da circa tredici secoli prima della nascita stessa del Nazareno.
Paolo espone lo stesso concetto quando esorta a non conformarsi alla mentalità del secolo, ma a trasformarsi tramite il rinnovamento dell’intelligenza per discernere la volontà di Dio (Rm 12,2).
Lo ridice una seconda volta nella seconda lettera ai Corinzi per parlare di ciò che ci aspetta nel nuovo patto, quando tutti noi, a volto scoperto, riflettiamo come specchi la gloria del Signore, e veniamo trasformati in quella stessa immagine, secondo l’azione dello Spirito (2 Cor 3,18).
Essere trasfigurati dovrebbe essere l’obiettivo di ogni cristiano, la prova concreta di una fede adulta. Non è l’esistenza della divinità a necessitare di una prova, ma la fede…
Paolo dà ancora un’indicazione “metodologica”: mettere a morte il vecchio per esporre alla luce il nuovo, caratterizzato da “giustizia” e “vera santità” (Ef 4,17.20.24).
Lasciare che la luce illumini l’oscurità, implica sospendere ogni attaccamento ai pregiudizi, rinunciare alle opinioni limitate, ai riflessi condizionati dall’egoismo, al bisogno di avere sempre ragione, ad ogni stereotipo congelato, ai pensieri subdoli e malevoli, in altri termini a tutte le possibili, umane, meschine meschinità, componenti che nascono già morti o che, in ogni caso, sono destinati ad essere ridotti in cenere.
La trasfigurazione è un processo, un viaggio, un girarsi attivamente verso la bellezza e la luce; acquisire la fede si­gnifica imparare ad agire per amore, nella convinzione che questa vita ha un’unica direzione di senso verso un e­sito buono, da qui all’eter­nità. Si tratta “solo” di acconsentire alla vita senza paura e senza pregiudizi. Come scrive S. Paolo agli Efesini:
«Svègliati, o tu che dormi, déstati dai morti e Cristo ti illuminerà». (Ef 5,14)
Scrive ancora a Ti­moteo una frase bellissima: Cristo è venuto ed “ha fatto ri­splendere la vita” (2 Tm 1,10), e lo dice dal carcere, a riprova del fatto che doveva aver sperimentato tutta la sua vita come trasfigurata dalla presenza di Cristo. Fu capace di considerare un nulla le sofferenze da lui patite, in confronto alla gloria eterna che aveva visto risplendere. 

Forse per lui tutto il creato si era fatto tra­sparente e scorgeva il divino nel fondo di ogni essere e la possibilità del grondare della luce dal volto di ogni uomo.

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Tutto questo

Avete capito tutte queste cose?

30 luglio 2023 – XVII Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mt 13,44-52
Seconda Lettura: Rm 8,28-30

Che dire? S. Paolo ci colloca al di là di ogni aspettativa: chiamati, predestinati, giustificati, anche glorificati, fratelli del Primogenito (il Cristo – al quale siamo conformi), sappiamo che tutto concorre al nostro bene.
Ma … eravamo pronti a tutto questo?
“Tutto questo”.
Come esprimere oggi, in parole comprensibili, cosa intendo per “tutto questo”?
In fondo è facile capire: fare sempre il bene del prossimo. Tutti. Se ciascuno lo facesse sempre, tutti vivremmo al massimo delle nostre potenzialità.
Nessuno ci crede, pochi agiscono in questo modo, quindi non eravamo ancora pronti…
Il regno dei cieli è dunque un tesoro nascosto.
Non che qualcuno l’abbia nascosto volontariamente; rimane però nascosto per molti.
Sono propenso a credere che tutti lo cerchino, ma senza alcuna certezza che esista e alcuna idea attorno al dove cercare; in altri termini senza fiducia e senza determinazione. Così ci si ritrova davanti ad una selva di ostacoli.
Il regno dei cieli ha altre due caratteristiche.
Prima di tutto non è solo un oggetto da cercare, ma anche il processo stesso del cercare. Ad un certo punto ci si può rendere conto di scorgere qualcosa di molto importante, ma lo si nasconde, perché non ci sentiamo sicuri di aver visto bene, né ci sentiamo sicuri di noi stessi.
I motivi potrebbero essere molteplici: forse il “proprietario” di quel campo non ci venderà i propri possedimenti, oppure facciamo fatica a vendere i nostri per acquistare quelli… non è così semplice “vendere” tutto ciò che si ha, forse si teme non ne valga la pena, oppure che non basti, ad ogni modo cominciano a sorgere ostacoli…
Il regno dei cieli, però, non è solo simile ad un oggetto prezioso e al processo di ricerca di quell’oggetto: è anche simile ad una rete gettata nel mare.
Come dire che esiste qualcuno che l’ha gettata e che quella rete raccoglie ogni genere di pesci, senza fare differenze, belli e brutti, buoni e cattivi. In breve diventa stracarica, finché non si conclude il processo…
La conclusione è proprio ciò che imbarazza moltissimo: sono bello o brutto? Buono o cattivo? E se fosse tutto vero? Poi arrivano gli angeli e …
Ecco, quando dicevo che non eravamo pronti a “tutto questo”, mi riferivo a questo tipo di elucubrazioni…
Io credo che “la fine del mondo” non sia solo un’apocalisse finale, inferno e paradiso, questo di qua e quello di là.
Penso che “la fine del mondo” abbia una dimensione temporale e individuale, sia anch’essa un processo di natura personale; il mondo finisce per me quando sono talmente sovraccarico di pensieri e di emozioni sia buone che cattive, da non accorgermi di essere rimasto bloccato proprio nell’unica autentica libertà di cui godo: amare. Arrivato a questo punto è il crollo del “mio” mondo, la fine; tutto deve ricominciare, cestinando tutto ciò che mi ha reso così inetto ad amare.
Il regno dei cieli, la perla preziosa non la si può “possedere” da soli, al massimo la si compra per adornarsene o per regalarla. È come un quadro d’autore: anche se spendo una fortuna per comprarlo, al massimo posso guardarlo in estasi ventiquattr’ore su ventiquattro. O ricavarne denaro, esponendolo e facendo pagare un biglietto ai visitatori. Se amassi, lo metterei gratuitamente a disposizione di tutti coloro che vogliono bearsene. Certo, poi, chi condivide tanta bellezza, se amasse, contribuirebbe a mantenerla nel tempo…
E lo scriba?
Non è uno scriba “qualsiasi”, è uno “scriba divenuto discepolo”.
Matteo forse parlava di se stesso: scrivendo il suo vangelo, intendeva rivolgersi ai primi ebrei divenuti cristiani o agli scribi cristiani delle prime comunità.
È anche possibile andare oltre, e pensare che qualsiasi discepolo di Cristo diventi capace di attingere dal proprio tesoro cose nuove e cose vecchie.
Quali realtà sono nascoste sotto i termini “cose ​​nuove” e “cose ​​antiche”? L’Antico Testamento e il Nuovo? I segreti degli ultimi tempi e le cose nascoste dalla creazione del mondo?
O forse piuttosto le nuove intuizioni generate dalla predicazione del Nazareno?
È senz’altro vero che la parola evangelica rinnova costantemente la mente e il cuore di uomini e donne, fin troppo abituati ad antiche modalità stampate nella memoria, come leggi incise sulla pietra. Perciò l’intenzione dell’evangelista potrebbe essere stata quella di invitare chi legge a scrutare meglio il testo per scorgerne tutto il senso; a prima vista può sfuggire il legame logico tra le tre similitudini e lo scriba divenuto discepolo.
L’immagine del versetto 52 destabilizza il lettore nel percorso di appropriazione della narrazione, distruggendo l’illusione che anche la propria comprensione possa essere definitiva; l’immagine dello scriba divenuto discepolo è una ricapitolazione che, come lettori o ascoltatori, costringe a ricollocarsi in prima persona di fronte a questo discorso. Sull’esempio del maestro, il discepolo-scriba, estraendo dal suo tesoro il nuovo e il vecchio, sembra invitato a farsi “creatore di parabole” per realizzare la perpetua novità dell’insegnamento di Gesù.
Ogni cristiano ha questa possibilità dentro di sé.
Lo scriba divenuto discepolo incarna la promessa fatta al profeta Ezechiele: vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne (36, 26).
Solo per dono si può intuire la vastità dei misteri del Regno e cercare di trasmetterne la stupefacente ricchezza. Forse è proprio ciò che ha in mente S.Paolo, quando scrive: Ma le loro menti furono accecate; infatti fino ad oggi quel medesimo velo rimane, non rimosso, alla lettura dell’Antico Testamento, perché è in Cristo che esso viene eliminato. (2 Cor 3,14, 17).
Nei Vangeli, d’altronde, l’unica occorrenza del binomio “nuovo” e “vecchio” si trova proprio nella discussione tra Gesù e i Farisei a proposito del digiuno, con gli esempi del vestito vecchio rattoppato con tessuto nuovo e del vino in otri nuovi e vecchi (Mc 2, 18-22; Mt 9, 14-17; Lc 5, 33-39). Marco stesso, all’inizio del suo vangelo, scrive: “Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità. Comanda persino agli spiriti immondi e gli obbediscono!»”. (Mc 1,27).
E ancora Matteo: L’uomo buono dal suo buon tesoro trae cose buone, mentre l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae cose cattive. (Mt 12,35).
Lo scriba divenuto discepolo, preso, come tutti gli altri, nella rete gettata nel mare, vede il mondo fatto di cose nuove e cose antiche, o, potrei dire, abita un campo dove cresce il grano insieme alla gramigna. Allora gradualmente diventa un po’ più padrone di se stesso e della casa comune; ma solo nella misura in cui è capace ogni giorno di coltivare ciò che è in funzione della vita dei propri fratelli.
Può anche credere in una fine universale del mondo, alla fine del tempo, in cui tutto il male compiuto sarà stato estinto per la salvezza di tutti.
Ora, saremmo pronti a “tutto questo”?

NB: Puoi visualizzare qui la riflessione del 26 luglio 2020

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Nemmeno sappiamo

E colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito

23 luglio 2023 – XVI Domenica del tempo ordinario – Anno A
Seconda Lettura: Rm 8,26-27
Vangelo: Mt 13,24-43

Zizzania, seme, lievito.
Chissà quante volte abbiamo avuto a che fare con queste cose o le abbiamo viste e mi chiedo cosa sia una parabola: un’immagine oppure un segno?
Qualche versetto prima del nostro testo di oggi, Gesù, citando il profeta Isaia,  dice: “Hanno occhi e non vedono, orecchie e non ascoltano…” (cfr Mt 13,14).
Allora la domanda per me è questa: cosa cerco leggendo queste parabole?
Già pensare cosa voglia dire “cercare” o a cosa cerco di solito è come spingere lo sguardo oltre la siepe. In genere cerco le cose che ho perso (occhiali, chiavi…) e non mi aspetto di trovare qualcosa che non ho mai visto, al contrario, vado cercando proprio quello che conosco bene. 
Non cerco sorprese, anzi, le sorprese, in situazioni del genere, mi fanno solo perdere tempo.
Mi sembra normale, se mi serve qualcosa è logico che cerchi quella e nient’altro.
Questo modo di cercare però va benissimo per le chiavi e gli occhiali, ma non funziona se vado cercando soluzioni che riguardano la vita di relazione con gli altri. Se pratico solo la ricerca tra le soluzioni note, marcata dalla mia rappresentazione di ciò che già conosco, è meno probabile che trovi una soluzione nuova, magari più interessante e più utile di quel che mi aspettassi.
Se,  invece, presto attenzione anche ai segni, oltre che alle mie rappresentazioni, è più probabile che io raggiunga qualcosa che va oltre la contingenza e il bisogno immediato, là dove mi si manifestano desideri fino a quel momento inimmaginabili.
Certo, partire dai segni è più impegnativo che prendere l’avvio dalle immagini: una mia rappresentazione mi àncora più facilmente ad un passato vissuto come concluso e immutabile.
I segni mi mettono in moto verso un futuro possibile, sono una specie di spinta propulsiva verso una maggiore libertà del pensiero e del cuore.
I segni dicono la realtà di un possibile, ancora privo di immagini chiare e distinte come sono in genere quelle legate al già noto. Le sole immagini, a volte, servono a perpetuare cose già morte. Spesso mi sento dire: “il Vangelo non mi dice più nulla”. Qualche volta ho creduto di dover rispondere: “Ma forse non ti ha mai detto nulla… potresti essere rimasto ancorato all’aspettativa di scoprire ciò che pensavi di sapere già…”
La ricerca, per essere fruttuosa, dovrebbe essere sempre aperta all’inaspettato, alla sorpresa. Bisognerebbe avere un atteggiamento disposto all’accettazione di risultati assai più grandi, che vanno ben oltre i propri bisogni, per poter comprendere e gioire, per scoprire finalmente e, per la prima volta, ciò che tutti guardano senza vedere. 
Forse era anche questo il senso delle parole di Gesù “hanno occhi e non vedono, orecchie e non ascoltano…” (cfr Mt 13,14). Le parabole non sono solo immagini, ma anche segni capaci di aprire il significato possibile in una direzione diversa, di rivelare un orizzonte assai più ampio. Ci vogliono capacità immaginative e la facoltà di sognare: chi ha orecchi intenda, chi ha occhi veda.
Il segno è qualcosa che sta al posto di qualcos’altro, qualcosa che rappresenta dell’altro, sulla base dell’uso sociale: stando “al posto di”, favorisce un’equivalenza di senso sul piano simbolico tra oggetti diversi, permettendo una svolta, un cambiamento di direzione; il segno fornisce un significato ignoto fino al momento della propria apparizione, indicando una direzione diversa da quella che si sta percorrendo in quel momento, spesso si tratta di un capovolgimento totale, ed è proprio questo l’aspetto del processo che spaventa di più.
E allora si capisce meglio anche quanto scrive Paolo:
Perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio”.
Quando scrivo “disegni di Dio”, certamente scrivo qualcosa di cui non so nulla, tanto è vero che in genere, non so neanche che cosa chiedere, ma nel momento in cui la fede mi consente di essere “connesso” con lo Spirito, o come si dice “in comunione con il Cristo”, allora si aprono i molteplici sensi di questa parabola che diventa Parola anche per me: parlandomi, indicandomi una direzione e spingendomi oltre le siepi dei miei ragionamenti, delle mie idee dei miei preconcetti. Si può scoprire la grazia di Dio anche in un seme di frumento, in un granello di senape, in una misura di lievito: esperienze che diventano pane per me e per gli altri.

NB: leggi qui la riflessione del 19 luglio 2020

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Dialogo a cinque

Ecco, il seminatore uscì a seminare.

16 luglio 2023 – XV Domenica del Tempo Ordinario

Vangelo: Mt 13,1-23
Seconda Lettura: Rm 8,18-23

Il Seminatore uscì a seminare un seme molto antico.
Uscì a seminare nei suoi vasti possedimenti, con gesti ampi e generosi .
Era quello un regno infinito, pari a tutti gli universi immaginabili più uno.
“Troppo grande!” – gli disse la terra buona.
“Come si fa – pensava tra sé e sé la terra buona – a spargere seme dappertutto, senza fare differenze tra sassi, viottoli, rovi, senza fare eccezioni, trattando tutti allo stesso modo?”
Il Seminatore, intuendo quel che stava pensando, rispose: “Sei forse tu gelosa perchè io sono buono?”.
Questa risposta non la lasciò indifferente, mentre il Seminatore, confidando nel suo campo, continuava a seminare con magnifica regalità.
Il terreno pieno di rovi prese la parola: “Ma non è colpa mia se sono sempre così spinoso! Faccio del mio meglio, sono forte, sono partito bene, ci ho provato! Ma sempre tornano a soffocarmi le spine! Mi oscurano, mi nascondono la luce. Come faccio a portare frutto in queste condizioni?”.
D’altra parte, le giovani pianticelle, cresciute sul ciglio della strada, pensavano: “Ma guarda che bello! Come siamo in vista! Vediamo e ascoltiamo tutto, siamo sempre bene informate e aggiornate… ma guarda però quanta gente indaffarata e di corsa!  E se ci calpestasse? Rischiamo ogni minuto, per non parlare dei cani poi… che ingiustizia!”.
Il terreno roccioso, con bella voce tenorile, sovrastando tutti e senza ascoltare nessuno disse: “Io sono roccia sulla quale si può costruire! Sono solido, fermo, stabile, non come chi cambia idea come le camicie nel mese di agosto! E poi, mi si accusa di essere arido, superficiale, che tutto mi scivola addosso! Ma… io resterò saldo e granitico!”.
La terra buona, un po’ tronfia, mentre cercava di scansare un paio di erbacce insolenti, oscillava tra l’orgoglio e l’ombra del dubbio: “Se io sono quella buona, quella preparata bene per ricevere il seme e produco ora il trenta, ora il sessanta, etc. etc., sono accogliente, attenta, pronta a ricevere e a dare, se il seme ed io siamo fatti l’uno per l’altra, come mai tutte queste erbacce mi danno così fastidio, interferendo in continuazione?”. In quel mentre venne giù una grandinata breve, ma furibonda e per quell’estate la terra buona se la passò male. Si stava ancora riprendendo, quando il Seminatore le rivolse la parola: “Non ti ricordavi che posso far piovere o far splendere il sole sia sui buoni che sui cattivi?”. 
Così, ogni tipo di terreno tirava la coperta dalla sua parte, invece di rendersi conto di essere parte di un’enorme coperta: se ciascuno avesse avuto cura del seme ricevuto, tutti avrebbero potuto gioire del raccolto.
Poi, però, si scoprì che ogni tipo di terra aveva conosciuto giorni senza spine, giorni irrorati da una pioggia benefica, giorni in cui era stato possibile ricominciare, giorni in cui era stato facile ricevere e giorni di crescita. La terra buona, in particolare, si ricordò di avere la stessa composizione di tutti gli altri tipi di terra, cosa che tendeva a sfuggirle spesso.

In linea di massima, riconoscendomi con facilità e parzialmente, di volta in volta, in ogni tipo di terreno (il vasto campo della nostra umanità), credo sia una buona abitudine rilevare prima le nostre somiglianze con gli altri, piuttosto che le differenze. 
Se il seme è la parola, e in principio era la parola, che ne faccio io della mia?
Soffoca quella degli altri?  Diventa pietra di attacco o di difesa? È ballerina, frivola e senza sostanza? Porta gioia o semina discordia?
Nel nostro mondo, il Cristo ha piantato una parola che promuove la vita ovunque, in ogni momento, in tutte le sue forme. A differenza della tendenza prevalente nelle nostre miopi strategie, ha dato l’assoluta priorità all’umano, perché rimanesse vivo , forte, generoso nel suo insieme, una scommessa sicuramente ardita, ma a nostro vantaggio; significa che ci sarà sempre un posto per ognuno di noi nel “nostro” progetto comune, ovunque. Credo che il Seminatore della parabola, compiuto il suo compito, sia ritornato a casa senza rimpianti. Quello che ha scelto di fare, l’ha fatto, e qualunque cosa accada, sempre ciò che ha seminato darà frutto.
Ciascuno raggiunge gli obiettivi consoni al proprio modo di essere e di vivere da uomo o da donna, con i suoi tempi, più velocemente o più lentamente, ma, ineludibilmente,  secondo le “prestazioni” dell’intero campo.

Per leggere la riflessione del 12 luglio 2020 clicca qui.

Cose nascoste

Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli.

9 luglio 2023 – XIV Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mt 11,25-30
Seconda Lettura: Rm 8,9.11-13

Il testo inizia con una preghiera di Gesù, pronunciata in un momento non situato con precisione: “in quei giorni”, come se l’evangelista avesse voluto conservare un messaggio possibile per ogni tempo.
La preghiera si ispira probabilmente alle parole del Siracide: “Ti glorificherò, Signore mio re, ti loderò, Dio mio salvatore; glorificherò il tuo nome, perché fosti mio protettore e mio aiuto e hai liberato il mio corpo dalla perdizione, dal laccio di una lingua calunniatrice, dalle labbra che proferiscono menzogne; di fronte a quanti mi circondavano sei stato il mio aiuto e mi hai liberato…” (Sir 51,1-2).
Il Siracide è un libro tardivo della tradizione giudaico-cristiana, che non è stato mantenuto nella Bibbia ebraica e che fu scritto intorno al 180 a.C.
Gesù qui rende lode al Padre, Signore del cielo e della terra, perché ha nascosto la verità ai sapienti e agli intelligenti e l’ha rivelata ai “piccoli”. Poco prima, aveva rimproverato aspramente gli abitanti di Corazin e Betsaida perché non si erano resi conto di come stavano le cose neanche alla vista dei miracoli compiuti da Lui sotto i loro occhi e li aveva avvisati del rischio di una fine peggiore di quella toccata a Sodoma, città emblematicamente cancellata dal fuoco del cielo.
Il parallelo suggerisce che gli abitanti di Corazin e Betsaida, nella mente dell’autore, sono paragonati a persone bugiarde e calunniatrici.
C’è un’altra assonanza possibile tra il Vangelo di Matteo e il Siracide riguardante l’immagine del giogo: “Sottoponete il collo al suo giogo, accogliete l’istruzione, essa è vicina e si può trovare” (Sir 51,26)
Gesù similmente parla del Suo giogo “facile da portare” e del Suo fardello “leggero”. 
L’esortazione di Gesù appare come uno sviluppo di questa immagine comune e comprensibile per le persone che si radunavano attorno a Lui per ascoltarlo, si sta rivolgendo ai “piccoli”, cioè alla gente comune, non ai ricchi o ai potenti, agli aristocratici, agli intellettuali e saranno proprio i piccoli a dare origine a questa preghiera di lode.
Chi sono, a guardarli più da vicino? Se seguiamo la traccia di collegamento tra il capitolo 51 del Siracide e il nostro brano, sono tutti quelli che, con franchezza e senza alcuna malizia, si allontanano dalla menzogna e dalla calunnia. Quelli che non cercano, con calcoli perversi, di danneggiare gli altri.
Per questo Gesù li contrappone agli intelligenti, ma questo non deve essere visto come una critica alla riflessione intellettuale. Non sono l’istruzione, la cultura, il sapere sotto accusa, ma la malevolenza se è esercitata da chi ha o sa di più.
Gesù naturalmente non invita all’ignoranza e alla pigrizia, ma alla franchezza e alla lealtà, disponibile sempre per tutti, sia a chi è più istruito, sia a chi lo è di meno.
Purtroppo, nel corso della storia cristiana, l’interpretazione fallace ha avuto il suo successo; come prova potrei citare François Mauriac, che annotava nel suo taccuino del 1954:
“Che Dio preferisca gli imbecilli è una diceria che gli imbecilli diffondono da diciannove secoli”.
La storia del cristianesimo sarebbe stata senza dubbio diversa e forse meno drammatica se la riflessione intellettuale l’avesse illuminata meglio nei suoi periodi di oscurantismo.
Ma per fortuna, in ogni momento di crisi, la Chiesa ha annoverato tra le sue fila persone, che hanno messo la facoltà della ragione al posto che le compete.
La rivelazione del Vangelo va oltre il solo intelletto e fa appello alla facoltà dell’intuizione, che scarseggia in un epoca tutta dedita all’esclusività della ragione scientifica e tecnologica, perfino negli strumenti d’interpretazione delle arti, dove anche “l’intelligenza” è divenuta artificiale….
Il cristianesimo si basa sulla fede e sull’intelligenza … non artificiale!
Come si fa a vivere, basandosi sulla fede e sull’intelligenza non artificiale? Nella seconda lettura di oggi troviamo una “buona risposta”.
Io credo ci sia di fondo un unico grande miracolo, quello della conversione.
Paolo la racconta così: siamo stati “posti”, nascosti “in Cristo” e questa frase non può che essere il frutto della sua miracolosa conversione;  dirà anche: “Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?”
Questa frase, per esempio, conosciuta e falsificata dai peggiori criminali della storia, è stata “usata” in maniera distorta; masse di innocenti sono state trattate come pecore da macello da manipoli di falsari del pensiero di Gesù di Nazaret, esattamente come è avvenuto per il Gesù storico, sulla croce, a Gerusalemme intorno al 30 d. C.
Per chi vive, sentendosi “posto” in Cristo, non esiste un luogo più certo per essere, non solo protetto dal giudizio negativo di Dio, ma sostenuto dallo stesso giudizio quando l’ingiustizia dell’umano dovesse volgersi contro di lui.
Quando si sbaglia, come direbbe forse San Paolo credendosi debitori delle opere della carne, cioè quando si vive nell’egoismo, quando ci si appropria della vita altrui, quando si prevarica l’altro, quando si utilizza la ragione per distorcere la realtà a proprio favore, le conseguenze negative non riguardano solo il prossimo, ma in primo luogo se stessi: è come se ci si adoperasse attivamente per uscire da quella condizione dell’essere “posti in Cristo”. Essere posti in Cristo è la soluzione della questione dell’esistere, non una parte del problema.
Lo Spirito, che ci istruisce per via dell’intelletto e dell’intuizione, ci equipaggia per una vita all’altezza del nostro status di figlio o figlia di Dio; il giogo è leggero perché non siamo da soli a portare il peso della carne, chiaramente intesa in senso paolino, e in tutte “queste cose”, non c’è oggi più nulla di nascosto, sia per “piccoli”, che per “grandi”. Tutto è stato rivelato.

In tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore. (Rm 8,37-39).

NB: leggi qui la riflessione del 5 luglio 2020

Dignità

Chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto

2 luglio 2023 – XIII Domenica del Tempo Ordinario
Mt 10,37-42
Rm 6,3-4.8-11

Gesù dice con forza “me” 7 volte (5 volte nei primi tre versetti più altre due al v. 40). Il messaggio è assai personalizzato. Dice la centralità di Cristo. Il Vangelo è Gesù, Lui. La fede si gioca nel rapporto personale con il Maestro.
E cosa significa essere “degno” di Gesù, ripetuto tre volte? La parola greca originariamente non aveva alcun significato morale nel senso di “merito”. Si riferisce a una barra o una trave, un dispositivo utilizzato per distribuire lo sforzo di sollevamento su più punti. Il significato è quindi piuttosto “avere lo stesso peso”, “essere dello stesso valore”, e quindi “capacità di accordarsi”.Tre modalità non rendono degni…
Le prime due sono brutali: “chi ama suo padre o sua madre più di me non è degno di me; chi ama suo figlio o sua figlia più di me non è degno di me”.
Sono cristiano e tuttavia non posso dire di amare Gesù più di mia madre. Posso dire che preferisco impegnarmi in una parrocchia piuttosto che in un organismo di volontariato… o che scelgo un ritiro spirituale piuttosto che una settimana in spiaggia.
Ma l’amore per Gesù e per mia madre non mi sembrano paragonabili.
Noto con sorpresa che Gesù non parla qui di una relazione di coppia o delle relazioni tra fratelli e sorelle. Enuncia in questo contesto solo delle relazioni di filiazione, relazioni verticali, relazioni di autorità, di dipendenza. Duemila anni fa l’autorità dei genitori era molto più forte di oggi. Consentire al figlio di prendere le distanze da suo padre era all’epoca una cosa rivoluzionaria. Ancora oggi l’effetto liberatorio rimane. La nostra integrazione nella vita, la nostra identità sociale e culturale passano sempre attraverso la famiglia, la sua tradizione, la sua rete. La nostra identità di cristiani si basa su Cristo.
Gesù invita a passare dal dominio della legge – la legge ebraica, la legge della nostra famiglia, del nostro ambiente – alla legge di Cristo che è libertà.
Quindi, senza negare il quinto comandamento – Onora tuo padre e tua madre – Gesù incoraggia i convertiti le cui famiglie rimangono radicate in un’altra fede o in un’altra ottica, ad avere il coraggio di affermare in coerenza il proprio orientamento.
Libera dall’argomento della sottomissione a tutto ciò che è in contrasto con l’unico nuovo comandamento; la relazione con Cristo è il fondamento di ogni relazione umana e la fede aiuta ad “amare” meglio i genitori e i figli.
La seconda modalità che toglie dignità ai discepoli è il rifiuto di portare la croce.
Gesù è morto sulla croce. Quando Matteo scrive, 50 anni dopo la caduta di Gerusalemme, le persecuzioni contro gli ebrei sono intense e iniziano le persecuzioni contro i cristiani. Alcuni sono morti per aver seguito Cristo, ma Gesù non fa una chiamata al martirio. In ogni caso, seguire Cristo può significare opporsi a costumi, tradizioni, opinioni dominanti che non derivano dalla logica dell’amore per il prossimo, anzi sono in totale contraddizione; accettare il dolore, la fatica, il peso e le conseguenze di questo significa non opporsi alla croce e rimanere in piedi in relazione a Lui, pur nelle difficoltà e nelle prove del vivere.
La terza modalità è ancora più dura e paradossale: Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.
Una parola che si trova nei 4 Vangeli. Non possiamo scappare dal confronto con questa parola.
Ma come può avere senso per noi?
La parola “vita” indica intanto la vita qui e ora, non c’è solo il riferimento alla vita eterna. Chi trova la “propria” vita, cioè è centrato solo su se stesso, inevitabilmente la perderà, come se la terra smettesse di girare intorno al sole e girasse solo su se stessa.
Al contrario, colui che vive pienamente, che si dona agli altri senza riserve, accettando anche le situazioni difficili, perderà la presa su quel centro ritenuto certo e insindacabile (se stesso) per trovare la pienezza del vivere, la maturità umana e spirituale.
Vivere vuol dire prendere il Vangelo come criterio centrale dell’esistenza, accettare di prenderlo come punto di riferimento, così come il sole lo è per la terra; dire di sì ad una relazione vivente con Cristo, presente in ogni uomo e in ogni donna, ogni giorno della vita.
Nella seconda parte l’atmosfera si fa meno rovente.
La prima parte del testo è una parola senza mezzi termini diretta ai discepoli.
La seconda parte è una parola diretta a coloro che li accolgono, quindi sempre e ancora a noi tutti.
L’accoglienza è prima di tutto ospitalità, un atteggiamento molto importante in Medio Oriente. Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Gesù stabilisce una stretta relazione tra il discepolo, vale a dire tutti i cristiani, se stesso e il Padre.
Si può accogliere un discepolo come profeta, come giusto o anche semplicemente perché è un discepolo; lo si può accogliere con tutti gli onori o anche solo offrendo un bicchiere d’acqua. Quando avremo accolto anche una sola persona che ci venga incontro nel nome del Cristo, avremo la vita in tutta la sua pienezza. Qui chiamata “ricompensa”. Accogliere il Signore è la ricompensa.
La prospettiva di una ricompensa distrugge per voi il motivo morale?
Agire bene in vista di una ricompensa non sembra in “stile evoluto”?
Dovremmo magari fare del bene per qualche ragione altra e più alta?
Se la gratuità rischia di essere confusa da una parte con un vuoto rigore masochistico o, dall’altra, con l’abitudine ad uno stile pe’ fa’ vere’ – come diceva molto appropriatamente un mio amico napoletano (per apparire generosi agli altri) – allora si possono fare domande simili.
E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa.
Non si tratta più di mio padre o di mia madre, di mio figlio o di mia figlia, si tratta di un “Suo discepolo”, non mio o tuo o suo. Allora tutte le gerarchie saltano, perché si tratta della vita di tutti. Una ricompensa che si apre sul mistero della “vita eterna”, che va oltre il mio e il tuo e si apre a tutto ciò che è nostro fin dall’inizio.
Chiunque ti accoglie mi accoglie, e chi mi accoglie, accoglie colui che mi ha mandato.
Talvolta preferisco dirmi più semplicemente che Gesù ci conosce così bene nei nostri calcoli e tattiche, a volte contorti, tra generosità e desiderio di ricompensa, che ha parlato così per farsi capire da un certo numero di persone, ma il premio – la vita –  qui è già dato, non viene meritato, né guadagnato.
Per essere pienamente umani dobbiamo incontrare l’altro, ed è solo ancorati in Cristo che possiamo farlo… pena il girare su noi stessi… o il far girare gli altri attorno a noi…
Chiunque ti accoglie mi accoglie, e chi mi accoglie, accoglie colui che mi ha mandato.

Per leggere la riflessione del 28 giugno 2020, clicca qui

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Quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze

25 giugno 2023 – XII Domenica del tempo ordinario

Seconda Lettura: Rm 5,12-15
Vangelo: Mt 10,26-33

Non c’è nulla di segreto che non venga conosciuto: un detto contemporaneo?
Le vite private vengono costantemente mostrate in selfie, storie e pubblicazioni sui social network, spesso oltre il limite della decenza; mentre si redigono norme per proteggere i dati personali, si danno autorizzazioni al tracciamento di preferenze personalissime e alla geolocalizzazione, in nome della comodità e della sicurezza. L’epidemia di COVID 19 è stata, per esempio, uno spiccato esempio della “necessità” di tracciare i contatti interpersonali ai fini della tutela della salute.
Lo sviluppo tecnologico della nostra epoca ha ristrutturato i confini tra vita privata e vita pubblica. Ogni “segreto” potrebbe diventare sospetto, anche quando si trattasse soltanto di riservatezza. Inoltre l’intrusione assoluta nella vita privata per creare scalpore a fini di lucro o per vendere beni e servizi è ormai all’ordine del giorno.
Quindi è vero: non c’è nulla di segreto che non venga conosciuto.
Ma non credo fosse nei piani di Gesù incoraggiare questa, che a me appare una grottesca deriva del nostro tempo.

Da un punto di vista esistenziale, invece, il segreto non è qualcosa che rimanga stabile, viene rivelato, ma la rivelazione viene spostata – per l’uomo – nel futuro, semplicemente perché questa è l’unica possibilità disponibile per gli esseri umani. Pensiamoci: se ignoriamo qualcosa che altri sanno e non vogliono farci sapere, quello è un loro segreto; se mai lo conoscessimo, sarebbe sempre in un momento successivo. Perfino la vita privata di una persona può diventare oggetto d’indagine storica settanta anni dopo la morte, tanto è vero che oggi si parla di “diritto all’oblio”. Segno che qualcuno preferirebbe essere dimenticato…
Il senso della “segretezza” di cui parla Gesù è tutt’altro: il suo insegnamento e il suo operare hanno avuto, hanno e continueranno ad avere un impatto decisivo su tutti, individualmente; che lo si voglia o no, che lo si veda o no; che lo si accetti o no. La cosa sarà manifesta, non è e non sarà nascosta. E’ un’idea che dà le vertigini, perché c’è un “di più”: sarà manifesta la realtà della vita eterna di ciascuno. Questa è la nostra fede.

Diventa così comprensibile l’urgenza della condivisione di quell’insegnamento e di quel pane.
È ascoltando quella voce che si passa dalle tenebre, cioè da una condizione iniziale, priva di comprensione e piena di errori, alla comprensione, alla fede e all’annuncio dalle “terrazze”.
Le terrazze potrebbero oggi essere addirittura i luoghi di convivialità, di libertà e di vita sociale; le terrazze sono il simbolo stesso dell’incontro e della circolazione della Parola.
Nel tempo intermedio tra l’una e l’altra condizione sorge ciclicamente un ostacolo: la paura.
La paura sembra avere un ruolo considerevole in qualsiasi età della storia; pensiamo all’11 settembre 2001 e alla parola “terrorismo”, una minaccia seria; ma la minaccia alla vita sorge in ogni momento della storia e in varie forme, sicché l’uomo ha un istintivo impulso ad immaginarla dentro tutto ciò che è estraneo, diverso o nuovo, non soltanto in ciò che è veramente minaccioso.

I primi cristiani erano una minoranza marginale, oggi non è così, ma per qualcuno anche il momento della rivelazione si fa preoccupante e minaccioso. Per questo motivo è così facile per i cristiani e per tutti coloro che avanzano nel cammino di fede incontrare il sarcasmo o l’opposizione.
È in questo contesto che, credo, vada riletto il Vangelo di questa domenica.
“Smettete di avere paura”: questo, in sintesi, ciò che Gesù dice; anche quello che siamo veramente verrà alla luce, perché non c’è nulla di segreto, né di nascosto. Il nostro vero nemico non è la persona che può farci male fisicamente, ma tutto ciò che ci impedirà di diventare o riconoscere ciò che veramente siamo, quello o quelli che agiranno per impedirci di esprimere quel soffio o quella fiamma che Dio ha posto dentro di noi.
Che garanzia abbiamo rispetto a tutto questo discorso?
Solo la fede.
Parafrasando il Vangelo di oggi si potrebbe dire: se Dio si preoccupa dei piccoli passeri che io trovo insignificanti, tanto più deve essere pronto a venirmi in aiuto in ogni momento.
Gesù ha potuto pronunciare quelle parole, probabilmente lui stesso, come uomo, deve essersi fermato a guardare, commuovendosi, la bellezza della natura, i dettagli di un volto, la pienezza delle relazioni amicali e ha potuto capire attraverso la propria umanità che la vita è, e fluisce continuamente da una fonte inesauribile. Quindi il Creatore di quella vita deve essere molto interessato a tutto questo.
E se Dio è interessato a tutto questo, allora è certamente interessato a ciò che è vivo in me.

Cosa farei se smettessi di avere paura?
Forse dovrei dire alcune verità difficili a dirsi ad alcune persone?
Forse dovrei oppormi ad alcune iniziative che ritengo dannose?
E gli altri? Forse correrebbero il rischio di una nuova professione? Più vicina alle loro competenze e ai desideri che portano in loro?
Oppure qualcuno avrebbe seguito il desiderio di avere un figlio? Forse accoglierebbero più facilmente persone che appartengono ad un mondo che li confonde?

Che ne so? L’elenco delle possibilità dell’essere è infinito, ma solo l’ascolto permette di capire chi siamo e qual è la nostra via.
Se vivessi in una di quelle parti del mondo dove le chiese vengono ancora bruciate, resisterei a tutte le ideologie e alle tendenze che negano l’unicità di ogni essere umano?
Resisterei a chi volesse impedirmi di coltivare liberamente ciò che è stato seminato nel profondo del mio essere? Sosterrei le derisioni e le minacce?
Il finale del Vangelo può sembrare duro:
“Chiunque mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli”.
E, in effetti, se avessi rifiutato di diventare quello che sono, come potrei pensare di essere riconosciuto?

Quindi, facciamoci coraggio… smettiamo di avere paura e preoccupiamoci di ciò che è unico in noi.
D’altronde: siamo tutti giustificati per la nostra fede.
Come funziona?
Tramite vasi comunicanti.
Come dice Paolo, siamo giustificati per il nostro legame con Cristo, così come siamo peccatori per il nostro legame con Adamo.
Il giorno in cui Adamo ha disobbedito a Dio, ero lì in lui, il giorno in cui Gesù obbedì a Dio andando alla croce, sono rimasto in lui.
Qualcuno ha detto che il destino dell’umanità si è svolto in due giardini, davanti a due alberi. Davanti a uno di essi, Adamo decise di disobbedire e l’umanità fu immersa nel peccato e nella morte. Ma fin dall’inizio, Gesù ha deciso di obbedire e una nuova umanità, tu, io, tutti noi siamo stati immersi nella vita. Poiché Gesù ha obbedito, noi abbiamo obbedito in lui. Poiché Gesù è giusto, noi siamo giusti in lui. Poiché Gesù vive per sempre, noi viviamo per sempre.
Se si comprende questo, si comprende la giustificazione per fede.

Leggi qui la riflessione del 21 giugno 2020

Rimanere vivi

Gesù, vedendo la folla, ebbe compassione,
perché erano come pecore senza pastore

18 giugno 2023 – XI Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mt 9,36-10,8

Questo testo evangelico è un “manifesto” per un nuovo modo di concepire l’essere umano, Dio e la religione.
L’elemento “sovversivo” del contenuto non sfuggì alla prima generazione di cristiani, tanto che Matteo, circa 20 anni dopo Marco, lo riprenderà. Matteo fa seguire a questo episodio quello in cui Gesù chiama e invia i suoi discepoli in missione.
La domanda di oggi è: chi è veramente il pastore?
Immedesimiamoci nel contesto dell’anno 80: Gesù non c’è più fisicamente, i testimoni diretti sono tutti scomparsi, gli altri, che hanno vissuto l’esperienza dell’amore di Dio, si chiedono cosa fare affinché la folla non sia allo sbando; come trasmettere quell’esperienza liberatoria? Come continuare ad essere un unico corpo in quelle circostanze?
La soluzione, vista con gli occhi di Matteo, è semplice: predicare e curare nel modo che Gesù ha insegnato loro, trasmettere quell’amore ricevuto. Gratuitamente.
Come Lui ha fatto, loro possono continuare… sembra facile…

In ogni caso, questo è un messaggio che struttura la Chiesa e ha dei precedenti biblici rilevanti, per esempio, in Nm 27,15-21, quando Mosè, alla fine della sua esistenza, prega il Signore di dare una guida a Israele o in Ez 34,23, quando il Signore fa di Davide il pastore di un popolo maltrattato e lacerato.
Matteo colloca quest’episodio in un punto diverso della sua narrazione rispetto al passo parallelo di Marco; in Matteo la commozione di Gesù per le “pecore senza pastore” precede l’invio dei discepoli in missione. Il Cristo, al pari di un nuovo Mosè o di un nuovo Davide è IL pastore che istruisce e si prende cura del gregge; la Chiesa ne continua la missione.
Nel Vangelo  di Marco, invece, si coglie un altro aspetto, perché la commozione di Gesù segue l’invio. Il Nazareno ha parlato alla folla e, provando compassione, compie la prima moltiplicazione dei pani. Dopo, si ritira a pregare, quasi a suggerirci che il vero pastore è Dio Padre, al quale il Figlio stesso si volge, indicando così l’origine e la meta della vita e dell’uomo; per noi è un segno importante. Lo smarrimento e la confusione delle persone commuovono Gesù, perché il punto di riferimento mancante a quelle “pecore senza pastore” è Dio Padre; Gesù piange per le sofferenze del prossimo e probabilmente perché sa che il suo incredibile “successo” e quello dei suoi discepoli tenderà a far sì che molti guarderanno a Lui stesso e ai suoi discepoli come a punti di riferimento al posto di Dio, cosa che aumenterà la confusione.
Credo questo sia anche uno dei motivi per cui Gesù invitava spesso i discepoli a non parlare delle sue opere di guarigione.
Nel mondo agiscono i demoni – si dice nei Vangeli – cioè i sentimenti e le volontà malvagie – come forse saremmo più disposti a chiamarli oggi; tutti i tentativi umani di sostituirsi a Dio sono da annoverarsi tra questi demoni, a questa tentazione sono esposti anche gli inviati, quasi come nell’antico adagio: mentre il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito.
Gesù annuncia il regno di Dio, non il suo; la volontà del Padre, non la propria; la volontà di Dio è che le creature rimangano nel suo amore, il nuovo comandamento è l’unica legge che fa vivere l’uomo, comprensibile sia per la ragione, che per il cuore umano.
Per noi la questione rimane inalterata nel tempo: come comprendere, seguire e raccontare il Vangelo, come rimanere nel Suo amore, come farsi prossimi agli altri, senza essere scambiati per la fonte del bene e, soprattutto, senza sentirsi la fonte del bene che, eventualmente, riusciamo a dare?
Ciascuno potrebbe porsi la stessa domanda rispetto al proprio modo di amare, di voler bene. Per esempio, da dove viene l’amore che si prova per per un figlio o per il partner? Da dove viene questa forza che monta come una marea e rende capaci di vivere per l’altro, senza sentirsi diminuiti in nulla? Cos’è che fa sentire così vivi?
I membri della comunità cristiana sono strumenti pratici per la realizzazione del nuovo comandamento; se ci facciamo prossimi all’altro, questo significa che ci stiamo occupando di ciò che Dio stesso sta facendo. Frapporsi o anche solo pensare di poter ostacolare il Suo progetto è il tradimento peggiore.
“Gesù ebbe compassione di quella gente”: è un manifesto teologico, una proposta di rinnovamento della religione e dell’uomo e ha delle conseguenze. Per tutti.
Dio è uscito dall’Olimpo e dagli imperi, guarda agli uomini e si commuove, non indottrina, ama, cura, nutre, guarisce e libera dalle schiavitù.
Gli uomini sono usciti dall’epoca degli dèi falsi e bugiardi? Hanno smesso di nascondersi? Hanno imparato ad assumersi rettamente la responsabilità dell’eredità ricevuta in dono per poterla trasmettere? In altri termini, abbiamo imparato ad amare?

Il Signore è il mio pastore, recita il salmo 23. 
Erano come pecore senza pastore, dice il Vangelo…
Avevano dimenticato Dio?
Avevano perso la strada per arrivarci?Erano persone sbandate?
Tutti avevano bisogno di amore; tutti hanno bisogno d’amore, tutti possono darlo, l’importante è rendersi conto di essere attraversati da quella marea che non finisce, perché la fonte è inesauribile.
(E non scansarsi).
Rimanere in Cristo è semplicemente questo.

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