Dall’ascolto all’azione

Vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto

8 giugno 2025 – Pentecoste

At 2,1-11
Sal 103
Rm 8,8-17
Gv 14,15-16.23-26

Il cristianesimo è un modo di vivere secondo un insieme di valori incarnati da Cristo e trasmessi dai vangeli. Quindi il cristianesimo non è una conoscenza esoterica, né un’ideologia, per questo anche oggi i discepoli devono guardarsi dalle due tentazioni dello gnosticismo e del pelagianesimo, che esaltano a dismisura il primo la conoscenza e il secondo lo sforzo personale.
Nel vangelo di oggi gli apostoli vengono rassicurati che, una volta andato via il Signore, non rimarranno senza sostegno. Verrà inviato loro il paraclito perché mantengano vivo il ricordo delle parole del Cristo, perché possano realizzare la loro missione; lo spirito dimorerà in loro e sarà loro consigliere, consolatore e difensore quando il mondo li chiamerà in causa istigandoli a comportarsi in maniera difforme dalla via predicata da Gesù di Nazaret.
In altri termini lo Spirito è la luce interiore che illumina il cammino, l’energia che consente di compiere azioni migliori più di quanto potessimo noi stessi immaginare. 

Quando Giovanni scriveva il suo vangelo, gli apostoli e le loro prime comunità si trovavano in una situazione difficile: presi in giro, cacciati dai luoghi di culto, perseguitati. Per essere testimoni hanno bisogno della memoria, della speranza, di una visione del mondo dettata dall’amore, per questo il Cristo promette di inviare il paraclito, di cui Pietro parla nella sua epistola.
Di fronte all’aggressività degli avversari, lo Spirito invita alla testimonianza “per amore”, quindi alla non-violenza come caratteristica principale. San Pietro ribadisce questo concetto:  “Siate sempre pronti a rendere conto della speranza che è in voi. Ma fatelo con dolcezza e rispetto” (1 Pt 3,15-16).
La nostra speranza consiste nel credere che siamo accompagnati ogni giorno dalla presenza del Signore e che la nostra vita non finisce con la morte del corpo.

Di fronte a questa speranza chi ci incontra da non-credente ci interroga e si interroga, spesso incredulo.

Nel nostro mondo emerge con chiarezza la violenza: non abbiamo mai smesso di contare le vittime innocenti, nonostante nello stesso mondo siano state anche scritte le carte dei diritti dell’uomo e dei bambini e tanti siano coloro che si adoperano perché cessino le violenze.
Il cuore umano dunque non è solo “buono”, ma può volendo, istigare a compiere ogni bassezza.
Le persone gentili, benevole e amorevoli sono propriamente un dono di Dio a vantaggio del nostro mondo: rompono la spirale infernale della mancanza di rispetto, dell’aggressività e della violenza. Quando il rispetto e la gentilezza sono presenti nelle famiglie e nelle comunità, lì prosperano la pace e l’armonia. La mitezza e il rispetto non sono solo doti caratteristiche della buona educazione, sono anche virtù evangeliche ( “Beati i miti…). La gentilezza e il rispetto creano un clima di fiducia, disinnescano molti spiriti bellicosi e creano spazio per gli interrogativi sulla speranza.

Cos’è il paraclito? I traduttori della Bibbia hanno traslitterato una parola greca. Si tratta dello stessa stesso Spirito che aleggia sulle acque all’inizio del Genesi e di cui si parla negli Atti degli Apostoli e nel libro del profeta Daniele.
Pare che i primi cristiani discutessero attorno a questo paraclito e si chiedessero se fosse sempre lo stesso operante in tutti i discepoli: in Pietro, come in Giovanni, in Paolo come in Giacomo. L’etimologia greca lo indica come colui che viene, quando è invocato.
Se sei solo e non riesci assolutamente a fare qualcosa, facilmente sei capace di chiamare qualcuno perché ti aiuti. In condizioni più serie, che riguardano il comportamento morale e le relazioni con gli altri, o la malattia e la sofferenza, chiamiamo spesso qualcuno accanto a noi, un amico, un consigliere, un “paraclito” appunto.
La situazione dei discepoli di Gesù, nel momento descrittto da Giovanni, è probabilmente molto più grave: il maestro sta salutando, se ne sta andando al Padre. Come faranno ora?

Gli apostoli si chiedono che ne sarà del loro essere discepoli, e noi ci chiediamo cosa avremmo fatto al loro posto e soprattutto come facciamo oggi.
Intanto, grazie ai discepoli, il Vangelo ci è stato trasmesso e io credo che la trasmissione effettiva, nelle parole e negli atti, sia segno della presenza del Paraclito. Quando una persona ha preso atto della verità attorno alla propria condizione umana, cioè dell’esistenza di Dio in senso generale e in rapporto a se stesso come individuo e sceglie di vivere in questa verità in pensiero, parole ed opere, attualizza la trasmissione del Vangelo.
Finché siamo all’ombra di un maestro, non abbiamo motivo di apparire in piena luce, e finché c’è lui, possiamo far sapere che gli somigliamo e che lo seguiamo, senza mai riconoscere ciò che siamo e, in definitiva, assumerci la responsabilità del nostro parlare e del nostro agire.

È solo (grande verità umana) quando il maestro smette di parlare, scompare e muore che sapremo chi sono e quanto valgono i suoi discepoli.

Esiste una verità anche nella condanna: il principe di questo mondo è già stato condannato, è così.

Chi è il principe di questo mondo ancora?
Il consenso alla fatalità dell’ordine fittizio costruito sull’idolatria del potere, del denaro, della violenza.
L’inesorabile dubbio sulla fine di un’era, che sperimenta oggi una parte della generazione non più giovane, ma neanche decrepita – i nati tra gli anni Cinquanta e Sessanta del cosiddetto “secolo breve” – anche se fosse fondato, non rappresenterebbe la fine del Vangelo, né della sua trasmissione, perché siamo parte di una corrente diversa che include ogni cambiamento epocale. Troppo difficile? Troppo complicato? Troppo doloroso in alcuni casi?
Il Paraclito è dove questa verità è predicata e vissuta ed è dove ritorna la gioia che resta promessa e sempre ritorna.
Anche la menzogna è un fatto reale, solo che è già morta dall’inizio e millanta una speranza falsa.
Possiamo sperare di essere compresi quando testimonieremo la verità, ciascuno con il proprio dire e con il proprio modo di testimoniare, nella mitezza, nel rispetto, nell’amore per il Signore e per il prossimo (che è la stessa cosa).

Da questo altri potranno riconoscere la comune discendenza e la nostra e la loro identità.

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Sono proprio io!

E nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli
la conversione e il perdono dei peccati,
cominciando da Gerusalemme.

1° giugno 2025 – Festa dell’Ascensione

At 1,1-11
Sal 46
Eb 9,24-28;10,19-23
Lc 24,46-53

Nei vv. 44-49 del Vangelo di questa domenica Gesù pone nella Scrittura la chiave di lettura del suo destino come aveva già fatto con i discepoli di Emmaus v. 26s), ma c’è un nuovo elemento rappresentato dall’annuncio della “conversione per il perdono dei peccati” a tutte le nazioni.
Si tratta di un progetto che occuperà l’intero libro degli Atti, e, in un certo modo, occupa anche tutti noi  oggi.
Il progressivo programma di riconoscimento del Risorto culmina nella Parola che costituisce testimoni i discepoli, grazie alla Scrittura: “Così sta scritto” (Lc 24,46), perché Dio agisce nella Scrittura, suscitando ovunque la forza di liberazione così risvegliata.
Luca, con un colpo di genio letterario, permette ai suoi lettori – noi compresi – di unirsi al movimento salvifico che va dalle parole di Gesù alle Scritture e dalle Scritture al destino di Gesù “morto e risorto il terzo giorno”.
Se rileggiamo a partire dal versetto 33, possiamo forse orientarci meglio.
Luca descrive in vari modi sia la gioia che la paura di chi incontra il Risorto, utilizzando  un linguaggio quasi poetico, che mira a rendere prossimo al lettore il mistero della risurrezione.
La frase “increduli di gioia” mi sorprende, mi delizia e  mi interroga, del resto, mi dico, come si può esprimere l’incontro con il Risorto, se non poeticamente? Ci vuole tempo perché gli occhi si aprano.
Mi viene in mente l’ossimoro di 1 Re 19,12 dove Dio si fa conoscere al disperato Elia con “una voce di fine silenzio”, spesso indebolita nelle traduzioni da “brezza leggera” o “spiro sottile”. In parallelo penso al racconto di Emmaus il versetto v. 31 dello stesso capitolo: “Allora si aprirono i loro occhi e lo riconobbero; e divenne loro invisibile”.  (traduzione TOB). Così come viene riconosciuto, diviene invisibile e lo si scopre presente nell’assenza. Necessariamente si è “increduli per la gioia” come effetto soteriologico o esistenziale dell’apparizione del Risorto, riconosciuto dai segni del suo destino storico, dai segni della sua passione. Che effetto può produrre questo sul lettore? Sono rivelazioni paradossali che rimettono in moto, animano persone altrimenti profondamente scoraggiate. I due discepoli, infatti, partono immediatamente da Emmaus per tornare a Gerusalemme e “riferire”, (v. 35).
Di fronte alla sorpresa e al terrore suscitati dalla sua improvvisa apparizione, il Risorto, mangiando davanti ai discepoli, li salvaguarda dal commettere l’errore di pensarlo un puro spirito: è vivo come persona, è tutt’uno con la sua storia, è coerente con le sue parole. Dice solo quello che già sanno, ribadisce che la vera forza divina si esprime attraverso la parola. Questa parola eleva, libera, restituisce l’essere e permette di rileggere il passato alla luce della Scrittura liberandosi dal “peccato” che imprigiona la vita.

Dopo aver avuto la “prova mediante testimonianza”, si tratta di trovare la forza per testimoniare l’annuncio della conversione in vista del perdono a tutte le nazioni?
Qual è lo scopo della storia?
Penso sia essenziale per ancorare la fede al corpo, o, se si preferisce, riportare il corpo nella fede, magari consolidare la fede attraverso le emozioni e riconciliarle se necessario. Naturalmente, si tratta di rendere i discepoli (e i lettori) testimoni.
Il processo del passaggio attraverso il corpo è tutt’altro che banale per fondare questa missione. Ci si potrebbe meravigliare dell’enfasi posta sul corpo del Risorto. Ma la mentalità greca, e, forse ancora di più quella dell’uomo moderno, rifiuta l’idea di una risurrezione corporea; desidera realmente un Risorto, ma lo concepisce semmai come un’essenza soprannaturale. Ecco perché l’evangelista arriva fino a comporre un racconto in cui Gesù chiede di essere toccato per verificare la sua corporeità, e dove mangia esattamente come faceva prima di morire.
Se Gesù venisse confuso con un qualche fluido spirituale, sarebbe molto più semplice manipolarne le descrizioni come fanno gli amanti del soprannaturale di ogni epoca; questo rischio è presente e Luca se ne tutela affermando con concretezza la vera identità del Risorto e indicando il luogo privilegiato per riconoscerlo: il pasto.
In tre occasioni Gesù mangia con i suoi discepoli dopo il Venerdì Santo (Lc 24,30.43; Gv 21,13). Questa frequenza è sintomatica del luogo d’incontro per eccellenza: il pasto condiviso.
Liturgicamente si tratta dell’Eucaristia, ricordo dell’ultima cena, il pasto durante il quale Gesù riunisce il suo popolo, ricorda il dono della sua vita, e chiede di ripetere i gesti che permettono all’assemblea dei credenti di essere corpo di Cristo.
La Chiesa è fondata su questa promessa di essere il corpo visibile di Cristo nel mondo.
Inoltre, l’insistenza sul corpo del Risorto non può che incoraggiarci a tenere conto della nostra condizione fisica.
È bene notare, però, che il nostro brano non descrive un Eucaristia; Gesù qui mangia da solo e segna una distanza dai suoi discepoli, un’esperienza ancora attuale.
Mentre nessuno afferma di aver visto Gesù risorgere (a differenza di molti dipinti), è sempre per iniziativa del Cristo che avviene l’incontro e quindi i discepoli affermano di avere visto Gesù risorto. Ad un certo punto, come in un lampo di consapevolezza, riconoscono la stessa persona che avevano conosciuto prima della Passione e, letteralmente, si mette in moto la loro memoria, apparentemente perduta.
Questo evento è percepibile attraverso l’esercizio della fede. Le Scritture ci permettono di riflettere sul senso della vita e della morte di Gesù per poterne comprendere il significato. L’esperienza della presenza del Cristo risorto oggi non è tanto diversa da quella dei discepoli, ma se abbiamo potuto riconoscere Gesù con l’aiuto della memoria, dobbiamo fare riferimento alla Scrittura per confrontare la nostra esperienza di questa Presenza con quella del Gesù di cui parlano i Vangeli. Si tratta di ripensare tutto alla luce della risurrezione.
Per Luca, il pentimento, predicato da Giovanni Battista come da Gesù, è la prima parola della Buona Novella, e il Cristo invita al pentimento mostrando l’amore infinito e straordinario di Dio a chi meno se lo aspetta.
Luca non dice nulla su come i discepoli predicassero il pentimento. Gli Atti degli Apostoli, invece, registrano tre chiamate al pentimento, tutte da Pietro (At,2,38;3,19;5,31). Non è un caso che Luca presenti Pietro come apostolo per eccellenza della penitenza; fu infatti il Cristo a suscitare in lui il pentimento, con un solo sguardo, quando, la notte del suo arresto, fu rinnegato tre volte proprio da Pietro. L’insegnamento riguardante il peccato, il perdono, la conversione e la testimonianza rappresenta il nucleo centrale del testo lucano. Nella logica risolutiva della narrazione di Luca, l’azione trasformativa avviene proprio nel momento in cui il Cristo dice: «Avete qui qualche cosa da mangiare?».  Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro (vv 41-43).
Gesù risolve il blocco dei discepoli mostrandosi risorto in carne ed ossa prima di rivelarsi loro attraverso la Scrittura: “aprì loro la mente perché comprendessero le Scritture”.
Il Cristo prima abbatte l’incredulità e poi apre l’intelligenza, rendendo comprensibile ciò che prima sembrava impossibile. Tramite questa dinamica i discepoli diventano testimoni del Cristo Risorto.
Il Cristo è Colui che è, ed insegna l’origine del linguaggio dell’Essere a noi tutti, che abbiamo la mente confusa, annebbiata, costretta da falsati paradigmi di una pretenziosa logica razionale, che quando rimaniamo al di qua dell’incontro, continuiamo a saper dire solo:“io qui, io lì”.
Quando il Cristo si manifesta come persona, lo fa inaspettatamente e con una meravigliosa formula sovrana che a Lui solo appartiene. Sembra dire: Mi riconosci? Sono proprio Io!

In quel momento, ci è possibile vedere con chiarezza quale relazione abbiamo instaurato con il Signore.
E sarà una grazia.

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La pace è per l’uomo

Lo Spirito Santo v’insegnerà ogni cosa

25 maggio 2025 – VI Domenica di Pasqua

At 15,1-2.22-29
Sal 65
Ap 21,10-14.22-23
Gv 14,23-29

Ho sempre pensato che la pace e le preoccupazioni non vanno d’accordo, almeno fino al giorno in cui ho capito che la tranquillità del cuore dev’ essere coltivata proprio a partire dalle preoccupazioni.
Ho imparato nel tempo che la preghiera per il risanamento altrui porta con sé il primo passo per conoscere la propria malattia. Le preoccupazioni riguardo ai fratelli rendono visibili le proprie parti ferite.

Il Salmo 23, tanto caro ai cristiani di tutte le generazioni, fa riferimento in maniera sottile a questa dinamica: “Per me tu imbandisci la tavola, sotto gli occhi dei miei nemici” (v.5).
I nemici non sono solo esterni, ci sono anche avversari interni, che ostacolano progetti e speranze, appannando la visione della propria vita e di quella di coloro che amiamo.
Spesso occupiamo un posto che mette in evidenza la prospettiva più problematica su eventi e persone; la prospettiva è sempre personale e più frequentemente mette in rilievo quello che percepiamo come ostacolo. Le situazioni quotidiane sono la mensa imbandita cui fa riferimento il salmo. L’invito alla mensa non è per evitarla, cercando una strategia di allontanamento o una via di fuga, ma un invito a portare ciò che si è e a condividere il pasto.
Cosa può aiutare, nelle situazioni più difficili, a resistere ai nostri avversari, senza soccombere ai loro attacchi o affondare sotto i loro colpi? Come restare in piedi nella prova, in una pace che supera ogni comprensione?
Rallegratevi sempre nel Signore. Ripeto: rallegratevi.
La vostra mansuetudine sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino. Non angustiatevi di nulla, ma in ogni cosa fate conoscere le vostre richieste a Dio in preghiere e suppliche, accompagnate da ringraziamenti. E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù. (Fil 4,4-7).

Un mio amico, qualche giorno fa, ha avuto un infarto; oggi, grazie a Dio, è a casa, sano e salvo, ma tutta la famiglia ha vissuto momenti difficilissimi, mentre lui dice che due gesti lo hanno salvato: chiedere aiuto e affidarsi alla forza della preghiera altrui.
Qualche settimana fa un altro amico mi ha telefonato per dirmi che sua moglie era prossima alla fine, non c’era più nulla da fare, solo pregare.
Lo sconforto che ci pervade accanto ad una persona amata che se ne va, e perfino la rabbia che talvolta afferra di fronte alla sua sofferenza e alla sua morte, possono essere alleviati dall’altrui preghiera e benevolenza. Sperimentare la fraternità dei cuori lascia un segno indelebile, allevia il dolore e dona la forza per andare avanti. La preghiera ha il potere di trasfigurare il volto del mondo; quando forma comunità, non solo diventa balsamo, ma sposta le montagne.
Mantenere salda la speranza durante le turbolenze si può apprendere, la fede è come un muscolo: per svilupparsi ha bisogno di esercizio.

Quanto più si attraversano momenti difficili, tanto più è importante “prendersi la briga” di fermarsi durante la giornata alla presenza del Signore. Se la tempesta interna è troppo forte, io mi fermo anche ogni ora per qualche minuto.
Gesù era anche un uomo e ha certamente sofferto come tale, le Sue parole nel Getsemani lo esprimono chiaramente: “L’anima mia è triste da morire” (Mt 26,38). La risurrezione non gli ha evitato di vedere l’abisso del male davanti a sé e di esserne partecipe, pur nella convinzione che proprio in quel calice era il germe universale del moto della vita.
Il versetto 5 del Salmo 23 esprime bene questa idea: “Per me tu imbandisci la tavola, sotto gli occhi dei miei nemici; cospargi di olio il mio capo; la mia coppa trabocca”.
Quando ci sediamo di fronte a ciò che ci fa male, di fronte a ciò che ci spaventa, in quello stesso istante, ci viene concessa una benedizione.
Questo, logicamente, non significa che ogni difficoltà viene magicamente risolta o che possiamo evitare di lasciare questo mondo, o che dovremmo essere masochisticamente lieti di attraversare la sofferenza e la morte, ma che nei momenti bui è possibile, attraverso la fede e l’amore, mantenere quella pace di fondo, che tiene accesa la fiamma dei viventi. Come dice il versetto precedente dello stesso salmo: “Quand’anche camminassi nella valle dell’ombra della morte, io non temerei alcun male, perché tu sei con me” (v. 4).

La pace delle Scritture, “che supera ogni intelligenza” (Fil 4,7), non ha nulla a che vedere con l’aspettativa dello sradicamento di ogni male esterno nel mondo. Al contrario, il cristiano compie un cammino interiore, prendendo in carico la propria condizione di essere umano, prendendo…tutto il pacchetto: beni terreni, godimenti, malanni e sciagure.
Quando camminiamo all’ombra dei nostri guai, dovremmo poter ricordare che oltre le nuvole c’è comunque il sole. La pace trova il suo fondamento nella fede, nella capacità di decentrarsi e considerare che la nostra personale  esistenza e la prospettiva del nostro sguardo, con tutte le sue emozioni e preoccupazioni, non intacca la realtà viva e trascendente che ci abita.
La luce è la condizione di fondo, le nuvole sono formazioni destinate a dileguarsi, la luce, del resto, può illuminare solo la materia. La pace, secondo me, deriva dall’accettazione della propria realtà materiale: non siamo noi la luce, possiamo solo esserne illuminati e accogliere la pace del Cristo Risorto.

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Gloria

Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri.
Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli:
se avete amore gli uni per gli altri

18 maggio 2025 – V Domenica di Pasqua
At 14,21-27
Sal 144
Ap 21,1-5
Gv 13,31-35

Il testo del Vangelo di oggi è molto breve: cinque versetti di grande densità, un messaggio di Gesù ai suoi discepoli, trasmesso dopo che Giuda è appena uscito dal cenacolo per compiere la sua opera; la passione di Gesù è iniziata ed è questo il momento scelto per un discorso di concisa essenzialità. Cosa viene detto di così fondamentale? Gesù dice di essere stato glorificato in Dio e che Dio è stato glorificato in lui. Il verbo glorificare si ripete cinque volte, si parla della gloria di Dio.

Cosa significa essere glorificato?
Nell’Antico Testamento la parola “gloria” ha un significato leggermente diverso da quello che ha per noi in italiano. Quando si usa il termine “gloria”, ci si riferisce principalmente alla fama che circonda e precede, per esempio, un artista, uno sportivo, un capo militare o comunque persone che si distinguono in un determinato settore.
Nell’Antico Testamento la gloria non è legata tanto alla fama, quanto a ciò che ha peso realmente nell’economia morale di un uomo.
Sostenere il peso della gloria di cui è stato glorificato il Cristo, non riguarda il solo essere umano, troppo fragile e vulnerabile, ma riguarda Dio e il rapporto dell’uomo con Dio.
Ireneo di Lione diceva che la gloria di Dio è l’uomo vivente. Caratteristica della gloria di Dio è che può essere donata, condivisa senza depauperamento di chi la dona. Per questo “il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui”.

Nel contesto del Vangelo di questa domenica, l’opera del male, che sempre punta ad incrinare e distruggere la vita dell’uomo e il rapporto dell’uomo con Dio, prende l’avvio dall’agire più o meno consapevole di Giuda, uno dei dodici, uno degli amici di Gesù di Nazaret. Ciò che segue rende manifesta la gloria di Dio nell’atto di riversarsi sull’umanità: l’uomo è vivente in eterno in forza della sua relazione con Dio, al di là di ogni possibile opera del male.
In effetti, sarebbe stato difficile prevedere l’esito della Passione di Cristo da questo breve discorso; nè Giuda l’avrebbe immaginato, né altri. Gli apostoli solo più tardi comprenderanno in pieno quello che hanno vissuto.

Fulcro della relazione che unisce in comunione Dio Padre e il Cristo è quello stesso amore che il Cristo chiede circoli tra i suoi discepoli.
La gloria si riversa dal divino all’umano, quando lo Spirito scende sulle persone dal cuore aperto. La gloria di Dio è, infatti, per gli uomini, negli uomini, non esiste alcun dio lontano, chiuso in se stesso, distaccato dalla sorte della sua creazione.
La gioia che gli esseri umani provano nell’amarsi autenticamente e nell’essere interamente in quel che fanno e producono è un riflesso della gloria di Dio. Quando sperimentiamo la mancanza d’amore, anche tutto il resto cui siamo normalmente attaccati ci sembra privo di valore e d’interesse, qualunque attività non serve a calmare una certa agitazione vana e sterile, accompagnata da un senso di noia; le giornate scorrono in un’atmosfera paragonabile al suono vuoto e sgradevole del metallo risonante (cfr 1Cor 13,1).
Voglio precisare che un senso di fondo di totale mancanza d’amore non viene dall’esterno.
L’amore per un altro o per gli altri, in senso anche vocazionale e missionario, sblocca e scioglie ogni eccessiva preoccupazione per se stessi e per il proprio futuro, rende bella ogni attività, perché è svolta per qualcuno; come si dice, si agisce per amore e non più per forza. Questa beata condizione potrebbe indurci ad una riflessione sulla benevolenza, qualità così rara, a trovarsi in giro. Normalmente siamo impegnati a giudicare e a valutare persone e situazioni, e a prendere posizione a torto o a ragione, in qualsiasi caso e non sembra che la società goda per questo di migliore salute.
La gloria di Dio si manifesta visibilmente quando il cuore chiuso si trasforma in cuore benevolente, mentre pensieri e azioni si fanno letteralmente più belli. Allora siamo anche testimoni della presenza di Dio.

Potremmo iniziare a rivolgerci agli altri con gentilezza, con premura affettuosa, desiderando per loro il meglio, quel meglio che desidereremmo per noi stessi se fossimo nelle loro condizioni.
Sono i gesti della piccola bontà di ogni giorno ad essere importanti; la gloria di Dio si manifesterà in sovrappiù, perché nell’amore per il prossimo riposa la gloria divina.

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Il cuore oltre l’ostacolo

Nessuno le rapirà dalla mia mano

11 maggio 2025 – Quarta Domenica di Pasqua
At 13,14.43-52
Sal 99
Ap 7,9.14-17
Gv 10,27-30

L’immagine del pastore parlava ad un popolo abituato a vedere greggi di pecore che calpestavano la polvere seguendo il loro pastore; i profeti la usarono per descrivere il rapporto tra Dio e il popolo di Israele: “Il Signore è il mio pastore: non mi manca nulla”; Gesù la usa per descrivere il rapporto con i suoi discepoli.
Il rapporto tra il pastore e il suo gregge diventa presto stretto e personale: il pastore coglie l’odore delle pecore al punto da diventare parte integrante del gregge, le pecore riconoscono la voce del pastore e rispondono alla sua chiamata. Insieme si mettono in cammino, come gli uomini e le donne che seguono Cristo dopo averlo incontrato e ascoltato.
“Ascoltare, conoscere, seguire” sono tre verbi che caratterizzano l’appartenenza del discepolo, e dunque tre criteri utili per valutare la forza della propria appartenenza.
– “Ascoltare” la Parola – il Vangelo – per sentire la sua chiamata, lasciare che la sua eco risuoni nel profondo della coscienza per orientare ogni giorno la nostra esistenza;
– “conoscere” la Parola nel senso biblico del termine, vivendo l’impulso d’amore che permette a due persone di capirsi, di apprezzarsi, di amarsi;
– “seguire” la Parola che si è fatta carne, camminando davanti a noi e illuminando il senso e la direzione del nostro percorso.
Il Pastore condurrà le sue pecore oltre la morte e nessuna forza potrà strapparle alla sua guida, perché il Pastore è una cosa sola con il Padre.
L’affermazione è forte e gravosa, perché rassicurando le sue pecore, il Pastore ha lasciato che altri lo condannassero a morte. Nel controverso contesto dell’epoca, i custodi del dogma gridarono alla blasfemia, e raccolsero pietre per lapidarlo.
Ascoltare, conoscere, seguire. Se coniugati al presente della prima persona singolare, non soltanto regalano la libertà dei figli di Dio di amare e di uscire dalle tenebre della violenza, della sofferenza e della morte, ma anche la forza di gettare il cuore oltre l’ultimo ostacolo.

È una scelta di campo accettare di vivere già ora da risorti, alla sequela del Risorto che porta la pace… “disarmata e disarmante”…

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Ricominciare

Non avete nulla da mangiare?

4 maggio 2025 – III Domenica di Pasqua
At 5,27-32.40-41
Sal 29
Ap 5,11-14
Gv 21,1-19

«Figlioli, non avete nulla da mangiare?».
Gli rispondono: «No».

Inerzia, svogliatezza, voglia di nulla, apatia, mare piatto, come agosto in Pianura Padana quando non tira un alito di vento; aridità, noia, e vuoto, questo il grande drago dell’essere umano, che ha dimenticato qualcosa di essenziale, senza neanche sapere a che proposito.
Senza la necessità di ricorrere al termine “depressione”, penso che tutti noi abbiamo provato, almeno una volta nella vita, questa sensazione o condizione sentimentale, essere come avvolti in una nuvola plumbea, mezzo addormentati, insoddisfatti, dolenti.
Dice Simon Pietro: “Io vado a pescare”: la reazione salutare di chi è vivo. Come dire che, ogni mattina, l’importante è scendere dal letto, mettere il primo piede per terra e alzarsi per fare ciò che c’è da fare: prepararsi, riordinare le idee e le cose, uscire per strada, andare a lavorare o altrove, camminare. In ogni caso, incontrare altri esseri umani.
La pesca miracolosa non sembra essere un’esperienza quotidiana, eppure Pietro, quello sempre molto umano, piantato con i piedi per terra, rapido all’errore, ancora più rapido nel pentimento, ascolta la richiesta, si muove, agisce, fa quel che c’è da fare, getta la rete una volta di più e all’improvviso diventa testimone del miracolo.
Giovanni riconosce per primo la situazione, probabilmente perché, aperto all’amore senza alcuna resistenza, non si scherma, non si difende: “Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!»”. Pietro si fida, allaccia il camiciotto e, come è nel suo stile, si lancia in acqua per raggiungere il Signore.
Hanno pescato centocinquantatre grossi pesci, molto più del necessario, e, tra l’altro, paradosso dei paradossi, c’è già del pesce cotto a riva: pasto abbondante per tutti e otto i presenti, imbandito con quel cibo che c’era fin dall’inizio e con una piccola parte di quello appena pescato. È proprio così che chiede il Signore: “«Portate un pò del pesce che avete preso or ora»”. La mensa, evidentemente, ha sempre bisogno di una partecipazione personale, dell’esserci interamente con quello che si ha, con “il frutto della terra e del lavoro dell’uomo”.

Cosa ne è ora del vuoto e dell’aridità di prima?
I discepoli sono scaldati dal fuoco acceso sulla riva, un fuoco che ricorda quello nel petto dei discepoli di Emmaus quando incontrano il Risorto, lo stesso che si manifesta nella Pentecoste, portando chiarezza nelle teste, oltre che nei cuori.
Possiamo interpretare quei centocinquantatre pesci come l’abbondanza del discorso del Cristo, propriamente inteso come quel lógos che è fin dal principio: una Parola che ci accompagna, rinnovata, da millenni – periodo relativamente breve, rispetto alla storia dell’uomo – una Parola che può cambiare radicalmente il mondo, orientandolo ovunque verso il bene.
Quanto tempo ci vorrà ancora? Dipende “anche” dalla partecipazione personale di ciascuno.
Nel Giubileo della Speranza dovremmo nutrire la speranza che ciascuno possa definitivamente volgersi verso la luce, cessando di causare il male direttamente o recidendo i legami di complicità, anche solo ideologica, col pensiero mortifero.
La complicità ideologica è l’ignavia dantesca, piazzata alle porte dell’inferno, vicino all’Acheronte, dimora di quelli che, girando in tondo, non hanno ancora la forza, la coerenza e il coraggio di dire “no” al disprezzo per la vita e per la verità.

Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca. Tu dici: «Sono ricco, mi sono arricchito; non ho bisogno di nulla», ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo. Ti consiglio di comperare da me oro purificato dal fuoco per diventare ricco, vesti bianche per coprirti e nascondere la vergognosa tua nudità e collirio per ungerti gli occhi e ricuperare la vista.” (Ap 3, 15-18).

Mi ricordo che sulla riva arde un fuoco già acceso dal Cristo.

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Il vuoto colmato

Abbiamo visto il Signore

At 5,12-16
Sal 117
Ap 1,9-11.12-13.17.19
Gv 20,19-31

Risorto, Gesù si unisce ai suoi discepoli per trasmettere loro ciò che c’è di più intimo: il soffio vitale delle persone divine. Il suo gesto è un’estensione del soffio creatore che aleggia sulle acque per trarre il mondo fuori dal caos primordiale. La resurrezione non è un ritorno al passato, è il nuovo inizio, la nuova creazione. Trasmettendo lo Spirito ai suoi discepoli, il Risorto apre loro una nuova strada, trasformandoli in testimoni della riconciliazione e della benevolenza divina. 

L’opera del Cristo consiste nel riunire i figli di Dio dispersi (Gv 11,52). I cristiani portano avanti una missione di unificazione e riconciliazione, quindi non dovrebbero temere di uscire dai loro ambienti, interiori ed esteriori, dentro i quali si sono asserragliati timorosamente, lamentando un passato che non mantiene le promesse. Lo Spirito del Cristo apre una via di riconciliazione che si estende a tutti, attraverso ogni cultura, senza distinzione: “Cominciarono a parlare in altre lingue… ciascuno le udiva nel proprio dialetto” (At 2). Che gli inviati vadano verso il vasto mondo parlando la stessa lingua dei loro ascoltatori…

Come riconoscere un inviato, colui che viene nel nome del Signore? Come sapere se è davvero lo Spirito del Signore che abita in lui? Da quali segni potremmo riconoscerlo?
La pace nata dal radicamento in Cristo e la naturalezza dell’impegno nel mondo sono due buoni indizi che testimoniano la misteriosa presenza del Risorto.

I discepoli affermavano di aver visto il Cristo Risorto. Pieno di normale buon senso, Tommaso temeva che i suoi amici fossero vittime di un’allucinazione collettiva o di una loro troppo fervida immaginazione. Tommaso, che non crede ai fantasmi, né ai sogni ad occhi aperti, vuole delle prove: se è proprio il Crocifisso che hanno incontrato vivo, deve occupare uno spazio e fare appello ai sensi. Per quanto caricaturale possa essere, la richiesta di Tommaso è del tutto comprensibile. Quasi tutti i resoconti delle apparizioni del Risorto alludono a reazioni simili, dai suoi amici più cari, che non lo riconoscono, a Maria, che lo prende per il giardiniere, ai discepoli di Emmaus che pensano sia un forestiero di passaggio, ai discepoli riuniti nel cenacolo che temono si tratti di un fantasma.

Il Risorto, né atteso, né desiderato, appare all’improvviso, a porte e finestre chiuse, in uno spazio isolato dall’esterno, simbolo del tracollo psichico. Apportatore di pace, rovescia le situazioni, spingendo sulla via della riunione e della riconciliazione.
Una volta riconosciuto, non può essere afferrato o toccato, perché, oltre le leggi della natura, Egli s’impone trasformando di fatto e radicalmente coloro ai quali si manifesta. Trasforma i cuori, dona la forza per compiere atti prima giudicati impensabili, riempie un vuoto metafisico, che è l’origine misconosciuta di ogni desiderio.

Quando Tommaso capisce, è di colpo consapevole della trasformazione interiore che lo ha reso capace di cogliere e accogliere un altro tipo di presenza del Signore, del suo Dio.
Ad ogni apparizione i Vangeli menzionano due elementi sensibili, iscritti nella realtà materiale e sociale della comunità cristiana: le Scritture e il pasto comune (l’Eucaristia).
Sono due luoghi facilmente identificabili che mostrano allo stesso tempo la semplicità e la grandezza della presenza del Risorto.

E se le scritture e il pasto comune sono gli ambiti preferenziali della manifestazione del Risorto,

urge una risposta sul dove siamo noi nel frattempo. Due interrogativi semplici, ma se ce li poniamo, potremo vedere tanto altro.

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Uscire dal sepolcro

Voi sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea

20 aprile 2025 – Pasqua

At 10,34.37-43
Sal 117
Col 3,1-4
Gv 20,1-9

Avevano scommesso su Gesù, lo seguivano con tante illusioni, convinti che fosse la via giusta per loro, che li avrebbe portati nei posti giusti. Ma Gesù si era rifiutato di fare il gioco del potere e del populismo, tutto era crollato e la vicenda del loro Maestro si era conclusa con un processo truccato, una condanna ingiusta e una morte infame. Quello che avrebbero potuto fare ora era seppellire i loro sogni, dimenticare e sperare di essere dimenticati.

Sta sorgendo un nuovo giorno che a poco a poco dissiperà l’oscurità.
La tomba è vuota: lacrime di chi lo ha amato ed è rimasto fedele, perplessità dei discepoli avviluppati nel loro passato, ricerca affannosa di un cadavere introvabile.

Per Maria Maddalena la tomba vuota è segno che qualcuno ha fatto uscire il corpo.
Resta anche un’ipotesi plausibile: qualcuno ha rubato il cadavere per eliminare ogni traccia di uno che dava fastidio anche da morto. Nel corso del tempo, infatti, quelli che si sentono a disagio di fronte al messaggio del Cristo, finiscono per affermare forte e chiaro che “Dio è morto!”

Ma di fronte al sepolcro vuoto, Maria di Magdala e i discepoli giunti con urgenza, quelli che avevano conosciuto bene Gesù di Nazaret per essergli stati vicino, non sanno esattamente cosa pensare: tutto è lì, bende e sudario, solo il corpo è scomparso, svanito, evaporato.
Il testo greco del Vangelo suggerisce che la chiave del mistero è una questione di sguardo; l’evangelista adopera tre verbi diversi per caratterizzare il modo in cui ciascuno dei protagonisti percepisce il sepolcro vuoto.
Maria di Magdala e il discepolo arrivato per primo guardano, prendono atto, rimangono incerti, osservano che la tomba è aperta e i teli sono piegati con cura, registrano con gli occhi una situazione.
Pietro esamina più a fondo la scena, vede i teli al loro posto e il sudario piegato a parte, rimane completamente perplesso.
L’altro discepolo guarda, vede e capisce cosa è realmente successo: la tomba deserta, i teli svuotati del loro contenuto, il sudario ripiegato sono i segni di una realtà che non appartiene al mondo della fisica. Questo discepolo pensa immediatamente che Gesù è risorto. “Vede e crede”: mettendo insieme il suo passato e il suo presente, vede ciò che è davanti ai suoi occhi: Gesù non appartiene al mondo dei morti.

Alla vista del sepolcro vuoto, tre reazioni sono possibili per chi ha conosciuto Gesù di Nazaret: una registrazione della situazione, un’attenzione più penetrante, una comprensione ispirata dalle Scritture e dall’esperienza vissuta, in grado di percepire la realtà dietro le apparenze.
Tutto questo contiene un avviso per chi legge il Vangelo: i sacramenti, la liturgia, le preghiere, la Chiesa, l’innumerevole prossimo, a prima vista, rischiano di sembrare non altro che sepolcri vuoti. Almeno finché lo sguardo non si anima, attraverso la memoria, ricongiungendosi alla presenza nascosta dietro i segni fisici.

La tomba è vuota perché colui che è imprigionato è vivo.

Buona uscita dal sepolcro, buona resurrezione, buona Pasqua!

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Note sparse

13 aprile 2025

Domenica delle Palme.
Tre immagini, tre pensieri, tre sprazzi di luce in questo racconto drammatico degli ultimi giorni di vita di Gesù.
Ecco alcuni frammenti di considerazioni personali alla lettura della Passione…

Luca 22,66
“Se tu sei il Cristo, dillo a noi!”
Cristo dovrebbe dire “Io sono il Cristo”?
È da quello che dice che lo riconosceremmo?
In che modo un’autorità “competente” come il sinedrio di Gerusalemme avrebbe riconosciuto subito il Cristo in base alle parole? Dire “Io sono il Cristo” per gli uomini del Sinedrio era una bestemmia, e dal momento che sicuramente il Cristo autentico non avrebbe bestemmiato, se Gesù lo avesse fatto, questo sarebbe stato sufficiente per condannarlo. La capziosità del ragionamento risulta evidente.
Oggi, come ieri, si continua a bestemmiare in direzione opposta: molti non lo riconoscono e negano la dignità di figli di Dio ai propri simili.
Ma vediamo come risponde Gesù:

  • Anche se ve lo dico, non mi crederete; se vi interrogo, non mi risponderete.
  • D’ora in poi il Figlio dell’uomo siederà alla destra della potenza di Dio.
  • Voi stessi dite che io lo sono.

Parafrasando potremmo sintetizzare così: “Se ve lo dico non mi crederete, se chiedo a voi che ne pensate non mi risponderete; in ogni caso, sappiate che la mia Parola da ora in poi sarà rilevante e avrà effetti certi, che non potranno essere cancellati.”
Sulle tre risposte del Cristo, il Sinedrio non sbaglia, comprende di trovarsi davanti ad una forza superiore che non la pensa come loro; potrebbe anche essere il figlio di Dio. proprio per questo deve morire, non possono permettere che quell’uomo proclami pubblicamente una verità che li metterebbe in cattiva luce di fronte al popolo, smascherando le loro intenzioni.
Il potere della verità distrugge l’ambizione, l’errore sta nel pensare che si possa far morire la  verità; gli uomini invecchiano e passano, ma ciò che è vero rimane vero in eterno. Non si può sfuggire alla verità.

Luca 23,1-43
C’è chi paga per aver fatto del male e c’è chi paga per aver fatto del bene.
Anche questa è una cosa vera. La causa è a monte: se conoscessimo solo le vie del bene, nessuno dovrebbe più pagare.
Un criminale potrebbe pensare che la condanna a morte sia il proprio giusto salario, ma gli atti di gentilezza e le parole di verità lasciano una traccia indelebile.
E così, anche un malfattore al suo ultimo respiro può redimersi dal profondo del cuore, permettendo a se stesso l’ultimo grande atto di libertà, accettando questa vita eterna, così come, talvolta a fatica, accettiamo un dono in apparenza immeritato.

Luca 23:44-56
Quando tutto diventa insopportabile, quando il dolore sembra sopraffare la vita intorno a noi, quando i comandamenti diventano troppo aridi, la mente è confusa, la riva troppo lontana, la nebbia talmente fitta da rendere irriconoscibile ogni vicino prossimo, quando ci sentiamo impotenti come le donne che guardano da lontano la catastrofe appena accaduta sul Calvario, la vita non è ancora finita, perché il creatore, riposando il settimo giorno, santificò anche la nostra impotenza.

“Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia. Ricordatevi della parola che vi ho detto: Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra”. (Gv 15,18-20).

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Tu che ne pensi?

Si chinò e si mise a scrivere col dito per terra

6 aprile 2025 – V Domenica di Quaresima
Is 43,16-21
Sal 125
Fil 3,8-14
Gv 8,1-11

Ecco persone che, Bibbia alla mano, e “perché sta scritto nella Bibbia”, sono pronte a mettere a morte una persona a causa del suo peccato. È scritto nella Bibbia e quindi non solo, in questo caso, è permesso farlo, ma perfino necessario. E l’avrebbero fatto!

Ecco l’accusa: adulterio, in flagrante. Intanto, se è flagrante delicto, vuol dire che erano in due. L’altro dov’è? La domanda in genere fa sorridere, non si capisce perché; caso mai dovrebbe far piangere. La Legge mosaica, in caso di adulterio, imponeva la condanna a morte per lapidazione di entrambi, non solo di uno o solo della donna. Quindi, quando gli accusatori chiedono che cosa ne pensi Gesù, il loro scopo non è sapere come debba essere applicata la Legge; vogliono solo vedere come se la caverà Gesù davanti a un quesito così delicato: o, dicendosi d’accordo, legittimerà la condanna a morte, sacrificando la donna, o, esprimendo parere contrario, delegittimerà la Legge. Nè la richiesta sarebbe stata meno provocatoria se avessero portato davanti a Gesù, con la donna, anche l’uomo. La risposta di Gesù sarebbe stata la stessa: “Chi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lui (o contro di loro)”. E avrebbe comunque scritto, con il dito, nella polvere. 
Visto che nessuna pietra è stata lanciata, nessuno si considerava senza peccato.
Va pure detto che se ci chiedessimo quali fossero stati i loro peccati, o , in genere, quali siano i peccati degli altri, non avremmo risposta, a meno di casi particolari. Sappiamo solo che queste persone, che conoscono la Bibbia come il palmo della loro mano, sono coscienti di non essere stati in grado di osservare tutta la Legge. Sappiamo anche che, ascoltando la risposta di Gesù, rivolta loro pubblicamente, rinunciano alla lapidazione dell’adultera.
Senza dubbio il numeroso pubblico presente non ignorava che, spesso, coloro che si presentano come i custodi della virtù, sono i primi a calpestarla – segretamente o pubblicamente – senza vergogna. Oggi diremmo che questi falsi esempi di virtù sperimentarono un insight, rendendosi conto che, a rigor di logica, avrebbero meritato tutti una condanna chi per un motivo, chi per un altro. In effetti “se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani”.

C’è, però, una domanda urgente da porsi su questa storia: in realtà quale legge o norma stavano per infrangere coloro che pensavano fosse giusto lapidare l’adultera? E, di conseguenza, cosa rammenta loro la parola di Gesù? Deve trattarsi di un fondamento religioso che sta a monte di tutta l’esistenza, in grado di annullare l’esecuzione della pena prevista. Si badi bene, questo fondamento non cancella la Legge, né la sua infrazione, ma rovescia l’intento punitivo dell’accusatore. Quale può essere questo fondamento?
Ecco una proposta: nel Decalogo (Esodo 20), si legge “Io sono il Signore, il tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù: non avrai altri dei davanti a me”.

Quando Gesù letteralmente trasforma l’intenzione di coloro che vogliono lapidare l’adultera, mettendosi a scrivere col dito per terra, suscita nelle menti di quegli uomini un lampo di consapevolezza:

  • Chi sono io per poter scagliare la prima pietra?
  • Quale dio sto onorando? 

Forse un versetto biblico permette di uccidere in buona coscienza e impunemente?

In che relazione con Dio si pone chi avanza Bibbia in mano e condanna sulle labbra?

Una morale che giustifichi atti contro la vita non può essere messa in relazione con il Dio che fa uscire dalla terra d’Egitto. 

Chi potrebbe mai essere l’accusatore del proprio vicino fino alla condanna a morte per motivi religiosi?
Gesù, con un gesto e un’affermazione, ricorda a quelle persone chi sono e da dove vengono. Voglio insistere su una traduzione-parafrasi del Decalogo: sono io il Signore, il tuo Dio, che ti ha fatto uscire (passato, presente, futuro) dal paese d’Egitto. In altre parole, siamo salvi ieri, oggi e domani,  perché la casa della schiavitù non è il luogo da cui veniamo, ma quello in cui ci troviamo. Tutti sappiamo che l’umanità è schiava di altri dèi, a cominciare da un versetto biblico, quando viene scelto di proposito per arrecare danno al prossimo.

Gesù traccia dei segni per terra, un ricordo della materia di cui è impastato l’uomo, ma anche una eco dell’inizio del decalogo, parola d’amore fondatrice, che talvolta viene calpestata senza maggior riguardo che per la polvere. Questo riguarda tanto gli accusatori quanto gli imputati. I comandamenti rimangono inalterati, non solo per l’adultera ai tempi di Gesù, ma per tutti anche oggi e domani.

La cifra dell’evoluzione morale e di una religiosità coerente è la difesa della vita in tutte le sue forme.
La raccomandazione per la donna è di non peccare più. È stata liberata da una schiavitù che conduce alla morte (l’avrebbero lapidata) ; l’invito di un dio amorevole non può essere diverso. Lei ora è viva e libera, perché vivo e libero è il Dio liberatore. Gli altri, gli accusatori, hanno ancora materia per riflettere.

Per noi lettori e ascoltatori resta la necessità di una grande prudenza nell’accostarsi ai testi biblici, la necessità di munirsi di profonda umiltà e di grande misericordia.
Possano le nostre letture, le nostre riflessioni e le nostre azioni essere illuminate dalla luce che conduce alla vita.

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