Non temere

Sulla tua parola getterò le reti

9 febbraio 2025 – V Domenica del Tempo Ordinario
Is 6,1-2.3-8
Sal 137
1Cor 15,1-11
Lc 5,1-11

Il brano si apre con l’immagine di una folla che ascolta Gesù di Nazaret.
Luca, già dall’episodio avvenuto nella sinagoga in occasione della lettura del rotolo di Isaia, sottolinea la forza che scaturisce dalle parole del Cristo. Ora, le persone vogliono ascoltarlo, numerose e così assiepate sulla riva del lago, che il Nazareno decide di salire su una barca per poter essere ascoltato da tutti. Il lago di Tiberiade si trasforma così in un grandioso tempio naturale, dove le parole del Cristo riverberano sull’acqua e rimbombano nell’aria raggiungendo la folla sulla costa; è vicino a questa folla e, allo stesso tempo, distante, presente in un modo accessibile a chiunque desideri ascoltarlo. Vicinanza e distanza sono entrambi aspetti di Dio.
Quando Gesù termina il suo discorso rimane sulla barca e si rivolge al solo Pietro, consigliandogli di andare nuovamente a gettare le reti, senza aggiungere altro.
La reazione di Pietro è al centro dell’evento, e spiega la motivazione che spinge l’apostolo a fare quel che Gesù ha detto: “Sulla tua parola getterò le reti” – dice Pietro: per fede.
Pietro, in realtà, è dubbioso sulla riuscita del nuovo tentativo, è un pescatore esperto e sa di aver già provato tutta la notte invano, sa anche che se i pesci non sono entrati nella rete durante la notte, non ci entreranno nemmeno di giorno; la sua è la stessa posizione di chi, dopo un fallimento, ripone le reti gettate al buio, in nome del “realismo”. Pietro è scettico. Il consiglio gli proviene da qualcuno che non ha esperienza di pesca, ma in ogni caso la fiducia spinge l’apostolo ad agire facendo affidamento solo sulle parole del Maestro; l’atteggiamento di Pietro è caratterizzato da una disponibilità di fondo a dare per possibile a Gesù, ciò che a lui stesso risulta impossibile. Pietro articola una risposta tanto chiara quanto vera: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». L’appellativo “Maestro” compare solo in Luca e designa più una persona che occupa una posizione di comando che un insegnante, l’evangelista sottolinea così l’autorità spirituale del Cristo, lo spazio di Dio, potenza assoluta in quel tempio del possibile oltre l’uomo, situato ovunque.
In quello spazio, al quale si accede solo attraverso la fiducia, prende corpo l’agire di Pietro; le parole del Maestro diventano un ordine, indispensabile da eseguire perché si realizzi il bene agognato. «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca»: non è la parola di un uomo, è la parola di Dio.
Non tutti accolgono allo stesso modo questa parola. Qualcuno reagisce negativamente e perfino con violenza; nella sinagoga di Nazaret volevano addirittura gettare Gesù da un dirupo.
Altri, come Pietro, invece, mettono da parte ciò che pensano di sapere e, “sulla Sua parola”, tentano il “possibile”, quel possibile, ordinariamente giudicato “impossibile”, a causa di un’esperienza di vita condotta al buio, come capita fin troppo spesso a noi umani.

La parola del Cristo agisce sulla realtà ordinaria, perché non è un semplice discorso: ha peso, trasforma le circostanze: i pesci che mancano durante la notte, di giorno ci sono, in una quantità molto più elevata del prevedibile.
Dopo la prima pesca miracolosa, ci aspetteremmo una reazione di gioia. Non è così, Pietro e i suoi sono colti da “timore”, proprio come Isaia nella prima lettura.
Quando il sacro fa irruzione nella realtà quotidiana, il timore è forte da far gridare: «Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore».
L’antropologia dei nostri giorni ha dimostrato che in ogni cultura, la paura è la reazione indotta dalla percezione del sacro. Isaia dice: “Sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito; eppure i miei occhi hanno visto il re, il Signore degli eserciti”. (cfr Is 6,4-5)
Di fronte all’impossibile diventato realtà – per noi “miracolosamente” – il timore si scatena.
È un bene che sia così, perché solo il timore autentico, al cospetto di una potenza che li sovrasta, permette agli esseri umani di diventare “realisti” sul serio, di “guardare in faccia la realtà”.
Il potere degli esseri umani è veramente nullo su ciò che c’è di più essenziale per loro. Da qui il timore, il senso dei propri errori, dell’aver equivocato, che Isaia e Pietro provano ancor prima della gioia. Fondato. Questo sentimento, che non ha a che fare con le piccole paure, ansie e codardie di ogni giorno, libera dall’ignoranza sulla realtà più ampia nella quale siamo immersi e cancella la distanza che mettiamo tra noi e gli altri, crea comunione, apre la strada alla gratitudine.

Per riconoscere e vivere l’esperienza di Pietro, la si deve dare per possibile:
sulla tua parola getterò le reti.

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Speranza nell’attesa

Il bambino cresceva e si sviluppava

2 febbraio 2025 – Presentazione del Signore
Ml 3,1-4
Sal 23
Eb 2,14-18
Lc 2,22-40

La Presentazione al Tempio è ancora un avvenimento caratterizzato dall’incontro in uno scenario di transizione verso un futuro dall’orizzonte più vasto e rivela verità profonde sulla natura del bambino, sulle aspettative degli esseri umani e sull’atteggiamento di coloro che vivono l’attesa di Dio nella speranza. Il tono stesso adoperato da Luca sottolinea il contrasto fra tradizione e novità.

Maria e Giuseppe si recano al tempio per compiere i riti di purificazione, come prescritto dalla tradizione ebraica; si tratta di un atto religioso, conforme alla loro cultura e alle leggi che la tradizione ha reso sacre.
La scena della presentazione al tempio evoca lo spazio originario della fede in una collettività umana: la fede non si sviluppa nel vuoto, ma all’interno di una cultura, di una tradizione e di un’esperienza relativa al senso del sacro; anche nell’adempimento delle prescrizioni rituali, l’elemento essenziale che diventa vivo ed operante nel corpo e nella mente del singolo dipende dall’atteggiamento, anche culturale, che ciascuno nutre nei confronti del sacro e dalla relazione con il Dio vivente.

I cristiani hanno i loro riti tradizionali, dal Natale alla Pasqua, passando per i sacramenti. Ci sono poi le tradizioni culturali, legate alle celebrazioni liturgiche come date, regali, riunioni di famiglia, menù speciali. Anche in senso puramente laico esistono tradizioni che accompagnano l’esistenza: compleanni, commemorazioni, feste nazionali, giochi olimpici. La ritualità è caratteristica del mondo umano; potremmo infatti aggiungere ai riti collettivi anche i nostri personali riti quotidiani, dagli orari di lavoro e di studio, alla preghiera fino all’ora di colazione, pranzo e cena (per chi la può rispettare), o della pratica sportiva, della passeggiata, del tempo libero, del divertimento e perfino della sigaretta e del caffè, a seconda della persona.
D’altronde anche Gesù vive inserito in un contesto umano intessuto di riti, regole e pratiche.
In un mondo sempre più pluralista e globalizzato, potremmo chiederci qual sia il posto delle nostre tradizioni nell’incontro con l’Altro, con ciò che è nuovo, con ciò che è diverso.
Simeone, uomo giusto, attendeva “la consolazione d’Israele”, cioè un Messia che venisse a riportare la pace, la giustizia e la dignità al suo popolo; quando vede Gesù, proclama che questo bambino è “luce per illuminare le nazioni”, non solo un Messia per Israele, ma per tutti i popoli, per tutte le culture, per tutta l’umanità.
Al versetto 34 leggiamo: “Simeone li benedisse e disse a Maria, la madre di Gesù: ‘Questo bambino sarà la rovina o la risurrezione di molti in Israele. Sarà un segno che susciterà contraddizioni’”.
Il messaggio universalista di Gesù non è facilmente accettabile per tutti. Ci saranno sempre delle divisioni, ma Simeone, nella sua vecchiaia, incarna la speranza che l’umanità porta con sé da secoli, quella di una giustizia universale, di un amore che unisce i popoli e le nazioni; riconosce in questo bambino la realizzazione di una speranza universale. Il Messia non corrisponde ad una visione politica o nazionalista, ma a una visione unitaria di riconciliazione e pacificazione per tutta l’umanità.
In un mondo frammentato, Gesù non è l’eroe di una particolare religione, ma il portatore di luce per l’umanità nel suo insieme, oltre le divisioni politiche, le beghe e i conflitti per riconoscere in ogni Altro il compagno di viaggio, il fratello, la sorella; la visione cristiana consiste anche nel considerare irrilevanti e spesso dannosi i confini che gli uomini stabiliscono per difendere il particolare; il nostro scopo è contribuire ad eliminare ogni ostacolo alla costruzione della solidarietà e della pace nell’attesa di un mondo migliore.

Rileggiamo anche il versetto 35: “svelerà i pensieri nascosti nei cuori di molti. E tu, Maria, il dolore ti trafiggerà l’anima come una spada”. Luca umanizza Gesù, ma umanizza anche Maria, nella sua sofferenza di madre. Siamo lontani dalle “incoronazioni della Vergine”.
Anna, la profetessa, è figura di saggezza e perseveranza. La sua età simbolicamente testimonia la continuità della capacità di rimanere svegli e vigili, in attesa di un mondo migliore, anche dopo anni di sofferenza e delusioni. L’etimologia stessa del suo nome, Anna, deriva dall’ebraico e significa “grazia”, richiamando l’attenzione sull’importanza di un atteggiamento perseverante nella speranza. La speranza non è solo un abito da indossare nei momenti felici, ma anche nell’attesa, nell’incertezza e nella solitudine. Ogni piccolo atto di fedeltà, ogni momento di preghiera, ogni atto di solidarietà verso chi soffre, contribuisce a questa grande attesa di un mondo riconciliato.

Luca scrive che Gesù cresceva in sapienza, statura e grazia; anche la luce che egli incarna sta gradualmente sviluppandosi in un mondo in attesa. Gesù è fin dalla nascita portatore di una promessa immensa, che non si realizza tutta in una volta, ma si sviluppa nel tempo.
Luca non costruisce una teologia della divinità di Cristo, ma evidenzia l’interazione permanente tra Dio e l’uomo e gli effetti di questa interazione, perché l’umanità sappia di essere partecipe di questo processo di crescita.
La fede cristiana non è un concetto fisso, ma dinamico; cresce e si trasforma, ciò che è iniziato nell’infanzia di Gesù può continuare a svilupparsi nella nostra vita individuale e collettiva.

Come Simeone, potremmo riconoscere in Gesù la luce che illumina tutte le nazioni; come Anna, potremmo perseverare nell’attesa di un mondo migliore; come Maria e Giuseppe, potremmo vivere i nostri riti, i nostri gesti quotidiani, con cuore attento alla presenza divina che si nasconde (o si rivela) nella semplicità e nell’ordinarietà del quotidiano.

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Dalla lettera alla parola

Oggi si è adempiuta questa scrittura

26 gennaio 2025 – III Domenica del Tempo ordinario

Ne 8,2-4.5-6.8-10
Sal 18
1Cor 12,12-31
Lc 1,1-4; 4,14-21

Molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola”. Così inizia il terzo vangelo.
Luca esordisce sottolineando il metodo adoperato nel ricostruire lo svolgersi degli avvenimenti riguardanti Gesù di Nazaret; Luca non è un testimone diretto, ha però consultato tutte le fonti disponibili, consistenti nelle testimonianze trasmesse dai contemporanei di Gesù, testimoni oculari degli avvenimenti narrati.
Luca non è neppure uno storico, ma raccoglie metodicamente le fonti e le riordina, generando un panorama di significato, che anima a tutt’oggi la dimensione religiosa della cristianità.
Costruire una narrazione attraverso testimonianze umane non significa affermare principi o proclamare verità, ma permettere al lettore di accedere ad un universo di senso.

Nel vangelo di oggi leggiamo l’inizio del ministero di Gesù in Palestina. Durante la partecipazione ai riti del sabato, egli legge, davanti ai presenti nella sinagoga, il versetto 1 del capitolo 61 di Isaia e parte del versetto 2 (cfr Lc 4,18-19). Il ministero di Gesù non inizia con un miracolo, ma con un’azione fondativa: il suo primo discorso pubblico. È d’importanza capitale riuscire a comprendere che le Sue parole sono pronunciate nella sinagoga di Nazaret, in Galilea, nel luogo nativo, tra le persone conosciute da sempre: parenti, amici, sacerdoti e scribi. A differenza di Giovanni Battista, che predicava all’aperto, sulle rive del Giordano, Gesù sceglie di seguire la tradizione: parla in uno spazio e in un tempo appositamente riservati a questo scopo: la sinagoga, di sabato. In questo modo rivela di essere il Messia atteso, collocandosi nella tradizione religiosa dei suoi contemporanei, annuncia la realizzazione della profezia di Isaia nella propria persona.
Immaginiamo anche solo per un momento di essere dentro quella sinagoga in quel momento, di essere un semplice conoscente di Gesù di Nazaret. Proviamo ad accedere a quest’universo di significato e a sentire le nostre reazioni…
Come avrebbe potuto l’evangelista esprimere più chiaramente la centralità della persona di Cristo nel passaggio cruciale dalla lettura alla realizzazione della profezia?
Non soltanto improvvisamente si manifesta il Messia, ma è istituito l’anno di grazia del Signore, l’autentico Giubileo, che riviviamo quest’oggi, cioè la possibilità di salvezza offerta a tutti gli uomini, a tutte le donne e a tutti coloro che sono capaci di intendere (cfr Ne 8,2).

Leggere o ascoltare la Sacra Scrittura non significa abbandonarsi alla ripetitività della consuetudine, ma rammentare la sua forza ciclica di irruzione nella nostra esistenza, quel vento per noi ingovernabile, capace di apportare caos e ordine nelle nostre esistenze, secondo l’opportunità del momento, quando forse anche noi siamo solo all’inizio della nostra personale salvezza…
Effettivamente, Gesù, leggendo Isaia, manifesta tutta la libertà del Figlio di Dio: ne omette una parte. Legge solo la parte iniziale di Is 61,2, tace la parte che contiene il tema della vendetta messianica. Ci sono esegeti che identificano in questo silenzio la causa dell’indignazione degli ascoltatori: Gesù parla solo della grazia di Dio, cancellando l’idea della vendetta messianica. L’indignazione dei presenti si fa feroce: “All’udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio.” (Lc 4,28-29).

Ora, io non sono un esegeta, tuttavia immagino che quella gente doveva sentirsi veramente in pericolo per reagire così violentemente.
In cosa può consistere il pericolo di un messaggio di per sé privo di qualsiasi condanna e che lascia spazio alla sola grazia?
Si tratta di un argomento lungo, qui basti dire che Gesù non santifica la lettera del testo di Isaia, ma la Parola di Dio contenuta nel testo: ne fa emergere la sostanza, il pane quotidiano che potrà nutrire spiritualmente i suoi ascoltatori nei secoli a venire. Oggi, per esempio, l’abitudine prevalente è quella di parlare, scrivere o produrre immagini in movimento per persuadere qualcun altro ad investire denaro a fronte di un qualche presunto beneficio personale. Dalla semplice pubblicità da volantino, al tweet, alle offerte delle grandi aziende, fino alle produzioni del mondo della cultura e dell’arte, tutto è destinato a funzionare se, e solo se, ci sarà sempre chi è motivato ad investire piccole o grandi somme per far girare l’intero meccanismo. Se dovesse prevalere definitivamente la fede nel Messia descritto da Isaia, chi sarebbe così folle da continuare a vivere in mezzo a questa schiavitù? Chiudo qui la digressione, ma non dimentichiamo che il commento di Gesù ha reso vivente il testo di Isaia. Se l’evangelista ha mantenuto per noi solo l’essenziale, la sostanza, questo è sufficiente per considerare Isaia un testo con una valenza esistenziale che ci tocca ogni giorno da vicino.
Nel frattempo, il Vangelo di Luca è quello che forse più richiama l’umanità del Cristo, il Messia che ribalta ogni pretesa e rivolge la sua parola a persone prive di caratteristiche o qualità eccelse, cominciando da luoghi e tempi del tutto comuni e noti, dove proprio tutti sanno (o credono di sapere) chi sia Gesù.

Ovunque e in qualsiasi momento, le Scritture possono diventare vive per noi, Quando la Parola di Dio scaturisce dalla lettera, diventa grazia che illumina la vita quotidiana.

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Segni di abbondanza

Fate quello che vi dirà

19 gennaio 2025 – II Domenica del Tempo Ordinario
Is 62,1-5
1Cor 12,4-11
Gv 2,1-12

La trasformazione dell’acqua in vino durante il banchetto di nozze a Cana è il primo dei sette segni miracolosi compiuti di Gesù, narrati da Giovanni.
Gli altri tre vangeli canonici riportano un numero maggiore di segni, probabilmente Giovanni conserva nel suo racconto ciò che considera essenziale.
La trasformazione dell’acqua in vino è la storia di apertura.
Non si tratta di un segno di guarigione, non di una risurrezione; non ci sono folle affamate da saziare, tanto meno tempeste da sedare. Nessuno sembra essere in situazione di pericolo.
Siamo ad una festa, ad un banchetto nuziale durante il quale per qualche ragione viene a mancare il vino. Certo, per gli sposi, le loro famiglie e gli invitati avrebbe potuto essere una spiacevole situazione.

Quale significato attribuire al primo segno compiuto da Gesù? Nel racconto ci sono degli elementi rilevanti che riguardano la funzione delle persone e degli oggetti. Probabilmente Gesù e Maria erano considerati ospiti di riguardo con i quali, però, si era anche in grande familiarità, altrimenti non si spiegherebbe lo stile con cui, sia Gesù che Maria si rivolgono direttamente ai servi, dando indicazioni precise che suonano come ordini. I servi, d’altra parte, obbediscono alla lettera.
In secondo luogo, le giare sono contenitori destinati alle riserve d’acqua per le abluzioni rituali, di purificazione religiosa. È quell’acqua che viene poi trasformata in vino con una modalità che rimane nascosta a tutti. Nessuno sa della compiuta trasformazione ad eccezione dei servi, di Gesù e, presumo, di Maria.
Per chi è stato compiuto il segno? Sicuramente a favore degli invitati, degli sposi e dei loro parenti, ma il messaggio diretto è per i servi e per chi legge il racconto.

Gesù partecipa al matrimonio, conferendogli la dimensione dell’abbondanza. Sappiamo che le giare erano destinate a contenere circa cento / centoventi litri d’acqua ciascuna; i servi obbediscono alla lettera agli ordini del Signore, cioè prestano le loro mani perché si realizzi il miracolo. Il modo della trasformazione resta ignoto, mentre la procedura è nota solo ai servi.
Il segno di Cana dice anche che il Signore non guarda al nostro mondo con lo sguardo di un maestro austero e serioso, lontano dalle gioie e dai convivi. Piuttosto partecipa alla festa, donando un sovrappiù in modo discreto e inaspettato.

Chi vuole farci credere che, per essere devoti, bisogna essere seri, contriti, a pane e acqua, probabilmente sbaglia. La richiesta del Padre Nostro, la preghiera fondamentale di tutti i cristiani, dice questo: sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra. Facendo un passo avanti, mi sembra che il segno di Cana possa essere interpretato come invito a comportarsi come i servi, ma anche a partecipare pienamente alle occasioni gioiose.

Le giare e l’acqua solitamente usate per i tanti riti di purificazione quotidiana la mattina al risveglio e prima e dopo i pasti, suggeriscono che l’obbligo rituale, adempiuto per mantenersi o apparire puri, giusti e graditi a Dio, non è più il centro della questione, sebbene i riti con cui cerchiamo di avvicinarci a Dio, per mostrargli la nostra buona volontà, la nostra obbedienza, il nostro desiderio di seguire i suoi comandamenti e la sua Legge, siano buoni e sinceri.
Sappiamo, d’altronde, che chiunque infrange un comandamento ha già infranto l’intera Legge e se siamo sinceramente con noi stessi, i tentativi di riconciliarsi con il Creatore risultano spesso vani e illusori. Non è solo alle lodi, ai vespri e a compieta che dobbiamo essere aperti allo spirito, ma ad ogni momento, ad ogni secondo. Viceversa è molto facile per gli esseri umani allontanarsi dal Signore, rimanere duri e freddi come giare di pietra vuote, anziché agire come servi laboriosi.
Se ci sentiamo come orci vuoti o con l’acqua ferma, la buona nuova è che la promessa di Cana è valida anche per noi. Non possiamo restare insensibili alle ansie che ci attraversano, e che attraversano il nostro Paese e tutto il mondo: violenza, conflitti e incertezze riguardo al futuro. Eppure, c’è questo segno di Cana: l’acqua trasformata in vino. Potrebbe suonare insolito, audace, quasi indecente. Ma è soprattutto un segno di speranza, fiducia e, in certo senso, un invito ad essere audaci, fiduciosi nella presenza di Dio al cuore della nostra vita, coltivando la speranza di essere tra gli invitati al banchetto, e il coraggio di agire pur con i pochi mezzi che abbiamo a disposizione.

A Cana, Gesù ha trasformato l’acqua in vino. Ha cambiato la preoccupazione e la penuria in festa e in abbondanza. Non invano e non solo in quei giorni.

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Il cielo è aperto

Scese su di lui lo Spirito Santo

12 gennaio 2025 – Battesimo del Signore

Is 40,1-5.9-11
Sal 103
Tt 2,11-14;3,4-7
Lc 3,15-16.21-22

Il cielo si è aperto per il Battesimo del Redentore.
Fino ad allora, era rimasto chiuso?
Credo che il cielo si sia schiuso sopra la testa degli uomini più volte nella storia e il senso di questo evento è già presente nel sogno di Giacobbe: “…una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa.” (Gn 28,12).
Si tratta di un modo per indicare l’intervento diretto dello Spirito nella nostra esistenza di tutti i giorni. Per pura grazia.

Il Battesimo di Gesù è simbolo allo stesso tempo dell’inizio di ogni vita cristiana e del culmine di ogni esistenza terrena. Il battesimo con acqua del Battista è solo l’inizio, la presa di coscienza che c’è un cammino cristiano da percorrere ed è per questo che Giovanni, parafrasando Isaia, consiglia di raddrizzare le vie e spianare gli ostacoli: il cammino deve essere reso percorribile, la meta raggiungibile. Quando il cielo è aperto lo Spirito scende, entrando in comunicazione con la nostra natura umana. La colomba è un nuovo simbolo, ha la stessa funzione degli angeli che salgono e scendono attraverso la scala di Giacobbe.

Se lo Spirito non illuminasse la nostra mente e i nostri cuori, così come ha illuminato i discepoli di duemila anni fa, tanti episodi narrati nei vangeli rimarrebbero velati alla nostra comprensione. Penso alle parole di Natanaele: “Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il Re di Israele” (Gv 1,49). Allo stesso modo diventa comprensibile il dialogo tra Gesù e Pietro. Gesù chiede: “Chi dice la gente che io sia?” Pietro è in grado di rispondere: “Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio”. Gesù risponde: “Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli” (Mt 16,17). Quando lo Spirito scende sugli uomini, veramente è una condizione “beata”.
Penso che a questo “saliscendi” di angeli sia da ricollegare anche l’esperienza di Maria durante l’Annunciazione, del sogno di Giuseppe, di Anna e di Simeone al Tempio. Forse è la stessa esperienza che Nicodemo non può fare, se non “rinascendo dall’alto”.
L’esperienza dello Spirito è la nostra speranza; dona la certezza che Gesù Cristo è esattamente la porta del cielo, il ponte che unisce il cielo e la terra.
La presenza simultanea dello Spirito e dell’acqua battesimale nel Vangelo di questa domenica ci riporta con forza ai primi versetti del Genesi, nei quali è scritto che lo Spirito di Dio aleggia sull’abisso. Il cielo e la terra, creati come due realtà separate, pur mantenendo le rispettive caratteristiche, sono ora in comunicazione tramite il Cristo.

Gesù può essere dichiarato “Figlio di Dio” in tutta la sua umanità solo dopo essersi unito agli uomini nelle acque del Giordano, per noi simbolo delle acque pasquali. Caratteristica scritturale è qui anche la citazione del Salmo 2: “Oggi ti ho generato”, usata sia per la nascita di Gesù, sia per il suo battesimo, sia per la Risurrezione (cfr At 13,33; Eb 1,5 , ecc.).
Paolo, in Romani 1,4, dirà: “costituito Figlio di Dio con potenza dopo la sua risurrezione dai morti”. Non lo era già prima? Certamente, ma doveva diventarlo per noi con tutto il peso della nostra umanità, perché il mistero fosse rivelato e per consentirci di varcare la porta del Regno.
Colui che è “Figlio” dall’eternità, può esserlo così con noi nel profondo di ogni tempo; nel Battesimo di Gesù è riassunta tutta l’opera della salvezza e ne è anche anticipato l’esito nella gloria.
La parola del Padre “Tu sei mio Figlio” è pronunciata per noi tutti.
A noi di spianare la via e curare il nostro cammino per poter rinascere dall’alto.

Non siamo più nella sola logica dell’emendamento voluta dal profeta Isaia, siamo già nell’era della grazia inaugurata dal Messia, nell’era in cui lo Spirito può scendere su ciascuno di noi  per dire:
«Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

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Sotto una buona stella

Epifania

Cercate e troverete

Chi sono i Magi, questi saggi, di cui la tradizione ha fatto dei re?
Astronomi? Astrologi? Probabilmente scrutavano le stelle, cercando un segno e un senso in quelle luci. Appena individuano il segno, partono nella direzione indicata.
Un ricercatore dev’essere flessibile, pronto a trasformare le proprie teorie alla luce di un nuovo dato significativo, di cui forse non sospettava nemmeno l’esistenza.
Questo è vero per qualsiasi ricercatore, soprattutto per gli scienziati, che esplorano l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo. Spesso tendiamo ad opporre scienza e fede. Ci sono certamente scienziati atei e c’è perfino chi cerca “la molecola di Dio”. Ma ci sono anche ricercatori che si meravigliano delle scoperte che fanno osservando la creazione. A volte, il fisico può posare i suoi strumenti, i suoi fogli di lavoro e le sue conoscenze per contemplare quel che va studiando accanitamente. Alla pari di chi contempla un’opera d’arte o un incantevole paesaggio, vive uno di quei momenti privilegiati, che ci fanno pensare impossibile l’esistenza di un universo senza significato e senza progetto. Crediamo che tanta bellezza e complessità non possano essere il prodotto del puro caso. A questo punto, però, siamo anche arrivati alla fine di tutto ciò che gli scienziati possono dire.
Ma non solo gli scienziati cercano qualcosa, tutti cercano; per esempio, ci sono quelli che cercano lavoro, sfogliando annunci e frequentando corsi di riqualificazione. Devono essere i più numerosi tra i “ricercatori” della nostra società. Potreste pensare che sto scherzando di cattivo gusto. Ma non è così. Al di là dello stipendio, molti cercano attraverso un lavoro il proprio posto nel mondo. Vale per i magi, per gli scienziati e per chi cerca un lavoro.
Vale per tutti; ci sono persone in cerca di stimoli intellettuali, di percorsi di riflessione, ci sono alcuni che credono di aver fatto già scoperte travolgenti, stupefacenti, sconcertanti e hanno orientato la loro vita verso un futuro diverso.
I Magi scrutavano le stelle e la loro ricerca li portò in una piccola città della Giudea. Cercavano un re e trovarono un figlio di povera gente, ma sarà lui ad illuminare le loro esistenze. In quest’ottica penso sia possibile ascoltare nuovamente il monito del Nazareno: “Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto; perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto”. (Mt 7,7-8)

Tra i personaggi citati nel testo evangelico di oggi ce ne sono alcuni cui forse diamo minore importanza: principi, sacerdoti, scribi e dottori del popolo che Erode consulta per sapere dove sarebbe nato questo nuovo re. A differenza di altri hanno la risposta: è nella Parola, nel libro del profeta Michea! Rispondono a Erode. Ma poi… restano a Gerusalemme. Non vanno sul luogo dell’adempimento della profezia, che conoscevano così bene. Non ci si crede, ma è così: stanno fermi, la parola di vita è diventata per loro lettera morta.
Che cos’è l’uomo perché il Dio invisibile che immaginiamo nella nostra notte venga in mezzo a noi? Sicuramente lo dimentichiamo, ma almeno potremmo cominciare ad ascoltare quel che diciamo: forse ancora prima della fede in Dio, ci manca la fede in noi stessi. Facile dire “mi rimetto nelle mani di Dio”, ma se ho fatto l’abitudine a quello che so a memoria, se mi sono “perso di vista”, come faccio a vedere l’adempimento della profezia?

Il mio augurio per questa Epifania è che noi tutti possiamo ricordare chi siamo, restituire senso al nostro parlare e, come i Magi, seguire la nostra stella.

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Tessere di bellezza

Mercoledì 1° gennaio 2025
Maria SS. Madre di Dio


I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio
per tutto quello che avevano udito e visto

Questa mattina mi sono svegliato con l’immagine di un mosaico impressa negli occhi: sarà stata l’abside o la volta o i pavimenti di Santa Maria in Trastevere oppure della basilica di Aquileia o Ravenna … chissà.
C’è chi dice che “mosaico” sia una parola greca, ripresa poi dai latini, ad indicare uno spazio abitato dalle muse, divinità dell’antica Grecia preposte alle arti. Per altri è una parola araba per “decorazione”.
Sta di fatto che da oriente a occidente artigiani e artisti di ogni epoca hanno voluto decorare pareti e pavimenti con un’infinità di tessere e comporre miriadi di frammenti per offrire un universo di segni, colori e storie.
Trovo molto suggestiva l’idea di una tessera che contribuisca a formare un’immagine/panorama creata da un artista. Il frammento del tutto, una tessera è forse l’elemento chiave, se ne manca una, si nota. La tessera diventa così la chiave interpretativa dell’insieme, mentre da sola è solo un frammento di materiale più o meno prezioso.
La tessera di un mosaico potrebbe assurgere a simbolo dell’individualismo della nostra contemporaneità e della sua rassegnata incapacità di cogliere il tutto.

Spazi, persone, incontri, cose, emozioni sono variamente assemblati e costituiscono un insieme più vasto, che sfugge all’orizzonte della piccola tessera.
L’arte cristiana ha voluto offrire il tutto nel frammento, parte di in un vasto disegno: mosaici e tarsie marmoree si trasformano così in una sorta di geografia del tempo, intesa a suscitare l’incontro con il mistero: un universo di colori e simboli richiama il senso ultimo del nostro essere al mondo insieme alle persone, alle cose e ai segni che ci circondano. Non sono solo disegni sui muri o sopra le volte o sui pavimenti; si tratta di un’arte che invita a guardarsi attorno, a volgere lo sguardo verso l’alto, ma anche verso il basso per accorgersi di essere avvolti e sostenuti da quella creazione. Può essere allora che ogni passo, anche appesantito dalla fatica, si faccia leggero, come un passo di danza, trasformando chi la guarda in quell’ homo viator, che ci rappresenta così bene.
Ad un altro livello, che non è certamente artistico, mi sembra che Tramites svolga per me la stessa funzione di sostegno e mi spinga a guardarmi attorno e a volgere lo sguardo verso l’alto, tuttavia posando i piedi per terra. Panorami di memorie, costituiti da parole, riflessioni, sentimenti, pensieri, incontri, gesti, sguardi e giorni si fondono in un percorso interiore che riassume il senso di una vita vissuta con altri, intessuta di relazioni.

Allora, mi dico, mi sono svegliato con questa immagine negli occhi, solo perché volevo dirvi grazie per esserci e formulare il mio augurio per voi, che leggete queste righe e che conosco personalmente e per tutti gli altri che ancora non avessi incontrato.
Che i vostri passi siano lievi per poter danzare in questo spazio creato, fatto di tempo, infinitamente più ampio di un semplice anno fatto di 365 giorni, 8.760 ore, 525.600 minuti. 

Che in questo 2025, tra gli infiniti frammenti a disposizione, possiate godere dei più belli, perché si componga attorno ai vostri passi il miglior panorama della vostra vita, forse mai immaginato prima, di cui coltivare con gioia e amore la memoria negli anni a venire.
Le nostre memorie più belle siano le linee di forza dei percorsi futuri.

Buon anno!


Informazioni sull’immagine di copertina:
in: La Cappella Palatina di Palermo, i Mosaici. Testo di Filippo Di Pietro, Tavole a cura di Annibale Belli, Edizioni d’Arte Sidera – Milano, 1954.
Riproduzione fotografica ridotta della Tavola VIII.
Sul libro aperto si legge in greco:
ΕΓΩ ΕΙΜΙ ΤΟ ΦΟΣ ΤΟΥ ΚΟΣΜΟΥ Ο ΑΚΟΛΟΥΘΩΝ ΕΜΟΙ ΟΥ ΠΕΡΙΠΑΤΙΣΙ Η ΕΝ ΤΗ ΣΚΟΤΙΑ ΑΛΛΑ ΕΞΕ ΤΟ ΦΟΣ ΤΟΥ ΖΩΗΣ.
Io sono la luce dell’universo, chi segue me non camminerà nella tenebra, ma avrà la luce della vita.
La scritta in basso è parte di una frase più ampia che si svolge sulle quattro pareti del Diaconio:
Stella parti solem, rosa florem, forma decorem…
Stella genera sole, rosa fiore, forma bellezza…

Famiglie sante

29 dicembre 2024 – Santa Famiglia
1Sam 1,20-22.24-28
1Gv 3,1-2.21-24
Lc 2,41-52

La santa famiglia è offerta come esempio a tutte le nostre famiglie; già qui il discorso comincia ad andare oltre: quali sono le nostre famiglie? Quella “tradizionale”? Quella “allargata”? Quella “religiosa”? Quella “arcobaleno”? Quella “civile”?
Inoltre il fatto che quella di Gesù sia notoriamente atipica, è appunto un fatto. A meno che non si sostenga che tutti nascono uguali al Figlio di Dio per opera dello Spirito Santo. E con un’asserzione del genere saremmo già dentro un discorso diverso.
Allora perché non guardare alla famiglia da un’altra prospettiva, per vederla come un gruppo definito non dall’identità individuale di ciascuna delle proprie componenti, ma delle relazioni fra le sue componenti? Potrebbe essere l’inizio di un’utile riflessione.

Per esempio, una questione che fa molto dibattere l’uomo comune, oltre che i vari specialisti, è il quesito se sia ovvio o addirittura lecito e non lesivo della libertà, porre il bambino a uno dei tre poli di un triangolo educativo, che ne comprende un secondo e un terzo, uno di sesso maschile e uno di sesso femminile. La tesi che alcune persone del nostro tempo sostengono è che l’identità di genere debba essere considerata un fattore solo culturale. Così, comincia il dibattito sui distinguo. Cosa è maschio? Cosa è femmina? L’identità di genere è biologica, psicologica, culturale? Dal fronte delle opposte retoriche, ogni tranquilla riflessione appare come un ostacolo da abbattere.

Se poi ci si mette a discutere sul sesso del bambino, o della bambina, si dovrebbe saltare alla conclusione che, tanto per evitare qualsiasi responsabilità verso terzi, decidernno loro da “grandi” (cosa che prima, almeno, valeva solo per la cresima, recentemente anche per il battesimo… ma qui mi ci vogliono altre due pagine e vado fuori-tema…).

Per uscire da questo ginepraio e non dovermi necessariamente trovare ad appellare il prossimo con un “CarƏ tuttƏ”, in assenza di studi scientifici di follow-up che mi dicano quali siano i benifici apportati all’educazione e alle relazioni familiari dalla riflessione orizzontale della “e”, propongo di non ridurre l’idea di “santa famiglia” ad una questione di esclusiva libertà delle aspirazioni individuali e, men che mai, esclusivamente genitoriali: ciò che è “santo” nella Scrittura è tutto ciò che appartiene a Dio, quindi anche e soprattutto i figli. Spesso sfugge che noi tutti siamo figli di qualcuno.
L’unico modo per “tagliare” il rapporto di figliolanza è rifiutarlo in maniera decisiva e inappellabile.
Di conseguenza, propongo di considerare come radice fondante della famiglia la struttura relazionale che la caratterizza, consistente nei rapporti che ne collegano le componenti. Sembra che, in linea di principio, l’essenzialità funzionale al sistema-famiglia di ciascuna delle sue relazioni interne sia specifica e non intercambiabile. Inoltre, sappiamo bene quali complicate e spesso dolorose conseguenze relazionali comportino la perdita di uno o entrambi i genitori, la rottura della relazione di coppia, la condizione monogenitoriale o il dirompente impatto di malattie o condotte a rischio.

In ottica cristiana l’elemento chiave si trova, secondo me, in due versetti evangelici: “Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me” (Mt 10,37); “In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio” (Gv 3,5).
Quando il Nazareno dice che dobbiamo lasciare il padre e la madre per seguirlo, ciò significa che siamo chiamati ad una seconda nascita. Tornando al testo di oggi, dobbiamo ammettere che la volontà di Gesù dodicenne di rimanere al tempio e non tornare a casa con i genitori è il primo autentico atto autonomo, compiuto allo scopo di seguire la propria vocazione. Questo tipo di azione “spirituale” autonoma è il primo gesto di crescita che ogni persona nata in un ambiente familiare favorevole dovrebbe essere libero di fare. Anche se i genitori dovessero preoccuparsene parecchio, si tratta del primo autentico passo verso una seconda nascita, volta ad un orizzonte ben più ampio di quello familiare, ma soprattutto di decentramento da se stessi e dall’infantile illusione di poter “avere tutto” o, come vedremo tra poco, “essere tutto”.
Osservare la famiglia con uno sguardo che metta a fuoco prima di tutto le problematiche genitoriali, è, a mio parere, un segno di miopia. In effetti, i figli (a differenza dei partner) sono figli “per sempre”, come minimo finché uno dei due genitori sia in vita. E anche qui sappiamo bene quali dolorose conseguenze comportino le relazioni conflittuali tra genitori e figli; non parlo solo delle conseguenze sui genitori, ma anche e soprattutto sui figli. Si tratta di problematiche che, in casi estremi, possono permanere psicologicamente perfino oltre la morte dei genitori e fino alla vecchiaia.
Siamo soliti dire che la famiglia di Cristo è caratterizzata dall’amore e dalla piena comunione. Ma che cos’è mai l’amore e la comunione, se non cessare di occuparsi ossessivamente di se stessi, dei propri diritti e delle proprie libertà, per fare posto – accanto alle nostre – alle libertà dei nostri cari?
E se anche un genitore o un figlio dovessero rinunciare a qualcuna delle loro idealizzate libertà in favore di un membro della loro famiglia, il modello cristiano non solo lo prevede, ma, direi, lo esige e lo amplia addirittura verso l’intera famiglia umana. Può apparire “pesante”, certo, soprattutto in un mondo che passa insensibilmente dal “mito dell’avere tutto” al “mito dell’essere tutto”. L’ideale del XXI secolo sembra sempre di più aver varcato il limite tra il senso di appartenenza e il senso di estraneità. L’idea sottesa al sentimento di estraneità è: “se posso essere tutto, posso fare a meno di tutti”; una sorta di solipsismo che, non obbliga ad amare se stessi, né altri.
I Vangeli non dicono una parola relativa ai dialoghi tra Maria e Giuseppe e se dicono poco o nulla anche attorno ai dialoghi di Gesù con i genitori, è forse perché il nucleo fondante la nuova vita e le relazioni d’amore che lo tenevano insieme non avevano bisogno di propaganda e nessuno sentiva il bisogno di “autorealizzarsi” a prescindere…
L’amore crea una forma di “dipendenza” l’uno dall’altro: è una conseguenza della comune discendenza da un’unica fonte. La sottomissione di Gesù ai genitori dopo il ritrovamento nel tempio dice di un amore profondo verso i genitori e verso il Padre, sentito, appunto, come la fonte di ogni possibilità di ricevere e donare amore.
Gesù, Maria e Giuseppe, a mio avviso, sono perfettamente liberi perché coincidono con la loro stessa verità, che è divina. Questa libertà-verità di ciascuno dei tre è totalmente rispettata dagli altri. In questa famiglia nessuno appartiene a nessuno e tutti “sono” perfettamente, restando sulla soglia del mistero dell’altro. Gesù non è per i suoi genitori, deve se stesso agli affari del Padre suo.
Simeone aveva già detto a Giuseppe e Maria che questo bambino non apparteneva a loro, poiché era “una luce per illuminare le nazioni” (Lc 2,32).

L’amore e la famiglia iniziano dal rispetto dell’altro per la differenza della sua chiamata ad essere.

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Il Natale di Giuseppe

Mercoledì 25 Dicembre 2024 – Natale del Signore

Is 62,1-5
At 13,16-17.22-25
Mt 1,1-25

“Almeno per Natale lasciaci tranquilli – mi hanno detto -, non venire a mettere la solita piccola inquietudine nell’atmosfera natalizia, facci la grazia di non disturbare l’angelo, i pastori, le pecore, il bue e l’asinello … e magari anche le oche vicino all’abbeveratoio”.
Ma io che ci posso fare, se, quando rileggo il Vangelo, cerco di farlo nel contesto di ciò che vivo quotidianamente, anche se le connessioni sembrano un po’ inquietanti?
Ad esempio, da un po’ di tempo, sono preoccupato per l’inizio di un lavoro nuovo, non sapendo come integrarlo con quello che svolgo da una decina d’anni. Mi accade anche di perdere tempo nelle attività che già conosco, individuando questioni solo apparentemente complicate. Non mancano imprevisti che, di volta in volta, fanno saltare i miei piani di lavoro. Mi sento come a rischio di perdere il controllo, come fossi sballottato da un posto all’altro.
In questa situazione, cosa posso imparare a Natale? Come connettere il vangelo di oggi con la mia situazione?
Mi fermo su una frase: “Ora, prima che conducessero una vita insieme, Maria si ritrovò incinta”. Qui mi si potrebbe chiedere – ed è già successo, sia chiaro – “di quale bambino non sei il padre?”
Non mi innervosisco… in effetti, nonostante la banalità della battuta, mi ero abituato a immedesimarmi in Giuseppe, confortato dall’età e dal bianco della mia barba.
In ogni caso, a differenza di Giuseppe, non sono pronto agli imprevisti, ai cambi di programma. A Natale si festeggia la nascita di un figlio in maniera umanamente insolita.
Immagino che Maria e Giuseppe sognassero una vita normalmente ordinata, con fasi e tempi previsti di frequentazione, convivenza, matrimonio e più o meno “normale” nascita di uno o più figli.
Ora, il bambino nasce prima e Giuseppe si ritrova con quel figlio di cui non è padre.
E Maria? Sembra imperturbabile. Si dirà che sappiamo della visitazione e anche del sogno di Giuseppe.
E io, che cosa ho sognato, per sentirmi così sballottato?
La portata di una tragedia? La vita di coppia sconvolta? Sicuro, no.
Forse non sono sintonizzato e questa rubrica si va facendo molto intensa ultimamente.
Che succede?
Eppure, nessuno è immediatamente consapevole di aver ricevuto un messaggio dallo Spirito, ce ne accorgiamo dopo, quando sta nascendo il bambino.
Lo smarrimento materiale, concreto, dipende dal fatto che mi sposto tra due luoghi geograficamente distanti, mentre io abito in un posto solo, molto preciso e unico.
Dev’essere questa la questione.

Ma, per tornare al testo, provo a collocarmi meno astrattamente.
Trovo che nella scena tradizionale, rappresentata attraverso il presepe, si corra troppo in fretta, dando per scontati i messaggeri dello Spirito. Leggendo in questo modo la nascita del Nazareno, rischiamo di cancellare una dimensione fondamentale del racconto. L’avvento dello Spirito porta con sé qualcosa che soggettivamente mette in discussione il panorama solito della nostra vita: le cose non andranno come ci attendiamo che vadano.
Infatti, poco dopo, Matteo descriverà la fuga in Egitto di questa famiglia appena formatasi, fuga simile allo sradicamento vissuto da ogni persona che fugge da una casa divenuta ormai inospitale.
La buona notizia, però, è che, al centro dei nostri percorsi scompigliati, Dio è con noi. All’opposto la nostra percezione iniziale – esemplificata abbondantemente in diversi passaggi dell’Antico Testamento – sembra svuotata della presenza di Dio. Quando vivo tranquillo, quando tutto scorre come d’abitudine, quando i miei programmi procedono regolarmente, quando le mie ambizioni sono soddisfatte sento la presenza di Dio. Ma nell’incertezza, nella paura, negli sbandamenti, negli imprevisti, nel momento della difficoltà, questa presenza svanisce?
Sono convinto che la nascita del Nazareno indichi qualcosa di totalmente diverso: il senso di disorientamento soggettivo, derivante dall’irruzione del Cristo nella storia collettiva e individuale, precede la grazia dello Spirito. Dentro questa prospettiva sulle cose e sugli eventi, ciascuno può inserire una parte della propria esperienza. Per rimanere nell’ambito della “famiglia”, il figlio adottivo potrebbe guardare diversamente alle proprie origini; le coppie conflittuali potrebbero chiedersi dove siano finite le loro certezze di alleanza eterna; chi vive una crisi d’identità, potrebbe pirandellianamente domandarsi cosa in realtà gli altri vedano nel suo volto; l’uomo o la donna di successo si chiederanno, magari, cosa significhi per loro la parola “successo” in quell’altra dimensione della loro vita in cui lo sperimentano. L’ennesimo genitore cercherà i propri “sbagli” nell’educazione dei figli. Davanti all’irruzione dello Spirito alcuni potrebbero sentirsi disorientati, monchi, vuoti, accorgendosi di aver vissuto dentro false certezze.
Io comprendo la reazione di Giuseppe nel voler ripudiare Maria, non trovando alcun valido motivo per assumersi la responsabilità nei confronti di un figlio non suo. Avrà desiderato, forse, una vita “corretta”, “ordinata”, “organizzata”; all’improvviso, però, cambia prospettiva, sente che “amore” non è parola vuota, è riempita da tutto il suo essere e da quello della donna che ama, perché viene da una sorgente che li trascende entrambi.
Il Gesù storico è frutto di una simile pienezza d’amore.
Non sorprende che l’uomo Gesù, così intrinsecamente collegato a quella sorgente, provi infinita compassione per tutti coloro che vivono sul margine della vita. Dal centro della sua pienezza d’amore richiama e sana coloro che sono ai margini; non soltanto i poveri e i malati, come usualmente si crede, ma spesso provocando la crisi al culmine dell’umana passione per il potere, per il denaro o della semplice consueta abitudine di dimorare all’infuori di se stessi.

Celebrando la nascita di Gesù, ricordiamo, quindi, che di questa grande storia fa parte anche la decisione di Giuseppe di accogliere Maria e il bimbo nella sua casa, di vivere in comunione con loro, nonostante tutto il proprio sgomento.

Giuseppe è un uomo giusto.
A quale chiamata, oggi, possiamo rispondere come operatori di giustizia per amore, quindi oltre la Legge?
Buon Natale a tutte e tutti!

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A porte aperte

Tu non hai voluto né sacrificio né offerta

22 dicembre 2024 – IV Domenica di Avvento
Mi 5,1-4
Eb 10,5-10
Lc 1,39-45

I Salmi 40 e 49 parlano di un Dio cui appartengono tutti gli animali della terra, che non desidera i nostri sacrifici e che non mangia la carne di tori immolati.
Secondo l’antropologo René Girard, gli uomini, divisi dalle loro passioni, ma sentendole come distruttive, si riconciliano tra loro immolando una vittima destinata a sopportare e rimuovere la loro violenza; la vittima viene poi sacralizzata mediante un’azione rituale.
Esiste un elemento fondamentale a conferma di questa prospettiva: fin dalla più remota antichità, l’azione di immolare una vittima è stata percepita come lo strumento per soddisfare e placare l’ira degli dei, oltraggiati dagli uomini.
In effetti, il sacrificio ritualizzato rispecchia anche la soluzione di quel movimento transpersonale della psiche umana arcaica: fortissimi sentimenti e reazioni di paura, rabbia e vendetta si attivano in un orribile circolo vizioso di fronte alla violenza subita e perpetrata; vere e proprie divinità interiori possono scatenarsi e contagiare le masse, aizzandole alla ricerca e alla soppressione del capro espiatorio. In altri termini, gli dei irati e vendicativi vanno cercati a cominciare dall’interno della nostra mente individuale, non cominciando dall’ambiente esterno, e, possibilmente, una volta scovati, esorcizzati prima di tutto con la forza ragione.

L’idea del sacrificio è stata comunque applicata anche a Gesù di Nazaret, perché in tal senso è stato interpretato il sacrificio di Cristo sulla croce. La Lettera agli Ebrei, spesso fraintesa, illustra però che proprio l’evento della crocifissione di Cristo ha trasformato il significato del termine “sacrificio” in senso cristiano.
Non si tratta di immolare una vittima per «placare l’ira del Padre»: potremmo dire anche che abbiamo sotto gli occhi situazioni in cui si continuano a immolare vittime per placare la propria ira. Si tratta piuttosto di riconoscere che tutti i viventi appartengono al Padre, perché da Lui creati.
In secondo luogo, fin dall’Antico Testamento, l’idea di “sacrificio” è stata gradualmente e faticosamente liberata dal senso arcaico di “espiazione”, per evolvere nell’idea di “ringraziamento” e “lode”.
Ad esempio, il Salmo 49 si conclude con il netto rifiuto da parte di Dio di essere onorato per mezzo di olocausti e con la precisa espressione della sua volontà di essere onorato piuttosto attraverso “sacrifici di ringraziamento” (cfr Sal 49,23 ).
Il ringraziamento e la lode possono emergere soltanto dal riconoscimento di un bene ricevuto e, per rimanere nell’oggi, è molto evidente che la gratitudine per i beni ricevuti viene disprezzata.
Sant’Agostino scrive: “Ogni azione buona con la quale diventiamo una cosa sola con Dio in una comunione di amore è un vero sacrificio”.
Non si tratta, quindi, di soffrire, di spogliarsi di qualcosa o di lottare rimanendo tuttavia privi di un sentimento di gratitudine, di amore e di adesione a una volontà superiore; non si tratta di conquistare la benevolenza divina mediante meriti speciali, né lo scopo può essere quello di pagare il prezzo dei nostri peccati. Immolare vittime per placare la propria ira – semmai ciò fosse possibile – significherebbe sostituirsi ad un idolo falso e violento.
La benevolenza e il perdono spirituale sono doni già dati, nel senso di “disponibili”, ed è questo il motivo per cui l’unico sacrificio con il quale onorare il Signore è quello di rendergli grazia.
Per gettare una luce sul “già disponibile” voglio riconnettermi all’idea di San Paolo del “riscatto”: siamo stati riscattati dal Signore con il “suo” sacrificio di espiazione, non ci siamo riscattati da soli, ma siccome è dura da capire e da vivere, allora, seppur graziati, continuiamo a vivere da condannati, con il continuo falso bisogno di vittime sacrificali.
Illuminanti, qui, le intuizioni in diversi passi del Nuovo Testamento:
le parole di Giovanni: “Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia” (Gv 1,16) e quelle di San Paolo: “Poiché siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo. (1Cor 6,20).

Come si manifesta, nel concreto della vita quotidiana di ciascuno, l’atteggiamento del “rendere grazia”?
Non può manifestarsi altrimenti che con un agire amoroso; si comprendono ancora meglio, così, le virtù della purezza del cuore che consente di accostarsi con fiducia agli altri; della mitezza e del saper mettere un freno alle parole, se non altrimenti pronunciate per generare la pace; della capacità di perdonare le offese, per poi dimenticarle. Sono tutte concrete componenti di un agire giusto.
Il sacramento centrale della vita cristiana, l’Eucaristia (il termine deriva dal greco antico εὐχαριστία, eucharistía, “ringraziamento, rendimento di grazie”), è proprio l’espressione di un duplice movimento della persona: partecipando con fede all’Eucaristia, manifestiamo l’accoglienza e l’adesione alla relazione con Dio e con il prossimo.

Ora, cosa troviamo nel vangelo di questa domenica? L’esplosione di gioia di Elisabetta e Maria al loro incontro e il riconoscimento da parte di entrambe dell’aver ricevuto in dono la vita. È un doppio rendere grazie: insieme, sono riconoscenti verso il Signore, e, insieme, si rallegrano: un autentico sacrificio di lode e ringraziamento.
Questo episodio neotestamentario è conosciuto come “la visitazione”, ma al di là della visita dello Spirito a Maria, si celebra la visita dello Spirito a tutti coloro che troveranno Grazia presso il Signore.
Le due donne sono figura di una nuova umanità “religiosa”, che definirei “a porte aperte”, cioè capace di accettare e accogliere la vita in tutte le sue forme e di aderire alla volontà di Dio, consistente in un progetto di salvezza sempre possibile.

Perché proprio due donne sono figura di questa nuova umanità?
Perché fin dall’inizio “Eva” è la “madre dei viventi”, e, ora, la gratitudine di Elisabetta e Maria rappresenta quella di tutti coloro che, da sempre, hanno vissuto come propria la storia dell’Avvento di Cristo tra gli uomini.

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