Uscire dal sepolcro

Voi sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea

20 aprile 2025 – Pasqua

At 10,34.37-43
Sal 117
Col 3,1-4
Gv 20,1-9

Avevano scommesso su Gesù, lo seguivano con tante illusioni, convinti che fosse la via giusta per loro, che li avrebbe portati nei posti giusti. Ma Gesù si era rifiutato di fare il gioco del potere e del populismo, tutto era crollato e la vicenda del loro Maestro si era conclusa con un processo truccato, una condanna ingiusta e una morte infame. Quello che avrebbero potuto fare ora era seppellire i loro sogni, dimenticare e sperare di essere dimenticati.

Sta sorgendo un nuovo giorno che a poco a poco dissiperà l’oscurità.
La tomba è vuota: lacrime di chi lo ha amato ed è rimasto fedele, perplessità dei discepoli avviluppati nel loro passato, ricerca affannosa di un cadavere introvabile.

Per Maria Maddalena la tomba vuota è segno che qualcuno ha fatto uscire il corpo.
Resta anche un’ipotesi plausibile: qualcuno ha rubato il cadavere per eliminare ogni traccia di uno che dava fastidio anche da morto. Nel corso del tempo, infatti, quelli che si sentono a disagio di fronte al messaggio del Cristo, finiscono per affermare forte e chiaro che “Dio è morto!”

Ma di fronte al sepolcro vuoto, Maria di Magdala e i discepoli giunti con urgenza, quelli che avevano conosciuto bene Gesù di Nazaret per essergli stati vicino, non sanno esattamente cosa pensare: tutto è lì, bende e sudario, solo il corpo è scomparso, svanito, evaporato.
Il testo greco del Vangelo suggerisce che la chiave del mistero è una questione di sguardo; l’evangelista adopera tre verbi diversi per caratterizzare il modo in cui ciascuno dei protagonisti percepisce il sepolcro vuoto.
Maria di Magdala e il discepolo arrivato per primo guardano, prendono atto, rimangono incerti, osservano che la tomba è aperta e i teli sono piegati con cura, registrano con gli occhi una situazione.
Pietro esamina più a fondo la scena, vede i teli al loro posto e il sudario piegato a parte, rimane completamente perplesso.
L’altro discepolo guarda, vede e capisce cosa è realmente successo: la tomba deserta, i teli svuotati del loro contenuto, il sudario ripiegato sono i segni di una realtà che non appartiene al mondo della fisica. Questo discepolo pensa immediatamente che Gesù è risorto. “Vede e crede”: mettendo insieme il suo passato e il suo presente, vede ciò che è davanti ai suoi occhi: Gesù non appartiene al mondo dei morti.

Alla vista del sepolcro vuoto, tre reazioni sono possibili per chi ha conosciuto Gesù di Nazaret: una registrazione della situazione, un’attenzione più penetrante, una comprensione ispirata dalle Scritture e dall’esperienza vissuta, in grado di percepire la realtà dietro le apparenze.
Tutto questo contiene un avviso per chi legge il Vangelo: i sacramenti, la liturgia, le preghiere, la Chiesa, l’innumerevole prossimo, a prima vista, rischiano di sembrare non altro che sepolcri vuoti. Almeno finché lo sguardo non si anima, attraverso la memoria, ricongiungendosi alla presenza nascosta dietro i segni fisici.

La tomba è vuota perché colui che è imprigionato è vivo.

Buona uscita dal sepolcro, buona resurrezione, buona Pasqua!

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Note sparse

13 aprile 2025

Domenica delle Palme.
Tre immagini, tre pensieri, tre sprazzi di luce in questo racconto drammatico degli ultimi giorni di vita di Gesù.
Ecco alcuni frammenti di considerazioni personali alla lettura della Passione…

Luca 22,66
“Se tu sei il Cristo, dillo a noi!”
Cristo dovrebbe dire “Io sono il Cristo”?
È da quello che dice che lo riconosceremmo?
In che modo un’autorità “competente” come il sinedrio di Gerusalemme avrebbe riconosciuto subito il Cristo in base alle parole? Dire “Io sono il Cristo” per gli uomini del Sinedrio era una bestemmia, e dal momento che sicuramente il Cristo autentico non avrebbe bestemmiato, se Gesù lo avesse fatto, questo sarebbe stato sufficiente per condannarlo. La capziosità del ragionamento risulta evidente.
Oggi, come ieri, si continua a bestemmiare in direzione opposta: molti non lo riconoscono e negano la dignità di figli di Dio ai propri simili.
Ma vediamo come risponde Gesù:

  • Anche se ve lo dico, non mi crederete; se vi interrogo, non mi risponderete.
  • D’ora in poi il Figlio dell’uomo siederà alla destra della potenza di Dio.
  • Voi stessi dite che io lo sono.

Parafrasando potremmo sintetizzare così: “Se ve lo dico non mi crederete, se chiedo a voi che ne pensate non mi risponderete; in ogni caso, sappiate che la mia Parola da ora in poi sarà rilevante e avrà effetti certi, che non potranno essere cancellati.”
Sulle tre risposte del Cristo, il Sinedrio non sbaglia, comprende di trovarsi davanti ad una forza superiore che non la pensa come loro; potrebbe anche essere il figlio di Dio. proprio per questo deve morire, non possono permettere che quell’uomo proclami pubblicamente una verità che li metterebbe in cattiva luce di fronte al popolo, smascherando le loro intenzioni.
Il potere della verità distrugge l’ambizione, l’errore sta nel pensare che si possa far morire la  verità; gli uomini invecchiano e passano, ma ciò che è vero rimane vero in eterno. Non si può sfuggire alla verità.

Luca 23,1-43
C’è chi paga per aver fatto del male e c’è chi paga per aver fatto del bene.
Anche questa è una cosa vera. La causa è a monte: se conoscessimo solo le vie del bene, nessuno dovrebbe più pagare.
Un criminale potrebbe pensare che la condanna a morte sia il proprio giusto salario, ma gli atti di gentilezza e le parole di verità lasciano una traccia indelebile.
E così, anche un malfattore al suo ultimo respiro può redimersi dal profondo del cuore, permettendo a se stesso l’ultimo grande atto di libertà, accettando questa vita eterna, così come, talvolta a fatica, accettiamo un dono in apparenza immeritato.

Luca 23:44-56
Quando tutto diventa insopportabile, quando il dolore sembra sopraffare la vita intorno a noi, quando i comandamenti diventano troppo aridi, la mente è confusa, la riva troppo lontana, la nebbia talmente fitta da rendere irriconoscibile ogni vicino prossimo, quando ci sentiamo impotenti come le donne che guardano da lontano la catastrofe appena accaduta sul Calvario, la vita non è ancora finita, perché il creatore, riposando il settimo giorno, santificò anche la nostra impotenza.

“Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia. Ricordatevi della parola che vi ho detto: Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra”. (Gv 15,18-20).

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Tu che ne pensi?

Si chinò e si mise a scrivere col dito per terra

6 aprile 2025 – V Domenica di Quaresima
Is 43,16-21
Sal 125
Fil 3,8-14
Gv 8,1-11

Ecco persone che, Bibbia alla mano, e “perché sta scritto nella Bibbia”, sono pronte a mettere a morte una persona a causa del suo peccato. È scritto nella Bibbia e quindi non solo, in questo caso, è permesso farlo, ma perfino necessario. E l’avrebbero fatto!

Ecco l’accusa: adulterio, in flagrante. Intanto, se è flagrante delicto, vuol dire che erano in due. L’altro dov’è? La domanda in genere fa sorridere, non si capisce perché; caso mai dovrebbe far piangere. La Legge mosaica, in caso di adulterio, imponeva la condanna a morte per lapidazione di entrambi, non solo di uno o solo della donna. Quindi, quando gli accusatori chiedono che cosa ne pensi Gesù, il loro scopo non è sapere come debba essere applicata la Legge; vogliono solo vedere come se la caverà Gesù davanti a un quesito così delicato: o, dicendosi d’accordo, legittimerà la condanna a morte, sacrificando la donna, o, esprimendo parere contrario, delegittimerà la Legge. Nè la richiesta sarebbe stata meno provocatoria se avessero portato davanti a Gesù, con la donna, anche l’uomo. La risposta di Gesù sarebbe stata la stessa: “Chi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lui (o contro di loro)”. E avrebbe comunque scritto, con il dito, nella polvere. 
Visto che nessuna pietra è stata lanciata, nessuno si considerava senza peccato.
Va pure detto che se ci chiedessimo quali fossero stati i loro peccati, o , in genere, quali siano i peccati degli altri, non avremmo risposta, a meno di casi particolari. Sappiamo solo che queste persone, che conoscono la Bibbia come il palmo della loro mano, sono coscienti di non essere stati in grado di osservare tutta la Legge. Sappiamo anche che, ascoltando la risposta di Gesù, rivolta loro pubblicamente, rinunciano alla lapidazione dell’adultera.
Senza dubbio il numeroso pubblico presente non ignorava che, spesso, coloro che si presentano come i custodi della virtù, sono i primi a calpestarla – segretamente o pubblicamente – senza vergogna. Oggi diremmo che questi falsi esempi di virtù sperimentarono un insight, rendendosi conto che, a rigor di logica, avrebbero meritato tutti una condanna chi per un motivo, chi per un altro. In effetti “se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani”.

C’è, però, una domanda urgente da porsi su questa storia: in realtà quale legge o norma stavano per infrangere coloro che pensavano fosse giusto lapidare l’adultera? E, di conseguenza, cosa rammenta loro la parola di Gesù? Deve trattarsi di un fondamento religioso che sta a monte di tutta l’esistenza, in grado di annullare l’esecuzione della pena prevista. Si badi bene, questo fondamento non cancella la Legge, né la sua infrazione, ma rovescia l’intento punitivo dell’accusatore. Quale può essere questo fondamento?
Ecco una proposta: nel Decalogo (Esodo 20), si legge “Io sono il Signore, il tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù: non avrai altri dei davanti a me”.

Quando Gesù letteralmente trasforma l’intenzione di coloro che vogliono lapidare l’adultera, mettendosi a scrivere col dito per terra, suscita nelle menti di quegli uomini un lampo di consapevolezza:

  • Chi sono io per poter scagliare la prima pietra?
  • Quale dio sto onorando? 

Forse un versetto biblico permette di uccidere in buona coscienza e impunemente?

In che relazione con Dio si pone chi avanza Bibbia in mano e condanna sulle labbra?

Una morale che giustifichi atti contro la vita non può essere messa in relazione con il Dio che fa uscire dalla terra d’Egitto. 

Chi potrebbe mai essere l’accusatore del proprio vicino fino alla condanna a morte per motivi religiosi?
Gesù, con un gesto e un’affermazione, ricorda a quelle persone chi sono e da dove vengono. Voglio insistere su una traduzione-parafrasi del Decalogo: sono io il Signore, il tuo Dio, che ti ha fatto uscire (passato, presente, futuro) dal paese d’Egitto. In altre parole, siamo salvi ieri, oggi e domani,  perché la casa della schiavitù non è il luogo da cui veniamo, ma quello in cui ci troviamo. Tutti sappiamo che l’umanità è schiava di altri dèi, a cominciare da un versetto biblico, quando viene scelto di proposito per arrecare danno al prossimo.

Gesù traccia dei segni per terra, un ricordo della materia di cui è impastato l’uomo, ma anche una eco dell’inizio del decalogo, parola d’amore fondatrice, che talvolta viene calpestata senza maggior riguardo che per la polvere. Questo riguarda tanto gli accusatori quanto gli imputati. I comandamenti rimangono inalterati, non solo per l’adultera ai tempi di Gesù, ma per tutti anche oggi e domani.

La cifra dell’evoluzione morale e di una religiosità coerente è la difesa della vita in tutte le sue forme.
La raccomandazione per la donna è di non peccare più. È stata liberata da una schiavitù che conduce alla morte (l’avrebbero lapidata) ; l’invito di un dio amorevole non può essere diverso. Lei ora è viva e libera, perché vivo e libero è il Dio liberatore. Gli altri, gli accusatori, hanno ancora materia per riflettere.

Per noi lettori e ascoltatori resta la necessità di una grande prudenza nell’accostarsi ai testi biblici, la necessità di munirsi di profonda umiltà e di grande misericordia.
Possano le nostre letture, le nostre riflessioni e le nostre azioni essere illuminate dalla luce che conduce alla vita.

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Frutti di Canaan

Un padre aveva due figli

30 marzo 2025 – IV Domenica di Quaresima
Gs 5,9.10-12
Sal 33
2Cor 5,17-21
Lc 15,1-3.11-32

Ma chi sono questi due figli? In chi li posso ritrovare?
Avrei degli esempi sotto gli occhi e mi sarebbe anche facile dare un nome all’uno e all’altro, ai conservatori e ai progressisti, ai timorati di Dio e ai libertini, a quelli aggrappati alla famiglia benestante come cozze allo scoglio e a quelli in cerca di libertà dallo svezzamento in poi.

Da dove viene poi questa mania di voler etichettare, catalogare, dividere in due l’umanità e voler fare a tutti i costi la morale a destra e a sinistra?

Mi sono fermato a pensare e mi è venuto un sospetto: non sarà che questi due sono io? Così ho buttato giù un elenco di desideri o stati contraddittori e li trascrivo di seguito.
– Liberarsi dai condizionamenti e cercare vie nuove.
– Necessità di ordine, tradizioni e religione.
– Desiderio di vincere al superenalotto per avere “fortuna” e aiutare chi mi pare ne abbia bisogno.
– Serenità sul fatto di poter avere il necessario per vivere.
– Percezione di essere europeo, italiano, bresciano, naturalizzato romano a prescindere.
– Percezione di vivere da extracomunitario – in generale, non solo per il fatto di lavorare a Roma e pure a Parma, quindici giorni qui e quindici là.

Se questi due figli convivono in me, mi potrei anche chiedere: “Ma chi è mio padre?” E anche, visto che esistono, chi sono i miei fratelli?
Questi ultimi due quesiti mi risultano ancora più imbarazzanti dei precedenti: il Maestro che seguo è troppo grande e ad un certo punto si pose le stesse domande.
Tranquilli! Non ho bevuto, non sono in preda a sostanze allucinogene, non sono in crisi di identità, né religiosa, né tanto meno di identità tout court.

I due figli della parabola rappresentano due forme del pensare, quella di chi guarda al mondo dalla prospettiva dell’ambiente in cui è nato e quella di chi lo guarda anche da prospettive diverse da quella d’origine. Non si tratta di decidere quale sia la migliore, entrambe ci riguardano; il problema si pone quando una delle due viene estremizzata e soppianta l’altra.
Lo scioglimento della questione non sta in un’armonizzazione delle due prospettive, come si è tentati di credere, ma nell’azione del protagonista di tutta la storia: il Padre.
Il Vangelo di questa domenica è un testo “epifanico” di Dio e dell’umano, dell’identità di Dio e dello stato presente dell’umano: contraddittorio, volubile, bambinesco e frignone.
Chi sono i miei fratelli? Questi umani un po’ sul pero e un po’ sul pomo? Un po’ a destra e un po’ a sinistra? Questi che sproloquiano su guerra e pace, vaneggiando e giocando con la vita degli altri? Questi che non possono permettersi la libertà della pienezza della vita, finché non tornano entrambi al banchetto della vita?
Proprio così: questi sono i miei fratelli…
E per di più, inutile anche la sola ipotesi che io possa essere migliore di loro.
C’è solo un’amara constatazione da fare lucidamente: gli uomini, abbandonati a loro stessi, vivrebbero (a stento) come schiavi.
Dove porta, dunque, l’estremizzazione di una delle due forme del pensare?
La prima, quella del primogenito, alla “morte del Padre”; il primogenito ha fatto sempre il suo dovere e non si sente premiato abbastanza dalla vita, si sentirà padrone della propria esistenza solo alla morte del padre, quando erediterà i beni paterni, non si sa esattamente per realizzare cosa.
La seconda, quella del figlio minore, ha una possibilità in più: dopo un tentativo di “uccisione del padre”, allo scopo di liberarsi di una tutela amorosa percepita come limitante, può rendersi conto che tutto il necessario era già dato e non occorreva perderlo per averlo. Questa fortunata seconda possibilità comporta il ritorno alla vita con una prospettiva sull’umano e su Dio destinata ad ampliarsi.

È stato detto che la parabola del figliuol prodigo sostituisce la logica retributiva dell’equivalenza – a ciascuno il suo, secondo ciò che è stato capace di dare – la logica della sovrabbondanza – tutto a tutti. Quest’ultima è la logica del regno di Dio: tutto il bene a tutti: è incomprensibile per l’uomo medio europeo, orientale, occidentale, australe o boreale che sia. Solo un ritorno culturale e spirituale alle proprie radici, illuminato dal dono dell’intelligenza del cuore e dalla capacità di decentrarsi senza considerarsi scioccamente l’ombelico del mondo, può tirare fuori gli esseri umani dal cunicolo cieco in cui vorrebbero cacciarsi.

“In nome di Cristo, dunque, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio” (2Cor 5,20-21).

Ecco il punto: diventare voci e mani della giustizia sovrabbondante e amorosa del Padre di tutti, e non giustizieri in nome di una qualche presunta, fallace primogenitura.

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Responsabilità

Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei?

23 marzo 2025 – III Domenica di Quaresima
Es 3,1-8.13-15
Sal 102
1Cor 10,1-6.10-12
Lc 13,1-9

Quando capita una disgrazia, sia essa causata dalla malvagità degli esseri umani o da un incidente della natura, si cercano le persone direttamente colpevoli dell’accaduto; l’opinione pubblica raramente si occupa o viene informata sulle circostanze e sugli usi, costumi e abitudini di gruppo, che crescono sul terreno dell’irresponsabilità producendo, prevedibilmente, pessimi frutti.
Inoltre, quando qualcosa va storto, cercare la colpa in persone specifiche sembra garantire la coscienza pulita in tutti gli altri: ci si identifica nel ruolo del giudice imparziale, esente da implicazioni personali nei fatti analizzati, perché il colpevole è in ogni caso qualcun altro.

I due eventi strazianti registrati nel vangelo di oggi devono aver lasciato una profonda impressione sugli ascoltatori. Nel primo caso si tratta della strage efferata di persone che compiono riti religiosi all’interno del tempio; nel secondo, del crollo di una torre che ha causato la morte di diciotto persone. Accaduti nelle vicinanze, questi due episodi devono, suppongo, aver provocato discussioni – come sarebbe successo anche oggi – attorno alle questioni del male e della colpa.
Al tempo dei fatti narrati la coscienza popolare viveva la sofferenza e il male come l’effetto punitivo di una colpa commessa. La morte violenta e la morte accidentale potevano egualmente essere considerate una punizione divina.
Gesù suggerisce un’altra spiegazione, mettendo in primo piano la responsabilità personale dell’osservatore. Lo spunto di riflessione per tutti noi consiste nel rendersi conto che la morte violenta di un gruppo di zeloti e la morte accidentale di un gruppo di persone non può essere considerata una punizione per i peccati commessi, perché i peccati degli uni e degli altri certamente non potevano essere peggiori di quelli commessi da tutti gli altri ancora vivi.
In buona sostanza è come se Gesù affermasse: volete a tutti i costi trovare i colpevoli? E se invece iniziaste col fare voi il vostro esame di coscienza?

L’evoluzione della Bibbia, nel suo insieme, porta a rinunciare all’idea di un Dio punitore, autore delle catastrofi che colpiscono gli uomini. L’antica logica popolare, compiendo un passaggio errato, sposta il problema della colpa dall’uomo a Dio. Mentre è vero che il peccato (la volontà di dominio, la crudeltà, l’avidità, ecc.) provoca il caos, non se ne può logicamente dedurre che Dio provoca il caos per poter punire i peccatori.
Per esempio, se in qualche parte del mondo i funzionari e gli eletti dilapidano i beni pubblici e la mafia organizza le sue faide, nessuno può ergersi a giudice, lavandosene le mani, ci dev’essere qualcuno che ha eletto e qualcuno che approva: sono i frutti che crescono sul terreno dell’irresponsabilità.

È dunque abbastanza inutile, oltre che pernicioso, sentirsi puniti da Dio; è come se rifiutassimo la responsabilità di essere vivi, solo perché non lo saremo per sempre e nelle migliori condizioni a noi note. Capisco che è un argomento duro. Ma né la strage degli zeloti da parte dei soldati di Pilato, né la caduta della torre di Siloe, né la morte di Gesù sulla croce furono punizioni di Dio. Tutti e tre gli eventi, di cui l’ultimo racchiude in sé la sofferenza di ogni carne che ne costituisce il corpo (il Corpo di Cristo, appunto) sono il risultato della malvagità e dell’ignoranza degli uomini.
La Parola di Gesù, come nel caso del giudizio sull’adultera, rimanda la questione della sofferenza e della colpa – inevitabilmente – alla coscienza dei singoli, di ogni singolo. Prima di cercare la colpa nel prossimo, è meglio guardare alle proprie responsabilità: “Togli la trave dal tuo occhio e vedrai meglio la pagliuzza nell’occhio del tuo prossimo!” (Lc 6,42).
Per Cristo, tutti, e ciascuno nel proprio contesto, abbiamo bisogno di conversione e ognuno di noi è come il fico del Vangelo di oggi; portiamo pochi frutti e abbiamo bisogno della pazienza e della misericordia di Dio. Tuttavia, non dobbiamo abusare della pazienza di Dio e rimandare sempre la nostra capacità di portare frutto. Dio è paziente, ma noi non siamo immortali e un giorno questo nostro tempo finirà. La parabola del fico non ha una conclusione. Non sappiamo cosa sia successo a quell’albero. È lo stesso per noi; il futuro è aperto, e quello che succederà dipenderà anche da noi e dalla forza del nostro amore per la vita, la vita di tutti, non solo la nostra personale esistenza.

Stiamo vivendo un tempo che ci costringe ad un viaggio interiore, a rivedere i fondamenti e i frammenti del passato, che ci fanno sperare.
Cosa è essenziale nella mia vita? Chi sono le persone che contano davvero per me? Chi sono io, nel mio oggi, qui e ora? Quali sono i punti di forza su cui faccio affidamento per vivere e per guardare al futuro? Cosa mi permette di immaginare un domani di speranza? Come posso contribuire a veder nascere quel mondo nuovo, dove la felice sobrietà e la libertà saranno uno stile di vita condiviso dal maggior numero di persone possibile? Trovare risposte a queste domande è il compito della cristianità nel mondo di oggi.
Il Vangelo può aiutare a disintossicarci da stili di vita inquinati o avvelenati, induce ad approfittare del tempo a nostra disposizione per accorgerci della presenza di Dio nella nostra vita che trasforma il nostro sguardo, rendendolo atto a scorgere, anche in se stessi, i primi boccioli di un mondo nuovo, diverso, migliore dell’attuale, possibile, anzi certo…
La Quaresima è il tempo delle tentazioni, ma è anche il tempo per disarmare il diavolo, è anche il tempo della scoperta del mondo come casa di Dio e dimora degli uomini e delle donne di ogni nazione.

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Risveglio

Questo è il Figlio mio, che ho scelto, ascoltatelo!

16 marzo 2025 – II Domenica di Quaresima
Gn 15,5-12.17-18
Sal 26
Fil 3,17-4,1
Lc 9,28-36

Mosè, Elia, Gesù hanno in comune l’esperienza di vivere momenti di profonda estasi e intimità con Dio.
Mosè un giorno dubitò di tutto; accadde dopo l’episodio del vitello d’oro e la conseguente distruzione delle tavole della Legge, ma Dio lo rassicurò di nuovo sulla propria fedeltà. In quel contesto emerse Giosuè, come continuatore del compito di Mosè (Esodo 33).
Anche Elia, un giorno, dubitò di tutto; accadde dopo la strage dei sacerdoti di Baal. Dio, incontrando Elia nel mormorio di un vento leggero, lo rassicurò della propria fedeltà. In quel contesto emerse Eliseo, colui che continuò a profetizzare dopo la partenza di Elia (1 Re 19).
Poi, c’è Gesù, la cui intimità con Dio si manifesta in vario modo fino al momento della trasfigurazione davanti a tre dei suoi discepoli.
Queste esperienze di  estasi preannunciano l’avvicinarsi della “fine” di chi le vive e al contempo indicano i futuri protagonisti.
L’estasi di cui ci parla la Bibbia non può essere provocata o controllata, si tratta di un incontro personale con Dio, è dono, è rivelazione. Per esempio, non potremmo pensare che Dio abbia l’abitudine di manifestarsi in un tale giorno, a una data ora, in un luogo preciso, con un particolare cerimoniale. Il Signore sceglie coloro ai quali parla e il momento; alcuni saranno “soltanto” testimoni di questo accadimento, come nel caso di Pietro, Giovanni e Giacomo durante la trasfigurazione.
Noi, ora, siamo “semplici” lettori, e mi interrogo circa l’effetto su Mosè, Elia e Gesù del loro incontro con Dio. Trasformati e rinnovati, hanno continuato a vivere la vita che conducevano prima. Non hanno pensato, probabilmente, di avere più autorità o più meriti di altri, o di trarne benefici personali. Non credo esista un’intimità con Dio che dia diritto a qualche rivendicazione.
Mosè, Elia e Gesù tornarono tra la loro gente, per dire quello che avevano da dire e per agire secondo la loro missione. Sanno di dover insegnare ad adorare il Dio liberatore e di dover agire secondo la legge della libertà e della responsabilità; diventeranno un esempio per chi dovrà imparare a vivere accanto al suo prossimo, senza prestare il fianco al servilismo, all’infedeltà o all’autoindulgenza. In altri termini, Dio li afferra e li manda ad insegnare la santità ai peccatori. Questo riguarda chi sperimenta l’estasi, ma quelli che hanno assistito, i testimoni, quali compiti hanno? Mentre Mosè ed Elia erano soli nel loro faccia a faccia con Dio, Gesù durante la trasfigurazione, non è solo: è accompagnato da Pietro, Giacomo e Giovanni.
Come incide sui discepoli quello che hanno visto? Pietro vorrebbe che quell’esperienza meravigliosa non finisse mai: vorrebbe fermare il tempo e costruire tre capanne e rimanere lì per sempre. Non si può.
E se fosse successo a noi? Se succedesse a noi?
Potremmo voler conservare le prove dell’esistenza, della presenza e della potenza del Signore, e, forse, vorremmo anche ricevere una specie di investitura, un riconoscimento, un titolo, un diploma, un certificato, un attestato di riconoscimento…Ma il racconto, così come viene riferito, non dà alcuna autorità speciale ai tre discepoli: se prima erano schiacciati dal sonno, e quindi passivi, poi sono diventati attivi, ma fondamentalmente “irrilevanti”. Non appaiono qui più pronti che nell’orto degli ulivi.
Ne deduco che l’intimità con Dio non sia più prevedibile di un miracolo; il dialogo con Mosè, con Elia, con Gesù e con Dio stesso potrebbe iniziare anche aprendo la bibbia e leggendo. Sulla scia di Mosè, di Elia, di Gesù e dei loro testimoni centinaia di generazioni hanno trovato nella Parola la forza, la dignità e la gioia di una vita libera e responsabile.
Di cosa avranno parlato Mosè, Elia e Gesù? Il testo di Luca precisa che si parlava dell’ “esodo” di Gesù, quindi della sua missione su questa terra che si sarebbe compiuta a Gerusalemme.
L’esodo è una partenza, ma non solo, è anche il resto della vita dopo l’impegno della partenza.
Mosè, Elia e Gesù hanno in comune l’esperienza dell’esodo: a ciascuno il suo, e tutti provenienti dalla stessa origine.
Noi tutti speriamo di trasmettere ciò che viviamo, ma l’insegnamento e l’apprendimento della fede non hanno un termine. Ogni giorno è possibile misurare la pochezza della fede, ma talora ne sperimentiamo anche la grandezza: e questo può avvenire nella gioia o nel dolore.
Anche Mosè, Elia e Gesù vissero questo e dalla massa di quelli con cui parlarono emersero Giosuè (dopo Mosè), Eliseo (dopo Elia), Pietro, Giacomo, Giovanni (i discepoli, testimoni di Gesù) e migliaia di altri dopo di loro.
Al termine dei rispettivi esodi Mosè, Elia e Gesù hanno un ultimo punto in comune: nessuno sa dove giacciono i loro corpi, ma la loro parola rimane e rimarrà per sempre.
Per noi lettori, ciascuno nel proprio tempo, rimane per sempre lo stesso comando divino che essi ascoltarono e che noi oggi ascoltiamo:
“Questo è il Figlio mio, che ho scelto, ascoltatelo!”

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Prove

Fu condotto dallo Spirito nel deserto

9 marzo 2025 – I Domenica di Quaresima

Dt 26,4-10
Sal 90
Rm 10,8-13
Lc 4,1-13

Si può essere tentati di agire infrangendo comandamenti e norme; in senso più generale si parla di tentazione quando si vorrebbe agire come non si dovrebbe. Nel linguaggio di tutti i giorni può diventare una tentazione anche mangiare il gelato per qualcuno che è a dieta.
Le tentazioni cui è sottoposto Gesù nel deserto sono del primo tipo e siamo di fronte ad un passo del vangelo di importanza fondamentale per la formazione cristiana.
Gesù viene tentato tre volte: se avesse fame, potrebbe trasformare in pane anche le pietre, contando sulla propria natura divina; se volesse potere e gloria su tutti i regni della terra, potrebbe sottomettersi al diavolo, “esperto” del settore; se volesse dimostrare di essere il Figlio di Dio, potrebbe perfino rischiare la vita gettandosi giù dal pinnacolo del tempio, perché Dio Padre lo salverebbe.
Queste tentazioni sono le stesse che ogni persona può sperimentare nell’arco di una vita; è chiaro, dunque, che potevano far parte del vissuto del Cristo, non solo Dio, ma anche uomo.
Provo a declinare le tentazioni in termini tutti umani.
Se avessimo “fame”, anche in senso lato, potremmo volere che qualcun altro provvedesse alle nostre necessità, bisogni o desideri materiali; in altri termini qualcun altro dovrebbe occuparsene al posto nostro.
D’altra parte potremmo desiderare potere, denaro e successo e cominciare a pensare di poterli ottenere con ogni mezzo, anche illecito o immorale.
Se ci illudessimo di essere onnipotenti, potremmo arrivare a rischiare la nostra stessa vita, nella presunzione di poterla fare sempre franca.
Chi è immune da queste tre tentazioni?
Tutte e tre implicano un grado di sfruttamento o sofferenza del prossimo, anche la terza, che apparentemente danneggia solo colui che rischia la vita. Tutte e tre, probabilmente, creerebbero un conflitto interiore in una persona “normale”.
Conosciamo le risposte di Gesù alle tentazioni.
Basta leggere la Scrittura e conformarsi ad essa?
Gli esseri umani non vivono di solo pane, è vero, le Scritture sono un patrimonio di grande saggezza in tutte le religioni e chi vi si accosta attinge alla sapienza di secoli. Leggendo i Salmi o i Libri profetici e sapienziali, per esempio, troviamo una varietà immensa di situazioni umane e di condotte ispirate alla giustizia o ad essa contrarie.
Le risposte di Gesù alla tentazione ci indicano però una nuova via.
Per il Cristo, l’esistenza e la sussistenza dell’uomo sono beni dati e ricevuti ed è come se affermasse un comandamento. Noi non saremo schiavi del bisogno e non lasceremo sulle spalle di altri i nostri compiti: figlio dell’uomo, guadagnati il ​​pane!
In secondo luogo, ogni potere può assumere forma diabolica perché è divisivo: scinde l’umanità in due parti, quella che è nel bisogno e quella che ha il potere di dominare chi è nel bisogno. Il potere e il denaro implicano sempre una forma di subordinazione, c’è chi la subisce e chi la esercita.
E c’è anche chi è disposto a strisciare servilmente per poter schiacciare legittimamente.
Per Gesù, una sola prostrazione è buona, quella che si compie gratuitamente davanti a chi gratuitamente ha dato. Qualsiasi altro tipo di prostrazione è perniciosa. Anche qui è come se affermasse un comandamento. Noi non faremo di altri esseri umani i nostri sottomessi: figlio dell’uomo, non sottometterti a nessuno e non schiavizzare nessuno!
In terzo luogo, essendo il Tempio il luogo per eccellenza della presenza divina, chi più ritiene di essere vicino a Dio potrebbe essere tentato di compiere acrobazie, nella convinzione di avere…il paracadute, ma Dio non può essere obbligato a servire i nostri desideri, neanche quando citiamo le Scritture. Il comandamento implicito è radicale: non fare di Dio il tuo debitore. Dio non ti deve niente. La divina provvidenza elargisce liberamente e gratuitamente, non è in alcun modo vincolata ad agire in base a ciò che noi citiamo delle Scritture. La nostra prospettiva su noi stessi, sul mondo e sul cielo è senz’altro assai limitata. Sentirsi in diritto di essere salvati per principio – si tratti di esistenza fisica messa più o meno consapevolmente a rischio o di vita eterna – significa voler tentare il Signore.

Potremmo trarre dal Vangelo delle tentazioni un unico imperativo etico: nessun essere umano può rendere debitori e quindi sentirsi creditore nei confronti della natura, del prossimo e di Dio.
Spesso ci perdiamo in dettagli angusti, nel giudicare o voler stabilire la maggiore o minore gravità di quella o quell’altra mancanza o ingiustizia e ci sfugge il fondamento di una morale non solo religiosa, ma anche civile e tutta laica. Possiamo constatare questo osservando l’annaspare dei maggiori rappresentanti della politica internazionale, in questi giorni. 

C’è uno sfondo al vangelo delle tentazioni: il deserto. Non possiamo disertare il deserto.
Nessuno può sfuggire alla tentazione, ma tutti hanno la capacità di discernere la via del bene e della giustizia e di seguire quella. Pare che il diavolo si sia allontanato da Gesù fino al momento opportuno…
Quale momento? Quella della miseria assoluta, nel Getsemani? Sì.
C’è un momento nel quale Gesù rischia di perdere la vita, di essere ucciso e non farà nulla per difendersi.
Nessun incremento di difese armate metterà al riparo da chi intenzionalmente persegue la via delle divisioni.
Voglio pensare che in questo momento i governi del mondo vivano il loro deserto e le loro tentazioni e spero che l’Europa mai ceda alla tentazione di ignorare le proprie radici, la propria storia, la propria cultura, i propri valori.

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Pagliuzze e travi

I vasi del ceramista li mette a prova la fornace,
così il modo di ragionare è il banco di prova per un uomo

2 marzo 2025 – VIII Domenica del Tempo Ordinario
Sir 27,5-8
Sal 91
1Cor 15,54-58
Lc 6,39-45

Ero per strada e ho assistito in diretta ad una scena grottesca e volgare, un litigio tra automobilisti. Gesti e parole riempivano brutalmente l’angusto spazio del disprezzo reciproco. Dagli spalti di quel brutto circo improvvisato, uno sparuto pubblico mezzo divertito registrava video da vetrina virtuale, veri e propri pezzi di teatro realista del turpiloquio. Non mi stupirei di ritrovare i video in rete. La comunicazione audio-visiva sui social ha il merito di aver democratizzato il mestiere di video-maker, ma probabilmente il demerito di aver creato assuefazione al cattivo gusto.

Siamo quindi a una distanza siderale dalla luce, vorrei dire anche dall’eleganza dell’immagine lucana: due ciechi che si accompagnano e finiscono nel fosso.
Poi effettivamente ne incontri due una mattina per strada mentre ti appresti ad uscire con ottimismo …  Allora pensi: “Ma guarda la tua trave invece della loro pagliuzza!”

Vorrei provare a rileggere in questo contesto il brano di Luca 6,39-45.
Mi permetto di ricordare che prima dell’inizio del nostro passaggio, Gesù ha chiesto di non giudicare gli altri, e che saremo giudicati come noi abbiamo giudicato gli altri. Seguono poi le immagini che Luca chiama parabole, tra cui quella disastrosa del cieco che guida un altro cieco. 
Per farsi maestri, bisogna prima imparare ad esserlo; come scoprire e  togliere la trave dall’occhio? Ci può aiutare l’immagine dell’albero e del suo frutto; il frutto è il giudizio, l’albero è la persona, che produce frutti buoni o cattivi secondo l’inclinazione del cuore. L’espressione centrale qui, per me, è “il tesoro del proprio cuore”.
Nel mondo ebraico il cuore è la sede delle emozioni, delle inclinazioni, della riflessione e dell’azione, e quindi ogni comportamento umano dipende dal cuore, dove può agire la parola di Dio; dalla bocca escono parole ispirate dal sentimento che alberga nel cuore.
L’arroganza e la violenza del discorso vengono da un cuore arrogante e violento.
Il giudizio sull’altro è prima di tutto un’espressione del nostro modo di essere.
In sintesi, quando ci accingiamo a giudicare ( e lo facciamo tutti, sempre), dovremmo custodire un maestro nel nostro cuore per condurci senza arroganza.
Il vangelo parla del rapporto discepolo-maestro, e del discepolo che deve essere formato per diventare come il suo maestro. Per noi è sempre più facile vedere la pagliuzza nell’occhio dell’altro e le lacune del nostro prossimo ci irritano, perché la differenza stessa ci irrita, i limiti degli altri ci innervosiscono, la loro incomprensione ci frustra. Tuttavia, pare che proprio la differenza ci renda consapevoli dell’alterità, e sembra anche che siano proprio le mancanze del nostro prossimo ad esaltare i nostri difetti: la pagliuzza evoca la trave. Questa consapevolezza, forse un aspetto del rinascere dall’alto, non è il risultato di un percorso privo di lotte. Sappiamo che la stessa vita terrena di Gesù ha portato il segno della lotta.
Quando ci si trova di fronte ad atteggiamenti offensivi, la prima reazione dovrebbe essere quella di porsi la domanda se ci sono del tutto estranei. Non è sempre facile distinguere “la trave” e tanto meno capire di che “pagliuzza” si tratta. Esiste sempre un ampio margine di confusione quando si scatena l’aggressività; forse qui emerge anche il grande limite di ogni psicologizzazione, che non è mai in grado di spiegare, quello che le religioni nelle loro forme non fondamentalistiche, hanno saputo insegnare da sempre. Gesù dà una chiara lettura del fenomeno: davanti all’ingiustizia e al sopruso è lecito prendere la parola con veemenza, ma se insulto il mio prossimo e i miei comportamenti diventano violenti, è molto più probabile che io stia rispondendo a sentimenti deplorevoli come il desiderio di essere risarcito di qualcosa e/o di punire l’altro. A questo punto la giustizia scompare e al suo posto si affaccia il conflitto.
Anche in un processo evolutivo sano, in cui l’amore riveste pienamente il suo ruolo, è solo lo shock del confronto col prossimo che può farmi evolvere ulteriormente e il mio volto di oggi e di domani sarà sempre il prodotto di questo continuo confronto col “tu” che mi sta davanti.
Non mi spaventano i social network. Trovo  che siano rivelatori dell’essere e della natura della nostra umanità. Chiaro che non siano sempre belli da vedere. Si potrebbero naturalmente censurare e cancellare e alcuni stati totalitari non esitano a farlo. Ma la censura non soltanto nutre l’ipocrisia, nascondendo la realtà delle cose, ma causa ignoranza, lede le capacità critiche e spesso tranquillizza chi preferisce non vedere e non sapere. Giustamente scrive il Siracide:
“I vasi del ceramista li mette a prova la fornace, così il modo di ragionare è il banco di prova per un uomo” e anche  “Non lodare nessuno prima che abbia parlato, poiché questa è la prova degli uomini”.
Il volto di Gesù comincia a manifestarsi attraverso la parola che rivela l’identità della persona: è il punto di partenza di ogni incontro e di ogni possibile relazione.
Credo si debba  lasciare la parola il più possibile libera, affinché si riveli il cuore di ogni persona e ciascuno scelga chi vuole essere.
La parola libera, autentica o, al contrario, falsa, è, in ogni caso, la cartina al tornasole del grado di libertà o di schiavitù nel quale ciascuno vive, lo specchio della civiltà o dell’ imbarbarimento che ogni gruppo umano ha voluto raggiungere.
La strada da percorrere sembra ancora lunga, ma il nostro obiettivo è quello di guardare all’altro con gli stessi occhi di misericordia del Maestro.

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Una giustizia superiore

E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro

23 febbraio 2025 – VII Domenica del Tempo Ordinario
1Sam 26,2.7-9.12-13.22-23
Sal 102
1Cor 15,45-49
Lc 6,27-38

Gesù di Nazaret ha una visione particolare della legge mosaica; nel Vangelo di Matteo dice che non è venuto per abolirla, ma per darle compimento. Dal discorso della montagna, in Matteo, e dal discorso della pianura, in Luca, comprendiamo che per Lui non ha lo stesso valore che attribuiamo ai nostri codici e alle nostre leggi. La legge per Gesù è subordinata al principio della misericordia.

Le leggi umane attuali sono laiche, non dovrebbero fare distinzioni e certamente non fanno ricorso alla misericordia dei tribunali; i criteri di giudizio dovrebbero essere uguali per tutti; in caso di reato, circostanze attenuanti o aggravanti vengono applicate sulla base di elementi verificabili.
Mentre l’assoluzione di un tribunale umano dipende sempre dall’applicazione di norme scritte da uomini, è evidente che l’assoluzione divina è in ogni caso data per misericordia.

Cristianamente, dovremmo anche noi essere misericordiosi. Sempre?
Chiaro che facciamo fatica a immaginare un tribunale umano “misericordioso”, eppure credo che ci sia un’importante riflessione da fare.
Quando le situazioni umane sono caratterizzate da interessi politici e strategici diversi e da strumenti di potere che rendono asimmetriche le relazioni, applicare la legge senza rinnegare l’etica cristiana diventa una responsabilità enorme.
“Come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro”. Questo detto implica una presa di coscienza della situazione dell’altro nel suo contesto, una capacità di mettersi nei panni dell’altro non comune. Vorremmo sempre essere giudicati non colpevoli, ma non tutti sono non colpevoli. L’amore del prossimo non giustifica certo l’assoluzione di un efferato criminale.
In ogni caso le leggi umane operano entro un orizzonte decisamente molto limitato rispetto al perdono di Dio. Niente ci è dato sapere rispetto a quel perdono, che sappiamo comunque essere ispirato dalla misericordia e comunque non alla nostra portata.

Restringendo l’orizzonte alle nostre personali facoltà di giudizio, credo sia necessario ricordare che l’altro non è mai solo un individuo, ma sempre e anche una parte del corpo sociale cui appartiene e nel quale ha agito e agisce. Questa idea si può trovare formulata in Kant: “Agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona che nella persona di ogni altro, sempre allo stesso tempo come fine, e mai semplicemente come mezzo. (Fondamento della metafisica dei costumi): è “l’umano” che caratterizza l’essere delle persone ed è quello che deve essere tutelato con ogni cura.
Se andiamo avanti a leggere il testo di Luca, dopo aver rovesciato i comuni criteri di comportamento fino ad approdare all’amate i vostri nemici e al porgete l’altra guancia, Gesù parla del rapporto maestro/discepolo; risulta impossibile che tra due ciechi uno si faccia guida dell’altro, perché cadrebbero entrambi in un fosso. Sono parole semplici e immediate che illustrano l’incapacità di fondo di vedere chiaro nell’altro, perché sempre oscurati dal proprio limite.
La regola aurea della cristianità si scontra ogni giorno con i conflitti dell’esperienza e con i limiti dell’umana ragione. Per Gesù, il prossimo è colui con il quale si è in stretto rapporto di parentela per la comune origine come creature, non è un oggetto qualsiasi con il quale non si ha niente in comune a che domani non servirà più; la sua presenza pone una volta per tutte il principio etico fondante di ogni modo di essere e di agire degno dell’umanità. La comprensione di questa realtà può rendere possibile una forma di giustizia superiore al rispetto delle leggi, che ne risultano in qualche modo “perfezionate”.
L’amore per i nemici e l’assoluta non reciprocità del dono che caratterizzano l’agire di Gesù di Nazaret sono il punto di arrivo ultimo di una morale che preferisce il proprio sacrificio a quello di un fratello, ma non si tratta di un principio utopico o eroico: l’altro è l’immagine stessa di Dio, non è possibile essere ancora una volta complici nel crocifiggerlo.
Ogni giustificazione dei crimini contro la vita, come nel caso eclatante delle guerre e del sacrificio degli innocenti, è distruttiva dell’ordine del giustizia. La logica della misericordia e dell’amore per il prossimo è a tutela assoluta della giustizia umana. Lo esprime bene anche Paul Ricoeur quando scrive: «Quale diritto penale in generale, quale regola di giustizia si potrebbe trarre da una massima d’azione che stabilisca la non equivalenza come regola generale? (in Amore e Giustizia). Per “equivalenza” s’intende l’uguaglianza essenziale e originaria di tutti gli esseri umani. Per questo, dunque, la logica dell’amore in generale non abolisce le leggi, ma mira a una forma di superiore giustizia.

Il Cristo sta tuttora insegnando che le istituzioni, per quanto buone possano essere, possono guidare a una società più giusta, solo se il senso della comune appartenenza è il legame centrale che tiene insieme la comunità umana.

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Mancanza e sazietà

Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante

16 febbraio 2025 – VI Domenica del Tempo Ordinario
Ger 17,5-8
Sal 1
1Cor 15,12.16-20
Lc 6,17.20-26

Le Beatitudini del Vangelo di Luca sono lette meno spesso delle Beatitudini del Vangelo di Matteo. Luca non menziona i puri di cuore, i misericordiosi, gli operatori di pace e i miti – come Matteo – e aggiunge i “guai”, che fanno pensare a una radicale divisione tra gli uomini e a una sorta di giudizio sociale.
Inoltre, Luca situa il discorso di Gesù in un luogo pianeggiante, mentre Matteo lo ambienta “sul monte”. A questo proposito, sono possibili diverse interpretazioni. L’uditorio di Matteo ha riferimenti scritturali molto forti relativi al “monte”, in particolare al Sinai, dove Dio affidò a Mosè le tavole della legge. In questo contesto, il discorso sulle beatitudini diventa una nuova legge per il popolo. In Luca, invece, il riferimento alla pianura, potrebbe sottolineare il piano orizzontale, senza differenze di livello, su cui sono posti tutti gli uomini.
Luca, più di Matteo, mette a fuoco situazioni sociali reali: povertà, fame, pianto, persecuzione. L’evangelista parla molto dei poveri (sono menzionati dieci volte nel suo vangelo, in numero doppio rispetto a Matteo).
All’inizio del ministero pubblico di Gesù, Luca aveva raccontato l’episodio della sinagoga di Nazaret (Lc 4,16) commentando così le parole del profeta Isaia: “Lo Spirito del Signore è sopra di me, perché mi ha unto per portare ai poveri la buona novella” (Is 61,1-2, l’indizione del giubileo); la profezia “ora si è compiuta”. Il discorso sulle beatitudini è quindi una sorta di giubileo del povero, figura  spirituale e sociale che indica la condizione di mancanza, di bisogno assoluto.
Ma ci sono anche i “guai” che offrono alla riflessione la figura opposta: i sazi non potranno entrare nel Regno di Dio.
Forse perché il loro desiderio si è spento?

Questa valorizzazione dello stato di bisogno e, per conseguenza, di profondo desiderio non è priva di interrogativi.
Nel corso della storia, ad esempio, questo “giubileo dei poveri” è stato interpretato politicamente in maniera piuttosto fuorviata e fuorviante: i detrattori del cristianesimo hanno sostenuto che l’argomento poteva essere strumentale a mantenere la pace sociale in terra, in vista di un bene futuro in cielo.
Ma c’è anche un’altra insidia interpretativa alla lettura: pensare che sia necessario piangere o essere poveri per ereditare il Regno.
Veramente è ragionevole credere che il discorso sulle beatitudini vuole insegnare che saremo felici in futuro, solo se siamo poveri e afflitti oggi?
Non penso che sia possibile pensarlo, se non volendo confezionare un’immagine di un dio a misura dell’umana insipienza. Senza perdere troppo tempo a sottolineare che una simile critica si basa in fondo sulla disistima totale del cosiddetto “popolo”, ma anche di tutti coloro che nei secoli, da tutti gli strati sociali e culturali, hanno creduto e credono nella forza della religione nuova, preferisco vedere in questo brano di Luca un’autentica lezione di saggezza.
In questi versetti non si parla di vita e di morte, non si parla di inferno e paradiso, tanto meno di una vita dopo la morte, il nucleo del discorso è la mutevolezza delle condizioni di vita.
Le condizioni dell’esistenza sono in divenire, per definizione fragili e incerte, possono essere rovesciate repentinamente. La fede è certo una fonte di consolazione. Se nessuno mi consola quando sono soddisfatto, poco male, ma se sono afflitto, in uno stato di bisogno e per giunta privo di fede, la forza della speranza si riduce. Bisognoso, quindi, e privo di fede, dovrei credere ai sazi? Una specie d’inferno, semmai anticipato…
Inoltre, se mi trovassi in uno stato di bisogno e le circostanze della mia esistenza migliorassero improvvisamente, sarei molto felice. Se invece fossi ricco e mi ritrovassi improvvisamente sul lastrico, mi sentirei nei guai fino al collo. In ogni caso, una cosa è certa: ricchi o poveri, sazi o affamati, nessuno può vivere su questa terra in eterno e, dunque, che il regno venga, ora o dopo la nostra morte, è solo una questione di desiderio, di speranza e di fede.
Il Regno non viene per chi non desidera che venga.

La forza delle Beatitudini è quella di far sgorgare dallo stato di mancanza e dal desiderio che ne deriva, qualcosa di completamente diverso, di nuovo, una prospettiva capace di metterci in movimento. Sebbene le Beatitudini di Luca si prestino ad una riflessione sulla caducità e instabilità dell’esistenza, è bene ricordare che la parola “felice”, “beato” deriva da un verbo ebraico che significa “stare in piedi, camminare”.
La felicità non è un sentimento-conseguenza della staticità dell’essere o del benessere inerte; è una conseguenza dell’essere in movimento, dotati della volontà di fronteggiare il senso di fatalità e tutto ciò che eventualmente sfigura la nostra esistenza, personale e comunitaria. 
Io credo che alcune difficoltà siano fattori risolutivi, atti a svegliare la mente e il cuore. Prendere coscienza del proprio limite è già l’inizio della liberazione. D’altronde, è più incline al desiderio di liberazione chi si trova in uno stato di mancanza, chi sa di non avere tutto e in ultima analisi trova privo di ogni logica contare solo su se stesso.

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