Frutti di Canaan

Un padre aveva due figli

30 marzo 2025 – IV Domenica di Quaresima
Gs 5,9.10-12
Sal 33
2Cor 5,17-21
Lc 15,1-3.11-32

Ma chi sono questi due figli? In chi li posso ritrovare?
Avrei degli esempi sotto gli occhi e mi sarebbe anche facile dare un nome all’uno e all’altro, ai conservatori e ai progressisti, ai timorati di Dio e ai libertini, a quelli aggrappati alla famiglia benestante come cozze allo scoglio e a quelli in cerca di libertà dallo svezzamento in poi.

Da dove viene poi questa mania di voler etichettare, catalogare, dividere in due l’umanità e voler fare a tutti i costi la morale a destra e a sinistra?

Mi sono fermato a pensare e mi è venuto un sospetto: non sarà che questi due sono io? Così ho buttato giù un elenco di desideri o stati contraddittori e li trascrivo di seguito.
– Liberarsi dai condizionamenti e cercare vie nuove.
– Necessità di ordine, tradizioni e religione.
– Desiderio di vincere al superenalotto per avere “fortuna” e aiutare chi mi pare ne abbia bisogno.
– Serenità sul fatto di poter avere il necessario per vivere.
– Percezione di essere europeo, italiano, bresciano, naturalizzato romano a prescindere.
– Percezione di vivere da extracomunitario – in generale, non solo per il fatto di lavorare a Roma e pure a Parma, quindici giorni qui e quindici là.

Se questi due figli convivono in me, mi potrei anche chiedere: “Ma chi è mio padre?” E anche, visto che esistono, chi sono i miei fratelli?
Questi ultimi due quesiti mi risultano ancora più imbarazzanti dei precedenti: il Maestro che seguo è troppo grande e ad un certo punto si pose le stesse domande.
Tranquilli! Non ho bevuto, non sono in preda a sostanze allucinogene, non sono in crisi di identità, né religiosa, né tanto meno di identità tout court.

I due figli della parabola rappresentano due forme del pensare, quella di chi guarda al mondo dalla prospettiva dell’ambiente in cui è nato e quella di chi lo guarda anche da prospettive diverse da quella d’origine. Non si tratta di decidere quale sia la migliore, entrambe ci riguardano; il problema si pone quando una delle due viene estremizzata e soppianta l’altra.
Lo scioglimento della questione non sta in un’armonizzazione delle due prospettive, come si è tentati di credere, ma nell’azione del protagonista di tutta la storia: il Padre.
Il Vangelo di questa domenica è un testo “epifanico” di Dio e dell’umano, dell’identità di Dio e dello stato presente dell’umano: contraddittorio, volubile, bambinesco e frignone.
Chi sono i miei fratelli? Questi umani un po’ sul pero e un po’ sul pomo? Un po’ a destra e un po’ a sinistra? Questi che sproloquiano su guerra e pace, vaneggiando e giocando con la vita degli altri? Questi che non possono permettersi la libertà della pienezza della vita, finché non tornano entrambi al banchetto della vita?
Proprio così: questi sono i miei fratelli…
E per di più, inutile anche la sola ipotesi che io possa essere migliore di loro.
C’è solo un’amara constatazione da fare lucidamente: gli uomini, abbandonati a loro stessi, vivrebbero (a stento) come schiavi.
Dove porta, dunque, l’estremizzazione di una delle due forme del pensare?
La prima, quella del primogenito, alla “morte del Padre”; il primogenito ha fatto sempre il suo dovere e non si sente premiato abbastanza dalla vita, si sentirà padrone della propria esistenza solo alla morte del padre, quando erediterà i beni paterni, non si sa esattamente per realizzare cosa.
La seconda, quella del figlio minore, ha una possibilità in più: dopo un tentativo di “uccisione del padre”, allo scopo di liberarsi di una tutela amorosa percepita come limitante, può rendersi conto che tutto il necessario era già dato e non occorreva perderlo per averlo. Questa fortunata seconda possibilità comporta il ritorno alla vita con una prospettiva sull’umano e su Dio destinata ad ampliarsi.

È stato detto che la parabola del figliuol prodigo sostituisce la logica retributiva dell’equivalenza – a ciascuno il suo, secondo ciò che è stato capace di dare – la logica della sovrabbondanza – tutto a tutti. Quest’ultima è la logica del regno di Dio: tutto il bene a tutti: è incomprensibile per l’uomo medio europeo, orientale, occidentale, australe o boreale che sia. Solo un ritorno culturale e spirituale alle proprie radici, illuminato dal dono dell’intelligenza del cuore e dalla capacità di decentrarsi senza considerarsi scioccamente l’ombelico del mondo, può tirare fuori gli esseri umani dal cunicolo cieco in cui vorrebbero cacciarsi.

“In nome di Cristo, dunque, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio” (2Cor 5,20-21).

Ecco il punto: diventare voci e mani della giustizia sovrabbondante e amorosa del Padre di tutti, e non giustizieri in nome di una qualche presunta, fallace primogenitura.

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Responsabilità

Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei?

23 marzo 2025 – III Domenica di Quaresima
Es 3,1-8.13-15
Sal 102
1Cor 10,1-6.10-12
Lc 13,1-9

Quando capita una disgrazia, sia essa causata dalla malvagità degli esseri umani o da un incidente della natura, si cercano le persone direttamente colpevoli dell’accaduto; l’opinione pubblica raramente si occupa o viene informata sulle circostanze e sugli usi, costumi e abitudini di gruppo, che crescono sul terreno dell’irresponsabilità producendo, prevedibilmente, pessimi frutti.
Inoltre, quando qualcosa va storto, cercare la colpa in persone specifiche sembra garantire la coscienza pulita in tutti gli altri: ci si identifica nel ruolo del giudice imparziale, esente da implicazioni personali nei fatti analizzati, perché il colpevole è in ogni caso qualcun altro.

I due eventi strazianti registrati nel vangelo di oggi devono aver lasciato una profonda impressione sugli ascoltatori. Nel primo caso si tratta della strage efferata di persone che compiono riti religiosi all’interno del tempio; nel secondo, del crollo di una torre che ha causato la morte di diciotto persone. Accaduti nelle vicinanze, questi due episodi devono, suppongo, aver provocato discussioni – come sarebbe successo anche oggi – attorno alle questioni del male e della colpa.
Al tempo dei fatti narrati la coscienza popolare viveva la sofferenza e il male come l’effetto punitivo di una colpa commessa. La morte violenta e la morte accidentale potevano egualmente essere considerate una punizione divina.
Gesù suggerisce un’altra spiegazione, mettendo in primo piano la responsabilità personale dell’osservatore. Lo spunto di riflessione per tutti noi consiste nel rendersi conto che la morte violenta di un gruppo di zeloti e la morte accidentale di un gruppo di persone non può essere considerata una punizione per i peccati commessi, perché i peccati degli uni e degli altri certamente non potevano essere peggiori di quelli commessi da tutti gli altri ancora vivi.
In buona sostanza è come se Gesù affermasse: volete a tutti i costi trovare i colpevoli? E se invece iniziaste col fare voi il vostro esame di coscienza?

L’evoluzione della Bibbia, nel suo insieme, porta a rinunciare all’idea di un Dio punitore, autore delle catastrofi che colpiscono gli uomini. L’antica logica popolare, compiendo un passaggio errato, sposta il problema della colpa dall’uomo a Dio. Mentre è vero che il peccato (la volontà di dominio, la crudeltà, l’avidità, ecc.) provoca il caos, non se ne può logicamente dedurre che Dio provoca il caos per poter punire i peccatori.
Per esempio, se in qualche parte del mondo i funzionari e gli eletti dilapidano i beni pubblici e la mafia organizza le sue faide, nessuno può ergersi a giudice, lavandosene le mani, ci dev’essere qualcuno che ha eletto e qualcuno che approva: sono i frutti che crescono sul terreno dell’irresponsabilità.

È dunque abbastanza inutile, oltre che pernicioso, sentirsi puniti da Dio; è come se rifiutassimo la responsabilità di essere vivi, solo perché non lo saremo per sempre e nelle migliori condizioni a noi note. Capisco che è un argomento duro. Ma né la strage degli zeloti da parte dei soldati di Pilato, né la caduta della torre di Siloe, né la morte di Gesù sulla croce furono punizioni di Dio. Tutti e tre gli eventi, di cui l’ultimo racchiude in sé la sofferenza di ogni carne che ne costituisce il corpo (il Corpo di Cristo, appunto) sono il risultato della malvagità e dell’ignoranza degli uomini.
La Parola di Gesù, come nel caso del giudizio sull’adultera, rimanda la questione della sofferenza e della colpa – inevitabilmente – alla coscienza dei singoli, di ogni singolo. Prima di cercare la colpa nel prossimo, è meglio guardare alle proprie responsabilità: “Togli la trave dal tuo occhio e vedrai meglio la pagliuzza nell’occhio del tuo prossimo!” (Lc 6,42).
Per Cristo, tutti, e ciascuno nel proprio contesto, abbiamo bisogno di conversione e ognuno di noi è come il fico del Vangelo di oggi; portiamo pochi frutti e abbiamo bisogno della pazienza e della misericordia di Dio. Tuttavia, non dobbiamo abusare della pazienza di Dio e rimandare sempre la nostra capacità di portare frutto. Dio è paziente, ma noi non siamo immortali e un giorno questo nostro tempo finirà. La parabola del fico non ha una conclusione. Non sappiamo cosa sia successo a quell’albero. È lo stesso per noi; il futuro è aperto, e quello che succederà dipenderà anche da noi e dalla forza del nostro amore per la vita, la vita di tutti, non solo la nostra personale esistenza.

Stiamo vivendo un tempo che ci costringe ad un viaggio interiore, a rivedere i fondamenti e i frammenti del passato, che ci fanno sperare.
Cosa è essenziale nella mia vita? Chi sono le persone che contano davvero per me? Chi sono io, nel mio oggi, qui e ora? Quali sono i punti di forza su cui faccio affidamento per vivere e per guardare al futuro? Cosa mi permette di immaginare un domani di speranza? Come posso contribuire a veder nascere quel mondo nuovo, dove la felice sobrietà e la libertà saranno uno stile di vita condiviso dal maggior numero di persone possibile? Trovare risposte a queste domande è il compito della cristianità nel mondo di oggi.
Il Vangelo può aiutare a disintossicarci da stili di vita inquinati o avvelenati, induce ad approfittare del tempo a nostra disposizione per accorgerci della presenza di Dio nella nostra vita che trasforma il nostro sguardo, rendendolo atto a scorgere, anche in se stessi, i primi boccioli di un mondo nuovo, diverso, migliore dell’attuale, possibile, anzi certo…
La Quaresima è il tempo delle tentazioni, ma è anche il tempo per disarmare il diavolo, è anche il tempo della scoperta del mondo come casa di Dio e dimora degli uomini e delle donne di ogni nazione.

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Risveglio

Questo è il Figlio mio, che ho scelto, ascoltatelo!

16 marzo 2025 – II Domenica di Quaresima
Gn 15,5-12.17-18
Sal 26
Fil 3,17-4,1
Lc 9,28-36

Mosè, Elia, Gesù hanno in comune l’esperienza di vivere momenti di profonda estasi e intimità con Dio.
Mosè un giorno dubitò di tutto; accadde dopo l’episodio del vitello d’oro e la conseguente distruzione delle tavole della Legge, ma Dio lo rassicurò di nuovo sulla propria fedeltà. In quel contesto emerse Giosuè, come continuatore del compito di Mosè (Esodo 33).
Anche Elia, un giorno, dubitò di tutto; accadde dopo la strage dei sacerdoti di Baal. Dio, incontrando Elia nel mormorio di un vento leggero, lo rassicurò della propria fedeltà. In quel contesto emerse Eliseo, colui che continuò a profetizzare dopo la partenza di Elia (1 Re 19).
Poi, c’è Gesù, la cui intimità con Dio si manifesta in vario modo fino al momento della trasfigurazione davanti a tre dei suoi discepoli.
Queste esperienze di  estasi preannunciano l’avvicinarsi della “fine” di chi le vive e al contempo indicano i futuri protagonisti.
L’estasi di cui ci parla la Bibbia non può essere provocata o controllata, si tratta di un incontro personale con Dio, è dono, è rivelazione. Per esempio, non potremmo pensare che Dio abbia l’abitudine di manifestarsi in un tale giorno, a una data ora, in un luogo preciso, con un particolare cerimoniale. Il Signore sceglie coloro ai quali parla e il momento; alcuni saranno “soltanto” testimoni di questo accadimento, come nel caso di Pietro, Giovanni e Giacomo durante la trasfigurazione.
Noi, ora, siamo “semplici” lettori, e mi interrogo circa l’effetto su Mosè, Elia e Gesù del loro incontro con Dio. Trasformati e rinnovati, hanno continuato a vivere la vita che conducevano prima. Non hanno pensato, probabilmente, di avere più autorità o più meriti di altri, o di trarne benefici personali. Non credo esista un’intimità con Dio che dia diritto a qualche rivendicazione.
Mosè, Elia e Gesù tornarono tra la loro gente, per dire quello che avevano da dire e per agire secondo la loro missione. Sanno di dover insegnare ad adorare il Dio liberatore e di dover agire secondo la legge della libertà e della responsabilità; diventeranno un esempio per chi dovrà imparare a vivere accanto al suo prossimo, senza prestare il fianco al servilismo, all’infedeltà o all’autoindulgenza. In altri termini, Dio li afferra e li manda ad insegnare la santità ai peccatori. Questo riguarda chi sperimenta l’estasi, ma quelli che hanno assistito, i testimoni, quali compiti hanno? Mentre Mosè ed Elia erano soli nel loro faccia a faccia con Dio, Gesù durante la trasfigurazione, non è solo: è accompagnato da Pietro, Giacomo e Giovanni.
Come incide sui discepoli quello che hanno visto? Pietro vorrebbe che quell’esperienza meravigliosa non finisse mai: vorrebbe fermare il tempo e costruire tre capanne e rimanere lì per sempre. Non si può.
E se fosse successo a noi? Se succedesse a noi?
Potremmo voler conservare le prove dell’esistenza, della presenza e della potenza del Signore, e, forse, vorremmo anche ricevere una specie di investitura, un riconoscimento, un titolo, un diploma, un certificato, un attestato di riconoscimento…Ma il racconto, così come viene riferito, non dà alcuna autorità speciale ai tre discepoli: se prima erano schiacciati dal sonno, e quindi passivi, poi sono diventati attivi, ma fondamentalmente “irrilevanti”. Non appaiono qui più pronti che nell’orto degli ulivi.
Ne deduco che l’intimità con Dio non sia più prevedibile di un miracolo; il dialogo con Mosè, con Elia, con Gesù e con Dio stesso potrebbe iniziare anche aprendo la bibbia e leggendo. Sulla scia di Mosè, di Elia, di Gesù e dei loro testimoni centinaia di generazioni hanno trovato nella Parola la forza, la dignità e la gioia di una vita libera e responsabile.
Di cosa avranno parlato Mosè, Elia e Gesù? Il testo di Luca precisa che si parlava dell’ “esodo” di Gesù, quindi della sua missione su questa terra che si sarebbe compiuta a Gerusalemme.
L’esodo è una partenza, ma non solo, è anche il resto della vita dopo l’impegno della partenza.
Mosè, Elia e Gesù hanno in comune l’esperienza dell’esodo: a ciascuno il suo, e tutti provenienti dalla stessa origine.
Noi tutti speriamo di trasmettere ciò che viviamo, ma l’insegnamento e l’apprendimento della fede non hanno un termine. Ogni giorno è possibile misurare la pochezza della fede, ma talora ne sperimentiamo anche la grandezza: e questo può avvenire nella gioia o nel dolore.
Anche Mosè, Elia e Gesù vissero questo e dalla massa di quelli con cui parlarono emersero Giosuè (dopo Mosè), Eliseo (dopo Elia), Pietro, Giacomo, Giovanni (i discepoli, testimoni di Gesù) e migliaia di altri dopo di loro.
Al termine dei rispettivi esodi Mosè, Elia e Gesù hanno un ultimo punto in comune: nessuno sa dove giacciono i loro corpi, ma la loro parola rimane e rimarrà per sempre.
Per noi lettori, ciascuno nel proprio tempo, rimane per sempre lo stesso comando divino che essi ascoltarono e che noi oggi ascoltiamo:
“Questo è il Figlio mio, che ho scelto, ascoltatelo!”

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Prove

Fu condotto dallo Spirito nel deserto

9 marzo 2025 – I Domenica di Quaresima

Dt 26,4-10
Sal 90
Rm 10,8-13
Lc 4,1-13

Si può essere tentati di agire infrangendo comandamenti e norme; in senso più generale si parla di tentazione quando si vorrebbe agire come non si dovrebbe. Nel linguaggio di tutti i giorni può diventare una tentazione anche mangiare il gelato per qualcuno che è a dieta.
Le tentazioni cui è sottoposto Gesù nel deserto sono del primo tipo e siamo di fronte ad un passo del vangelo di importanza fondamentale per la formazione cristiana.
Gesù viene tentato tre volte: se avesse fame, potrebbe trasformare in pane anche le pietre, contando sulla propria natura divina; se volesse potere e gloria su tutti i regni della terra, potrebbe sottomettersi al diavolo, “esperto” del settore; se volesse dimostrare di essere il Figlio di Dio, potrebbe perfino rischiare la vita gettandosi giù dal pinnacolo del tempio, perché Dio Padre lo salverebbe.
Queste tentazioni sono le stesse che ogni persona può sperimentare nell’arco di una vita; è chiaro, dunque, che potevano far parte del vissuto del Cristo, non solo Dio, ma anche uomo.
Provo a declinare le tentazioni in termini tutti umani.
Se avessimo “fame”, anche in senso lato, potremmo volere che qualcun altro provvedesse alle nostre necessità, bisogni o desideri materiali; in altri termini qualcun altro dovrebbe occuparsene al posto nostro.
D’altra parte potremmo desiderare potere, denaro e successo e cominciare a pensare di poterli ottenere con ogni mezzo, anche illecito o immorale.
Se ci illudessimo di essere onnipotenti, potremmo arrivare a rischiare la nostra stessa vita, nella presunzione di poterla fare sempre franca.
Chi è immune da queste tre tentazioni?
Tutte e tre implicano un grado di sfruttamento o sofferenza del prossimo, anche la terza, che apparentemente danneggia solo colui che rischia la vita. Tutte e tre, probabilmente, creerebbero un conflitto interiore in una persona “normale”.
Conosciamo le risposte di Gesù alle tentazioni.
Basta leggere la Scrittura e conformarsi ad essa?
Gli esseri umani non vivono di solo pane, è vero, le Scritture sono un patrimonio di grande saggezza in tutte le religioni e chi vi si accosta attinge alla sapienza di secoli. Leggendo i Salmi o i Libri profetici e sapienziali, per esempio, troviamo una varietà immensa di situazioni umane e di condotte ispirate alla giustizia o ad essa contrarie.
Le risposte di Gesù alla tentazione ci indicano però una nuova via.
Per il Cristo, l’esistenza e la sussistenza dell’uomo sono beni dati e ricevuti ed è come se affermasse un comandamento. Noi non saremo schiavi del bisogno e non lasceremo sulle spalle di altri i nostri compiti: figlio dell’uomo, guadagnati il ​​pane!
In secondo luogo, ogni potere può assumere forma diabolica perché è divisivo: scinde l’umanità in due parti, quella che è nel bisogno e quella che ha il potere di dominare chi è nel bisogno. Il potere e il denaro implicano sempre una forma di subordinazione, c’è chi la subisce e chi la esercita.
E c’è anche chi è disposto a strisciare servilmente per poter schiacciare legittimamente.
Per Gesù, una sola prostrazione è buona, quella che si compie gratuitamente davanti a chi gratuitamente ha dato. Qualsiasi altro tipo di prostrazione è perniciosa. Anche qui è come se affermasse un comandamento. Noi non faremo di altri esseri umani i nostri sottomessi: figlio dell’uomo, non sottometterti a nessuno e non schiavizzare nessuno!
In terzo luogo, essendo il Tempio il luogo per eccellenza della presenza divina, chi più ritiene di essere vicino a Dio potrebbe essere tentato di compiere acrobazie, nella convinzione di avere…il paracadute, ma Dio non può essere obbligato a servire i nostri desideri, neanche quando citiamo le Scritture. Il comandamento implicito è radicale: non fare di Dio il tuo debitore. Dio non ti deve niente. La divina provvidenza elargisce liberamente e gratuitamente, non è in alcun modo vincolata ad agire in base a ciò che noi citiamo delle Scritture. La nostra prospettiva su noi stessi, sul mondo e sul cielo è senz’altro assai limitata. Sentirsi in diritto di essere salvati per principio – si tratti di esistenza fisica messa più o meno consapevolmente a rischio o di vita eterna – significa voler tentare il Signore.

Potremmo trarre dal Vangelo delle tentazioni un unico imperativo etico: nessun essere umano può rendere debitori e quindi sentirsi creditore nei confronti della natura, del prossimo e di Dio.
Spesso ci perdiamo in dettagli angusti, nel giudicare o voler stabilire la maggiore o minore gravità di quella o quell’altra mancanza o ingiustizia e ci sfugge il fondamento di una morale non solo religiosa, ma anche civile e tutta laica. Possiamo constatare questo osservando l’annaspare dei maggiori rappresentanti della politica internazionale, in questi giorni. 

C’è uno sfondo al vangelo delle tentazioni: il deserto. Non possiamo disertare il deserto.
Nessuno può sfuggire alla tentazione, ma tutti hanno la capacità di discernere la via del bene e della giustizia e di seguire quella. Pare che il diavolo si sia allontanato da Gesù fino al momento opportuno…
Quale momento? Quella della miseria assoluta, nel Getsemani? Sì.
C’è un momento nel quale Gesù rischia di perdere la vita, di essere ucciso e non farà nulla per difendersi.
Nessun incremento di difese armate metterà al riparo da chi intenzionalmente persegue la via delle divisioni.
Voglio pensare che in questo momento i governi del mondo vivano il loro deserto e le loro tentazioni e spero che l’Europa mai ceda alla tentazione di ignorare le proprie radici, la propria storia, la propria cultura, i propri valori.

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Pagliuzze e travi

I vasi del ceramista li mette a prova la fornace,
così il modo di ragionare è il banco di prova per un uomo

2 marzo 2025 – VIII Domenica del Tempo Ordinario
Sir 27,5-8
Sal 91
1Cor 15,54-58
Lc 6,39-45

Ero per strada e ho assistito in diretta ad una scena grottesca e volgare, un litigio tra automobilisti. Gesti e parole riempivano brutalmente l’angusto spazio del disprezzo reciproco. Dagli spalti di quel brutto circo improvvisato, uno sparuto pubblico mezzo divertito registrava video da vetrina virtuale, veri e propri pezzi di teatro realista del turpiloquio. Non mi stupirei di ritrovare i video in rete. La comunicazione audio-visiva sui social ha il merito di aver democratizzato il mestiere di video-maker, ma probabilmente il demerito di aver creato assuefazione al cattivo gusto.

Siamo quindi a una distanza siderale dalla luce, vorrei dire anche dall’eleganza dell’immagine lucana: due ciechi che si accompagnano e finiscono nel fosso.
Poi effettivamente ne incontri due una mattina per strada mentre ti appresti ad uscire con ottimismo …  Allora pensi: “Ma guarda la tua trave invece della loro pagliuzza!”

Vorrei provare a rileggere in questo contesto il brano di Luca 6,39-45.
Mi permetto di ricordare che prima dell’inizio del nostro passaggio, Gesù ha chiesto di non giudicare gli altri, e che saremo giudicati come noi abbiamo giudicato gli altri. Seguono poi le immagini che Luca chiama parabole, tra cui quella disastrosa del cieco che guida un altro cieco. 
Per farsi maestri, bisogna prima imparare ad esserlo; come scoprire e  togliere la trave dall’occhio? Ci può aiutare l’immagine dell’albero e del suo frutto; il frutto è il giudizio, l’albero è la persona, che produce frutti buoni o cattivi secondo l’inclinazione del cuore. L’espressione centrale qui, per me, è “il tesoro del proprio cuore”.
Nel mondo ebraico il cuore è la sede delle emozioni, delle inclinazioni, della riflessione e dell’azione, e quindi ogni comportamento umano dipende dal cuore, dove può agire la parola di Dio; dalla bocca escono parole ispirate dal sentimento che alberga nel cuore.
L’arroganza e la violenza del discorso vengono da un cuore arrogante e violento.
Il giudizio sull’altro è prima di tutto un’espressione del nostro modo di essere.
In sintesi, quando ci accingiamo a giudicare ( e lo facciamo tutti, sempre), dovremmo custodire un maestro nel nostro cuore per condurci senza arroganza.
Il vangelo parla del rapporto discepolo-maestro, e del discepolo che deve essere formato per diventare come il suo maestro. Per noi è sempre più facile vedere la pagliuzza nell’occhio dell’altro e le lacune del nostro prossimo ci irritano, perché la differenza stessa ci irrita, i limiti degli altri ci innervosiscono, la loro incomprensione ci frustra. Tuttavia, pare che proprio la differenza ci renda consapevoli dell’alterità, e sembra anche che siano proprio le mancanze del nostro prossimo ad esaltare i nostri difetti: la pagliuzza evoca la trave. Questa consapevolezza, forse un aspetto del rinascere dall’alto, non è il risultato di un percorso privo di lotte. Sappiamo che la stessa vita terrena di Gesù ha portato il segno della lotta.
Quando ci si trova di fronte ad atteggiamenti offensivi, la prima reazione dovrebbe essere quella di porsi la domanda se ci sono del tutto estranei. Non è sempre facile distinguere “la trave” e tanto meno capire di che “pagliuzza” si tratta. Esiste sempre un ampio margine di confusione quando si scatena l’aggressività; forse qui emerge anche il grande limite di ogni psicologizzazione, che non è mai in grado di spiegare, quello che le religioni nelle loro forme non fondamentalistiche, hanno saputo insegnare da sempre. Gesù dà una chiara lettura del fenomeno: davanti all’ingiustizia e al sopruso è lecito prendere la parola con veemenza, ma se insulto il mio prossimo e i miei comportamenti diventano violenti, è molto più probabile che io stia rispondendo a sentimenti deplorevoli come il desiderio di essere risarcito di qualcosa e/o di punire l’altro. A questo punto la giustizia scompare e al suo posto si affaccia il conflitto.
Anche in un processo evolutivo sano, in cui l’amore riveste pienamente il suo ruolo, è solo lo shock del confronto col prossimo che può farmi evolvere ulteriormente e il mio volto di oggi e di domani sarà sempre il prodotto di questo continuo confronto col “tu” che mi sta davanti.
Non mi spaventano i social network. Trovo  che siano rivelatori dell’essere e della natura della nostra umanità. Chiaro che non siano sempre belli da vedere. Si potrebbero naturalmente censurare e cancellare e alcuni stati totalitari non esitano a farlo. Ma la censura non soltanto nutre l’ipocrisia, nascondendo la realtà delle cose, ma causa ignoranza, lede le capacità critiche e spesso tranquillizza chi preferisce non vedere e non sapere. Giustamente scrive il Siracide:
“I vasi del ceramista li mette a prova la fornace, così il modo di ragionare è il banco di prova per un uomo” e anche  “Non lodare nessuno prima che abbia parlato, poiché questa è la prova degli uomini”.
Il volto di Gesù comincia a manifestarsi attraverso la parola che rivela l’identità della persona: è il punto di partenza di ogni incontro e di ogni possibile relazione.
Credo si debba  lasciare la parola il più possibile libera, affinché si riveli il cuore di ogni persona e ciascuno scelga chi vuole essere.
La parola libera, autentica o, al contrario, falsa, è, in ogni caso, la cartina al tornasole del grado di libertà o di schiavitù nel quale ciascuno vive, lo specchio della civiltà o dell’ imbarbarimento che ogni gruppo umano ha voluto raggiungere.
La strada da percorrere sembra ancora lunga, ma il nostro obiettivo è quello di guardare all’altro con gli stessi occhi di misericordia del Maestro.

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Una giustizia superiore

E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro

23 febbraio 2025 – VII Domenica del Tempo Ordinario
1Sam 26,2.7-9.12-13.22-23
Sal 102
1Cor 15,45-49
Lc 6,27-38

Gesù di Nazaret ha una visione particolare della legge mosaica; nel Vangelo di Matteo dice che non è venuto per abolirla, ma per darle compimento. Dal discorso della montagna, in Matteo, e dal discorso della pianura, in Luca, comprendiamo che per Lui non ha lo stesso valore che attribuiamo ai nostri codici e alle nostre leggi. La legge per Gesù è subordinata al principio della misericordia.

Le leggi umane attuali sono laiche, non dovrebbero fare distinzioni e certamente non fanno ricorso alla misericordia dei tribunali; i criteri di giudizio dovrebbero essere uguali per tutti; in caso di reato, circostanze attenuanti o aggravanti vengono applicate sulla base di elementi verificabili.
Mentre l’assoluzione di un tribunale umano dipende sempre dall’applicazione di norme scritte da uomini, è evidente che l’assoluzione divina è in ogni caso data per misericordia.

Cristianamente, dovremmo anche noi essere misericordiosi. Sempre?
Chiaro che facciamo fatica a immaginare un tribunale umano “misericordioso”, eppure credo che ci sia un’importante riflessione da fare.
Quando le situazioni umane sono caratterizzate da interessi politici e strategici diversi e da strumenti di potere che rendono asimmetriche le relazioni, applicare la legge senza rinnegare l’etica cristiana diventa una responsabilità enorme.
“Come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro”. Questo detto implica una presa di coscienza della situazione dell’altro nel suo contesto, una capacità di mettersi nei panni dell’altro non comune. Vorremmo sempre essere giudicati non colpevoli, ma non tutti sono non colpevoli. L’amore del prossimo non giustifica certo l’assoluzione di un efferato criminale.
In ogni caso le leggi umane operano entro un orizzonte decisamente molto limitato rispetto al perdono di Dio. Niente ci è dato sapere rispetto a quel perdono, che sappiamo comunque essere ispirato dalla misericordia e comunque non alla nostra portata.

Restringendo l’orizzonte alle nostre personali facoltà di giudizio, credo sia necessario ricordare che l’altro non è mai solo un individuo, ma sempre e anche una parte del corpo sociale cui appartiene e nel quale ha agito e agisce. Questa idea si può trovare formulata in Kant: “Agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona che nella persona di ogni altro, sempre allo stesso tempo come fine, e mai semplicemente come mezzo. (Fondamento della metafisica dei costumi): è “l’umano” che caratterizza l’essere delle persone ed è quello che deve essere tutelato con ogni cura.
Se andiamo avanti a leggere il testo di Luca, dopo aver rovesciato i comuni criteri di comportamento fino ad approdare all’amate i vostri nemici e al porgete l’altra guancia, Gesù parla del rapporto maestro/discepolo; risulta impossibile che tra due ciechi uno si faccia guida dell’altro, perché cadrebbero entrambi in un fosso. Sono parole semplici e immediate che illustrano l’incapacità di fondo di vedere chiaro nell’altro, perché sempre oscurati dal proprio limite.
La regola aurea della cristianità si scontra ogni giorno con i conflitti dell’esperienza e con i limiti dell’umana ragione. Per Gesù, il prossimo è colui con il quale si è in stretto rapporto di parentela per la comune origine come creature, non è un oggetto qualsiasi con il quale non si ha niente in comune a che domani non servirà più; la sua presenza pone una volta per tutte il principio etico fondante di ogni modo di essere e di agire degno dell’umanità. La comprensione di questa realtà può rendere possibile una forma di giustizia superiore al rispetto delle leggi, che ne risultano in qualche modo “perfezionate”.
L’amore per i nemici e l’assoluta non reciprocità del dono che caratterizzano l’agire di Gesù di Nazaret sono il punto di arrivo ultimo di una morale che preferisce il proprio sacrificio a quello di un fratello, ma non si tratta di un principio utopico o eroico: l’altro è l’immagine stessa di Dio, non è possibile essere ancora una volta complici nel crocifiggerlo.
Ogni giustificazione dei crimini contro la vita, come nel caso eclatante delle guerre e del sacrificio degli innocenti, è distruttiva dell’ordine del giustizia. La logica della misericordia e dell’amore per il prossimo è a tutela assoluta della giustizia umana. Lo esprime bene anche Paul Ricoeur quando scrive: «Quale diritto penale in generale, quale regola di giustizia si potrebbe trarre da una massima d’azione che stabilisca la non equivalenza come regola generale? (in Amore e Giustizia). Per “equivalenza” s’intende l’uguaglianza essenziale e originaria di tutti gli esseri umani. Per questo, dunque, la logica dell’amore in generale non abolisce le leggi, ma mira a una forma di superiore giustizia.

Il Cristo sta tuttora insegnando che le istituzioni, per quanto buone possano essere, possono guidare a una società più giusta, solo se il senso della comune appartenenza è il legame centrale che tiene insieme la comunità umana.

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Mancanza e sazietà

Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante

16 febbraio 2025 – VI Domenica del Tempo Ordinario
Ger 17,5-8
Sal 1
1Cor 15,12.16-20
Lc 6,17.20-26

Le Beatitudini del Vangelo di Luca sono lette meno spesso delle Beatitudini del Vangelo di Matteo. Luca non menziona i puri di cuore, i misericordiosi, gli operatori di pace e i miti – come Matteo – e aggiunge i “guai”, che fanno pensare a una radicale divisione tra gli uomini e a una sorta di giudizio sociale.
Inoltre, Luca situa il discorso di Gesù in un luogo pianeggiante, mentre Matteo lo ambienta “sul monte”. A questo proposito, sono possibili diverse interpretazioni. L’uditorio di Matteo ha riferimenti scritturali molto forti relativi al “monte”, in particolare al Sinai, dove Dio affidò a Mosè le tavole della legge. In questo contesto, il discorso sulle beatitudini diventa una nuova legge per il popolo. In Luca, invece, il riferimento alla pianura, potrebbe sottolineare il piano orizzontale, senza differenze di livello, su cui sono posti tutti gli uomini.
Luca, più di Matteo, mette a fuoco situazioni sociali reali: povertà, fame, pianto, persecuzione. L’evangelista parla molto dei poveri (sono menzionati dieci volte nel suo vangelo, in numero doppio rispetto a Matteo).
All’inizio del ministero pubblico di Gesù, Luca aveva raccontato l’episodio della sinagoga di Nazaret (Lc 4,16) commentando così le parole del profeta Isaia: “Lo Spirito del Signore è sopra di me, perché mi ha unto per portare ai poveri la buona novella” (Is 61,1-2, l’indizione del giubileo); la profezia “ora si è compiuta”. Il discorso sulle beatitudini è quindi una sorta di giubileo del povero, figura  spirituale e sociale che indica la condizione di mancanza, di bisogno assoluto.
Ma ci sono anche i “guai” che offrono alla riflessione la figura opposta: i sazi non potranno entrare nel Regno di Dio.
Forse perché il loro desiderio si è spento?

Questa valorizzazione dello stato di bisogno e, per conseguenza, di profondo desiderio non è priva di interrogativi.
Nel corso della storia, ad esempio, questo “giubileo dei poveri” è stato interpretato politicamente in maniera piuttosto fuorviata e fuorviante: i detrattori del cristianesimo hanno sostenuto che l’argomento poteva essere strumentale a mantenere la pace sociale in terra, in vista di un bene futuro in cielo.
Ma c’è anche un’altra insidia interpretativa alla lettura: pensare che sia necessario piangere o essere poveri per ereditare il Regno.
Veramente è ragionevole credere che il discorso sulle beatitudini vuole insegnare che saremo felici in futuro, solo se siamo poveri e afflitti oggi?
Non penso che sia possibile pensarlo, se non volendo confezionare un’immagine di un dio a misura dell’umana insipienza. Senza perdere troppo tempo a sottolineare che una simile critica si basa in fondo sulla disistima totale del cosiddetto “popolo”, ma anche di tutti coloro che nei secoli, da tutti gli strati sociali e culturali, hanno creduto e credono nella forza della religione nuova, preferisco vedere in questo brano di Luca un’autentica lezione di saggezza.
In questi versetti non si parla di vita e di morte, non si parla di inferno e paradiso, tanto meno di una vita dopo la morte, il nucleo del discorso è la mutevolezza delle condizioni di vita.
Le condizioni dell’esistenza sono in divenire, per definizione fragili e incerte, possono essere rovesciate repentinamente. La fede è certo una fonte di consolazione. Se nessuno mi consola quando sono soddisfatto, poco male, ma se sono afflitto, in uno stato di bisogno e per giunta privo di fede, la forza della speranza si riduce. Bisognoso, quindi, e privo di fede, dovrei credere ai sazi? Una specie d’inferno, semmai anticipato…
Inoltre, se mi trovassi in uno stato di bisogno e le circostanze della mia esistenza migliorassero improvvisamente, sarei molto felice. Se invece fossi ricco e mi ritrovassi improvvisamente sul lastrico, mi sentirei nei guai fino al collo. In ogni caso, una cosa è certa: ricchi o poveri, sazi o affamati, nessuno può vivere su questa terra in eterno e, dunque, che il regno venga, ora o dopo la nostra morte, è solo una questione di desiderio, di speranza e di fede.
Il Regno non viene per chi non desidera che venga.

La forza delle Beatitudini è quella di far sgorgare dallo stato di mancanza e dal desiderio che ne deriva, qualcosa di completamente diverso, di nuovo, una prospettiva capace di metterci in movimento. Sebbene le Beatitudini di Luca si prestino ad una riflessione sulla caducità e instabilità dell’esistenza, è bene ricordare che la parola “felice”, “beato” deriva da un verbo ebraico che significa “stare in piedi, camminare”.
La felicità non è un sentimento-conseguenza della staticità dell’essere o del benessere inerte; è una conseguenza dell’essere in movimento, dotati della volontà di fronteggiare il senso di fatalità e tutto ciò che eventualmente sfigura la nostra esistenza, personale e comunitaria. 
Io credo che alcune difficoltà siano fattori risolutivi, atti a svegliare la mente e il cuore. Prendere coscienza del proprio limite è già l’inizio della liberazione. D’altronde, è più incline al desiderio di liberazione chi si trova in uno stato di mancanza, chi sa di non avere tutto e in ultima analisi trova privo di ogni logica contare solo su se stesso.

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Non temere

Sulla tua parola getterò le reti

9 febbraio 2025 – V Domenica del Tempo Ordinario
Is 6,1-2.3-8
Sal 137
1Cor 15,1-11
Lc 5,1-11

Il brano si apre con l’immagine di una folla che ascolta Gesù di Nazaret.
Luca, già dall’episodio avvenuto nella sinagoga in occasione della lettura del rotolo di Isaia, sottolinea la forza che scaturisce dalle parole del Cristo. Ora, le persone vogliono ascoltarlo, numerose e così assiepate sulla riva del lago, che il Nazareno decide di salire su una barca per poter essere ascoltato da tutti. Il lago di Tiberiade si trasforma così in un grandioso tempio naturale, dove le parole del Cristo riverberano sull’acqua e rimbombano nell’aria raggiungendo la folla sulla costa; è vicino a questa folla e, allo stesso tempo, distante, presente in un modo accessibile a chiunque desideri ascoltarlo. Vicinanza e distanza sono entrambi aspetti di Dio.
Quando Gesù termina il suo discorso rimane sulla barca e si rivolge al solo Pietro, consigliandogli di andare nuovamente a gettare le reti, senza aggiungere altro.
La reazione di Pietro è al centro dell’evento, e spiega la motivazione che spinge l’apostolo a fare quel che Gesù ha detto: “Sulla tua parola getterò le reti” – dice Pietro: per fede.
Pietro, in realtà, è dubbioso sulla riuscita del nuovo tentativo, è un pescatore esperto e sa di aver già provato tutta la notte invano, sa anche che se i pesci non sono entrati nella rete durante la notte, non ci entreranno nemmeno di giorno; la sua è la stessa posizione di chi, dopo un fallimento, ripone le reti gettate al buio, in nome del “realismo”. Pietro è scettico. Il consiglio gli proviene da qualcuno che non ha esperienza di pesca, ma in ogni caso la fiducia spinge l’apostolo ad agire facendo affidamento solo sulle parole del Maestro; l’atteggiamento di Pietro è caratterizzato da una disponibilità di fondo a dare per possibile a Gesù, ciò che a lui stesso risulta impossibile. Pietro articola una risposta tanto chiara quanto vera: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». L’appellativo “Maestro” compare solo in Luca e designa più una persona che occupa una posizione di comando che un insegnante, l’evangelista sottolinea così l’autorità spirituale del Cristo, lo spazio di Dio, potenza assoluta in quel tempio del possibile oltre l’uomo, situato ovunque.
In quello spazio, al quale si accede solo attraverso la fiducia, prende corpo l’agire di Pietro; le parole del Maestro diventano un ordine, indispensabile da eseguire perché si realizzi il bene agognato. «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca»: non è la parola di un uomo, è la parola di Dio.
Non tutti accolgono allo stesso modo questa parola. Qualcuno reagisce negativamente e perfino con violenza; nella sinagoga di Nazaret volevano addirittura gettare Gesù da un dirupo.
Altri, come Pietro, invece, mettono da parte ciò che pensano di sapere e, “sulla Sua parola”, tentano il “possibile”, quel possibile, ordinariamente giudicato “impossibile”, a causa di un’esperienza di vita condotta al buio, come capita fin troppo spesso a noi umani.

La parola del Cristo agisce sulla realtà ordinaria, perché non è un semplice discorso: ha peso, trasforma le circostanze: i pesci che mancano durante la notte, di giorno ci sono, in una quantità molto più elevata del prevedibile.
Dopo la prima pesca miracolosa, ci aspetteremmo una reazione di gioia. Non è così, Pietro e i suoi sono colti da “timore”, proprio come Isaia nella prima lettura.
Quando il sacro fa irruzione nella realtà quotidiana, il timore è forte da far gridare: «Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore».
L’antropologia dei nostri giorni ha dimostrato che in ogni cultura, la paura è la reazione indotta dalla percezione del sacro. Isaia dice: “Sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito; eppure i miei occhi hanno visto il re, il Signore degli eserciti”. (cfr Is 6,4-5)
Di fronte all’impossibile diventato realtà – per noi “miracolosamente” – il timore si scatena.
È un bene che sia così, perché solo il timore autentico, al cospetto di una potenza che li sovrasta, permette agli esseri umani di diventare “realisti” sul serio, di “guardare in faccia la realtà”.
Il potere degli esseri umani è veramente nullo su ciò che c’è di più essenziale per loro. Da qui il timore, il senso dei propri errori, dell’aver equivocato, che Isaia e Pietro provano ancor prima della gioia. Fondato. Questo sentimento, che non ha a che fare con le piccole paure, ansie e codardie di ogni giorno, libera dall’ignoranza sulla realtà più ampia nella quale siamo immersi e cancella la distanza che mettiamo tra noi e gli altri, crea comunione, apre la strada alla gratitudine.

Per riconoscere e vivere l’esperienza di Pietro, la si deve dare per possibile:
sulla tua parola getterò le reti.

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Speranza nell’attesa

Il bambino cresceva e si sviluppava

2 febbraio 2025 – Presentazione del Signore
Ml 3,1-4
Sal 23
Eb 2,14-18
Lc 2,22-40

La Presentazione al Tempio è ancora un avvenimento caratterizzato dall’incontro in uno scenario di transizione verso un futuro dall’orizzonte più vasto e rivela verità profonde sulla natura del bambino, sulle aspettative degli esseri umani e sull’atteggiamento di coloro che vivono l’attesa di Dio nella speranza. Il tono stesso adoperato da Luca sottolinea il contrasto fra tradizione e novità.

Maria e Giuseppe si recano al tempio per compiere i riti di purificazione, come prescritto dalla tradizione ebraica; si tratta di un atto religioso, conforme alla loro cultura e alle leggi che la tradizione ha reso sacre.
La scena della presentazione al tempio evoca lo spazio originario della fede in una collettività umana: la fede non si sviluppa nel vuoto, ma all’interno di una cultura, di una tradizione e di un’esperienza relativa al senso del sacro; anche nell’adempimento delle prescrizioni rituali, l’elemento essenziale che diventa vivo ed operante nel corpo e nella mente del singolo dipende dall’atteggiamento, anche culturale, che ciascuno nutre nei confronti del sacro e dalla relazione con il Dio vivente.

I cristiani hanno i loro riti tradizionali, dal Natale alla Pasqua, passando per i sacramenti. Ci sono poi le tradizioni culturali, legate alle celebrazioni liturgiche come date, regali, riunioni di famiglia, menù speciali. Anche in senso puramente laico esistono tradizioni che accompagnano l’esistenza: compleanni, commemorazioni, feste nazionali, giochi olimpici. La ritualità è caratteristica del mondo umano; potremmo infatti aggiungere ai riti collettivi anche i nostri personali riti quotidiani, dagli orari di lavoro e di studio, alla preghiera fino all’ora di colazione, pranzo e cena (per chi la può rispettare), o della pratica sportiva, della passeggiata, del tempo libero, del divertimento e perfino della sigaretta e del caffè, a seconda della persona.
D’altronde anche Gesù vive inserito in un contesto umano intessuto di riti, regole e pratiche.
In un mondo sempre più pluralista e globalizzato, potremmo chiederci qual sia il posto delle nostre tradizioni nell’incontro con l’Altro, con ciò che è nuovo, con ciò che è diverso.
Simeone, uomo giusto, attendeva “la consolazione d’Israele”, cioè un Messia che venisse a riportare la pace, la giustizia e la dignità al suo popolo; quando vede Gesù, proclama che questo bambino è “luce per illuminare le nazioni”, non solo un Messia per Israele, ma per tutti i popoli, per tutte le culture, per tutta l’umanità.
Al versetto 34 leggiamo: “Simeone li benedisse e disse a Maria, la madre di Gesù: ‘Questo bambino sarà la rovina o la risurrezione di molti in Israele. Sarà un segno che susciterà contraddizioni’”.
Il messaggio universalista di Gesù non è facilmente accettabile per tutti. Ci saranno sempre delle divisioni, ma Simeone, nella sua vecchiaia, incarna la speranza che l’umanità porta con sé da secoli, quella di una giustizia universale, di un amore che unisce i popoli e le nazioni; riconosce in questo bambino la realizzazione di una speranza universale. Il Messia non corrisponde ad una visione politica o nazionalista, ma a una visione unitaria di riconciliazione e pacificazione per tutta l’umanità.
In un mondo frammentato, Gesù non è l’eroe di una particolare religione, ma il portatore di luce per l’umanità nel suo insieme, oltre le divisioni politiche, le beghe e i conflitti per riconoscere in ogni Altro il compagno di viaggio, il fratello, la sorella; la visione cristiana consiste anche nel considerare irrilevanti e spesso dannosi i confini che gli uomini stabiliscono per difendere il particolare; il nostro scopo è contribuire ad eliminare ogni ostacolo alla costruzione della solidarietà e della pace nell’attesa di un mondo migliore.

Rileggiamo anche il versetto 35: “svelerà i pensieri nascosti nei cuori di molti. E tu, Maria, il dolore ti trafiggerà l’anima come una spada”. Luca umanizza Gesù, ma umanizza anche Maria, nella sua sofferenza di madre. Siamo lontani dalle “incoronazioni della Vergine”.
Anna, la profetessa, è figura di saggezza e perseveranza. La sua età simbolicamente testimonia la continuità della capacità di rimanere svegli e vigili, in attesa di un mondo migliore, anche dopo anni di sofferenza e delusioni. L’etimologia stessa del suo nome, Anna, deriva dall’ebraico e significa “grazia”, richiamando l’attenzione sull’importanza di un atteggiamento perseverante nella speranza. La speranza non è solo un abito da indossare nei momenti felici, ma anche nell’attesa, nell’incertezza e nella solitudine. Ogni piccolo atto di fedeltà, ogni momento di preghiera, ogni atto di solidarietà verso chi soffre, contribuisce a questa grande attesa di un mondo riconciliato.

Luca scrive che Gesù cresceva in sapienza, statura e grazia; anche la luce che egli incarna sta gradualmente sviluppandosi in un mondo in attesa. Gesù è fin dalla nascita portatore di una promessa immensa, che non si realizza tutta in una volta, ma si sviluppa nel tempo.
Luca non costruisce una teologia della divinità di Cristo, ma evidenzia l’interazione permanente tra Dio e l’uomo e gli effetti di questa interazione, perché l’umanità sappia di essere partecipe di questo processo di crescita.
La fede cristiana non è un concetto fisso, ma dinamico; cresce e si trasforma, ciò che è iniziato nell’infanzia di Gesù può continuare a svilupparsi nella nostra vita individuale e collettiva.

Come Simeone, potremmo riconoscere in Gesù la luce che illumina tutte le nazioni; come Anna, potremmo perseverare nell’attesa di un mondo migliore; come Maria e Giuseppe, potremmo vivere i nostri riti, i nostri gesti quotidiani, con cuore attento alla presenza divina che si nasconde (o si rivela) nella semplicità e nell’ordinarietà del quotidiano.

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Per le brevi riflessioni di ogni giorno clicca su Cotidie febbraio 2025 (Anno C)

Dalla lettera alla parola

Oggi si è adempiuta questa scrittura

26 gennaio 2025 – III Domenica del Tempo ordinario

Ne 8,2-4.5-6.8-10
Sal 18
1Cor 12,12-31
Lc 1,1-4; 4,14-21

Molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola”. Così inizia il terzo vangelo.
Luca esordisce sottolineando il metodo adoperato nel ricostruire lo svolgersi degli avvenimenti riguardanti Gesù di Nazaret; Luca non è un testimone diretto, ha però consultato tutte le fonti disponibili, consistenti nelle testimonianze trasmesse dai contemporanei di Gesù, testimoni oculari degli avvenimenti narrati.
Luca non è neppure uno storico, ma raccoglie metodicamente le fonti e le riordina, generando un panorama di significato, che anima a tutt’oggi la dimensione religiosa della cristianità.
Costruire una narrazione attraverso testimonianze umane non significa affermare principi o proclamare verità, ma permettere al lettore di accedere ad un universo di senso.

Nel vangelo di oggi leggiamo l’inizio del ministero di Gesù in Palestina. Durante la partecipazione ai riti del sabato, egli legge, davanti ai presenti nella sinagoga, il versetto 1 del capitolo 61 di Isaia e parte del versetto 2 (cfr Lc 4,18-19). Il ministero di Gesù non inizia con un miracolo, ma con un’azione fondativa: il suo primo discorso pubblico. È d’importanza capitale riuscire a comprendere che le Sue parole sono pronunciate nella sinagoga di Nazaret, in Galilea, nel luogo nativo, tra le persone conosciute da sempre: parenti, amici, sacerdoti e scribi. A differenza di Giovanni Battista, che predicava all’aperto, sulle rive del Giordano, Gesù sceglie di seguire la tradizione: parla in uno spazio e in un tempo appositamente riservati a questo scopo: la sinagoga, di sabato. In questo modo rivela di essere il Messia atteso, collocandosi nella tradizione religiosa dei suoi contemporanei, annuncia la realizzazione della profezia di Isaia nella propria persona.
Immaginiamo anche solo per un momento di essere dentro quella sinagoga in quel momento, di essere un semplice conoscente di Gesù di Nazaret. Proviamo ad accedere a quest’universo di significato e a sentire le nostre reazioni…
Come avrebbe potuto l’evangelista esprimere più chiaramente la centralità della persona di Cristo nel passaggio cruciale dalla lettura alla realizzazione della profezia?
Non soltanto improvvisamente si manifesta il Messia, ma è istituito l’anno di grazia del Signore, l’autentico Giubileo, che riviviamo quest’oggi, cioè la possibilità di salvezza offerta a tutti gli uomini, a tutte le donne e a tutti coloro che sono capaci di intendere (cfr Ne 8,2).

Leggere o ascoltare la Sacra Scrittura non significa abbandonarsi alla ripetitività della consuetudine, ma rammentare la sua forza ciclica di irruzione nella nostra esistenza, quel vento per noi ingovernabile, capace di apportare caos e ordine nelle nostre esistenze, secondo l’opportunità del momento, quando forse anche noi siamo solo all’inizio della nostra personale salvezza…
Effettivamente, Gesù, leggendo Isaia, manifesta tutta la libertà del Figlio di Dio: ne omette una parte. Legge solo la parte iniziale di Is 61,2, tace la parte che contiene il tema della vendetta messianica. Ci sono esegeti che identificano in questo silenzio la causa dell’indignazione degli ascoltatori: Gesù parla solo della grazia di Dio, cancellando l’idea della vendetta messianica. L’indignazione dei presenti si fa feroce: “All’udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio.” (Lc 4,28-29).

Ora, io non sono un esegeta, tuttavia immagino che quella gente doveva sentirsi veramente in pericolo per reagire così violentemente.
In cosa può consistere il pericolo di un messaggio di per sé privo di qualsiasi condanna e che lascia spazio alla sola grazia?
Si tratta di un argomento lungo, qui basti dire che Gesù non santifica la lettera del testo di Isaia, ma la Parola di Dio contenuta nel testo: ne fa emergere la sostanza, il pane quotidiano che potrà nutrire spiritualmente i suoi ascoltatori nei secoli a venire. Oggi, per esempio, l’abitudine prevalente è quella di parlare, scrivere o produrre immagini in movimento per persuadere qualcun altro ad investire denaro a fronte di un qualche presunto beneficio personale. Dalla semplice pubblicità da volantino, al tweet, alle offerte delle grandi aziende, fino alle produzioni del mondo della cultura e dell’arte, tutto è destinato a funzionare se, e solo se, ci sarà sempre chi è motivato ad investire piccole o grandi somme per far girare l’intero meccanismo. Se dovesse prevalere definitivamente la fede nel Messia descritto da Isaia, chi sarebbe così folle da continuare a vivere in mezzo a questa schiavitù? Chiudo qui la digressione, ma non dimentichiamo che il commento di Gesù ha reso vivente il testo di Isaia. Se l’evangelista ha mantenuto per noi solo l’essenziale, la sostanza, questo è sufficiente per considerare Isaia un testo con una valenza esistenziale che ci tocca ogni giorno da vicino.
Nel frattempo, il Vangelo di Luca è quello che forse più richiama l’umanità del Cristo, il Messia che ribalta ogni pretesa e rivolge la sua parola a persone prive di caratteristiche o qualità eccelse, cominciando da luoghi e tempi del tutto comuni e noti, dove proprio tutti sanno (o credono di sapere) chi sia Gesù.

Ovunque e in qualsiasi momento, le Scritture possono diventare vive per noi, Quando la Parola di Dio scaturisce dalla lettera, diventa grazia che illumina la vita quotidiana.

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