In quel tempo…

29 giugno 2025 – Festa dei SS. Pietro e Paolo

At 12,1-11
Sal 33
2Tim 4,6-8.17-18
Mt 16,13-19

Leggo: “In quel tempo, il re Erode…”. Mi soffermo, rileggo (stupefatto): “In quel tempo, il re Erode fece catturare alcuni membri della Chiesa per maltrattarli; fece persino uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni. Vedendo che ciò era gradito ai Giudei, fece arrestare anche Pietro.” 

Questo Re Erode è un Erode di terza generazione: dopo Erode il Grande, menzionato nel racconto della natività in Luca 1, ed Erode Antipa, figlio di Erode il Grande, che ebbe un ruolo nel processo di Gesù (Luca 23,6-12), arriva ora un degno erede dei primi due: Erode 3.0, noto anche come Agrippa I, il quale non smentisce la tradizione di famiglia. Durante il suo regno, il primo apostolo, Giacomo, fratello di Giovanni, fu assassinato e Pietro carcerato. Si ricordi che Erode Antipa era quello che si era messo con la moglie di suo fratello, Erode Filippo. La moglie dei due si chiamava Erodiade, e siccome la questione era sotto gli occhi di tutti e dava scandalo, il Battista condannava pubblicamente la condotta di Erode Antipa, il quale gli fece tagliare la testa, istigato naturalmente dalla malvagia Erodiade. Il nome “Erode” non è dunque una garanzia…infatti tendenzialmente non viene adoperato come nome di battesimo. Mi è capitato, invece, di trovare un piccolo Barabba, ma questa è un’altra storia, forse i genitori volevano chiamarlo Barnaba e si sono sbagliati, ma non ho mai incontrato nessuno che volesse chiamare il figlio Erode.
Per tornare al testo, fu mentre Erode 3.0 “maltrattava” i membri della Chiesa, che Pietro si ritrovò imprigionato. Con attenzione minuta ad ogni dettaglio, Luca descrive come Pietro fosse incatenato a due soldati e sorvegliato da altri due. Una situazione disperata, eppure questo avveniva “durante i giorni degli Azzimi” (Atti 12,3). È come se Luca volesse avvertire che il lettore sta facendo il proprio ingresso dentro una storia pasquale. “Quella notte” è simile, nel ricordo, a quell’altra notte in cui il popolo d’Israele lasciò l’Egitto. È nella notte, oggi, che a Pasqua i cristiani attendono la luce della Resurrezione, ma è nella notte di duemila anni fa che i discepoli erano chiusi nel terrore e nel dolore dopo la morte di Gesù, nulla sapendo ancora della resurrezione.
Ora mi colpisce che Pietro sia stato liberato dall’Angelo nei giorni degli Azzimi, i giorni della Pasqua ebraica, quelli che ricordano proprio la decisione di mettersi in cammino perché non è più tempo di attendere, nemmeno le poche ore affinché il pane lieviti: il da farsi va fatto subito.
Non è un caso, quindi, che Pietro dopo aver capito che l’angelo l’aveva liberato realmente e che non era stato solo un sogno, una volta rientrato in se stesso, dice: “Ora so veramente che il Signore ha mandato il suo angelo e mi ha strappato dalla mano di Erode e da tutto ciò che il popolo dei Giudei si attendeva”.
Sogno o son desto? Ho letto bene? E i miei commentari tralasciano questa connessione? Confermano esplicitamente, dal punto di vista degli studi storici, che gli ebrei attendevano anche la morte di Pietro, ma non forniscono spiegazioni adeguate al perché. È un argomento molto delicato e io voglio essere chiaro, perché questo tema ha causato un’infinità di equivoci nella storia delle religioni monoteistiche.

Questo brano degli Atti è un racconto pasquale, cioè una storia di liberazione miracolosa, carica di speranza, che prende in prestito il vocabolario dal cuore della storia ebraica della Pasqua e situa “gli ebrei” dalla parte dell’oppressore, del re, del faraone, di Erode, di coloro che cercano di uccidere e umiliare il prossimo, come loro stessi sono stati uccisi e umiliati nel passato.
Il discorso va esaminato con grande attenzione e a cuore aperto per non incorrere in vari tipi diversi di ambiguità che, ripeto, hanno causato teorie fuorviate, fallaci e divisive. Non sono gli uomini, ebrei, cristiani o musulmani ad essere migliori o peggiori in base alla loro appartenenza confessionale, sono le loro teorie assurde e le attese derivate dalle teorie assurde ad essere gravemente fallaci, così come Pietro comprende in pieno dopo la propria liberazione.
La presa di coscienza della sua liberazione deriva direttamente dalla risposta data d’impeto a Gesù, nel momento in cui, di punto in bianco, il Maestro aveva posto ai discepoli la domanda fatidica, mettendoli davanti alla responsabilità della loro scelta: chi stanno seguendo loro? Il grande profeta, celebrato dall’opinione pubblica? L’uomo saggio? Il leader atteso dai partiti nazionalisti che sognano di restaurare la grandezza di Israele? Niente di tutto questo: Pietro segue, in Gesù, il Figlio del Dio vivente.
La domanda, molto personale, è rivolta a ciascuno di noi, e la risposta cristiana non può che essere la stessa di Pietro. Ora io mi chiedo, o forse vorrei chiederlo sia ai leader politici laici occidentali che si ispirano al principio “si vis pacem, para bellum”, sia ai leader politici religiosi del medio-oriente: “Ma chi seguite voi?” Quale Dio, in tutta onestà, può chiedere che gli uomini si terrorizzino e uccidano a vicenda per onorarlo come migliore tra tutti gli dei? Che razza di ragionamento primitivo può giustificare la corsa agli armamenti e la guerra dimostrativa o preventiva o difensiva, nella quale muoiono migliaia di innocenti e non chi decide quelle guerre?
Qui non si tratta di essere a favore o contro uno stato o una confessione religiosa, qui si tratta “solo” di salvaguardare la vita di tutti e di non giocare ambiguamente col principio del male, che deriva in primis dal misconoscimento del principio del bene comune. Sarebbe molto meglio smettere di parlare sia di principi religiosi che democratici e dire chiaramente che in gioco sono esclusivamente, e in modo poco mascherato, gli interessi economici delle grandi potenze industriali del mondo. Per salvaguardare il primato della potenza economica  e del dominio del più forte, lo strumento da adoperare sono armi e guerra. Il principio della deterrenza può essere difeso solo in nome della paura. Una paura che viene inoculata e somministrata scientemente.
Immaginate quale liberazione sarebbe per l’umanità intera se i leader del mondo smettessero improvvisamente di avere paura: una vera pasqua di resurrezione globale.
Noi potremmo oggi pensare che ci siano novelli Erode 4.0 in giro per il mondo. E se Erode smettesse improvvisamente di avere paura? E se dedicasse, come dovrebbe anche solo in nome del principio democratico, tutte le proprie risorse intellettuali e morali al bene della comunità che governa, invece di votarsi ad una fine miserabile (ogni Erode finisce sempre male: la storia lo insegna)? Si metterebbe un punto e si passerebbe ad un nuovo capitolo del grande libro della storia: Fine degli Erodi. Fine delle attese destituite di fondamento da parte delle “fazioni l’un contra l’altra armate”. Nuovo inizio di una classe politica saggia: un sogno, una visione, o una realtà prossima? Anche a non essere cristiani, si può capire che la pace è una necessità e non si prepara con le armi; si tratterebbe di una soluzione che salvaguarda la terra, le nazioni, il benessere dell’umanità. Oggi è possibile, proprio a cominciare dalle politiche della vecchia Europa che è stata capace di vivere il periodo di pace più lungo dal 1945 ad oggi.
Si vis pacem, para bellum, lo dicevano gli antichi, che non avevano la bomba atomica! Di che deterrenza stiamo parlando? Come fanno a stare insieme Green deal e riarmo? Ma che razza di schizofrenia è?
Forse celebrare i Santi Pietro e Paolo da cristiani vuol dire anche questo: preparare la pace, non sentirsi eredi degli imperatori romani, non incarnare Erode e neanche temere Erode e tantomeno ebrei e musulmani.
La missione di Pietro, ormai liberato dall’Angelo, oggi, è anche questa.

Dice Paolo nella seconda lettura: “Il tempo della dipartita è giunto. Ho combattuto la buona battaglia. Ho terminato la mia corsa. Ho conservato la fede” (2 Timoteo 4,6b-7).

Quando scrive: Ho combattuto la buona battaglia, il termine per “combattimento”, l’etimo della parola   “agonia”,  risale al greco antico ἀγωνία (agōnía), che significa “lotta” o “combattimento” Alla fine della sua prima lettera, questo è anche ciò che chiede a Timoteo quando gli dice: “Combatti la buona battaglia della fede” (1 Timoteo 6,12). Ogni cristiano dovrà combattere per tutta la vita contro le proprie naturali tendenze negative (Romani 7,14-24) e contro le oscurità del mondo (Efesini 6,12) per difendere la propria fede. Tutti coloro che sono fedeli a Gesù Cristo sono impegnati in questa lotta e chiamati.

Paolo non ha scelto il nemico sbagliato, perché combatte la buona battaglia. Per lui, l’unica cosa che conta è la causa di Gesù Cristo, cioè l’osservanza della regola aurea, l’amore verso Dio e verso il prossimo, che sono poi la stessa cosa. Non gli è mai venuto in mente di lasciare il campo di battaglia o anche solo di ritirarsi un po’ per paura, perché si era affidato a Gesù Cristo, che sulla via di Damasco, apparendogli da risorto, gli aveva chiesto: “Perché mi perseguiti?”
Paolo aveva compreso e, senza riserve, aveva rivoluzionato la propria vita e il suo vecchio modo di vedere le cose; quando terminò la sua corsa, senza rimpianti, nel ripercorrere il proprio passato disse: “Ho combattuto la buona battaglia. Ho terminato la mia corsa. Ho conservato la fede”.
Che ogni cristiano, nel piccolo della propria esistenza, possa avere al momento opportuno, la salda coscienza di pronunciare le stesse parole con la stessa convinzione.

A tutti i cristiani e ai cari amici romani in particolare auguro una buona festa dei SS. Pietro e Paolo.

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Moltiplicazione

Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla.

22 giugno 2025 – Corpus Domini

Gn 14,18-20
Sal 109
1Cor 11,23-26
Lc 9,11-17

I discepoli sono stanchi e senza mezzi, vedono la folla in attesa di cure e di cibo; la benedizione di Gesù trasforma l’impotenza dei discepoli a sfamare quelle persone nell’improvvisa capacità di fronteggiare la situazione ben oltre il necessario. Chi ne beneficerà? Per chi saranno le dodici ceste di resto? La storia non lo specifica. Chi può compiere oggi un tale miracolo? 

Ascoltiamo questo miracolo come dei bambini che ascoltano una bella storia a lieto fine, grazie a Gesù che non si lascia impressionare dal disfattismo dei discepoli. Ma c’è un secondo livello e riguarda l’adulto disilluso che noi spesso siamo. Perfino l’adulto disilluso può lasciarsi ispirare dal vento dello Spirito e ricordare che siamo a Betsaida, la casa delle provviste. La parola Beth in ebraico significa casa – come in Betlemme. Mentre Gesù nasce a Betlemme (la casa del pane), compie il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci a Betsaida. In ebraico tsaïda significa provvista, cibo, e tsaïd significa selvaggina, pesca, cattura. Entrambe le parole derivano dal verbo tsoud che significa catturare, prendere. Il nome “Betsaida”, quindi, può significa sia casa del cibo, sia casa della cattura. Il cibo a cui si riferisce il brano è il pane, é anche il pesce. Cosa c’entrano i pesci in questa storia? In precedenza, (al capitolo 5), dopo aver mandato i discepoli a pescare in una zona così pescosa da rischiare la rottura delle reti, Gesù recluta Pietro, Giacomo e Giovanni, con una promessa: catturerai uomini vivi. Catturare vivo, in greco \textit{zogréo}, è l’equivalente del verbo ebraico tsoud. Allora possiamo dire che se tutto questo accade a Betsaida, e nella vicenda c’è una questione di pesci, forse Gesù sta realizzando la sua promessa di fare dei discepoli pescatori di uomini vivi. Per catturare uomini vivi, i discepoli che seguono Cristo devono a loro volta essere in vita ed essere garanti, in qualche modo, che anche coloro di cui si prendono cura rimangano vivi e non trascorrano l’esistenza come morti senza cervello alla ricerca di un guru. L’uomo ha bisogno di un cibo spirituale solido: la Torah/Pentateuco, l’equivalente dei cinque pani.

Ma il pane necessità anche del pesce per sfamare sul serio. I pesci vivono nell’acqua, simbolicamente nuotano nella Parola di Dio. I pesci simboleggiano gli uomini che vivono nella Parola di Dio, per questo il ​​pesce è un simbolo cristiano. È interessante notare che se i pani sono cinque, come i libri della Torah, i pesci sono due, come a voler sottolineare che ci vogliono almeno due persone in relazione per “sfamare” le folle.

Quello che ci rende vivi è la Parola incarnata nel nostro agire quotidiano e la moltiplicazione del pesce è proprio l’effetto moltiplicatore della Parola e della testimonianza, che restituisce l’identità e il senso della vita.

Il messaggio centrale del testo è: “Date voi stessi loro da mangiare”.

Anche noi, spesso, come i discepoli, siamo stanchi e vorremmo riposarci, siamo travolti da una folla di persone che non sono mai felici, che si sentono sempre prive di qualcosa e di qualcuno che si prenda cura di loro. Ci diciamo che noi non passeremo la notte lì, con quelle persone, d’altronde tutto ciò che possiamo fare è solo una goccia nell’oceano del mare dei bisogni.

Ma Gesù dice: “Date voi stessi da mangiare”.  Ma non abbiamo niente! La richiesta è di andare incontro all’altro e di servirlo con ciò che Lui ci dà in abbondanza.

Abbiamo paura di fallire?

È l’obbligo di raggiungere risultati che ci paralizza: abbiamo paura di fallire.

I nostri 5 pani da condividere sono lo spirito che ci tiene in vita: la nostra Bibbia e le meditazioni che ispira in noi, le riflessioni che provoca, gli scambi – a volte vigorosi – che provoca. Per affrontare le sfide del nostro tempo, non ci manca nulla.

I Vangeli sono il filo conduttore delle nostre vite.

  • Il nostro Dio è un Dio che libera dalle servitù, dove soffia il suo Spirito, lì c’è la libertà.(Cor 3,17)
  • Noi non abbiamo, noi siamo: a che serve avere tutto l’oro del mondo se perdiamo noi stessi? (Mc 8,36; Mt 16,26; Lc 12,13-21)
  • Noi lasciamo andare ogni preoccupazione, perché Dio è fedele e non permetterà che saremo provati oltre le nostre forze. (1Cor 10,13)
  • Noi osiamo la fiducia: “Se davvero avessi una fede grande come un granello di senape, diresti a questo sicomoro: “Sradicati e va’ a piantarti nel mare, ed esso ti obbedirebbe”(Mc 11,22; Mt 21,21; Lc 16,17)
  • La nostra forza è nella nostra debolezza, la grazia ci basta, perché la sua potenza si manifesta perfetta nella nostra debolezza. (2Cor 12,9)

Questo è il pane solido capace di nutrire noi e il nostro prossimo durante tutto il cammino della vita. Se rileggiamo la parabola del Buon Samaritano scopriamo che non si tratta di fare l’impossibile e curare tutta la miseria del mondo, si tratta solo di chinarsi al momento giusto per dare una mano a chi abbiamo incontrato lungo il cammino.

Questo è ciò che condividiamo: acqua per alimentare la riflessione in un periodo di profondi cambiamenti e di atrocità folli, testimonianza dei frutti che questa spiritualità suscita in noi. Crediamo sia possibile restituire a ciascuno autorità sulla propria vita e il diritto di rivedere il senso delle proprie azioni, ciascuno al proprio livello, anche se sembrano briciole. Se tutti si rendessero conto che la briciola è alla loro portata, l’infinità delle briciole diventerebbe una benedizione su questo mondo, ancora una volta sull’orlo della catastrofe. Non dobbiamo assumerci un obbligo di risultato: non ci appartiene. Non ci resta che mettere in pratica ciò che abbiamo ricevuto seguendo l’insegnamento del nostro maestro, andare a pescare, anche se c’è chi ha a riva ha già arrostito il pesce per noi.

Detto altrimenti, smetterla di imbottire il nostro pane con la guerra, la violenza, il sopruso e la disumanità, lasciarsi invitare senza paura a Bethsaida per diventare corpo di quella umanità nuova fatta di donne e uomini che sono il corpo del Cristo.

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Che cos’è l’uomo?

Lo spirito della verità vi guiderà a tutta la verità,
perché non parlerà da se stesso,
ma dirà tutto ciò che avrà udito
e vi annuncerà le cose future

Prv 8,22-31
Sal 8
Rm 5,1-5
Gv 16,12-15

Il Vangelo di questa domenica è un estratto del discorso di addio di Gesù ai suoi discepoli e può aprire il nostro sguardo sulla realtà della Santissima Trinità, che oggi celebriamo.
Gesù, presentatosi già prima come “Verità”, evoca la discesa dello “spirito” come Spirito della Verità, che perpetuerà la sua missione nella storia. Come il Figlio ha rivelato il volto del Padre, lo
Spirito di Verità condurrà i discepoli a conoscere il mistero del Figlio, morto e risorto.
La Festa della Santissima Trinità è apparsa in Europa nel Medioevo, ma il riferimento trinitario è onnipresente nella nostra liturgia e nelle nostre preghiere dal segno della croce all’ultima invocazione nella maggior parte delle preghiere liturgiche.
L’unità della Trinità è per noi l’unità di ciò che Dio ci manifesta di sé.
I cristiani hanno impiegato diversi secoli per arrivare a formulare la realtà di un unico Dio in tre persone nelle confessioni di fede, tuttavia, non si tratta tanto di capire cosa sia, ma di entrare in questo movimento di amore, fonte dell’unità e della comunione tra gli uomini.

Le letture di questa domenica sono accompagnate dal Salmo 8, fatto di parole che potrebbero essere catalogate tra i vertici della produzione poetica universale e che esprimono la forza dell’armonia tra cielo e terra, tra uomo e Dio, insieme alla serena certezza di un ordine benefico di tutte le cose. Sono versetti che ci prendono per mano e ci conducono ad abbracciare con lo sguardo, in un solo movimento, da una parte l’immensità dei cieli e della terra, dall’altra i lattanti, i bambini, cioè le più piccole, le più fragili fra le creature, che rappresentano l’innocenza e il futuro dell’umanità e della terra da preservare e rispettare. (O Signore, Signore nostro, quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra! Voglio innalzare sopra i cieli la tua magnificenza, con la bocca di bambini e di lattanti: hai posto una difesa contro i tuoi avversari, per ridurre al silenzio nemici e ribelli. – Sal 8,2-3).
Da tutto questo emerge la sapienza e la bellezza della creazione cantata in Proverbi 8.
San Paolo sottolinea, dal canto suo, quella funzione dello Spirito che ci rende capaci di provare l’amore di Dio, dal momento in cui, sperimentando ciò che Cristo ha fatto per noi, riusciamo ad intuire il mistero del Figlio morto e risorto, affinché chi crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna (cfr anche Gv 3,16). Attraverso lo Spirito, siamo in grado di stabilire tra noi legami di amore e di comunione, ad immagine della Santissima Trinità. È di questo amore che Cristo ci invita ad essere testimoni nel mondo.

Potremmo immaginare che sia proprio per la grandiosità dei cieli e della terra che Dio debba essere onorato e che sia nella maestà della creazione che dobbiamo trovare le prove, i segni, le intuizioni della sua grandezza. Ma non è questo che dice e fa il Dio della Bibbia.
Oggi, invece e purtroppo, è manifesto alle coscienze di tutti il degradante inganno perpetrato da coloro che, urlando da destra e da sinistra la loro appartenenza religiosa alle fedi monoteistiche, espongono e condannano i bambini alla morte, alla miseria, alla fame, mentre sono proprio i bambini che, come dice il salmista, dovrebbero cantare con la loro bocca la gloria del Signore.
La sofferenza dei bambini, che esiste, che ci piaccia o no, è stata la ragione ultima per cui si è detto che è impossibile che Dio esista, altrimenti non potrebbe accettare un mondo simile e non ne sarebbe il creatore.

Allora, in tutto questo procedere del mondo, ebrei, cristiani e musulmani, in questo oceano di miseria e angoscia, in questa assurdità che ci sta schiacciando, cosa siamo noi esseri umani?
Assolutamente nulla? È questo terrore che abilita ad uccidere i bambini?
È forse l’invidia dell’Eterno che porta a scegliere di essere un nulla? A voler essere solo la parentesi di un istante finito dentro quella eternità che non apparterrà mai a chi non ci crede?
Il salmista ci ha forse liberato dalle fasce dei neonati per portarci in questo mondo da vecchi aridi, miscredenti, o peggio da atei mascherati da credenti a tempo determinato?
Se noi ci illudessimo che la menzogna e l’ingiustizia avranno sempre l’ultima parola, avremmo sbagliato lo scopo del nostro essere al mondo.

Chiedo perdono a tutti i fratelli e le sorelle che si sentissero offesi dalle mie parole, ma sono cristiano, credente e per giunta religioso, e il mio scopo è almeno provare a comunicare la fede in un Dio misericordioso e amorevole, salvatore di tutti coloro che si espongono alla forza dello Spirito e diventano per questo finalmente capaci di amare.
Ognuno di noi conta agli occhi di Dio, e ognuno di noi conta più di tutto, più di tutta la creazione, più dei cieli, più della terra, più della natura e più degli angeli stessi. Sì, ognuno di noi conta più degli angeli; siamo inferiori solo a Dio. Questo è ciò che ci dice il Salmo 8. Dice che la gloria più grande di Dio non sono le stelle, né le montagne, né la vastità del mare, ma piuttosto l’uomo e la donna, e non uno qualsiasi, ma proprio “io”, e “tu”, e “noi”.
La Natura in sé non è divina, le stelle non sono dèi, la terra, i campi e il mare non sono divinità, men che meno siamo noi umani ad essere divini. Tutto ciò che è reale, e ci sembra anche bello e buono da fagocitare, da possedere, da controllare, non deve essere confuso con Dio.
Dio è più grande di tutto ciò che esiste, persino al di là dello spazio, del tempo e della durata. Per questo il suo “nome è magnifico” e non può avere fine né origine. Questo è il Dio in cui crediamo. L’uomo, invece, cioè ognuno di noi, è unico e proprio la sua eccezionalità dà ad ogni vita un valore infinito e assoluto.
Questo ideale morale, questa idea di umanità, il valore unico di ognuno di noi perché “di poco inferiore a Dio”, è l’orizzonte dei Diritti Umani, è ciò che fonda l’uguaglianza di tutti davanti alla legge: ognuno di noi è unico, una vita che non è mai esistita prima e che non esisterà mai più dopo uguale: non possiamo essere clonati. Su questa base possiamo affermare che “Tutti gli uomini nascono liberi e uguali nei diritti”, ed è espressa precisamente nel Salmo 8.
Da questa unicità scaturisce un’immensa responsabilità verso noi stessi e verso gli altri e l’imperativo etico di rimanere liberi da tutte le seduzioni dell’invidia di ciò che invece non potremo mai essere: déi.

L’autore della Lettera agli Ebrei non si sbagliava quando scriveva che “Dio non si serve degli angeli, ma della discendenza di Abramo” per “liberare tutti quelli che per timore della morte erano tenuti schiavi per tutta la vita” (Eb 2,15). Certamente, la Chiesa ha interpretato questo brano della Lettera agli Ebrei come riferito anzitutto a Cristo, in quanto “Figlio dell’uomo” di cui parla il salmo. Ma noi che beneficiamo della sua grazia e che affermiamo la nostra fede in lui, noi che portiamo il nome di cristiani, dobbiamo agire sulle sue orme. In questo contesto, la parabola del seminatore (Lc 8,4-8) ci mostra cosa dobbiamo fare, cosa ciascuno di noi può fare: sgombrare i sentieri oscuri, togliere i sassi che ostacolano il cammino, togliere le spine dal sottobosco e spianare la strada affinché la luce possa entrare e toccare i semi della Parola seminati dal seminatore.Sta a noi coltivare con amore il terreno spirituale nel quale siamo radicati.
“Che cos’è l’uomo perché tu ti interessi di lui?”
Chi sono io perché tu ti interessi così tanto di me?
A queste domande, Dio stesso risponde nel salmo:
“Tu sei la mia gloria, sopra ogni creatura!”

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Dall’ascolto all’azione

Vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto

8 giugno 2025 – Pentecoste

At 2,1-11
Sal 103
Rm 8,8-17
Gv 14,15-16.23-26

Il cristianesimo è un modo di vivere secondo un insieme di valori incarnati da Cristo e trasmessi dai vangeli. Quindi il cristianesimo non è una conoscenza esoterica, né un’ideologia, per questo anche oggi i discepoli devono guardarsi dalle due tentazioni dello gnosticismo e del pelagianesimo, che esaltano a dismisura il primo la conoscenza e il secondo lo sforzo personale.
Nel vangelo di oggi gli apostoli vengono rassicurati che, una volta andato via il Signore, non rimarranno senza sostegno. Verrà inviato loro il paraclito perché mantengano vivo il ricordo delle parole del Cristo, perché possano realizzare la loro missione; lo spirito dimorerà in loro e sarà loro consigliere, consolatore e difensore quando il mondo li chiamerà in causa istigandoli a comportarsi in maniera difforme dalla via predicata da Gesù di Nazaret.
In altri termini lo Spirito è la luce interiore che illumina il cammino, l’energia che consente di compiere azioni migliori più di quanto potessimo noi stessi immaginare. 

Quando Giovanni scriveva il suo vangelo, gli apostoli e le loro prime comunità si trovavano in una situazione difficile: presi in giro, cacciati dai luoghi di culto, perseguitati. Per essere testimoni hanno bisogno della memoria, della speranza, di una visione del mondo dettata dall’amore, per questo il Cristo promette di inviare il paraclito, di cui Pietro parla nella sua epistola.
Di fronte all’aggressività degli avversari, lo Spirito invita alla testimonianza “per amore”, quindi alla non-violenza come caratteristica principale. San Pietro ribadisce questo concetto:  “Siate sempre pronti a rendere conto della speranza che è in voi. Ma fatelo con dolcezza e rispetto” (1 Pt 3,15-16).
La nostra speranza consiste nel credere che siamo accompagnati ogni giorno dalla presenza del Signore e che la nostra vita non finisce con la morte del corpo.

Di fronte a questa speranza chi ci incontra da non-credente ci interroga e si interroga, spesso incredulo.

Nel nostro mondo emerge con chiarezza la violenza: non abbiamo mai smesso di contare le vittime innocenti, nonostante nello stesso mondo siano state anche scritte le carte dei diritti dell’uomo e dei bambini e tanti siano coloro che si adoperano perché cessino le violenze.
Il cuore umano dunque non è solo “buono”, ma può volendo, istigare a compiere ogni bassezza.
Le persone gentili, benevole e amorevoli sono propriamente un dono di Dio a vantaggio del nostro mondo: rompono la spirale infernale della mancanza di rispetto, dell’aggressività e della violenza. Quando il rispetto e la gentilezza sono presenti nelle famiglie e nelle comunità, lì prosperano la pace e l’armonia. La mitezza e il rispetto non sono solo doti caratteristiche della buona educazione, sono anche virtù evangeliche ( “Beati i miti…). La gentilezza e il rispetto creano un clima di fiducia, disinnescano molti spiriti bellicosi e creano spazio per gli interrogativi sulla speranza.

Cos’è il paraclito? I traduttori della Bibbia hanno traslitterato una parola greca. Si tratta dello stessa stesso Spirito che aleggia sulle acque all’inizio del Genesi e di cui si parla negli Atti degli Apostoli e nel libro del profeta Daniele.
Pare che i primi cristiani discutessero attorno a questo paraclito e si chiedessero se fosse sempre lo stesso operante in tutti i discepoli: in Pietro, come in Giovanni, in Paolo come in Giacomo. L’etimologia greca lo indica come colui che viene, quando è invocato.
Se sei solo e non riesci assolutamente a fare qualcosa, facilmente sei capace di chiamare qualcuno perché ti aiuti. In condizioni più serie, che riguardano il comportamento morale e le relazioni con gli altri, o la malattia e la sofferenza, chiamiamo spesso qualcuno accanto a noi, un amico, un consigliere, un “paraclito” appunto.
La situazione dei discepoli di Gesù, nel momento descrittto da Giovanni, è probabilmente molto più grave: il maestro sta salutando, se ne sta andando al Padre. Come faranno ora?

Gli apostoli si chiedono che ne sarà del loro essere discepoli, e noi ci chiediamo cosa avremmo fatto al loro posto e soprattutto come facciamo oggi.
Intanto, grazie ai discepoli, il Vangelo ci è stato trasmesso e io credo che la trasmissione effettiva, nelle parole e negli atti, sia segno della presenza del Paraclito. Quando una persona ha preso atto della verità attorno alla propria condizione umana, cioè dell’esistenza di Dio in senso generale e in rapporto a se stesso come individuo e sceglie di vivere in questa verità in pensiero, parole ed opere, attualizza la trasmissione del Vangelo.
Finché siamo all’ombra di un maestro, non abbiamo motivo di apparire in piena luce, e finché c’è lui, possiamo far sapere che gli somigliamo e che lo seguiamo, senza mai riconoscere ciò che siamo e, in definitiva, assumerci la responsabilità del nostro parlare e del nostro agire.

È solo (grande verità umana) quando il maestro smette di parlare, scompare e muore che sapremo chi sono e quanto valgono i suoi discepoli.

Esiste una verità anche nella condanna: il principe di questo mondo è già stato condannato, è così.

Chi è il principe di questo mondo ancora?
Il consenso alla fatalità dell’ordine fittizio costruito sull’idolatria del potere, del denaro, della violenza.
L’inesorabile dubbio sulla fine di un’era, che sperimenta oggi una parte della generazione non più giovane, ma neanche decrepita – i nati tra gli anni Cinquanta e Sessanta del cosiddetto “secolo breve” – anche se fosse fondato, non rappresenterebbe la fine del Vangelo, né della sua trasmissione, perché siamo parte di una corrente diversa che include ogni cambiamento epocale. Troppo difficile? Troppo complicato? Troppo doloroso in alcuni casi?
Il Paraclito è dove questa verità è predicata e vissuta ed è dove ritorna la gioia che resta promessa e sempre ritorna.
Anche la menzogna è un fatto reale, solo che è già morta dall’inizio e millanta una speranza falsa.
Possiamo sperare di essere compresi quando testimonieremo la verità, ciascuno con il proprio dire e con il proprio modo di testimoniare, nella mitezza, nel rispetto, nell’amore per il Signore e per il prossimo (che è la stessa cosa).

Da questo altri potranno riconoscere la comune discendenza e la nostra e la loro identità.

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Sono proprio io!

E nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli
la conversione e il perdono dei peccati,
cominciando da Gerusalemme.

1° giugno 2025 – Festa dell’Ascensione

At 1,1-11
Sal 46
Eb 9,24-28;10,19-23
Lc 24,46-53

Nei vv. 44-49 del Vangelo di questa domenica Gesù pone nella Scrittura la chiave di lettura del suo destino come aveva già fatto con i discepoli di Emmaus v. 26s), ma c’è un nuovo elemento rappresentato dall’annuncio della “conversione per il perdono dei peccati” a tutte le nazioni.
Si tratta di un progetto che occuperà l’intero libro degli Atti, e, in un certo modo, occupa anche tutti noi  oggi.
Il progressivo programma di riconoscimento del Risorto culmina nella Parola che costituisce testimoni i discepoli, grazie alla Scrittura: “Così sta scritto” (Lc 24,46), perché Dio agisce nella Scrittura, suscitando ovunque la forza di liberazione così risvegliata.
Luca, con un colpo di genio letterario, permette ai suoi lettori – noi compresi – di unirsi al movimento salvifico che va dalle parole di Gesù alle Scritture e dalle Scritture al destino di Gesù “morto e risorto il terzo giorno”.
Se rileggiamo a partire dal versetto 33, possiamo forse orientarci meglio.
Luca descrive in vari modi sia la gioia che la paura di chi incontra il Risorto, utilizzando  un linguaggio quasi poetico, che mira a rendere prossimo al lettore il mistero della risurrezione.
La frase “increduli di gioia” mi sorprende, mi delizia e  mi interroga, del resto, mi dico, come si può esprimere l’incontro con il Risorto, se non poeticamente? Ci vuole tempo perché gli occhi si aprano.
Mi viene in mente l’ossimoro di 1 Re 19,12 dove Dio si fa conoscere al disperato Elia con “una voce di fine silenzio”, spesso indebolita nelle traduzioni da “brezza leggera” o “spiro sottile”. In parallelo penso al racconto di Emmaus il versetto v. 31 dello stesso capitolo: “Allora si aprirono i loro occhi e lo riconobbero; e divenne loro invisibile”.  (traduzione TOB). Così come viene riconosciuto, diviene invisibile e lo si scopre presente nell’assenza. Necessariamente si è “increduli per la gioia” come effetto soteriologico o esistenziale dell’apparizione del Risorto, riconosciuto dai segni del suo destino storico, dai segni della sua passione. Che effetto può produrre questo sul lettore? Sono rivelazioni paradossali che rimettono in moto, animano persone altrimenti profondamente scoraggiate. I due discepoli, infatti, partono immediatamente da Emmaus per tornare a Gerusalemme e “riferire”, (v. 35).
Di fronte alla sorpresa e al terrore suscitati dalla sua improvvisa apparizione, il Risorto, mangiando davanti ai discepoli, li salvaguarda dal commettere l’errore di pensarlo un puro spirito: è vivo come persona, è tutt’uno con la sua storia, è coerente con le sue parole. Dice solo quello che già sanno, ribadisce che la vera forza divina si esprime attraverso la parola. Questa parola eleva, libera, restituisce l’essere e permette di rileggere il passato alla luce della Scrittura liberandosi dal “peccato” che imprigiona la vita.

Dopo aver avuto la “prova mediante testimonianza”, si tratta di trovare la forza per testimoniare l’annuncio della conversione in vista del perdono a tutte le nazioni?
Qual è lo scopo della storia?
Penso sia essenziale per ancorare la fede al corpo, o, se si preferisce, riportare il corpo nella fede, magari consolidare la fede attraverso le emozioni e riconciliarle se necessario. Naturalmente, si tratta di rendere i discepoli (e i lettori) testimoni.
Il processo del passaggio attraverso il corpo è tutt’altro che banale per fondare questa missione. Ci si potrebbe meravigliare dell’enfasi posta sul corpo del Risorto. Ma la mentalità greca, e, forse ancora di più quella dell’uomo moderno, rifiuta l’idea di una risurrezione corporea; desidera realmente un Risorto, ma lo concepisce semmai come un’essenza soprannaturale. Ecco perché l’evangelista arriva fino a comporre un racconto in cui Gesù chiede di essere toccato per verificare la sua corporeità, e dove mangia esattamente come faceva prima di morire.
Se Gesù venisse confuso con un qualche fluido spirituale, sarebbe molto più semplice manipolarne le descrizioni come fanno gli amanti del soprannaturale di ogni epoca; questo rischio è presente e Luca se ne tutela affermando con concretezza la vera identità del Risorto e indicando il luogo privilegiato per riconoscerlo: il pasto.
In tre occasioni Gesù mangia con i suoi discepoli dopo il Venerdì Santo (Lc 24,30.43; Gv 21,13). Questa frequenza è sintomatica del luogo d’incontro per eccellenza: il pasto condiviso.
Liturgicamente si tratta dell’Eucaristia, ricordo dell’ultima cena, il pasto durante il quale Gesù riunisce il suo popolo, ricorda il dono della sua vita, e chiede di ripetere i gesti che permettono all’assemblea dei credenti di essere corpo di Cristo.
La Chiesa è fondata su questa promessa di essere il corpo visibile di Cristo nel mondo.
Inoltre, l’insistenza sul corpo del Risorto non può che incoraggiarci a tenere conto della nostra condizione fisica.
È bene notare, però, che il nostro brano non descrive un Eucaristia; Gesù qui mangia da solo e segna una distanza dai suoi discepoli, un’esperienza ancora attuale.
Mentre nessuno afferma di aver visto Gesù risorgere (a differenza di molti dipinti), è sempre per iniziativa del Cristo che avviene l’incontro e quindi i discepoli affermano di avere visto Gesù risorto. Ad un certo punto, come in un lampo di consapevolezza, riconoscono la stessa persona che avevano conosciuto prima della Passione e, letteralmente, si mette in moto la loro memoria, apparentemente perduta.
Questo evento è percepibile attraverso l’esercizio della fede. Le Scritture ci permettono di riflettere sul senso della vita e della morte di Gesù per poterne comprendere il significato. L’esperienza della presenza del Cristo risorto oggi non è tanto diversa da quella dei discepoli, ma se abbiamo potuto riconoscere Gesù con l’aiuto della memoria, dobbiamo fare riferimento alla Scrittura per confrontare la nostra esperienza di questa Presenza con quella del Gesù di cui parlano i Vangeli. Si tratta di ripensare tutto alla luce della risurrezione.
Per Luca, il pentimento, predicato da Giovanni Battista come da Gesù, è la prima parola della Buona Novella, e il Cristo invita al pentimento mostrando l’amore infinito e straordinario di Dio a chi meno se lo aspetta.
Luca non dice nulla su come i discepoli predicassero il pentimento. Gli Atti degli Apostoli, invece, registrano tre chiamate al pentimento, tutte da Pietro (At,2,38;3,19;5,31). Non è un caso che Luca presenti Pietro come apostolo per eccellenza della penitenza; fu infatti il Cristo a suscitare in lui il pentimento, con un solo sguardo, quando, la notte del suo arresto, fu rinnegato tre volte proprio da Pietro. L’insegnamento riguardante il peccato, il perdono, la conversione e la testimonianza rappresenta il nucleo centrale del testo lucano. Nella logica risolutiva della narrazione di Luca, l’azione trasformativa avviene proprio nel momento in cui il Cristo dice: «Avete qui qualche cosa da mangiare?».  Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro (vv 41-43).
Gesù risolve il blocco dei discepoli mostrandosi risorto in carne ed ossa prima di rivelarsi loro attraverso la Scrittura: “aprì loro la mente perché comprendessero le Scritture”.
Il Cristo prima abbatte l’incredulità e poi apre l’intelligenza, rendendo comprensibile ciò che prima sembrava impossibile. Tramite questa dinamica i discepoli diventano testimoni del Cristo Risorto.
Il Cristo è Colui che è, ed insegna l’origine del linguaggio dell’Essere a noi tutti, che abbiamo la mente confusa, annebbiata, costretta da falsati paradigmi di una pretenziosa logica razionale, che quando rimaniamo al di qua dell’incontro, continuiamo a saper dire solo:“io qui, io lì”.
Quando il Cristo si manifesta come persona, lo fa inaspettatamente e con una meravigliosa formula sovrana che a Lui solo appartiene. Sembra dire: Mi riconosci? Sono proprio Io!

In quel momento, ci è possibile vedere con chiarezza quale relazione abbiamo instaurato con il Signore.
E sarà una grazia.

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La pace è per l’uomo

Lo Spirito Santo v’insegnerà ogni cosa

25 maggio 2025 – VI Domenica di Pasqua

At 15,1-2.22-29
Sal 65
Ap 21,10-14.22-23
Gv 14,23-29

Ho sempre pensato che la pace e le preoccupazioni non vanno d’accordo, almeno fino al giorno in cui ho capito che la tranquillità del cuore dev’ essere coltivata proprio a partire dalle preoccupazioni.
Ho imparato nel tempo che la preghiera per il risanamento altrui porta con sé il primo passo per conoscere la propria malattia. Le preoccupazioni riguardo ai fratelli rendono visibili le proprie parti ferite.

Il Salmo 23, tanto caro ai cristiani di tutte le generazioni, fa riferimento in maniera sottile a questa dinamica: “Per me tu imbandisci la tavola, sotto gli occhi dei miei nemici” (v.5).
I nemici non sono solo esterni, ci sono anche avversari interni, che ostacolano progetti e speranze, appannando la visione della propria vita e di quella di coloro che amiamo.
Spesso occupiamo un posto che mette in evidenza la prospettiva più problematica su eventi e persone; la prospettiva è sempre personale e più frequentemente mette in rilievo quello che percepiamo come ostacolo. Le situazioni quotidiane sono la mensa imbandita cui fa riferimento il salmo. L’invito alla mensa non è per evitarla, cercando una strategia di allontanamento o una via di fuga, ma un invito a portare ciò che si è e a condividere il pasto.
Cosa può aiutare, nelle situazioni più difficili, a resistere ai nostri avversari, senza soccombere ai loro attacchi o affondare sotto i loro colpi? Come restare in piedi nella prova, in una pace che supera ogni comprensione?
Rallegratevi sempre nel Signore. Ripeto: rallegratevi.
La vostra mansuetudine sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino. Non angustiatevi di nulla, ma in ogni cosa fate conoscere le vostre richieste a Dio in preghiere e suppliche, accompagnate da ringraziamenti. E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù. (Fil 4,4-7).

Un mio amico, qualche giorno fa, ha avuto un infarto; oggi, grazie a Dio, è a casa, sano e salvo, ma tutta la famiglia ha vissuto momenti difficilissimi, mentre lui dice che due gesti lo hanno salvato: chiedere aiuto e affidarsi alla forza della preghiera altrui.
Qualche settimana fa un altro amico mi ha telefonato per dirmi che sua moglie era prossima alla fine, non c’era più nulla da fare, solo pregare.
Lo sconforto che ci pervade accanto ad una persona amata che se ne va, e perfino la rabbia che talvolta afferra di fronte alla sua sofferenza e alla sua morte, possono essere alleviati dall’altrui preghiera e benevolenza. Sperimentare la fraternità dei cuori lascia un segno indelebile, allevia il dolore e dona la forza per andare avanti. La preghiera ha il potere di trasfigurare il volto del mondo; quando forma comunità, non solo diventa balsamo, ma sposta le montagne.
Mantenere salda la speranza durante le turbolenze si può apprendere, la fede è come un muscolo: per svilupparsi ha bisogno di esercizio.

Quanto più si attraversano momenti difficili, tanto più è importante “prendersi la briga” di fermarsi durante la giornata alla presenza del Signore. Se la tempesta interna è troppo forte, io mi fermo anche ogni ora per qualche minuto.
Gesù era anche un uomo e ha certamente sofferto come tale, le Sue parole nel Getsemani lo esprimono chiaramente: “L’anima mia è triste da morire” (Mt 26,38). La risurrezione non gli ha evitato di vedere l’abisso del male davanti a sé e di esserne partecipe, pur nella convinzione che proprio in quel calice era il germe universale del moto della vita.
Il versetto 5 del Salmo 23 esprime bene questa idea: “Per me tu imbandisci la tavola, sotto gli occhi dei miei nemici; cospargi di olio il mio capo; la mia coppa trabocca”.
Quando ci sediamo di fronte a ciò che ci fa male, di fronte a ciò che ci spaventa, in quello stesso istante, ci viene concessa una benedizione.
Questo, logicamente, non significa che ogni difficoltà viene magicamente risolta o che possiamo evitare di lasciare questo mondo, o che dovremmo essere masochisticamente lieti di attraversare la sofferenza e la morte, ma che nei momenti bui è possibile, attraverso la fede e l’amore, mantenere quella pace di fondo, che tiene accesa la fiamma dei viventi. Come dice il versetto precedente dello stesso salmo: “Quand’anche camminassi nella valle dell’ombra della morte, io non temerei alcun male, perché tu sei con me” (v. 4).

La pace delle Scritture, “che supera ogni intelligenza” (Fil 4,7), non ha nulla a che vedere con l’aspettativa dello sradicamento di ogni male esterno nel mondo. Al contrario, il cristiano compie un cammino interiore, prendendo in carico la propria condizione di essere umano, prendendo…tutto il pacchetto: beni terreni, godimenti, malanni e sciagure.
Quando camminiamo all’ombra dei nostri guai, dovremmo poter ricordare che oltre le nuvole c’è comunque il sole. La pace trova il suo fondamento nella fede, nella capacità di decentrarsi e considerare che la nostra personale  esistenza e la prospettiva del nostro sguardo, con tutte le sue emozioni e preoccupazioni, non intacca la realtà viva e trascendente che ci abita.
La luce è la condizione di fondo, le nuvole sono formazioni destinate a dileguarsi, la luce, del resto, può illuminare solo la materia. La pace, secondo me, deriva dall’accettazione della propria realtà materiale: non siamo noi la luce, possiamo solo esserne illuminati e accogliere la pace del Cristo Risorto.

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Gloria

Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri.
Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli:
se avete amore gli uni per gli altri

18 maggio 2025 – V Domenica di Pasqua
At 14,21-27
Sal 144
Ap 21,1-5
Gv 13,31-35

Il testo del Vangelo di oggi è molto breve: cinque versetti di grande densità, un messaggio di Gesù ai suoi discepoli, trasmesso dopo che Giuda è appena uscito dal cenacolo per compiere la sua opera; la passione di Gesù è iniziata ed è questo il momento scelto per un discorso di concisa essenzialità. Cosa viene detto di così fondamentale? Gesù dice di essere stato glorificato in Dio e che Dio è stato glorificato in lui. Il verbo glorificare si ripete cinque volte, si parla della gloria di Dio.

Cosa significa essere glorificato?
Nell’Antico Testamento la parola “gloria” ha un significato leggermente diverso da quello che ha per noi in italiano. Quando si usa il termine “gloria”, ci si riferisce principalmente alla fama che circonda e precede, per esempio, un artista, uno sportivo, un capo militare o comunque persone che si distinguono in un determinato settore.
Nell’Antico Testamento la gloria non è legata tanto alla fama, quanto a ciò che ha peso realmente nell’economia morale di un uomo.
Sostenere il peso della gloria di cui è stato glorificato il Cristo, non riguarda il solo essere umano, troppo fragile e vulnerabile, ma riguarda Dio e il rapporto dell’uomo con Dio.
Ireneo di Lione diceva che la gloria di Dio è l’uomo vivente. Caratteristica della gloria di Dio è che può essere donata, condivisa senza depauperamento di chi la dona. Per questo “il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui”.

Nel contesto del Vangelo di questa domenica, l’opera del male, che sempre punta ad incrinare e distruggere la vita dell’uomo e il rapporto dell’uomo con Dio, prende l’avvio dall’agire più o meno consapevole di Giuda, uno dei dodici, uno degli amici di Gesù di Nazaret. Ciò che segue rende manifesta la gloria di Dio nell’atto di riversarsi sull’umanità: l’uomo è vivente in eterno in forza della sua relazione con Dio, al di là di ogni possibile opera del male.
In effetti, sarebbe stato difficile prevedere l’esito della Passione di Cristo da questo breve discorso; nè Giuda l’avrebbe immaginato, né altri. Gli apostoli solo più tardi comprenderanno in pieno quello che hanno vissuto.

Fulcro della relazione che unisce in comunione Dio Padre e il Cristo è quello stesso amore che il Cristo chiede circoli tra i suoi discepoli.
La gloria si riversa dal divino all’umano, quando lo Spirito scende sulle persone dal cuore aperto. La gloria di Dio è, infatti, per gli uomini, negli uomini, non esiste alcun dio lontano, chiuso in se stesso, distaccato dalla sorte della sua creazione.
La gioia che gli esseri umani provano nell’amarsi autenticamente e nell’essere interamente in quel che fanno e producono è un riflesso della gloria di Dio. Quando sperimentiamo la mancanza d’amore, anche tutto il resto cui siamo normalmente attaccati ci sembra privo di valore e d’interesse, qualunque attività non serve a calmare una certa agitazione vana e sterile, accompagnata da un senso di noia; le giornate scorrono in un’atmosfera paragonabile al suono vuoto e sgradevole del metallo risonante (cfr 1Cor 13,1).
Voglio precisare che un senso di fondo di totale mancanza d’amore non viene dall’esterno.
L’amore per un altro o per gli altri, in senso anche vocazionale e missionario, sblocca e scioglie ogni eccessiva preoccupazione per se stessi e per il proprio futuro, rende bella ogni attività, perché è svolta per qualcuno; come si dice, si agisce per amore e non più per forza. Questa beata condizione potrebbe indurci ad una riflessione sulla benevolenza, qualità così rara, a trovarsi in giro. Normalmente siamo impegnati a giudicare e a valutare persone e situazioni, e a prendere posizione a torto o a ragione, in qualsiasi caso e non sembra che la società goda per questo di migliore salute.
La gloria di Dio si manifesta visibilmente quando il cuore chiuso si trasforma in cuore benevolente, mentre pensieri e azioni si fanno letteralmente più belli. Allora siamo anche testimoni della presenza di Dio.

Potremmo iniziare a rivolgerci agli altri con gentilezza, con premura affettuosa, desiderando per loro il meglio, quel meglio che desidereremmo per noi stessi se fossimo nelle loro condizioni.
Sono i gesti della piccola bontà di ogni giorno ad essere importanti; la gloria di Dio si manifesterà in sovrappiù, perché nell’amore per il prossimo riposa la gloria divina.

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Il cuore oltre l’ostacolo

Nessuno le rapirà dalla mia mano

11 maggio 2025 – Quarta Domenica di Pasqua
At 13,14.43-52
Sal 99
Ap 7,9.14-17
Gv 10,27-30

L’immagine del pastore parlava ad un popolo abituato a vedere greggi di pecore che calpestavano la polvere seguendo il loro pastore; i profeti la usarono per descrivere il rapporto tra Dio e il popolo di Israele: “Il Signore è il mio pastore: non mi manca nulla”; Gesù la usa per descrivere il rapporto con i suoi discepoli.
Il rapporto tra il pastore e il suo gregge diventa presto stretto e personale: il pastore coglie l’odore delle pecore al punto da diventare parte integrante del gregge, le pecore riconoscono la voce del pastore e rispondono alla sua chiamata. Insieme si mettono in cammino, come gli uomini e le donne che seguono Cristo dopo averlo incontrato e ascoltato.
“Ascoltare, conoscere, seguire” sono tre verbi che caratterizzano l’appartenenza del discepolo, e dunque tre criteri utili per valutare la forza della propria appartenenza.
– “Ascoltare” la Parola – il Vangelo – per sentire la sua chiamata, lasciare che la sua eco risuoni nel profondo della coscienza per orientare ogni giorno la nostra esistenza;
– “conoscere” la Parola nel senso biblico del termine, vivendo l’impulso d’amore che permette a due persone di capirsi, di apprezzarsi, di amarsi;
– “seguire” la Parola che si è fatta carne, camminando davanti a noi e illuminando il senso e la direzione del nostro percorso.
Il Pastore condurrà le sue pecore oltre la morte e nessuna forza potrà strapparle alla sua guida, perché il Pastore è una cosa sola con il Padre.
L’affermazione è forte e gravosa, perché rassicurando le sue pecore, il Pastore ha lasciato che altri lo condannassero a morte. Nel controverso contesto dell’epoca, i custodi del dogma gridarono alla blasfemia, e raccolsero pietre per lapidarlo.
Ascoltare, conoscere, seguire. Se coniugati al presente della prima persona singolare, non soltanto regalano la libertà dei figli di Dio di amare e di uscire dalle tenebre della violenza, della sofferenza e della morte, ma anche la forza di gettare il cuore oltre l’ultimo ostacolo.

È una scelta di campo accettare di vivere già ora da risorti, alla sequela del Risorto che porta la pace… “disarmata e disarmante”…

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Ricominciare

Non avete nulla da mangiare?

4 maggio 2025 – III Domenica di Pasqua
At 5,27-32.40-41
Sal 29
Ap 5,11-14
Gv 21,1-19

«Figlioli, non avete nulla da mangiare?».
Gli rispondono: «No».

Inerzia, svogliatezza, voglia di nulla, apatia, mare piatto, come agosto in Pianura Padana quando non tira un alito di vento; aridità, noia, e vuoto, questo il grande drago dell’essere umano, che ha dimenticato qualcosa di essenziale, senza neanche sapere a che proposito.
Senza la necessità di ricorrere al termine “depressione”, penso che tutti noi abbiamo provato, almeno una volta nella vita, questa sensazione o condizione sentimentale, essere come avvolti in una nuvola plumbea, mezzo addormentati, insoddisfatti, dolenti.
Dice Simon Pietro: “Io vado a pescare”: la reazione salutare di chi è vivo. Come dire che, ogni mattina, l’importante è scendere dal letto, mettere il primo piede per terra e alzarsi per fare ciò che c’è da fare: prepararsi, riordinare le idee e le cose, uscire per strada, andare a lavorare o altrove, camminare. In ogni caso, incontrare altri esseri umani.
La pesca miracolosa non sembra essere un’esperienza quotidiana, eppure Pietro, quello sempre molto umano, piantato con i piedi per terra, rapido all’errore, ancora più rapido nel pentimento, ascolta la richiesta, si muove, agisce, fa quel che c’è da fare, getta la rete una volta di più e all’improvviso diventa testimone del miracolo.
Giovanni riconosce per primo la situazione, probabilmente perché, aperto all’amore senza alcuna resistenza, non si scherma, non si difende: “Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!»”. Pietro si fida, allaccia il camiciotto e, come è nel suo stile, si lancia in acqua per raggiungere il Signore.
Hanno pescato centocinquantatre grossi pesci, molto più del necessario, e, tra l’altro, paradosso dei paradossi, c’è già del pesce cotto a riva: pasto abbondante per tutti e otto i presenti, imbandito con quel cibo che c’era fin dall’inizio e con una piccola parte di quello appena pescato. È proprio così che chiede il Signore: “«Portate un pò del pesce che avete preso or ora»”. La mensa, evidentemente, ha sempre bisogno di una partecipazione personale, dell’esserci interamente con quello che si ha, con “il frutto della terra e del lavoro dell’uomo”.

Cosa ne è ora del vuoto e dell’aridità di prima?
I discepoli sono scaldati dal fuoco acceso sulla riva, un fuoco che ricorda quello nel petto dei discepoli di Emmaus quando incontrano il Risorto, lo stesso che si manifesta nella Pentecoste, portando chiarezza nelle teste, oltre che nei cuori.
Possiamo interpretare quei centocinquantatre pesci come l’abbondanza del discorso del Cristo, propriamente inteso come quel lógos che è fin dal principio: una Parola che ci accompagna, rinnovata, da millenni – periodo relativamente breve, rispetto alla storia dell’uomo – una Parola che può cambiare radicalmente il mondo, orientandolo ovunque verso il bene.
Quanto tempo ci vorrà ancora? Dipende “anche” dalla partecipazione personale di ciascuno.
Nel Giubileo della Speranza dovremmo nutrire la speranza che ciascuno possa definitivamente volgersi verso la luce, cessando di causare il male direttamente o recidendo i legami di complicità, anche solo ideologica, col pensiero mortifero.
La complicità ideologica è l’ignavia dantesca, piazzata alle porte dell’inferno, vicino all’Acheronte, dimora di quelli che, girando in tondo, non hanno ancora la forza, la coerenza e il coraggio di dire “no” al disprezzo per la vita e per la verità.

Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca. Tu dici: «Sono ricco, mi sono arricchito; non ho bisogno di nulla», ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo. Ti consiglio di comperare da me oro purificato dal fuoco per diventare ricco, vesti bianche per coprirti e nascondere la vergognosa tua nudità e collirio per ungerti gli occhi e ricuperare la vista.” (Ap 3, 15-18).

Mi ricordo che sulla riva arde un fuoco già acceso dal Cristo.

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Il vuoto colmato

Abbiamo visto il Signore

At 5,12-16
Sal 117
Ap 1,9-11.12-13.17.19
Gv 20,19-31

Risorto, Gesù si unisce ai suoi discepoli per trasmettere loro ciò che c’è di più intimo: il soffio vitale delle persone divine. Il suo gesto è un’estensione del soffio creatore che aleggia sulle acque per trarre il mondo fuori dal caos primordiale. La resurrezione non è un ritorno al passato, è il nuovo inizio, la nuova creazione. Trasmettendo lo Spirito ai suoi discepoli, il Risorto apre loro una nuova strada, trasformandoli in testimoni della riconciliazione e della benevolenza divina. 

L’opera del Cristo consiste nel riunire i figli di Dio dispersi (Gv 11,52). I cristiani portano avanti una missione di unificazione e riconciliazione, quindi non dovrebbero temere di uscire dai loro ambienti, interiori ed esteriori, dentro i quali si sono asserragliati timorosamente, lamentando un passato che non mantiene le promesse. Lo Spirito del Cristo apre una via di riconciliazione che si estende a tutti, attraverso ogni cultura, senza distinzione: “Cominciarono a parlare in altre lingue… ciascuno le udiva nel proprio dialetto” (At 2). Che gli inviati vadano verso il vasto mondo parlando la stessa lingua dei loro ascoltatori…

Come riconoscere un inviato, colui che viene nel nome del Signore? Come sapere se è davvero lo Spirito del Signore che abita in lui? Da quali segni potremmo riconoscerlo?
La pace nata dal radicamento in Cristo e la naturalezza dell’impegno nel mondo sono due buoni indizi che testimoniano la misteriosa presenza del Risorto.

I discepoli affermavano di aver visto il Cristo Risorto. Pieno di normale buon senso, Tommaso temeva che i suoi amici fossero vittime di un’allucinazione collettiva o di una loro troppo fervida immaginazione. Tommaso, che non crede ai fantasmi, né ai sogni ad occhi aperti, vuole delle prove: se è proprio il Crocifisso che hanno incontrato vivo, deve occupare uno spazio e fare appello ai sensi. Per quanto caricaturale possa essere, la richiesta di Tommaso è del tutto comprensibile. Quasi tutti i resoconti delle apparizioni del Risorto alludono a reazioni simili, dai suoi amici più cari, che non lo riconoscono, a Maria, che lo prende per il giardiniere, ai discepoli di Emmaus che pensano sia un forestiero di passaggio, ai discepoli riuniti nel cenacolo che temono si tratti di un fantasma.

Il Risorto, né atteso, né desiderato, appare all’improvviso, a porte e finestre chiuse, in uno spazio isolato dall’esterno, simbolo del tracollo psichico. Apportatore di pace, rovescia le situazioni, spingendo sulla via della riunione e della riconciliazione.
Una volta riconosciuto, non può essere afferrato o toccato, perché, oltre le leggi della natura, Egli s’impone trasformando di fatto e radicalmente coloro ai quali si manifesta. Trasforma i cuori, dona la forza per compiere atti prima giudicati impensabili, riempie un vuoto metafisico, che è l’origine misconosciuta di ogni desiderio.

Quando Tommaso capisce, è di colpo consapevole della trasformazione interiore che lo ha reso capace di cogliere e accogliere un altro tipo di presenza del Signore, del suo Dio.
Ad ogni apparizione i Vangeli menzionano due elementi sensibili, iscritti nella realtà materiale e sociale della comunità cristiana: le Scritture e il pasto comune (l’Eucaristia).
Sono due luoghi facilmente identificabili che mostrano allo stesso tempo la semplicità e la grandezza della presenza del Risorto.

E se le scritture e il pasto comune sono gli ambiti preferenziali della manifestazione del Risorto,

urge una risposta sul dove siamo noi nel frattempo. Due interrogativi semplici, ma se ce li poniamo, potremo vedere tanto altro.

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