La gioia

15 dicembre 2024 – III Domenica di Avvento
Sof 3,14-18
Fil 4,4-7
Lc 3,10-18

Le letture di domenica scorsa parlavano di una grande gioia all’avvicinarsi della “salvezza di Dio”. Quelle di oggi arricchiscono ulteriormente questo tema, mostrando che in qualche modo per noi la gioia non è un sentimento ovvio, frequente o facile da provare. Spesso viviamo sotto i vincoli di varie schiavitù, e la gioiosa liberazione di cui parla la Bibbia è situata nel futuro, semplicemente promessa.
Tuttavia, anche il futuro, osservato con lo sguardo puntato sull’attualità, non sembra così rassicurante: la coscienza della precarietà e della conflittualità umana alimenta piuttosto una specie di rassegnazione. Il pensiero di Dio, più che l’attesa di Dio, ci tiene avvolti in un’atmosfera austera, talvolta aggravata da numerosi compiti da svolgere, resi pesanti da paure difficili da superare o da considerarsi superate.
La gioia cristiana è totalmente dipendente dalla forza della nostra fede.
La seconda lettura è un invito a vivere nella gratitudine, andando oltre ogni preoccupazione e affidando al Signore anche ciò che ci spaventa, perché prevalga in noi la pace che sorpassa “ogni intelligenza”, cioè ogni evidenza razionale.
“Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male”, dice il Salmo 23,4. Vivere costantemente al culmine del rendimento di grazie non è facile, ma possiamo affidare al Cristo anche questa difficoltà.

L’Avvento può essere vissuto come il tempo di attesa più opportuno per scorgere la presenza pacificante del Cristo vicino a noi: è “alla porta” e l’incontro potrebbe verificarsi in ogni momento: “Ecco, sto alla tua porta e busso; se qualcuno mi ascolta e mi apre la porta, io entrerò e mangeremo insieme, io con lui ed egli con me” (Ap 3,20). Aprire la porta significa non soltanto abbattere ogni ostacolo che ci separa dalla gioia di vivere, ma anche farsi trovare in casa, come normalmente succede quando viene a trovarci qualcuno cui vogliamo bene. (cfr Is 62,5: “Egli troverà in te la sua gioia”). Le Scritture ricorrono spesso alla simbolica del tema nuziale: l’Alleanza del Dio nuovo con l’umanità è un incontro d’amore.

La qualità di questo incontro spesso dipende dall’immagine di Dio che abbiamo creato nella nostra mente. Il Cristo del Vangelo è considerevolmente difforme da molti dei fraintendimenti più comuni. Per certi versi, in una fase iniziale del percorso di fede, è normale che sia così; quel che spesso si verifica è una vera e propria sostituzione di un dio sconosciuto, con un idolo perfettamente sovrapponibile alle nostre personali aspettative.
Constato questo ripetutamente come confessore. Esistono idoli di vario genere: la divinità imperiosa che determina in anticipo tutto ciò che dobbiamo fare e tutto ciò che deve accadere; la divinità scrutatrice che ci osserva costantemente, attenta ad ogni più piccola mancanza; la divinità vendicatrice che ci attende dietro l’angolo sulla via dei nostri misfatti; peggiore di tutte mi sembra la divinità “pretenziosa”, che incita a lottare con ogni mezzo, allo scopo d’imporre ad altri la sua Legge. Al contrario di questa, si staglia la divinità buonista o psicologizzata, di fronte alla quale tutto ha una “spiegazione”, sinonimo di “giustificazione”. C’è anche la divinità che “fa il tagliando”, quella del: “Bisogna confessarsi, ma non so cosa dire”. Infine , ma non meno frequente, esiste una specie di divinità bendata, che fa finta di non vedere: “Padre, io non ho peccati…”. A questo punto, alzo le mani e…  chiedo io l’assoluzione per me con più forza.

Ci sono però, grazie a Dio, persone che escono gioiose dal confessionale, avendo probabilmente sperimentato il perdono di Dio e la qualità del suo amore per noi, fragili umani.
San Paolo dice del Cristo: “Egli è l’immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione”. (Col 1,15).
Cristo è alla porta e bussa, è lo stesso che, per amore nei nostri confronti, ha accettato di soffrire e morire, ripudiando l’uso del potere e della forza, derivanti dalla sua natura divina.
Attendiamo che rinasca ad ogni Natale, perché non abbiamo mai finito di scoprire “dove abita”. Sempre nuovo, dirà “Vieni e vedi” e potremmo scoprire che è lui che sta attendendo noi, come ha atteso i pastori e i Magi, come ha atteso i discepoli preparati dal Battista, come ha atteso il riconoscimento da parte dei discepoli di Emmaus e, via via, il riconoscimento da parte di noi tutti.

Le istruzioni di Giovanni a chi lo interroga nell’attesa del loro personale incontro sono le prescrizioni del Decalogo. Anche Paolo continua a ripeterlo: la Legge è un maestro che prepara l’incontro con il Maestro.
Quando questo incontro è avvenuto, la gioia deborda anche verso tutti coloro che, non per meriti personali, hanno fatto da tramite: l’insegnante (o il pastore), colui che s’incarica della trasmissione della buona novella, si fa da parte per lasciare spazio alla gioia e alla libertà dell’incontro.

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L’incorreggibile Adamo

Hai trovato grazia presso Dio

8 Dicembre 2024 – Immacolata Concezione
Gn 3,9-15.20
Ef 1,3-6.11-12
Lc 1,26-38

Questa domenica celebriamo la purezza di Maria, che fu concepita senza peccato.
Tuttavia, non posso fare a meno di chiedermi come sia possibile che Adamo, fin dagli albori, si comporti quasi sempre allo stesso modo. Non può sentirsi colto in fallo a causa della sua congenita paura, mista a malizia e qualsiasi chiamata ad un’assunzione di responsabilità prolungata e in proprio (Adamo dove sei?) lo sconvolge; eventuali mancanze sono da attribuire ad altri.
Ed è mai possibile che in quasi quarant’anni da prete, solo uomini mi abbiano interrogato sulla purezza di Maria e mai una donna?

Ora vi racconto una piccola avventura pastorale.
Una volta, durante un incontro di catechesi, stavamo lavorando su un foglio con il quale si ripercorreva la lettura del Credo Apostolico. Era consuetudine, infatti, preparare sussidi di approfondimento della fede da elaborare in gruppo; era un tentativo per poter dire, ciascuno con parole proprie, il mistero della fede.
Ad un certo punto arrivammo alla proposizione: Gesù “[…] discese dal cielo e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria”.
Questa frase turbò profondamente un uomo, che cominciò ad alterarsi dicendo che si trattava di una confessione di fede superata, e, senza troppi giri di parole, cominciò ad inveire contro la stupidità e la violazione del buon senso, protestando contro la chiamata a credere, da lui percepita come una “chiamata all’imbecillità”. Per lui, Gesù, come tutti, era il frutto dell’unione di un uomo e di una donna.
Sia detto tra parentesi, io, francamente, non ho nulla da obbiettare se una persona si dichiara atea, ma mi rattrista osservare come talvolta i percorsi di fede si blocchino su questioni erroneamente attribuite ad altri ambiti, piuttosto che a quello, cui appartengono, della crescita spirituale.
Vorrei sgombrare il tavolo, o meglio lo schermo, da qualsiasi dubbio, se mai ce ne fosse bisogno: sono credente e rispettoso dei dogmi della Chiesa cattolica, ma non credulone e tanto meno intellettualmente disonesto. In quel contesto, mi trovai a dover suggerire all’incorreggibile Adamo, al momento offeso nella sua razionalità, di rapportarsi a quella proposizione che tanto lo turbava non come fosse l’estratto dell’atto di nascita di Gesù di Nazaret, ma il punto di arrivo di una tradizione secolare, che ha cercato di interpretare le Scritture, affrontando teologicamente il senso dell’esperienza religiosa cristiana.

Qualche settimana dopo questo episodio, portai all’attenzione dell’assemblea il tema di Cristo Gesù, Figlio di Dio, che ha vissuto in pienezza la vita degli uomini. Infervorandomi nel discorso, per sottolineare la realtà del Cristo uomo e Dio, dissi che era nato, come noi, da uomo e da donna.
La sera stessa, immancabilmente, alcuni confratelli mi fissarono accigliati e dissero: “Non abbiamo il diritto di dire cose del genere”. “Perché?” – chiesi io -“ Perché tutti sanno benissimo che Gesù ha una madre, ma che non ha un padre”.
Tutti sanno… ? A me pare che tutti sappiano che per generare un essere umano ci vogliono un uomo e una donna, o, almeno, una componente maschile e una femminile.
Qui, invece, si tratta del Figlio di Dio, nato per volontà del Padre celeste: è questo il tema, non un altro. È su questa “conoscenza” che ci stiamo interrogando, ciascuno a suo modo confrontandosi con l’idea di Dio che ha nella propria testa.
Allora, se lo vogliamo leggere, rileggiamo il racconto dell’Annunciazione rimanendo in argomento e non dalla prospettiva dell’ufficio anagrafico; siamo davanti all’Angelo Gabriele (un messaggero di Dio), che annuncia a Maria la nascita di un bambino per volontà dello Spirito.
Davanti a questa scena, noi, ora, dove siamo? Chi siamo? Passanti? Dipendenti municipali? Giornalisti? Scienziati? Professori? Stiamo aspettando al varco un personaggio famoso, magari un politico o una influencer di moda per commentare?
Chi è questo lettore del Vangelo di Luca?
Certamente, la storia del cristianesimo ha reso Maria, la madre di Gesù, un personaggio famoso, a tal punto, che il lettore del Vangelo di Luca diventa lo spettatore indiscreto della vita privata di Maria, invece di lasciare uno spiraglio aperto all’intima esperienza del cuore, che sola può accendere una luce e portare ad accettare e ad accogliere il mistero totale della vita nascente.
Se nella nostra pur meravigliosa razionalità e concretezza quotidiana, non rimane uno spiraglio aperto ad un possibile diverso dal nostro e limitato, il lettore del Vangelo di Luca resterà un Adamo banalizzatore e forse, mi sia consentito, anche un po’ banale, simile a quello che sempre ripete: “È stata la donna!”
E allo stesso modo può succedere che un religioso mi dica con notevole disinvoltura: “Tutti sanno che Gesù ha una madre, ma non un padre.” Ma cosa c’entra?
Spesso riteniamo di sapere tutto, di conoscere perfettamente il mistero della vita e qualcuno ritiene anche di avere l’assoluto diritto di decidere se, dove e come debba essere vissuta anche quella degli altri.

Non credo che Luca scrivesse la vicenda dell’Annunciazione con l’intenzione di costringere i suoi lettori ad una capitolazione della ragione e del buon senso; credo piuttosto che volesse suscitare lo stupore davanti alla manifestazione dell’innocenza di un cuore fedele, assolutamente privo di malizia e allo stesso tempo indicare in quella purezza la via verso l’incontro con lo Spirito.
Maria, concepita senza peccato e che partorirà Gesù senza peccato, non discute, non mette altri in discussione, non si giustifica, non esercita influenze di alcun genere e non fa pressione su alcuno.
Chi legge, la sente dire “Sono la serva del Signore”.
Chi potrà ascoltare Maria, accettando come una rivelazione l’ignoto inconfutabile che ci fa vivere?
Qui, tra i vivi, accade quello che non ci aspettiamo, l’improbabile, l’inatteso, il sublime e il brutto; a noi di scegliere un atteggiamento spirituale e una direzione: resistenza o apertura? Irresolutezza o capacità di scelta? Assunzione di responsabilità o scaricabarile? Incorreggibile Adamo o uomo nuovo? E, infine, gloria all’io o gloria a Dio?

Se la vita per noi è un dono di Dio, possiamo tornare all’Angelo, a Maria e allo Spirito, recitando tranquilli il Credo e forse arrivare a dire: “Io sono il servo del Signore, avvenga di me tutto come hai detto”.

Dove siamo?
Vivi, lì dove ci lasceremo trovare senza avere paura.

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Ricablare le connessioni

Le potenze dei cieli saranno scrollate

1° Dicembre 2024 – I Domenica di Avvento
Prima Lettura: Gr 33,14-16
Seconda Lettura: 1Ts 3,12-4,2
Vangelo: Lc 21,25-28.34-36

Mentre rileggo questo capitolo 21 di Luca, ripenso ad alcune conversazioni circa l’Apocalisse con una persona che, nella sua incredulità, ammirava molto Gesù, questo “profeta palestinese”. Diceva che “gli indizi non erano sbagliati, ma…”. Oggi, sarebbe sufficiente, secondo questa persona, osservare come gli esseri umani continuino a “mettere in pericolo la propria sopravvivenza attraverso la frenetica ricerca del beneficio immediato” per rendersi conto della verità di quella profezia; potremmo aver già superato il punto di non ritorno.

Credo, però, che anche oggi, rimanga valido uno dei privilegi dell’umanità: l’essere in grado di tenersi unita, contrastando la pervasiva cecità che la minaccia.
In quale modo? Potrei dire, usando una terminologia moderna, “ricablando il cervello”.

Non tutto è nei nostri geni; il modo di pensare il mondo può cambiare.
Il cervello umano contiene miliardi di neuroni, ognuno dei quali è connesso ad altre migliaia, attraverso connessioni, certamente fortificate dalla ripetitività e dalla magia della memoria, ma potenzialmente ancora modificabili, soprattutto nei giovani.

Ricablare le connessioni sinaptiche. Cosa può voler dire?
Vogliamo forse scimmiottare i signori dell’intelligenza artificiale, spingendo l’umano a ripetere e riconnettere il già detto, nell’illusione di padroneggiarlo, magari privilegiando un modello di stile, o vogliamo essere padroni nel quartier generale della nostra umana intelligenza per fare spazio all’educazione, alla cultura, al pensiero critico, alla creatività, incoraggiando la pluralità delle scienze, delle religioni e delle saggezze, di cui l’umanità nel suo complesso è erede?

Scegliendo il secondo modo, potremmo forse finalizzare le nostre “prestazioni” teorico/pratiche per collaborare – finalmente e con urgenza – alla nostra stessa salvaguardia.
Perché non guardare alle immagini apocalittiche usate dal Nazareno, come ad una maniera “inusuale” di favorire la sopravvivenza dell’umanità?

Quando rileggiamo l’Apocalisse, scopriamo brividi singolari: zefiri nella tempesta e terremoti in paradiso. Immaginiamo che l’Apocalisse sia oggi, e che l’eternità si realizzi come condizione istantanea.
Cosa potrebbe esserci di più spaventoso e delizioso allo stesso tempo?

Si badi, non credo si tratti di un “evento”. Questo termine singolare è stato mutuato dal vocabolario filosofico, per trasformarsi poi in apposizione ideologica, destinata ad identificare qualsiasi performance spettacolarizzata, attorno alla quale sia possibile assemblare, con adeguata propaganda, un aggregato di umani possibilmente numeroso.
All’evento si partecipa (normalmente pagando un biglietto) da spettatori, talvolta illusoriamente da co-protagonisti, rimanendo essenzialmente confinati nel ruolo di consumatori. Eventi sono infatti – giustamente – feste, festival, concerti, serate, manifestazioni, mostre, incontri “speciali” etc. etc.

Quale sarebbe, quindi, la differenza tra “evento” ed “avvento”? E perché l’Avvento sarebbe addirittura in connessione con l’Apocalisse?

L’Avvento non è certamente “l’aperitivo” prima del pranzo di Natale.

L’Avvento è l’attesa della nostra personale rinascita alla vita e prefigura la nostra possibile, se non certa, resurrezione.

Che Natale ci attende tra circa un mese? Dipenderà dal Bambino nascente, come diceva un mio confratello. Nel ricablare la nostra intelligenza razionale ed emotiva, occorrerebbe far posto all’ascolto frequente e ripetuto di un profeta che non ha mai smesso di allertare l’umanità: Geremia. Durante la sua esistenza terrena, per quarant’anni, fu il lucido testimone di un fremito del mondo; dall’interno di un inferno di violenza e disordine, Geremia fu l’ “inventore” del “cuore a cuore” con Dio.
Se il Bambino che nasce per noi, prenderà – in noi – il sopravvento, eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra. Allora, anche Gerusalemme vivrà tranquilla (cfr. Geremia, prima lettura).
Per accogliere questo Bambino ogni persona deve svegliarsi, alzarsi in piedi, alzare la testa, guardare il cielo, pregare incessantemente, per poter vivere la propria ineludibile chiamata ad essere operatore di giustizia. Questo sarà un modo evangelico di ricablare il nostro pensare e il nostro sentire. E aprirà per ciascuno la porta del Regno, anche se sarà necessario passare attraverso l’apocalittica distruzione di incrostazioni di malizia e non-amore.

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Cosa hai fatto?

24 novembre 2024 – XXXIV Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Gv 18,33-37

Parlare di regalità in un paese sotto l’occupazione romana era sicuramente poco “prudente”, direi “esplosivo”. A parte qualche illuso al soldo dell’occupante, il titolo era riservato all’Imperatore di Roma. Certi di avere il diritto di condannare Gesù, le autorità del Tempio lo accusano di complottare per diventare re. Di fronte a questo potenziale avversario dell’impero, Pilato indaga. Gesù lo disinganna: sono i suoi avversari a prestargli le loro intenzioni di potere, le loro pretese politiche e dai suoi avversari prende chiaramente le distanze: “Se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori combatterebbero perché io non fossi consegnato ai Giudei”. Rivendica un unico primato: quello di essere testimone della verità, venuto al mondo dal regno della verità, per essere ascoltato da chi vive della verità.
Il Nazareno rifiutò sempre il potere, ma i suoi discepoli, speranzosi che il loro maestro restaurasse il regno d’Israele, pensavano invece di doverne occupare i primi posti. Ci credettero fino alla fine, e su questo concordavano perfino i due pellegrini di Emmaus. La fascinazione per il potere ha attraversato tutta la storia della Chiesa; gli splendori della corte romana, gli intrighi e le alleanze politiche tra piccoli gruppi di potere, le guerre di religione e le crociate, gli imbrogli politici e il controllo delle coscienze sono altrettanti tentativi pretestuosi per offrire a Cristo un regno di questo mondo.
A Pilato e a tutti coloro che, come lui, coniugano la facciata religiosa con una politica imbrogliona e un malinteso senso della giustizia, Gesù ricorda che c’è un unico modo per “regnare”: impegnare la propria esistenza, dalla nascita alla morte, additando al prossimo un cammino possibile di gioia e di fede.
Tra scandali, crisi e veri e propri crolli, emerge sempre più il bisogno di ritornare all’essenziale della vocazione cristiana: ascoltare il Cristo. Re di un regno che mal si coniuga con questo mondo, mette Pilato in condizione di porgli un’unica domanda vera: “Che hai fatto?” Lo stesso procuratore non riesce a capire perché e come mai quell’uomo dall’eloquio enigmatico, preceduto dalla fama di essere un guaritore, ma anche dall’accusa di fomentare il popolo, possa essere una reale minaccia per i capi religiosi del suo paese o addirittura per l’imperatore romano.
Visto l’esito dell’interrogatorio, mi rimane la sensazione che quella stessa domanda si possa ritorcere su Pilato: “Piuttosto, che hai fatto, tu, Pilato?
Cosa o chi ha impedito a Pilato di fare quel che andava fatto, cioè rilasciare un innocente, piuttosto che sacrificarlo ai rapporti diplomatici con la terra d’occupazione del suo governo?
Così come Pilato non aveva nulla di tangibile da imputare al Nazareno, anche noi non abbiamo nulla di tangibile da imputare ad alcun Pilato e tantomeno da opporre all’uomo chiamato Gesù, re di un regno che non è di questo mondo. È così vero che abbiamo sempre la necessità di inventare o di reinventare un capo di accusa laddove le dinamiche di questo mondo necessitano di un capro espiatorio. È così che il Figlio dell’uomo, da innocente, è eternamente sacrificato, crocifisso come un criminale.
La sua regalità si sostanzia della sua capacità di amare. E questo spaventa. Perché non è facile rinunciare alle proprie ambizioni, a partire da quelle più piccole a quelle più grandi.
La regalità del figlio dell’uomo consiste in una conversione del pensare, del decidere e dell’agire, particolarmente diretta a coloro che detengono il potere di incidere sulla salute del pianeta e sulla pace tra i popoli.

Nutriamo la speranza di non dover più chiedere, non a Gesù, ma a Pilato: “Cos’hai fatto?”

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Apocalissi e tenere foglie

17 novembre 2024 – XXXIII Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mc 13,24-32

Il brano evangelico, di cui troviamo paralleli in Matteo 24 e Luca 21, è detto “escatologico”, perché riguarda la fine dei tempi. Questi testi vengono spesso chiamati “apocalittici”, e “apocalisse” significa “rivelazione”, “svelamento”. Si tratta, quindi, di rivelazioni riguardanti la fine dei tempi, un genere letterario presente anche nell’Antico Testamento, in particolare in Ezechiele e Daniele. Alcuni di questi testi parlano di catastrofi “soprannaturali” – come il nostro vangelo – altri parlano di terremoti, maremoti, guerre generalizzate, persecuzione dei credenti.
L’Apocalisse di Giovanni esprime tutto questo in un linguaggio simbolico che rende il messaggio della “rivelazione” oggi difficile da decifrare. Paolo, invece, non usa immagini apocalittiche; si accontenta di scrivere, in Romani 8,22, che tutta la creazione  “geme nelle doglie del parto”, collocando il travaglio non nel futuro, ma nel presente. Il discorso paolino non si attarda su morte e distruzione, piuttosto si concentra sul significato ultimo di tutto questo attraverso il Cristo, scelto dal Padre per “ricapitolare tutte le cose” e per portare a compimento la creazione.

Dal nostro punto di vista il messaggio della rivelazione contiene l’idea che tutto avviene come conseguenza dell’autorità di Dio nell’usare e trasformare il male – tutto ciò che è contrario all’amore – a scopo salvifico. Questi passaggi della Scrittura sono in realtà promesse di sofferenza e rovina, ma non siamo in condizione di poterli rifiutare o negare, perché illustrano quello che sperimentiamo ogni giorno. Questo è un punto nodale da affrontare nel percorso di maturazione della fede; affrontarlo e risolverlo appartiene ai grandi temi del mistero dell’incarnazione, della grazia e del rapporto col Sacro. È impossibile negare di essere immersi in una realtà conflittuale.

In primo luogo, è davanti gli occhi di tutti il conflitto con la natura: è di questi giorni il disastro accaduto in Spagna, solo per fare un doloroso esempio.
In secondo luogo, i conflitti armati diffusi nel mondo, che dividono uomini, popoli e nazioni, sono presenti anche nelle nostre case, attraverso racconti, immagini e informazioni di tutti i tipi.
Infine, ciascuno ha esperienze di conflitti personali nelle relazioni sia a livello lavorativo, che familiare e amicale.

Di per sé non ci sarebbe bisogno di declinare al futuro la fine del mondo e non mi stupisce neanche più di tanto il proliferare di gruppi “terrorizzati” che aspettano per i prossimi giorni il giudizio universale o di gruppi che esorcizzano la paura munendosi di candele, nel caso il sole si spegnesse.

Vorrei provare a consolarmi, dicendomi che la fine dei tempi è già qui, in un certo senso mi domina. I testi dicono che questo immenso conflitto non si attenuerà, ma anzi, sta andando verso il parossismo mentre si avvicina la fine.
Ciò che chiamiamo “eternità” è quindi alla porta, o, forse, per quanto mi riguarda, più precisamente, dentro di me; è, in un certo senso, il rovescio dell’ambiente esterno, spesso catastrofico, in cui si rivela in tutta la propria immensa portata la passione di Cristo. Questa passione contiene tutta la nostra ed è la vera apocalisse. La “mia” morte, comunque avvenga, sarà la distruzione della mia “casa di carne”, come lo è stato per Gesù di Nazaret e per ogni persona caduta nei conflitti armati o morta annegata. Si tratta della fine del “nostro” tempo, non dell’eternità che io ritrovo dentro di me, a un passo da me.

I testi sacri presentano il caos, presente e futuro, come il luogo della vittoria di Cristo. 

Quando siamo immersi nel lutto, nell’assurdo, nell’insopportabile, ci troviamo di fronte alla decisione fondamentale della nostra esperienza terrena: da quale parte essere tra la vita e la morte. Come dice Paolo “Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo”. (Rm 8,22-23).

Dunque, anche se il mondo venisse smantellato e spaccato in tutte le sue parti, non dovremmo stupirci, sarebbe nell’ordine delle cose, nell’ordine di una legge che altro non è se non il lato spettacolare di un universo che invecchia e svanisce per far posto al suo Creatore, sempre più presente sotto il velo dell’energia e della luce. Il Cristo torna per riaffermare l’eterno possesso del suo regno, attraverso ciò che a noi sembra l’invecchiamento evolutivo della creazione; la matrice, la nostra esperienza di questo mondo, il nostro tempo, necessari alla libertà di scelta dell’intero genere umano e alla conseguente responsabilità di ogni singolo verso l’intera comunità, si sgretola, affinché la pace del Cristo sia tutta in tutti.

Il discorso del Nazareno comprende un avvertimento fondamentale: imparate dal fico questa similitudine: quando i suoi rami si fanno teneri e mettono le foglie, voi sapete che l’estate è vicina” Ogni generazione e ogni essere umano può sperimentare questo, perché il Regno di Dio si rivela a ciascuno individualmente e, nello stesso tempo, crediamo che non si manifesterà pienamente finché ciascuno di noi non avrà trovato il suo posto nel corpo totale del Cristo. L’angoscia non è dunque una calamità, ma un segnale, donatoci perché attraverso la speranza ci si rivolga verso la vita. La piccola parabola del fico insegna che l’innalzarsi della linfa in un albero tardivo segna l’arrivo dell’estate, stagione dei frutti attesi dal Signore con incrollabile pazienza; il Creatore, fuori del tempo e quindi coincidente con ogni momento della storia umana, attende dall’umanità una risposta d’amore perché il suo disegno sia realizzato.

La nostra stessa fede è un percorso, che inizia e matura per grazia:
…porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore […] non dovranno più istruirsi l’un l’altro, dicendo: “Conoscete il Signore”, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande […], poiché io perdonerò la loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato.” (Ger 31,33-34).

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Chi divora le case delle vedove?

Ha messo nella cassa delle offerte più di tutti gli altri

10 novembre 2024 – XXXII Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mc 12,38-44

Seduto nel Tempio, Gesù osserva i fedeli che vengono a lasciare le loro offerte nella sala del Tesoro; la vanità degli scribi è evidente: abiti cerimoniali, saluti e inchini, posti d’onore, privilegi, sfoggio di pietà verso gli umili, tutto diventa spettacolo, quando gli scribi volteggiano come pavoni. Così facendo – interpretazione comune – si manifestano avidi e abili nell’abusare della buona fede delle pie donne per spennarle a vantaggio delle buone opere.
Gesù, non sopportando l’ipocrisia, fa notare ai discepoli come gli scribi nascondano il loro gusto per il potere e il denaro sotto l’apparenza devota dell’ottimo praticante.
Poi passa ad osservare la vedova. A quell’epoca, insieme agli “orfani”, la figura della vedova rappresenta emblematicamente la povertà più dura, un coacervo di solitudine, povertà materiale, assenza di protezione maschile, assunzione di soverchiante responsabilità morale e materiale verso i figli.

Se agli scribi piace mettersi in mostra, mettendo ingenti somme nella cassetta delle offerte, dobbiamo probabilmente dedurre che la vedova preferisce piuttosto inserire la sua somma irrisoria, facendosi notare il meno possibile. In quell’ “irrisorio” che non fa rumore e non si espone perché non ha nulla di ammirevole, Gesù riconosce addirittura il gesto di chi dona tutto quanto ha per vivere. Quel gesto, per quanto cancellato ed escluso dalla prospettiva univoca della generale indifferenza umana, viene messo in risalto dalle parole del Nazareno; nel suo giudizio la donna è valutata più generosa degli altri, perché dà “tutto quello che aveva per vivere”, mentre gli scribi, vengono giudicati degni di “una maggior condanna”, perché offrono il loro “superfluo”.
Credo che la chiave di comprensione di quest’episodio risieda nel giudizio del Cristo sulle modalità del dare. Al centro della sua attenzione troviamo il modo di fare l’offerta: sedutosi di fronte alla cassa delle offerte, Gesù guardava come la gente metteva denaro nella cassa.
Dovremmo concluderne che ai suoi occhi il discepolo ideale dovrebbe spogliarsi fino a finire i propri giorni sulla paglia? Diciamo che l’ipotesi non dovrebbe spaventare; il pensiero, inevitabilmente, va alla scelta di Francesco d’Assisi.

Gesù esprime un giudizio sul comportamento degli scribi – “Costoro riceveranno una maggior condanna” – che suggerisce di guardare al comportamento della vedova come termine di paragone. Sembra però un giudizio di carattere più generale, vorrei quasi dire “universale”. Rispetto al puro ideale francescano, evangelico per principio, del tutto donare senza altri scopi, senza tenere conto delle proprie umane esigenze – quindi possibile solo “per amore” – noi comuni mortali, ancorché dediti al conseguimento della santità, possiamo solo nutrire la speranza di essere graziati: ricevere la grazia di poter imitare il poverello di Assisi. Nello stesso modo in cui sia Elia che la vedova di Sarepta (cfr. prima lettura) ricevono la grazia di vivere, nonostante la feroce carestia. Dunque, la misura della generosità e, in particolare, il giudizio di Dio su questa qualità dell’amore cristiano – non ha una carreggiata preferenziale che inizia dal portafoglio, e non dipende neppure dalla quantità, dal molto o dal poco dell’offerta; sembra invece avere una via privilegiata quando è conseguenza dell’amore per il prossimo e della fiducia in Dio. Partendo dal discernimento del sentimento che la rende possibile, credo che una buona “operazione di prova” potrebbe essere il senso di libertà e contentezza che si sperimenta nel dare. “Dov’è il tuo tesoro, lì sarà anche il tuo cuore” (Mt 6,21). Quando c’è di mezzo un grande amore, normalmente non esiste “sacrificio” percepito come impossibile. Si noti poi che Gesù non dice mai che la vedova è salva o che sarà salvata, ma solo che gli scribi riceveranno una maggior condanna, in relazione ad un termine di paragone evidentemente più vasto di quella “povera vedova”. In questo modo emerge la tremenda definizione: chi sono gli scribi? Gli scribi sono “quelli che divorano le case delle vedove”, cioè quelli che divorano tutto ciò che i poveri hanno per vivere. Lo scriba non è solo un ricco ebreo molto praticante, apparentemente devoto, che domina la parola perché sa scrivere, pensare e capire.
Lo scriba è il rappresentante di quella parte del popolo di Dio che riceverà maggior condanna proprio perché ritiene ovvio e naturale divorare tutto ciò che permette ai poveri del mondo di vivere, in nome della propria ricchezza materiale, del proprio potere politico, del proprio prestigio sociale e della propria (vera o presunta) superiorità intellettuale.
A pensarci bene il giudizio del Cristo è veramente già “universale”.
In questo senso la lettera agli Ebrei (Seconda Lettura) getta qualche luce: lo sforzo che appare impossibile, il sacrificio totale della vita per amore, è già stato compiuto una volta, per tutti e per sempre. In Cristo, per amore, è stato redento l’intero “corpo” dell’umano, tutti gli uomini sono liberi di amare. L’evento salvifico, la grazia, si è manifestato nella storia in tutta la sua “tremenda” luce.
La Grazia potrà raggiungere colui che opponendosi all’amore, non lo vorrà né per sé, né per gli altri? La libertà umana implica anche il rifiuto del dono; motivo per cui non possiamo neanche pensare di risolvere i problemi o le divisioni appellandoci alla reciprocità. A ben guardare la reciprocità è solo il polo positivo di un atteggiamento di scambio. Potrebbe esserci reciprocità anche nella vendetta. Ed è vero anche che perfino l’inizio della “legittima difesa” si trasforma in atto distruttivo.

L’amore è sempre disarmato e il dono sempre disinteressato: un ideale molto elevato, un lampo quasi accecante, acceso per un attimo a illuminare le contraddizioni dell’uomo moderno, come di quello antico.

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Con tutta l’anima, con tutta la mente, con tutta la forza

3 novembre 2024 – XXXI Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mc 12,28-34

“Ascolta Israele”: questa frase familiare contiene tutta l’etica nuova, che ha trovato al contempo il suo vero inizio e il suo culmine in Gesù di Nazaret.
In cosa consiste questa novità che ha cambiato la storia del mondo?

Innanzitutto, si basa  sull’imperativo “ascolta”, non “leggi” o “guarda” o “studia”.
Il solo imperativo “leggi” rimanderebbe ad un testo, ma qualunque sia il posto della Bibbia – e, secondo me, dei Libri Sacri di riferimento di tutte le confessioni religiose – è secondario: non è verso un libro che ci volgiamo, ma verso Colui di cui il Libro è testimone.
Il solo imperativo “guarda” lascerebbe il lettore in una posizione passiva, da spettatore, in ogni caso estraneo o disimpegnato, qualora si dichiarasse credente.
Il solo imperativo “studia” stimolerebbe a “capire”, “ricordare”, “creare connessioni”, risultati sempre auspicabili, tuttavia, spesso accompagnati da un certo intellettualismo sordo, tendente a creare  un’illusoria differenza tra chi studiare “può” e chi studiare “non può”, magari anche tra il “biblista” e il “contemplativo”.

Perché ci sia ascolto, devono esserci almeno due persone in dialogo; ascoltare è più che prestare attenzione alle parole e ai suoni, capirne il senso, memorizzarne i contenuti e intessere connessioni di pensiero. Normalmente ci si riferisce al “pensiero” del tale o del tal altro; colui che invita all’ascolto, nelle due parole “Ascolta Israele”, non chiede di ascoltare il “pensiero di Gesù”, ma il Signore.
Nel corso della storia, l’umanità ha sempre fatto riferimento ad una tradizione orale o scritta, risalente ad un “capostipite” di una qualche dottrina mitica, religiosa, filosofica, e via via avvicinandosi nel tempo, politica, economica, scientifica e così via, anche e ben al di là della teoria. Talvolta questa propensione umana a cercare un “maestro iniziale”, un’autorità dottrinale esterna, ha trasformato il “capostipite” di turno in modello di pensiero da seguire ed ulteriormente elaborare. Esistono i Tomisti, i Kantiani, gli Hegeliani, i Keynesiani, i Marxisti, i Freudiani, i Lacaniani, e così via, per ogni settore del sapere umano.
La possibilità di un atteggiamento autenticamente religioso consiste prima di tutto nella capacità di differenziare tra “Scuola di Pensiero” ed “Esercizio dell’Ascolto”.
L’ascolto religiosamente inteso implica la relazione col Cristo vivente. La qualità dell’amore, che conduce all’incontro, all’ascolto e al dialogo nella preghiera col Cristo, è all’origine del nostro essere al mondo, della nostra stessa capacità di amare e poi di agire per il bene dell’altro.  Ecco perché il testo dice: con tutto il cuore, l’intelligenza e la forza. Nella misura in cui il nostro camminare insieme al Cristo ci permette di ascoltare sempre meglio l’amore sostanziale che abbiamo ricevuto e comprendere quello di cui siamo potenzialmente capaci nella pratica quotidiana, troviamo la nostra unità personale e tutte le nostre facoltà riunite.

In identica prospettiva va ascoltato il secondo comandamento, conseguenza del primo (cfr anche la versione di Matteo in Mt 22,45). L’amore per se stessi, comprensivo della cura verso le proprie fragilità, si trasforma in assunzione di responsabilità nei propri confronti e nei confronti dell’altro. Non si può amare un altro se non si ha cura di se stessi.
L’amore provato, vissuto e compreso, renderebbe possibile in senso assoluto l’unità del genere umano: è questa, io credo, la via verso il Regno da cui non è lontano lo scriba del Vangelo.

Un tale itinerario, che non si compie in un giorno e senza cadute, ma dura l’intera esistenza, contiene qualcosa di sorprendente, una componente che muta la nozione di comando, a tal punto da apparire un sovvertimento.
Ubbidire ad un ordine vuol dire sottomettersi alla volontà di un altro, ubbidire ad un comandamento vuol dire sottomettersi alla volontà del Signore. In entrambi i casi la volontà è di un altro, quindi diversa dalla nostra.
Se il comandamento si trasmuta in amore, c’è una sola volontà: improvvisamente la persona oggetto del nostro amore – Dio o il prossimo – prende il posto del comando. Sono persone, che abbiamo davanti – e che ascoltiamo – non un libro.

Va notato che i due comandamenti citati dal Cristo non compaiono come tali negli elenchi del Decalogo, perché l’amore sostituisce la Legge.
La nostra seconda lettura al versetto 28, infatti, confronta i sommi sacerdoti dell’Antico Testamento, uomini costitutivamente deboli nella loro umanità e fondati sulla Legge, con l’unico sacerdote, il Figlio, posteriore alla Legge, reso perfetto per sempre, costituito dalla “parola del giuramento”, re di pace e di giustizia, prefigurato in Melchisedek (cfr Gn 14,18 e Sal 110,4).
Se rileggiamo il nostro Vangelo, vediamo che l’uomo Gesù in un certo senso scompare; interrogato sull’essenziale, non parla di sé, ma dell’amore per l’unico Signore e per il prossimo.
Il Cristo è la via, il tramite fattosi uomo per riunire tutto ciò che esiste in cielo e in terra e per ricondurlo all’origine. Il cammino compiuto dalla Parola vivente in mezzo a noi è una magistrale confessione del monoteismo biblico e, allo stesso tempo, la sua “realizzazione”.

Gesù Cristo, incarnazione dell’amore di Dio, essendo tutto in tutti, raccoglie l’universo intero, verso l’unità originaria.

Dovremmo parlare qui dello Spirito. Lo Spirito unico, che non è un terzo Dio, ma, nel suo eterno riferirsi al Padre e al Figlio, è l’essenza fondante la relazione. Lo Spirito è la forza unificante in noi. Dona a Cristo un corpo fatto di tutta l’umanità radunata e questo corpo unico è quello che il Padre riconosce come frutto della sua paternità, il corpo del Figlio.

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Va’, la tua fede ti ha salvato

27 ottobre 2024 – XXX Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mc 10,46-52

Gerico non è molto lontano da Gerusalemme, dove Gesù sarà ucciso. 

Con forza Giovanni presenta Gesù come la luce del mondo, e Cristo-luce è un tema comune a tutto il Nuovo Testamento. In Giovanni 8,12 Gesù dice: “Chi segue me non cammina nelle tenebre”. 

Ma tutte queste persone che seguono Gesù, sono cieche a ciò che accadrà nella “città che uccide i profeti”? 

Bartimeo li rappresenta tutti: è il simbolo della cecità generale, e se la gente vuole impedirgli di andare a trovare Gesù, è perché la loro cecità, probabilmente inconsapevole, non venga né sanata, né resa manifesta. “Siamo ciechi anche noi?”, chiedono, infatti, i farisei, che del tutto inconsapevoli certo non sono (cfr Gv 9,40). Di fronte al mistero che sta per compiersi, in ogni caso, tutti sono ciechi. Anche Giacomo e Giovanni, nel Vangelo della settimana scorsa, avevano chiesto a Gesù un dono in totale contraddizione con la logica della Croce.

È come se seguissimo Cristo ad occhi chiusi, ma la storia di Bartimeo insegna che un giorno vedremo la luce e forse capita già ora di essere illuminati da lampi fugaci, che indicano il percorso. Non sappiamo cosa succederà domani, nel corpo, nello spirito, nelle relazioni, ma contiamo in quella luce che ci indicherà il percorso.

In linea di massima siamo vedenti che sanno dove stanno andando, come la “grande folla” che esce da Gerico, seguendo Gesù. Oggi li potrei definire “buoni cristiani”, però non sono solidali con Bartimeo, cieco, immobile, “sul ciglio della strada”: emarginato rispetto alla “grande folla” che segue la retta via. Salvo che Bartimeo alla fine vede chiaramente e inizia a seguire Gesù “per la strada”. Dunque perché sospettare di questa folla di ciechi?
Quando i farisei chiedono: “Siamo ciechi anche noi?” Gesù risponde: “Se foste ciechi, non avreste colpa; ma poiché dite: Vediamo, il vostro peccato rimane”. Quindi è la finta cecità spirituale ad essere sotto accusa. Da questa prospettiva tutti, e per ragioni molteplici e diverse, possono impedire a Bartimeo di raggiungere Gesù. E la folla sta proprio seguendo Gesù, mentre cammina verso Gerusalemme?
Seguono Cristo, certo, ma dove Egli non va.
Un giorno, senza dubbio, si apriranno i loro occhi, ma non è ancora giunto il momento.
Bartimeo sa bene di essere cieco, come il ricco in Marco 10,17-22. La cecità di Bartimeo e il tarlo del giovane ricco sono entrambi segni esteriori di una carenza fondamentale, di un vulnus tutto umano: non sanno dove stanno andando, neanche hanno idea su “dove” debbano andare, perciò rimangono fermi, sono appunto vulnerabili: feriti dall’inizio delle loro esistenze, rischiano di non voler guarire o che altri o “altro” impediscano la loro guarigione.

La fiducia di Bartimeo crescerà nel corso della storia: al versetto 47, Cristo è per lui “Gesù il Nazareno”, ovvero un noto guaritore; poi lo chiama “Figlio di Davide” (vv. 47 e 48), che è un titolo messianico; infine, nel versetto 51, lo chiama “Rabbunì”, Maestro.
In Matteo Gesù dice: “Non chiamatevi fra voi Rabbi, perché uno solo è il Maestro e voi siete tutti fratelli” (cfr Mt 23,8). Cosa fa questo Maestro? Sta per fare il suo ingresso a Gerusalemme. In altri termini, Colui che è Luce entra nelle tenebre; il Prologo di Giovanni aggiunge che le tenebre non lo hanno soffocato. Anzi, come è perfino ovvio che sia, le tenebre si illuminano, la Luce le fa dileguare. I Salmi cantano:  “le tenebre stesse non possono nasconderti nulla e la notte per te è chiara come il giorno; le tenebre e la luce ti sono uguali” (cfr Salmo 139,12).

Gli evangelisti, diversamente dalla folla ordinaria, non sono ciechi, hanno occhi “davanti e dietro”, come i quattro animali dell’Apocalisse (cfr Ap 4,1-11): guardando indietro, vedono l’Antico Testamento e la Parola scritta donata agli uomini per rischiarare le loro tenebre; guardando avanti seguono la Parola incarnata , lampada per i loro passi, luce sul loro cammino (cfr Sal 119,105).
Per Marco il Cristo è la Parola conclusiva, definitiva di un lungo percorso che, in senso relativo, contiene ogni tragitto individuale, in senso assoluto culmina nella Resurrezione.
Forse Bartimeo, illuminato attraverso la guarigione operata dal Cristo, avrà intuito tutto questo, certo è che Gesù gli rivolge la Parola, dicendo: “La tua fede ti ha salvato”.

…“Tu sei mio Figlio; oggi ti ho generato” (Eb 5,5).

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Chi giudica chi?

Maestro, desideriamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo

20 ottobre 2024 – XXIX Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mc 10,35-45

Quando i discepoli chiedono a Gesù di sedersi alla sua destra e alla sua sinistra nella sua gloria, che idea di “gloria” hanno? Forse pensano ad una presa di potere da parte dei “giusti”?

Nella versione di Matteo la parola usata per “gloria” è “regno”; un giorno, – pensavano forse Giacomo e Giovanni – il Signore verrà a strappare l’umanità dalle ingiustizie e dalle atrocità, a imporre la sua volontà e la sua Legge; non una virgola potrà essere tolta o cambiata e saranno definitivamente stabilite le condizioni per la pace tra gli uomini.
L’ora della Gloria era probabilmente per i due discepoli quella del giudizio del mondo, del trionfo sul comportamento perverso degli uomini e coloro che siedono alla destra e alla sinistra del giudice sarebbero forse i suoi assistenti o cancellieri. 

Non giudicherei troppo in fretta l’ambizione dei due fratelli, tacciandoli di infantilismo nelle loro pretese. In fondo in fondo, si confrontano con la segreta pretesa che abita anche il mondo di oggi e che, spesso, è il motivo segreto del comportamento di molti, talvolta anche sotto la maschera delle virtù esibite. La Chiesa stessa non è immune dal carrierismo (o dal “clericalismo” come lo chiama Papa Francesco, del resto mi pare pure una tautologia: che cosa potrebbero fare dei chierici di diverso che comportarsi come tali ed essere parte del clero?) Gradi, titoli, nomine, insomma tutto ciò che distingue, differenzia dalla massa e polarizza lo sguardo, mantiene il suo fascino e il suo mistero. Si può recitare e anche professare il vangelo mentre ci si comporta, apertamente o segretamente, secondo il suo contrario. Per esempio, mi chiedo, come possono esserci “onorificenze ecclesiastiche” con conseguenti “privilegi”? Se poi al clero aggiungiamo pure i laici che soffrono di clericalismo per contagio, la situazione non permette in alcun modo di emettere giudizi nei confronti di Giacomo e Giovanni. E non saremmo neppure immuni dalla tentazione (sempre diabolica) di ergerci a giudici del prossimo.
L’ovvia conclusione è che l’ ultimo posto” – si sa, poco ambito – è sicuramente anche quello moralmente più sicuro…

Ma se si va avanti nella lettura del Vangelo ci si accorge che l’ora della “gloria”, del giudizio del mondo, della “presa di potere”, in realtà è quella della crocifissione. Proprio allora, infatti, il peccato del mondo, la volontà di dominio che culmina nella condanna e nell’uccisione dell’unico giusto, è smascherato e reso palese davanti a tutti: tutti gli occhi sono rivolti a colui che il male ha trafitto (cfr. Gv 19,37).

Che Gesù parli della Croce disturba, è una parola dura da digerire anche per i discepoli; a partire dal capitolo 9 si parla apertamente della salita verso Gerusalemme per la Pasqua della crocifissione. Da Cesarea di Filippo, luogo del Nord praticamente pagano, dove i discepoli per bocca di Pietro riconoscono Gesù come il Cristo, siamo guidati verso sud, per entrare nella “città che uccide i profeti”.
Il racconto della Passione è l’unico altro brano del Vangelo, in Marco e Matteo, dove si parla di “destra” e “sinistra” come collocazioni spaziali dello stesso valore. Nella Passione qualcuno sta veramente alla destra e alla sinistra di Gesù crocifisso, ma si tratta di due malfattori, a loro volta crocifissi uno a destra e l’altro a sinistra del Nazareno. Ma questi due, che altro avrebbero potuto essere se non malfattori, visto che solo Dio è giusto?
Però, nella versione di Luca anche i due “ladroni” giudicano: uno condanna Gesù per la presunta incapacità di sfuggire alla Croce; l’altro, accettando intanto la propria condanna, si congedo da Lui, giudicandolo “giusto”, in netto dissenso col parere dei più. Gesù, invece, parla per assolvere il “buon ladrone”.
Possiamo prestare attenzione a tutti i giudizi che si intersecano, espressi dai vari protagonisti in gioco: il giudizio del mondo sembra provocare, nel bene e nel male, un risveglio delle coscienze. Alla fine, ci si schiera.
Qualcuno si accorge di essere un “malfattore” e anche di chi non lo è.

Nessuno tra i giurati dei nostri tribunali ha l’autorevolezza per lanciare la prima pietra, tuttavia, il giudizio del mondo davanti alla Croce insegna che tutto il male che si può fare è surclassato dall’amore di chi lo dona. Il
riconoscimento del solo Giusto conduce alla salvezza. 

Le croci che erigiamo ai nostri incroci, che appaiono sulle pareti delle nostre stanze, che alcuni appendono al collo o al bavero delle loro giacche, ricordano la nostra adesione al regno della giustizia e dell’amore.
“Non abbiamo un sommo sacerdote che non possa simpatizzare con noi nelle nostre debolezze, poiché egli è stato tentato come noi in ogni cosa… Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovare grazia ed essere soccorsi al momento opportuno.” (Cfr Eb 4,15-16).

Qual è la nostra idea di “gloria”? Mi pare che abbiamo poco di cui gloriarci, ma tutto da ricevere.

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Salvato

Buon Maestro, cosa devo fare per ereditare la vita eterna?

13 ottobre 2024 – XXVIII Domenica del Tempo ordinario
Vangelo: Mc 10,17-30

Marco, ad un certo punto del racconto dell’incontro con un “tale”, dice che Gesù “guardatolo, lo amò”. Il verbo “amare”in Marco è raro, anzi questo è l’unico versetto in cui, ci viene detto che Gesù “amò”. Che vuol dire esattamente?
L’amore è un sentimento che non può essere provato a comando; quale movimento del cuore, dunque, lo ispira? Gesù, dopo aver dialogato con quest’uomo, lo guarda e, in quel momento, nasce in lui questo sentimento. Credo che proprio attraverso questa strana formula temporale che fissa la nascita del sentimento in un momento preciso, l’evangelista voglia trasmetterci qualcosa di fondamentale.
Poco dopo, Gesù, pur amando quest’uomo, gli offre un comandamento “estremo”, che ingenera “tristezza” e la conseguente decisione di “abbandonare” la sequela. Il giovane sa di non poter rispondere con un “sì”.

Forse si tratta di un richiesta estrema che ha preoccupato anche i discepoli, e, forse, preoccupa anche noi.

Quale legame può esserci tra l’amore di Gesù per quell’uomo e la richiesta di abbandonare tutti i beni e unirsi agli altri discepoli?
La situazione sorprende e pure sconcerta. Il “tale” è un uomo comune, non è un infermo, non è un malato che abbia bisogno di cure, non è una persona posseduta da liberare, non è un fariseo arrogante da mettere a tacere, non è uno straniero da rimandare a casa e non è neanche un discepolo chiamato direttamente, uno cioè che di fondo non capisce niente o capisce poco, ma comunque sa di poter dire “sì”.
Questo “tale” è un uomo comune, uno sano di mente, pure praticante, onesto, che si avvicina spontaneamente e volontariamente a Gesù.
Avrei potuto essere io quello? Ricchezze a parte, che non ho, come mi sarei comportato trovandomi in una condizione del genere? E voi? Avreste potuto essere voi quell’uomo?
Forse, è meglio, per il momento, accontentarsi di rimanere solo lettori del Vangelo…
“Buon Maestro, cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”
In altri termini, cosa devo fare “quaggiù” di corretto, conforme, giusto, per ereditare la vita di “lassù”? Preoccupazione legittima, dopotutto, che ha attraversato la storia.
In fondo la risposta è nella domanda stessa. Per ricevere una “buona” eredità, bisogna essere nati in una famiglia ricca.
Cosa possiamo fare per nascere ricchi?
Assolutamente niente. Non c’è alcuna azione fattibile: non si può scegliere in quale famiglia nascere. Caso mai, potremmo essere stati scelti, nel senso di adottati, da qualcuno detentore di ricchezza. Ma non possiamo fare alcunchè per essere adottati da qualcuno che sia ricco.
Però, in entrambi i casi, c’è un’unica condizione: bisogna comunque farsi trovare vivi al momento di ricevere l’eredità! E se non siamo più, certo non è “colpa” nostra.
E dev’essere proprio questo il senso della risposta – data con tenerezza – di Gesù: non c’è niente che tu possa fare, in senso assoluto, per ottenere la vita eterna.
Resta il fatto che, nella relatività delle nostre vite quotidiane, possiamo e dobbiamo fare diverse cose.
Gesù continua la sua risposta accennando alla parte etica della Legge.
“Dio solo è buono” non è solo un’affermazione teologica, ma anche un’affermazione concreta che ha senso solo attraverso le azioni concrete. Confessare la propria fede non è nulla se non confessarla concretamente attraverso la propria vita. Queste azioni concrete, giuste e buone, il tale le ha compiute tutte. E, quando fa la sua domanda, non ha alcuna intenzione di guadagnare una ricompensa, nel suo ragionamento non c’è alcun criterio utilitaristico, c’è solo la convinzione di dover e poter fare ancora qualcosa senza, tuttavia, sapere cosa.
A differenza di tutti i personaggi che il Vangelo di Marco ci ha presentato finora, quest’uomo non mette in luce né i suoi pregi né i suoi meriti, e noi non mettiamo in luce nessuna delle sue debolezze. Si avvicina a Gesù apparentemente con un certo distacco. È distaccato dalle sue azioni. Ed è questo che Gesù ama di lui, questo distacco dalle sue azioni, questo distacco che è potenzialmente un’apertura. Può piacerci, sì, questo modo di donarci alla vita, e di non aggrapparci a ciò che abbiamo già fatto. Possiamo amare questo, questo modo di interrogare la vita, e di essere pronti ad imparare, a scoprire.
Gesù “l’amò”.

L’ultimo comandamento – il dare tutto ciò che si ha (perché non si è ciò che si ha) è qualcosa che solo la santità può realizzare. Pensiamo a Francesco d’Assisi.
Eppure Gesù ama quest’uomo che, pur a buon punto, non è certo Francesco d’Assisi.
Questa volta se ne andrà. Ma il giorno dopo? O dieci giorni dopo? O vent’anni dopo?
Chi è ricco di denaro è colpito da questo comandamento, e non solo simbolicamente. Ma non possiamo pensare che, non essendo ricchi, non ci riguardi.
Sarà difficile per chi ha le ricchezze entrare nel Regno di Dio, dice Gesù.
Quali ricchezze?
Tutto ciò a cui siamo attaccati è troppo per entrare nel Regno.
Chi sa che solo Dio è buono, sa anche che solo per pura grazia sarà salvato, e quindi non sarà più attaccato alla sua conoscenza, alle sue ricchezze, alle sue opere. Vivrà per fede.
Il comando è impossibile? Eppure alcuni hanno obbedito, perché, in ultimo, la fede non è solo un sentimento.
Francesco d’Assisi si staccò dalla sua ricchezza. Il professor Paul Tillich prese posizione contro il nazismo, che gli valse, nel 1933, il licenziamento e l’esilio negli Stati Uniti. Il pastore Dietrich Bonhoeffer rinunciò a un dorato esilio negli USA e tornò in Germania, poco prima della guerra. Il comando c’era, e lo hanno attuato concretamente, fino alla fine. Lo hanno fatto, e anche altri, meno famosi.

Non è scritto che non ci sia salvezza per questo tale ricco del vangelo di Marco.
Né è scritto che non ce ne sia per i discepoli di Gesù. Li si vede affermare di aver lasciato tutto per seguirlo, ma trarre vantaggio da questa scelta non è ancora essere buoni, amare, credere fino in fondo.

Chi può essere salvato? Il verbo è al passivo: la salvezza può essere solo ricevuta.
Solo Dio è buono, insegna Gesù. Dio solo salva chi vuole salvare, insegna ancora.
E con ciò libera il credente dalla preoccupazione per la propria salvezza, e, io credo, lo libera perché possa liberamente amare, liberamente credere, liberamente obbedire.

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