Grani di sale

I ragionamenti dei mortali sono timidi e incerte le nostre riflessioni
(Sap 9,14)

7 settembre 2025 – XXIII Domenica del Tempo Ordinario
Sap 9,13-18
Sal 89
Fm 1,9-10.12-17
Lc 14,25-33

Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.

Non credo che questa frase esprima l’obbligo di portare una croce e soffrire. Credo che Cristo non abbia mai desiderato la croce, ma l’abbia accettata come epilogo del suo cammino terreno, come strumento necessario al donarsi per salvare l’umanità, additando e realizzando in se stesso la via per la risurrezione.
La croce non è una scelta, è un consenso. Tutti abbiamo croci da portare, che non abbiamo scelto, ma nelle quali ci siamo imbattuti. Questo significa che combattere contro l’ingiustizia e assumersi il rischio delle proprie azioni può trasformarsi nel consenso a donare o a rischiare la propria vita per il bene del prossimo. Questo consenso deriva da una scelta di natura morale. Credo che, almeno in parte, possiamo spiegare così l’azione di molti che sono ora in navigazione verso Gaza, portando cibo e medicine alle vittime della guerra.

Penso che sia importante porci una domanda e fare un’osservazione. La domanda è: ma sono tutti cristiani quelli che in buona coscienza stanno navigando verso Gaza? Certamente no, ma sicuramente hanno a cuore l’umanità; rispondono ad un appello delle loro coscienze e di fronte al sacrificio di vittime innocenti agiscono come se fossero loro fratelli e loro sorelle.
L’osservazione è che mettere a rischio la propria incolumità a favore della giustizia e per il bene del prossimo, permette talora di andare molto oltre la fase di ribellione contro l’inevitabilità del male.
In ogni prova c’è sempre una fase iniziale di ribellione, naturale e legittima, perfino necessaria. Anche Gesù, quando chiede al Padre di allontanare da sé il calice della croce, esprime una forma di ribellione, ma anche di accettazione, sapendo che è necessario affrontare la prova.
Con un discorso del genere torneremmo quindi a parlare di quel “dolorismo”, tanto caro a molta parte della retorica cattolica? Rispondo che la Chiesa non ha più bisogno, oggi, di glorificare il dolore. Gesù guariva i malati e il Vangelo non glorifica affatto il dolore. Perché allora la Chiesa ha messo in passato un tale accento apologetico sulla sofferenza dei martiri? La risposta è semplice: nei primi secoli del cristianesimo e nel medioevo lodare il dolore forse permetteva alle persone di sopportarlo meglio e comprenderne la radice. Oggi, dopo tanti progressi scientifici, tecnici, filosofici, dovrebbe essere più facile comprendere che la chiamata in vita è una chiamata a venire alla luce, non a precipitare nel buio…
Nonostante questo, molti preferiscono ancora soffrire e far soffrire.

I primi cristiani erano perseguitati e portare la propria croce significava includere nel proprio panorama la prospettiva di essere accesi come torce per le vie dell’impero romano. Oggi, se ci impegniamo ad aiutare i più poveri o a curare i feriti su un campo di battaglia, accettiamo di dover affrontare dei rischi, ma non glorifichiamo la sofferenza; la si vuole piuttosto combattere. Questo è il senso della lotta per la giustizia.
Al riguardo mi torna alla mente la figura di Simone di Cirene, perché mostra a tutti i discepoli che possono aiutare il Cristo a portare la croce. Cristo è caduto tre volte sulla via del Golgota, ma si è anche rialzato tre volte, grazie a Simone di Cirene. Anche noi, aiutando gli altri a portare la loro croce, possiamo aiutarli a risorgere. Certo, Gesù era allora sulla via del Golgota, ma Lui stesso era la via della resurrezione. Mi piace pensare che Simone di Cirene abbia in qualche modo partecipato alla resurrezione del Cristo.
In questa luce possiamo forse renderci conto che il Vangelo di questa domenica è un invito a essere in armonia con i valori più autentici della nostra umanità, qualunque cosa accada.

È vero che alcune persone non dovranno mai affrontare grandi prove nella loro vita. Saranno ancora buoni discepoli? Certo, perché laddove non ci sono prove, c’è il miracolo della gioia da condividere. Possiamo condividere molto. La solidarietà non si esercita solo nella sventura, ma anche nella gioia di vivere e nella speranza.
Detto questo, non credo che ci siano molte vite senza prove. La sofferenza, la malattia e il sacrificio non sono desiderabili, ma quando sono lì e li viviamo, siamo più capaci di immedesimarci nel dolore altrui e vivere il nostro.
In questo senso, la fede è del tutto irragionevole; irragionevole come la vita che ci è stata data, irragionevole come l’amore con cui amiamo. È la vita. Non è ragionevole sperare, non è ragionevole dedicare gran parte del proprio tempo allo studio dei nostri antichi testi, non è ragionevole cercare di alleviare una miseria che durerà a lungo anche dopo che lasceremo questo mondo. Ma tutto questo orienta la vita alla gratuità e il lavoro al dono. Tutto questo santifica l’esistenza. Questo appare davvero irragionevole in confronto alle aspettative del nostro mondo – quello di ieri come quello di oggi – che attende all’utile, al proficuo, all’adeguato, al necessario. E all’efficienza redditizia. 

La fede è una risposta, quindi un impegno, del singolo e per il singolo.
La questione posta non è quanto e come si è discepoli, la domanda è: come stai, tu, discepolo, quando porti la tua croce? Sei discepolo di Cristo se hai compreso che la tua vita non ha alcun valore proprio se non è in relazione al Cristo, e che la tua vita non ha alcun valore universale se non testimonia concretamente una vita eterna possibile, al di là delle gioie e dei drammi, oltre l’utile, oltre ogni orgogliosa ragionevolezza del mondo.
Discepoli, si rende testimonianza a Cristo. Quando rendiamo testimonianza, attraverso la nostra vita, non sappiamo dove questo ci porterà. Quale sarà la nostra storia?

Come chiedere quale sarà la storia di una goccia d’acqua o la storia di un granello di sale. Forse il granello di sale eviterà la formazione di una macchia ghiacciata su una strada o migliorerà il gusto della migliore delle zuppe. Il granello di sale non lo sa, così come la goccia d’acqua non sa se entrerà nella composizione di un vino raro, o se sarà acqua per sciacquare le stoviglie.

Non c’è uomo perduto, non c’è donna perduta, non c’è gente piccola e non c’è gente grande, tu lo sai, lo dici e lo vivi, senza sapere dove questo ti porterà.

NB: in copertina, Anonimo “Aqua doctrinae

Galateo sovvertito?

Quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi e ciechi

31 agosto 2025 – XXII Domenica del Tempo Ordinario
Sir 3,17-18.20.28-29
Sal 67
Eb 12,18-19.22-24
Lc 14,1.7-14

Gesù partecipa ad un banchetto in casa di un notabile durante lo Shabbat, giorno di riposo dedicato al Signore. Il banchetto ha comunque un aspetto piuttosto mondano.
La giornata è iniziata con una trasgressione delle regole in vigore: Gesù ha guarito un uomo, ora precisa che per alcuni dei commensali i propri buoi valgono più della vita di uno straniero. Rincara la dose denunciando la tendenza ad occupare i primi posti.  Poi chiarisce al padrone di casa quale sia lo scopo del suo invito e conclude chiedendo agli intervenuti quali siano le ragioni della  loro presenza.
Nessuno sfugge all’esame morale, naturalmente con un disastroso ritorno d’immagine per il Nazareno, in quel contesto. Questo è certo.

Al versetto 12 Gesù dice a chi l’ha invitato:
Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché non ti invitino anch’essi a loro volta e tu sia contraccambiato. Beato te se non hanno nulla da ricambiare, perché ti sarà ripagato alla risurrezione dei giusti”.
Tre verbi sottolineano l’idea dello scambio: contraccambiare, ricambiare, ripagare.
Spesso la mancata restituzione di un invito viene guardata con sospetto, tanto che c’è chi perfino rifiuta un certo tipo di invito perché sa di non poterlo restituire.
Accettare un invito crea un obbligo verso chi ci ha invitato, perché accettare un invito vuol dire riconoscere che qualcuno può offrirci qualcosa.
Da dove viene l’esigenza di restituire? Evidententemente non dalla logica della gratuità.
Gesù suggerisce proprio a chi offre l’invito per primo di uscire da questa logica con un metodo drastico: invitare solo chi non può permettersi di ricambiare per principio.
La proposta suona parzialmente assurda, perché esclude, fratelli, parenti e amici, si tratta di una vera provocazione, perché mette in discussione le originarie relazioni fraterne, parentali e amicali.
Rimane la domanda: perché invitiamo quella persona quel giorno a tale ora? Gesù parla in quel modo perché sa che nulla è offerto nel segno della gratuità, al contrario i comportamenti degli invitati manifestano tendenze opposte al dare e all’accettare nel segno della libertà.
Se invito qualcuno aspettandomi di essere contraccambiato il mio invito è condizionato, se accetto pensando di dover ricambiare, la mia accettazione è condizionata.

Esaminiamo ora un altro aspetto. Quando Gesù inizia guarendo un uomo di sabato, trasgredisce la regola in vigore, ma ancora prima sa che esistono quelle regole, tuttavia accetta l’invito. Tanto le regole quanto le norme religiose sono date, nel senso che sono lì da molto prima che se ne diventi consapevoli; ce le ritroviamo, possiamo solo prenderne atto ed eventualmente seguirle per consuetudine. Oltre al conformismo, sono possibili almeno altri due atteggiamenti: rifiuto o trasgressione. Tutti e tre gli atteggiamenti possono avere un preciso fondamento etico. Va da sé che se accetto doni perché sto sfruttando una situazione, sono un profittatore…e …. mi sarà difficile passare dalla porta stretta. Se faccio offerte per un mio tornaconto personale, allo stesso modo mi troverò in difficoltà.
Gesù opta per una sorta di trasgressione liberatrice: guarisce pubblicamente un uomo, nonostante tutte le regole, e poi risponde del suo atto. Quello che distingue la ribellione dalla trasgressione liberatrice è la motivazione di fondo. Se i nostri buoi (tutto ciò che ci rende benestanti nel senso materiale ed economico del termine) valgono per noi più della vita di un uomo e ci trinceriamo dietro le norme, le consuetudini e le teorie esili, vuol dire che siamo schiavi.
Offrire qualcosa a qualcuno veramente vuol dire far vivere, far rivivere, aiutare, guarire, sostenere.
Allo stesso modo, accettare pienamente ciò che è veramente offerto è riconoscere che un altro ci sta aiutando a vivere, ci sostiene, ci guarisce dalla solitudine.
Ciò che è offerto gratuitamente non può essere rivendicato, come fosse un onorificenza ottenuta per meriti speciali, quindi è sciocco voler occupare i primi posti pensando di valere più degli altri.
Ci sono inviti che sono eventi mondani, ostentazioni, e mirano a rafforzare i legami d’interesse in genere economico; probabilmente, cosa che non viene mai detta, rafforzano anche l’alienazione.
Gesù conclude chiedendo agli ospiti perché sono venuti. C’è una scelta precisa dietro o è solo per abitudine?

L’accoglienza dell’invito autentico, metafora della vita donataci senza un’apparente ragione, esige la decisione di accettare quel dono nella direzione della gratuità e del bene. Può essere colto una volta sola quando viene offerto, a noi la decisione di accettarlo come dono d’amore e viverlo nella gratuità.
Gesù era entrato di sabato nella casa di un capo dei farisei per cenare, turbolento ospite che di lì a poco avrebbe mostrato il senso assoluto della sua scelta a favore di tutti noi.

Pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini” (Fil 2, 6-7).

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Quale giustizia?

Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno

24 agosto 2025 – XXI Domenica del Tempo Ordinario
Is 66,18-21
Sal 116
Eb 12,5-7.11-13
Lc 13,22-30

Si salveranno solo poche persone? Questa è la domanda di un uomo a Gesù, che è in cammino verso Gerusalemme. Non sappiamo nulla di quest’uomo e neppure la ragione della sua domanda. Era preoccupato della propria salvezza o di quella di chi gli era prossimo? Tentava una riflessione astratta? Forse entrambe le cose.
Gli scritti del tardo giudaismo mostrano un certo pessimismo riguardo al numero dei salvati. Possiamo trovare preoccupazioni simili nel quarto libro di Esdra.
Spesso, oggi, le questioni attorno alla salvezza eterna sono soppiantate da questioni in apparenza più immediate: la famiglia, il lavoro, lo sport, il benessere fisico, il tenore di vita, la politica, la guerra o la pace. Chi osa ancora chiedersi quanti saranno i salvati?
Gesù risponde all’uomo con una misteriosa ingiunzione: “Sforzatevi di entrare per la porta stretta
Ci dobbiamo accontentare di sapere che servono sforzo e fatica.

La metafora della porta stretta si riferisce probabilmente a quella piccola porta, che tutti all’epoca conoscevano, situata nelle mura delle città accanto alla porta grande. Di notte, la porta principale rimaneva chiusa; quella piccola, atta a far entrare una persona per volta, permetteva alle guardie di verificare l’identità dei visitatori notturni e, se necessario, negare loro l’ingresso.
Forse la metafora della porta stretta è un modo per far intendere che la salvezza non opera collettivamente , ma riguarda ogni persona individualmente. Poco più oltre è scritto che gli operatori di iniquità non verranno riconosciuti. Lo sforzo principale sembra  consistere, dunque, nel farsi operatori di giustizia. Resterebbe fuori dalle mura chiunque tentasse di entrare “di notte”, cioè chi agisse ingiustamente.
La porta stretta è la metafora dell’invito al ritorno alle proprie responsabilità, indipendentemente da qualsiasi appartenenza.
Nella risposta di Gesù appare “evidente” che non tutti saranno salvati in forza delle ragioni di appartenenza ad una determinata comunità umana. Senza troppi giri di parole sembra dire che si salveranno persone provenienti da tutti gli angoli della terra, e chi pensasse di avere il diritto di entrare per primo potrebbe avere l’amare sorpresa di essere ultimo. Rispetto a chi? Rispetto ad altri, stranieri, ma operatori di giustizia.
Per varcare una porta stretta, bisogna entrare uno alla volta, e senza “bagagli ingombranti”: non si entra per quello che si ha, ma per quello che si è. Veniamo riconosciuti in base a ciò siamo.

Chiedersi quanti saranno i salvati non è domanda pertinente al discorso evangelico, non è rilevante, a meno di non sentire il bisogno di tranquillizzarsi, pensando che tra tante altrui feroci ingiustizie, le nostre non sembrano poi così gravi. La porta stretta è sempre aperta, indubbiamente il passaggio non è comodo, tanto è vero che il termine adoperato per dire “sforzatevi” è  “agonìzesthe”: lottate.

Ma cosa vuol dire lottare per farsi operatori di giustizia? Innanzi tutto nessuno nasce giusto, come nessuno nasce buono (cfr , Mt 19,17; Mc 10,18: Lc 18,19) e farsi operatori di giustizia è una scelta: “Ma se uno ha ricchezze di questo mondo e, vedendo il suo fratello in necessità, gli chiude il proprio cuore, come rimane in lui l’amore di Dio? Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità.” (1 Gv 3,17-18).
Nella lingua italiana il termine “giustizia” ha un primo significato: “Virtù eminentemente sociale che consiste nella volontà di riconoscere e rispettare i diritti altrui attribuendo a ciascuno ciò che gli è dovuto secondo la ragione e la legge”.
Le accezioni distributiva e retributiva appaiono molto legate alla cultura di tradizione greca e latina. Le Scritture bibliche, trattando di giustizia, dicono qualcosa di più.
Nella Bibbia la nozione di giustizia, a cominciare dal Primo Testamento, porta in sé, inestricabilmente collegate, l’accezione forense e l’accezione etica: i rapporti interumani non sono la mera occasione per verificare la giustizia di questo o quell’atto di un individuo generico, ma indicano la natura stessa della scelta di quella persona che ha deciso di agire in quel determinato modo. Giusto è colui che si sente in rapporto con l’altro, perché non lo reputa un estraneo e il suo atto è il risultato di quel modo di sentire, cioè l’azione in cui esso si esprime.
Non si fa giustizia perché si è giusti, ma si diventa giusti in quanto e fin tanto che si è operatori di giustizia. La giustizia è innanzitutto un concetto relazionale.

Soffermandosi sul lessico neotestamentario, si riscontrano circa trecento attestazioni a proposito dell’idea di giustizia e del suo contrario e dedicandosi alla loro lettura è possibile comprendere perché la giustizia biblica è relazionale, e non necessariamente distributiva e/o retributiva.
Tentare di essere giusti in senso biblico e, in particolare neo-testamentario, implica riferirsi ad un modello di giustizia improntato alla fedeltà rispetto alla scelta d’amore a favore degli esseri umani. Il modello d’uomo è senz’altro Gesù di Nazaret, ma, in ogni caso, chi tenta di essere davvero umano e di vivere da essere pensante sarà impegnato, sia egli di ispirazione ebraica, cristiana o di altra identità culturale, a chiedersi chi sia l’altro, quali siano i diritti fondamentali della sua persona e a battersi perché non avvenga che essi siano in alcuna maniera diminuiti o coartati.
Occorre il coraggio quotidiano di riconoscere la pari dignità di ogni persona vivente sul pianeta, qualsiasi sia la sua situazione e condizione esistenziale, senza se, ma, però o parentesi; è degno come ciascuno di noi chi è disabile, chi è in carcere, chi è nomade, chi arriva come profugo tra noi, chi a qualsiasi titolo è considerato diverso. Vedere questo non è scontato; si tratta di una forma di auto-educazione continua, lenta, progressiva, animata da pazienza attiva e perseverante di natura personale, culturale, etica, politica e spirituale.
Certo, l’altro riconosciuto nella uguale e pari dignità è diverso da noi; ma perché considerare la sua diversità con fastidio, come un pericolo e una minaccia da cui difendersi e non invece come un’occasione per aprire la mente e finalmente fare i conti con l’alterità di chi viene da luoghi geograficamente e culturalmente lontani, in cui norme, abitudini, costumi, valori, obiettivi esistenziali sono del tutto o ampiamente diversi da quelli delle civiltà frutto della cultura greco-latina ed ebraico-cristiana.
Questo confronto, scevro da ogni buonismo, paternalismo, debolezza o tentativo di sincretismo, implica, a cominciare dallo stabile soddisfacimento delle esigenze primarie di ciascuno, la volontà da parte di tutti di capire che cosa sia davvero irrinunciabile della propria identità culturale e/o religiosa e ricercare che cosa è condivisibile con chi è diverso da sé.
Chiunque cerchi di essere umano, dovrebbe misurarsi con questa semplice riflessione. E non soltanto rispetto al tema dell’accoglienza degli stranieri provenienti dal Sud del mondo, ma anche circa altre “diversità” oggi più evidenti che in altre epoche.  Il contributo di bene che i credenti religiosi, in particolare la Chiesa, in tutti i suoi membri e in tutte le sue articolazioni confessionali, possono dare alla vita dell’umanità nell’aumentare il suo tasso di giustizia è tanto più rilevante quanto più chiaramente parte da una scelta etica di fondo: rifuggire dalla connivenza con i poteri forti del “mondo” che “spargono” ingiustizia a piene mani. La Chiesa, nello specifico, deve sempre ricordare a se stessa di non essere una setta di farisei, divisi dal mondo per essere bravi, divisi tra loro per la loro bravura, divisi in sé tra la propria bravura già acquisita e quella non ancora conseguita, divisi infine da Dio, al cui posto hanno messo il proprio essere bravi.
È invece un popolo di disgraziati e maledetti, che si sanno graziati e benedetti. Ciò che li unisce a Dio, in sé, con gli altri e col mondo, è il proprio limite accolto come luogo di comunione e dono reciproco, il proprio male accettato come luogo di misericordia e perdono ricevuto e accordato.

Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio  (Lc 13,29) .

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Divisioni e conflitti

Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo;
come mai questo tempo non sapete valutarlo?

17 agosto 2025 – XX Domenica del Tempo Ordinario
Ger 38,4-6.8-10
Sal 39
Eb 12,1-4
Lc 12,49-57

“D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; 53si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».
Vi invito per un momento soltanto a lavorare di fantasia, magari dando volti e nomi di vostra conoscenza a queste parentele evocate da Gesù.
Sappiamo quanto anche l’opinione pubblica mondiale sia ormai divisa rispetto ai temi correnti della politica, del riarmo, delle guerre, del prendere posizione a favore o contro questo e quello.
Sempre più anche voci autorevoli si levano per denunciare massacri di bambini e di innocenti ingiustificabili. Dunque l’idea della giustizia non è tramontata e ci sono persone che non hanno paura di prendere le distanze dalle narrazioni violente dominanti.
Vuol dire che sono tutti cristiani? Assolutamente no; vuol dire che hanno una legge morale scritta nel cuore: “Non uccidere”. 

Non c’è nulla che divida maggiormente delle disposizioni personali verso il resto del genere umano: o si pensa di avere il diritto di uccidere perché gli altri esseri umani, anche innocenti, valgono meno di noi, o si pensa di non avere il diritto di uccidere perché la vita di qualunque altro è sacra quanto la nostra.
Se tu pensi veramente che non sia lecito uccidere, non fabbricherai armi, non le venderai, non le comprerai, ti rifiuterai di usare quelle altrui e ti opporrai a che qualcuno le fabbrichi, le venda, le compri o le usi. Non è un caso che questa legge morale “non uccidere” sia scritta nei testi veterotestamentari. Per quanto riguarda la cristianità, chi pensasse che sia lecito uccidere invocando qualsivoglia presunta giustificazione, avrebbe già tradito il vangelo; può redimersi, naturalmente, e farebbe meglio ad affrettarsi, ma non senza passare dalla comprensione alla messa in pratica delle parole del Cristo. A noi ha dato la “sua” pace, che passa per la cancellazione di ogni conflitto umano.

Purtroppo, quando le persone sono benevole e aprono un orizzonte di speranza, in genere sono anche rapidamente combattute e avversate. Si cerca di banalizzarne l’operato, ridicolizzandole, così come è accaduto a Gesù di Nazaret. Egli ne era ben consapevole e profetizzò che il suo insegnamento avrebbe suscitato tensioni e provocato ostilità, perfino nell’ambito della famiglia.
Perché il dissenso deve diffondersi prima che il Vangelo venga accolto con autenticità di cuore e di mente? Storicamente parlando, anche i cristiani hanno combattuto uno contro l’altro, e non è neanche un fenomeno appartenuto al solo cristianesimo, riguardando anche altre religioni.
Come mai le religioni sono fonte di rivalità tra gli uomini e portano a volte fino alla violenza, quando la maggior parte di esse offre all’umanità un piano per la pace universale e la tolleranza tra i popoli? I contemporanei di Gesù, il cui universo era limitato al bacino del Mediterraneo, non sapevano ancora che questo piano di pace e tolleranza era già riconosciuto altrove, da movimenti religiosi diversi. È come se, prima che i testi delle grandi religioni fossero scritti, avesse preso forma una legge morale di portata universale.
Gesù vide chiaramente la tempesta incombere all’orizzonte, ne profetizzò l’arrivo, ne illustrò la conseguente devastazione. Vide famiglie dividersi a causa delle sue idee e fratelli rivoltarsi gli uni contro gli altri. In seguito, descrisse chiaramente la portata del fenomeno e le persecuzioni che i suoi amici avrebbero subito.

Ormai siamo molto bravi a prevedere tante cose: se una nuvola appare in un angolo di cielo o una folata di vento si solleva all’improvviso, sappiamo già cosa accadrà, perché abbiamo gli strumenti per conoscere e prevedere: tutti sanno perfettamente cosa può accadere e come comportarsi. Gli uomini, animali intelligenti, esercitano le loro conoscenze per proteggersi e proteggere tutto ciò cui tengono.
Ma se sappiamo come reagire quando viene la tempesta, come mai non si applica lo stesso metodo quando la folla indignata scende in piazza e gli intellettuali avveduti cominciano finalmente a parlare in nome della giustizia? Come mai chi chiede giustizia, si oppone ad altri che affermano la stessa cosa, magari sempre in nome della fede in un dio?
E come mai Dio, poi, sta (barricato in cielo) e non esce a sterminare i traditori? Mi viene in mente Pietro: “Signore vuoi che facciamo piovere fuoco e fiamme? Ma Gesù si voltò e li rimproverò. E si avviarono verso un altro villaggio” (cfr. Lc 9,54-56).
Fare scendere fuoco e fiamme dal cielo non è da seguaci del vangelo. Chi s’incarica di farlo nel mondo – dal cielo, dal mare o dalla terra – lo fa con armi di tutti i tipi. L’epiteto di Gesù rivolto a questi signori è incisivo e inequivocabile: ipocriti! Ciascuna delle parti rivendica infatti una giustizia o una filosofia truffaldine elevate al rango di parola di Dio. Il nome non viene sempre pronunciato, ma al suo posto sono stati sviluppati principi sostitutivi ed edulcorati. Ipocriti!
Gesù non si riferisce a questo o a quello, a un popolo o a un altro, si riferisce a uno stato di cose in cui alcune persone (per fortuna non tutte) restano incatenate alla loro ipocrisia.
Ecco che allora sappiamo prevedere il meteo, ma non la catastrofe che si sta avvicinando a grandi passi. È ipocrita e stupido opporsi gli uni agli altri attraverso la violenza; la fede non c’entra nulla e tutti ne hanno consapevolezza, altrimenti non sarebbero ipocriti!
Non possiamo neanche pensare che ciascuno di noi sia completamente immune da qualsiasi forma di ipocrisia. Detto questo, però, spetta a ciascuno prima sciogliere i propri conflitti e poi sviluppare un modo di essere al mondo con gli altri nel rispetto assoluto del prossimo.
Vogliamo per forza combatterci a vicenda? Allora dobbiamo riconoscere che nessun dio entra in questa battaglia, perché è successo qualcosa di molto nuovo solo da pochi secoli. Se pensiamo che homo sapiens sapiens è spuntato circa 300.000 anni fa, che i primi scritti ricostruibili risalgono a mala pena a circa 2.500 anni fa, dobbiamo ammettere che la rivoluzione del pensiero e del cuore contenuta negli insegnamenti del Cristo è qualcosa di molto recente. Nessuno oggi è veramente alla portata della modernità di questa predicazione, ma tutti indistintamente nell’Occidente Europeo sono stati toccati dalle sue parole, anche tutti quelli che le hanno avversate, tanto è vero che ne adoperano rovesciate – e regolarmente fallendo – i metodi e le strategie.

Un Dio nuovo per un uomo nuovo ancora in fasce, ecco chi è il Dio dei cristiani.
Come ha reagito la storia negli ultimi duemila anni? Come con Geremia e con Gesù di Nazaret. Predicavano la pace e additavano il problema vero dell’uomo. Non si può mettere a tacere la memoria delle parole lungo i secoli. Gli avversari della giustizia proclamano: “ Si metta a morte quest’uomo, appunto perché egli scoraggia i guerrieri che sono rimasti in questa città e scoraggia tutto il popolo dicendo loro simili parole, poiché quest’uomo non cerca il benessere del popolo, ma il male” (esempio di strategia del rovesciamento, tratto dalla prima lettura di questa domenica). Questo fu detto contro Geremia. Prima.
Poi, più tardi, a Gerusalemme accadde questo: “Ma i sommi sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a richiedere Barabba e a far morire Gesù. Allora il governatore domandò: «Chi dei due volete che vi rilasci?». Quelli risposero: «Barabba!». Disse loro Pilato: «Che farò dunque di Gesù chiamato il Cristo?». Tutti gli risposero: «Sia crocifisso!» (Mt 27,20-22).
Questo accadde a Gesù di Nazaret; chi lo condannò a tavolino si basava su un principio tanto falso, quanto immorale e privo di logica: “Meglio muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera” (Gv 11,50).

Non si resero conto che quando si uccide anche un solo innocente, si cancella ogni giustizia e con essa si prepara la caduta dell’umanità futura, anche del proprio cosiddetto popolo.

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La borsa che non invecchia

Fatevi borse che non invecchiano

10 agosto 2025 – XIX Domenica del Tempo Ordinario

Sap 18,6-9
Sal 32
Eb 11,1-2.8-19
Lc 12,32-48

L’incipit del Vangelo odierno ci invita a superare la paura: “Non temete… perché il Padre ha voluto darvi il Regno”. ​ Luca colloca volutamente queste parole di Gesù in un momento di profonda inquietudine, durante la lunga ascesa verso Gerusalemme. ​ Gesù avanza verso la sua condanna, seguito dai discepoli, intimoriti e incerti. ​ È un cammino che sembra condurre alla fine, una fine che ciascuno di noi può percepire in modi diversi: la conclusione di una relazione, il fallimento di un progetto o la conclusione di una lotta, sia essa vittoriosa o perduta. ​ Il messaggio sotteso è chiaro: tutto, nel bene e nel male, ha un termine. ​
Le nostre vite, come quelle dei discepoli, sono segnate da un fondo di tristezza e timore. ​ Non mancano speranze e aspettative, ma gli ostacoli si manifestano con nitidezza. ​ Anche i governi, composti da uomini, non sono immuni da questa apprensione, che potrebbe perfino essere salutare; ​il problema diventa grave quando i leader sfruttano il malessere e la paura altrui per consolidare il proprio potere, alimentando divisioni e manipolando le coscienze. ​ In questo contesto, la democrazia e la pace mondiale si trovano in pericolo. ​Questa strategia, presto o tardi perdente, si basa sull’amplificazione della paura e sulla promessa di una protezione illusoria. ​ Si tratta di una manipolazione consapevole, che rende le masse più inclini ad accettare misure svantaggiose, spesso a beneficio di una minoranza privilegiata. ​ In un sistema globale fondato sul commercio e sul libero scambio, queste minoranze sono inevitabilmente quelle che detengono la maggior parte della ricchezza. ​ La mitologia economica, con le sue narrazioni rassicuranti, come quella del mercato che si autoregola, contribuisce a mantenere lo status quo. ​
Oggi, le disuguaglianze non sono più circoscritte all’Occidente: il divario tra minoranze avvantaggiate e svantaggiate si estende su scala globale, coinvolgendo ogni angolo del pianeta, dalla Cina all’India, dal Giappone all’Africa. ​ Il “quarto stato” del Settecento, oggi, è mondializzato, così come lo sono il primo, il secondo e il terzo, sebbene con caratteristiche diverse dovute alle trasformazioni imposte dalla storia. ​
A chi giova, per esempio, il riarmo? ​ Certamente non a chi fatica a sopravvivere, a chi mette al mondo figli o a chi cerca un pasto caldo. ​ Non serve agli innocenti che muoiono sotto le bombe. ​ Piuttosto, arricchisce industrie e commerci, alimentando l’illusione che anche le persone comuni possano trarne beneficio, grazie a un aumento del PIL. ​ La demagogia contemporanea è organizzata in modo tale da perpetuare questa dinamica, dove le regole sono dettate da chi vince la guerra economica e militare, spesso a costo di affamare e distruggere. ​
Eppure, il Vangelo ci invita a non temere. ​ Nonostante l’avvicinarsi della fine, che potrebbe essere anche il fallimento dell’etica cristiana, siamo chiamati alla speranza e all’azione: “Alzate il capo, siate senza paura, tenete accese le vostre lampade”. ​ Come Abramo, che in età avanzata lasciò la sua terra senza sapere dove sarebbe andato, siamo esortati a fuggire dalla schiavitù, non per ricadervi o per schiavizzare altri, ma per costruire una terra promessa che non è un luogo fisico, né un paradiso post-mortem. ​
La nostra missione è, intanto, rendere questa terra la migliore possibile, perché siamo noi umani ad abitarla. ​

Il progetto di Dio è un regno di pace, fondato sulla comprensione, la condivisione e l’amore. ​ Per realizzarlo, dobbiamo mettere a frutto i nostri talenti, consapevoli che “a chi molto è stato affidato, sarà chiesto di più”. ​

Qual è, dunque, la mia borsa che non invecchia, il mio tesoro sicuro?
È ciò che custodisco nel cuore con maggiore cura: il Vangelo, la libertà, la pace interiore, l’attenzione e la generosità verso il prossimo. ​ La tradizione cristiana ha a lungo riflettuto su queste borse che non subiscono l’usura del tempo. ​ Tommaso d’Aquino e, prima di lui, Beda il Venerabile, le hanno interpretate come virtù che trasformano il tempo presente in eternità.

​La libertà, in questo contesto, consiste nel rifiutare i condizionamenti psicologici che non appartengono alla nostra sfera morale. ​ Solo così possiamo raggiungere una serenità interiore che ci consente di coltivare relazioni autentiche e pacifiche. ​ Da questa libertà scaturirà l’attenzione e la generosità verso il prossimo come esercizio costante e sincero. ​
In definitiva, dove sta il nostro tesoro, lì sta anche il nostro cuore.

Gli apostoli avevano compreso che il farsi borse che non invecchiano era una questione personale e radicale, una forma di resistenza al male, basata sullo studio, sul confronto, sulla capacità di pensare autonomamente e sull’azione coerente. ​ Nel nostro mondo distopico, una volta trovato il tesoro, è necessario vendere tutto per ottenerlo, liberandosi di ciò che prima aveva la parvenza dell’ indispensabile. ​
Questa sarà una vera rivoluzione interiore che inciderà sul mondo esterno.

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Reti ed eredità

E quello che hai preparato, di chi sarà?

Qo 1,2;2,21-23
Sal 94
Col 3,1-5.9-11
Lc 12,13-21

Avviso: oggi voglio divagare a lungo. Mi consola che tutti abbiano la libertà di non leggere.

E comincio dal web.
Scopro che, immersi, come i tempi richiedono, in una cultura individualista dello sviluppo personale, supportata da qualche scienza psicologica o psicoanalitica, si è affermato il principio morale “prenditi cura di te stesso”. In effetti, colpisce la fantasia e si diffonde con una formula chiarificatrice: “se vuoi essere felice, adotta i principi del ‘sano egoismo’”; non manca quasi mai, in aggiunta, in piccolo, tra parentesi, o a fondo pagina, qualcosa come senza dimenticare gli altri.
La sfida consiste nell’eliminare ogni senso di colpa, il cui compito non può che essere quello di vanificare l’obiettivo. Per liberarsi dai postumi di un’educazione troppo rigorosa, il primo ostacolo da superare sembra proprio la paura di deludere qualcuno (chi?).
Una volta sgomberato il terreno da questa preoccupazione, si può cominciare a preoccuparsi di se stessi, della propria salute, del proprio benessere, della propria libertà, della propria pace, etc… Aggiungerei anche, a giudicare da quel che mi capita di sentire in giro, della propria eredità (da condividere il meno possibile?).
I promotori del “prenditi cura di te stesso“, a scanso di equivoci, dichiarano che la ricerca della felicità non è ancorata al “puro egoismo” e invitano alla ricerca di “un giusto equilibrio tra egoismo e altruismo“.
Mi viene il dubbio che l’altruismo sia una proiezione ideale del proprio esagerato senso di sé: poiché io sono sano e giusto, devo essere anche altruista.
Questo tipo di assunto (implicito o inconscio) è abbastanza diffuso ed è il terreno in cui radicano i gruppi contraddistinti da interessi comuni: classi sociali, partiti politici, sistemi di potere che alimentano se stessi con adeguata propaganda e strategie di marketing.
Da qualche tempo esistono perfino gli influencer di dio, giustamente esortati ad accorgersi delle influenze negative provenienti dal web e dall’IA: anche gli influencer sono esposti dunque alle influenze.
Mettendo da parte questo tema, mi chiedo se si possa mantenere l’analogia con gli influencer anche a proposito degli apostoli e di tutti gli “inviati”. Certo, gli apostoli usavano altre reti e Paolo di Tarso non usava reti, ma cuciva tende per mantenersi. Non sarà stato proprio Paolo il primo grande influencer della storia dell’occidente cristiano? Il primo a lasciare l’angusto lago di Galilea per gettare la propria rete nel grande Mediterraneo? Se così fosse, bisognerebbe purtroppo ammettere che i missionari digitali, non meno di quelli non-digitali (analogici?) non hanno potuto evitare il massacro degli innocenti.

Non vorrei che per abitare gli spazi virtuali avessimo preso un cammino virtuale a scapito di uno virtuoso. Non vorrei che l’aver promosso la missione digitale al posto di quella fisica ad extra, risultasse o venisse interpretato come un’operazione commerciale. In questo caso, ispirandomi a Lévinas, intravedo l’inizio di una nuova era improntata all’ “anti-etica cristiana”.
Mi spiego meglio: se l’essere umano, in origine animale sociale, ritenesse di raggiungere i suoi scopi, felicità compresa, attraverso un “sano egoismo“, si potrebbe dirsi cristiani senza dover subire la differenza tra noi e gli altri. Forse proprio per questo si parla tanto di “empatia”, altro concetto secondo me ampiamente frainteso, vera ciliegina sulla torta alla crema del “sano egoismo”.

L’empatia, questa risonanza emozionale con i sentimenti provati dagli altri, come può garantire un giusto equilibrio tra l’amore per se stessi e quello per gli altri? L’empatia, fortunata combinazione di reazioni all’interno di specifiche reti neurali, è solo la prima fase di un normale processo di crescita. La percezione di sensazioni e sentimenti negativi e positivi, può innescare una condotta collaborativa, e tra l’altro non è neanche detto che sia veicolata da intenzioni benevole. Gli esseri umani sono molto più complicati di quel che si crede! Ci resta dunque per intero sul piatto tutta la questione dell’educazione della persona, ancora da risolvere. Per mettere in moto una condotta veramente altruistica, devo essere stato educato al bene e devo essere anche capace di una sincera capacità introspettiva.
Se vedessi uno che sta morendo di sete, gli offrirei dell’acqua, perché mi metterei nei suoi panni, nel senso che comprenderei quella condizione con un misto di orrore, e, se non fossi una bestia, gli darei da bere immediatamente. Non ne consegue che mi metterei a scrivere un post di Tramites o di Fb, tanto meno mi verrebbe in mente di fare un video su dove e come ho preso l’acqua per documentare la cosa. Ancora meno intraprenderei un’azione di propaganda politica, postando una foto di chi si diverte, bagnandosi in piscine o spiagge da sogno. Bisognerebbe chiedersi con una certa onestà intellettuale da dove vengono le condotte “documentali” e a quale scopo esattamente tendono: normalmente, al recupero di risorse economiche, sia detto senza condanna, ma per chiarezza.

Per tornare allo specifico del vangelo di oggi, non dovrei andare a dire a un fratello di condividere con me la sua “eredità” e neanche appellarmi al Signore perché lo convinca e il motivo è semplice e molto pratico: se l’eredità in senso terreno è mia e ne ho l’intenzione, faccio causa al fratello, perché la legge me ne fornisce gli strumenti, se invece l’eredità è di qualcun altro, la cosa non deve e non può riguardare me.
Ma se l’eredità è di natura spirituale e implica una visione del mondo basata sui vangeli, allora la questione principale è salvaguardare la giustizia e la vita delle persone, dunque l’agire deve cambiare radicalmente. Come mai? Perché il “campo d’interesse” non è legato al possesso materiale di beni, il “campo d’interesse” è addirittura il Regno di Dio, quello che chiediamo quotidianamente recitando il Padre Nostro.
Se io costringessi qualcun altro a condividere con me o con chicchessia la sua eredità terrena con minacce o sanzioni o gli intentassi una guerra, presumendo di avere più valide ragioni e più validi diritti (è esattamente questo che sta accadendo nel mondo anche in questo momento), posso giustificare come voglio il mio modo d’agire, ma certo non è ispirato al vangelo. Tutto quello che conduce alla difesa di un qualche tipo di primogenitura economica rispetto ad altri, non ha nulla a che fare con ciò che ha inteso dire il Nazareno.
Il Cristo parla di un’altra eredità; anche il pianeta terra e le sue risorse fanno parte di una comune eredità umana per il tempo in cui a ciascuno è consentito vivere.

Abbiamo aperto su due grandi temi: uno riguarda la domanda “chi sono in ultima analisi gli eredi del pianeta?” La risposta è: l’umanità tutta, anche i figli degli altri. Oggi, i popoli continuano a sterminarsi vicendevolmente per non aver ancora capito questo e probabilmente parlare loro di empatia risulterebbe ridicolo. Oltre che criminale, è stupido pensare di sterminare tutti i nemici. Con Qoelet potremmo dire “vanità delle vanità, tutto è vanità”(cfr prima lettura odierna).
E allora? La chiave per risolvere questa conflittuale ambiguità tra l’istinto di possesso del territorio, la difesa dei diritti umani e la salvaguardia della pace, non sta nel sano egoismo, ma nel riuscire a fare la differenza tra lo scuotere la polvere dai sandali nelle situazioni in cui le persone agiscono in base ad un’etica degradata, per non farsi trascinare nella melma, e il sapersi fermare davanti alle autentiche richieste di aiuto. Questo può significare dare un bicchiere di acqua fresca a chi ha sete e magari neanche ce la fa a chiederlo o aiutare qualcun altro a costruire un pozzo nel Sahel, oppure mettere su un laboratorio perché chi non sa costruire i pozzi impari a farlo. Soprattutto significa lasciare che chi impara diventi più bravo di noi, ammesso che noi siamo mai stati bravi.

Per chiudere il cerchio e tornare alla seconda tematica, a questi missionari digitali, a internet e alle trovate per reti digitali, vorrei poter dire che il mondo del web è una conseguenza, se non una parte, dell’eredità terrena, e può essere una cosa buona , ma “etere” non è sinonimo di “eternità” e non è neanche tanto etereo, ma molto materiale e modellato prima di tutto sugli interessi economici degli attori “globali” del pianeta. L’aggettivo “globale” riguarda la visione di una sola parte degli attori in scena su questa terra, di quella parte che vive un maggiore benessere economico e non riesce o non vuole fermare le guerre.
La rete, dunque, si presenta non come un luogo da abitare, ma come il campo di battaglia degli interessi economici globali. Il rischio che corrono i giovani missionari digitali è credere di poter usare come strumento di propaganda un campo coltivato con semi molto diversi dalla Parola.
Devo aver già scritto altrove che internet (e IA) devono essere considerati, dal nostro punto di vista, come vettori, strumenti che, alla stregua di una automobile, ci fanno risparmiare tempo, se sappiamo guidarli e conosciamo bene la mappa del territorio, e soprattutto se ci rendiamo conto a sufficienza che quel che vogliamo trasportare è di natura assai diversa dalla merce e dal denaro. Queste sono premesse indispensabili da avere molto chiare in testa, se non vogliamo diventare i Pinocchi e i Lucignoli della rete.
Confondere il web con un ambiente da abitare (come il sesto continente da evangelizzare) o anche solo con uno strumento per raggiungere più facilmente altre persone, non significa passare all’azione, percorrendo la strada giusta. Se invece avessimo quest’illusione, sarebbe come sognare l’isola che non c’è.
L’empatia, la compassione, l’amore e tutto ciò che spinge a comportarsi come il samaritano benevolo, non sono sentimenti che si provano a distanza e a comando, non sono ragioni coercitive; si educa e ci si educa ad essere benevoli! Nella prassi di tutti i giorni, non senza sforzo, perché l’istinto va fin troppo spesso in tutt’altra direzione, perfino a nostra insaputa.
Potremmo sostenere che qualcuno sia stato educato dagli  influencer?

Del resto, non credo che i missionari propongano un brand-panettone o si siano mai realmente preoccupati di influenzare chicchessia.
Personalmente non ho alcuna velleità da influencer;  “influenzare”, almeno in italiano, ha, in parte, una valenza negativa, ha la stessa etimologia di “influenza”, una malattia contagiosissima… Lasciarsi influenzare da qualcuno talora diventa anche un lasciarsi turlupinare, nei casi più gravi significa essere vittima di una circonvenzione da parte di altri che evidentemente ci considerano prede idiote, fino ad arrivare all’abuso.  Non credo sia giusto che la Chiesa usi un linguaggio fuorviante,  preso in prestito dal marketing. Di tutto abbiamo bisogno, ma non di usare il linguaggio commerciale più consono agli imprenditori e agli uffici vendite.

Le parole che usiamo sono importanti, la mia fede non può “influenzare” nessuno, l’annuncio  è piuttosto un indicare ad un altro o a un’altra che vivere la gioia del vangelo si può, che siamo nati per vivere ed amare meglio di come vive e ama chi si preoccupa costantemente dei propri beni. Chi si occupa troppo di beni ereditari, impari a camminare sulle proprie gambe e poi, chi ha imparato, andrà dove sceglierà di andare.
Così è anche dell’annuncio della Parola; intanto impariamo a parlare, e poi ognuno tesserà i suoi discorsi; dopotutto, la Parola è “lampada per i miei passi”.
Vado in chiesa come vado dal medico? Certo! Mica mi ci domicilio! Spero di guarire, altrimenti non ci andrei… Beninteso: ho bisogno di una Parola certa e di pane condiviso tutti i giorni per poter andare in pace, per capire quale sia la mia vera eredità, per non costruire granai ammassando beni dove la tignola e la ruggine consumano, e dove i ladri scassinano e rubano. Farsi piuttosto tesori in cielo è coltivare quell’altra vitale condizione dell’essere, dove non serve il sano egoismo e neanche il web e non ci sono tignola né ruggine che consumano, o ladri a derubarci.

Dov’è il mio tesoro, lì sarà anche il mio cuore. (cfr. Mt 6,19-21)

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Invito ad insistere

Chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto

Gn 18,20-21.23-32
Sal 137
Col 2,12-14
Lc 11,1-13

Gli apostoli chiedono a Gesù di insegnare loro a pregare, vedendolo molto spesso assorto in preghiera. Ricevono una risposta chiara, coincidente con il Padre Nostro. È una risposta pratica con una forte connotazione filosofico-teologica. C’è anche un invito all’insistenza, simile a quella di uno che continua a bussare alla porta di un amico per chiedere aiuto.

Dovremmo insistere oltre il limite della “buona educazione”? Sembra proprio di sì.
Bussare, chiedere, cercare diventano quasi un’impertinenza ostinata e maleducata, ma un amico è qualcuno che possiamo permetterci di disturbare anche nel cuore della notte, o se sappiamo che è scontroso e di cattivo umore, altrimenti non sarebbe un vero amico.
Pregare è cercare, chiedere, bussare alla porta di Dio, anche quando non risponde o sembra non ascoltare.

Ma bussare perché? Cercando e chiedendo cosa?
Si noti che nell’esempio portato da Gesù chi bussa, chiede e cerca, lo fa allo scopo di ottenere “pane” per qualcun altro, che è andato a trovarlo e al quale non ha nulla da offrire.
Del resto, cosa mai potremmo chiedere per noi stessi nella logica evangelica? In pratica, noi dovremmo imparare a chiedere più per il nostro prossimo che per noi stessi, perché a nessuno sarebbe permesso vivere, se fosse solo.
Se andiamo a bussare in cerca di “pane”, non sappiamo “chi” aprirà e “se” e “cosa” ci darà, ma Gesù è risoluto nel dire che si tratterà sicuramente di “pane” buono da mangiare.
Il frutto della nostra preghiera è dono e, probabilmente, parte della risposta di Dio consiste nell’aprirci gli occhi sul tipo di relazione che abbiamo instaurato col nostro prossimo.
La risposta di Gesù si modella su un’eredità culturale già millenaria ai suoi tempi: come Giacobbe lotta con Dio fino all’alba, dicendo: “Non ti lascerò andare finché non mi avrai benedetto”, così dobbiamo imparare a rivolgerci insistentemente al Signore. La preghiera è insistenza fino all’impertinenza, lotta per gli altri, vittoriosa per amore, come emerge anche dalla prima lettura.

Ma chi è allora questo Dio, che vuol essere pregato con ostinazione?
Pensi forse per un attimo, dice Gesù , che Dio Padre sarebbe meno amorevole con te di un qualsiasi normale genitore? Gesù pone questa domanda retorica, perché alcuni pensavano (e ancora pensano) che Dio possa essere anche fonte di malattia, di catastrofi, di morte e altri guai. Questo per Gesù non ha senso e lo chiarisce. Dio Padre non donerà mai qualcosa di velenoso come uno scorpione o una tentazione ingannevole come un serpente, perché il Creatore non è la fonte del male. Se proviamo rabbia, delusione o abbiamo dubbi (che non si capisce perché solitamente ai nostri occhi riguardano sempre prima Dio e poi noi stessi), permettiamoci pure di bussare più forte alla sua porta, insistiamo pure alla maniera di Giacobbe e di Abramo. Possiamo anche lamentarci, brontolare o gridare, l’ha fatto anche Gesù sulla croce: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Possiamo anche rivoltarci contro gli orrori di questo mondo, ma l’unico scopo della nostra preghiera rimane quello di ottenere “pane” per i nostri fratelli.

Ma allora cosa è saggio e buono cercare, quali significati attribuire ai “tre pani”?
Questa, a parer mio, è la più inutile delle domande. Cerchiamo il bene? Il bello? Il buono? La ricchezza? La salute? Pensiamo che Dio ignori quello che andiamo cercando?
Quando un bambino piccolo chiede qualcosa di stupido o dannoso da mangiare per sè o per suoi fratelli, come una pietra, o un serpente, o uno scorpione, un genitore normale gli darà comunque una cosa buona. Se decidiamo di aguzzare l’ingegno e raffinare la richiesta, al massimo rischiamo di ottenere la compassione e la carità di nostro Signore, magari centuplicate proprio a causa del nostro atteggiamento infantile.
E già… sono convinto che filosofi, intellettuali e raffinati pensatori debbano pregare anche più incessantemente di un povero e ignorante pescatore della Galilea… Se, per caso, poi, ci fossimo interrogati sulla scarsa efficacia della nostra preghiera, Gesù conclude: “Se voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono?” (Lc 11,13). Questo bene, questo “Spirito Santo” che Dio dona a poveri e dementi è addirittura il Suo Spirito, un prodigio dell’essere, un’altezza divina, una bontà incommensurabile, una dono eccelso, la libertà di una fiorente creatività personale. Se solo provassimo con fede, tutti i giorni, a pregare incessantemente, sapremmo cosa significa essere amici dell’umanità, esaudire i desideri umani, donare generosamente il pane della vita ai nostri fratelli affamati.

A ben vedere, quando Gesù fa dire all’amico scontroso che è “dentro” casa con i suoi figli e non vuole essere disturbato (Lc 11,9-13), questo elemento assume un nuovo significato
Quando Dio si rifiuta di essere disturbato, cosa sta facendo di così importante?
L’unica idea che mi viene in mente in base alla mia esperienza è che stava già lavorando per rispondere alle mie preghiere prima ancora che io riuscissi a formularle. Mentre ero al buio, nell’urgente bisogno di pane, Lui era “dentro” di me a costruire la mia pace, nonostante me.
Nel momento in cui siamo più sconvolti per la mancanza di ciò che urge, in preda alla rabbia, allo sconforto o alla disperazione, stiamo pur certi che qualcosa dentro di noi si sta già convertendo, per sola forza di fede e preghiera, in nuova energia, entusiasmo e progetti.

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Marta e Maria

Una sola è la cosa di cui c’è bisogno

20 luglio 2025 – XVI Domenica del Tempo Ordinario

Gn 18,1-10
Sal 14
Col 1,24-28
Lc 10,38-42

Le figure di Marta e Maria tradizionalmente rappresentano due modalità di discepolato che a volte è difficile conciliare nella vita quotidiana: servizio e ascolto.
Quando Marta si lamenta con Gesù perché sua sorella non le viene in aiuto nel servizio, Gesù risponde: “Marta, Marta…”; sembra il modo di rivolgersi ad una persona cara per farle notare qualcosa di cui non si è ancora accorta. Non la sta rimproverando, né le sta dicendo che sarebbe preferibile per lei comportarsi come Maria; sta probabilmente facendole notare che la sorella agisce sotto una diversa spinta motivazionale. È come se Gesù dicesse a Marta: “Fermati un po’, guarda te stessa e tua sorella e ascolta quello che ti dico…”.
Il senso generale del discorso riguarda più che altro il tema dell’ “agitazione”, che accompagna di solito chi è impegnato nel “fare” con la preoccupazione di “fare bene” e “fare in fretta”: “Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose…”.
Gesù si rivolge a Marta, ponendola in ascolto proprio su ciò che più la pre-occupa, e le pesa. L’accento, credo, non è posto sul “fare” del servizio, contrapposto al “non-fare” della contemplazione, piuttosto sul fare frenetico di chi svolge un compito quasi automaticamente, quando lo svolgerebbe magari diversamente, con più serenità e maggiore creatività.
La psicologia insegna che una lieve tensione rende migliore il risultato, ma se la pressione cresce, superando una certa soglia, la prestazione peggiora, ma sapere questo non è poi così utile perché a noi interessa più la persona che la sua prestazione. “Una sola cosa è necessaria – osserva Gesù – Maria ha scelto la parte buona, che non le sarà tolta”. L’essenziale consiste nello scegliere di mantenersi in una condizione tranquilla, senza preoccupazioni o distrazioni, per poter ascoltare la Parola che dona la pace, cioè la parte migliore che non ci può essere tolta.
Saper “mollare” occupazioni, preoccupazioni e tensioni varie, anche per pochi minuti è importante.
Dunque, Maria non è migliore di Marta, anzi forse è predisposta ad avere un po’ “la testa tra le nuvole”… come diremmo oggi, dall’alto del nostro attivismo.

Ho trovato interessante vedere come reagiscono Marta e Maria negli altri due passaggi evangelici in cui compaiono.
Le troviamo nel Vangelo di Giovanni (11,20-37) in una situazione quasi identica: Marta attiva e Maria passiva, ma in un contesto completamente diverso. Non si tratta di una visita “tranquilla” di Gesù alle due sorelle, ci ritroviamo dentro un evento drammatico: Lazzaro, il fratello di Marta e Maria, è molto malato. Sappiamo che Gesù “amava Marta, sua sorella, e Lazzaro” (Gv 11, 5) e le due sorelle lo avvertono della malattia del fratello, ma Lazzaro muore prima dell’arrivo di Gesù. Quello che accade suscita due diverse reazioni: chi mostra una fede assoluta è Marta, non altrettanto sembra di vedere in Maria. L’impressione è che la stessa storia rifletta due realtà differenti. Marta corre incontro a Gesù e quasi lo rimprovera di essere in ritardo: “Signore, se tu fossi stato qui, mio ​​fratello non sarebbe morto!” E poi: “Ma so che quello che chiedi a Dio, Dio te lo darà”. Per Marta Gesù è stato “lento”, ma la speranza è che lui possa ancora fare qualcosa. Maria, invece, sembra confinata nella tristezza e nella sfiducia: sta seduta, circondata da chi cerca di consolarla. Quando finalmente si alza per andare incontro a Gesù, gli muove lo stesso rimprovero della sorella: “Signore, se tu fossi stato qui, mio ​​fratello non sarebbe morto!” Non parla oltre però, piange e commuove col suo pianto.

Troviamo ancora Marta e Maria nel capitolo successivo di Giovanni, durante una cena, stavolta con Lazzaro risorto (Lc 12,1-8).

Durante questo pasto, Marta “serve”, come nel racconto di Luca, e Maria versa profumo sui piedi di Gesù, in un gesto di fede generosa (lo stesso che Giuda denuncerà come un inutile spreco).

Queste tre storie presentano Marta e Maria come due persone molto diverse, ma tutt’altro che circoscrivibili in categorie separate: c’è un momento in cui Marta si agita invano e un altro in cui il suo modo di essere la fa camminare con fede incrollabile.
C’è un tempo in cui il suo modo di essere rinchiude Maria nella nostalgia e nel dolore e un altro in cui la rende più disponibile, attratta e ricettiva nei confronti della Parola.

Se ognuno di noi guardasse a se stesso, si accorgerebbe che si può passare da una dimensione all’altra, siamo un po’ Marta e un po’ Maria a fasi alterne.
Si può essere presi da preoccupazioni, nostalgie, fatica o lutti, e si può reagire lavorando di più o ritirandosi nella sofferenza, ma, a  volte, mossi dalla fede, possiamo recuperare la capacità di ascolto e con essa la speranza e la fiducia.
Può succedere in diversi momenti della vita, così come allo stesso tempo, in diverse parti del nostro essere interiore. A volte siamo Marta, a volte Maria, e spesso sia Marta che Maria.
Questa storia potrebbe anche risuonare come un invito ad articolare i diversi tempi della nostra esistenza e le tensioni che ci attraversano. Preoccupazione e fiducia, lavoro e grazia, impegno e ascolto, servizio e preghiera, come due sorelle in noi. In fondo, qual è la parte migliore che non ci sarà tolta? Rimanere in Cristo, questo non ci sarà mai tolto e questo si sceglie; quel che è certo è che Maria ha scelto e che tutti possono scegliere.

Non c’è inevitabilità in questo, c’è l’opportunità di decidere cosa vivere e come viverlo.
L’impegno non necessita di preoccupazione e tumulto e la pace è gioiosa e contagiosa.

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Un uomo

Gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono,
lasciandolo mezzo morto

13 luglio 2025 – XV Domenica del Tempo Ordinario
Dt 30,10-14
Sal 18
Col 1,15-20
Lc 10,25-37

Cosa possiamo evincere dalla storia del buon samaritano? Che un religioso può mancare di umanità e che un laico di diversa fede può comportarsi meglio? Naturalmente, questo non è falso, ma è come accarezzare la superficie delle cose.
Al tempo del Maestro vigeva una norma stabilita in Nm 19,11-16: “Chiunque toccherà un morto – qualunque corpo umano – rimarrà impuro per sette giorni. Si purificherà con acqua lustrale il terzo giorno e sarà in stato di purezza il settimo giorno. […] Chi tocca un morto – un essere umano morto – e non si purifica, rende impura la dimora del Signore. Questo sarà quindi tagliato fuori da Israele. Poiché su di lui non è stata aspersa l’acqua lustrale, è impuro, rimane in uno stato di impurità.” Questa norma rispecchia in fondo la consueta repulsione verso la malattia e la morte che tutti gli esseri umani provano, ma anche impone con la forza della legge dei principi di igiene probabilmente difficili da spiegare a un gruppo umano di duemila anni fa, dedito per lo più alla pastorizia. Forse, se il sacerdote si fosse fermato a soccorrere l’uomo sul ciglio della strada avrebbe rischiato di non poter entrare al tempio e … si capisce che se uno va di fretta, magari non ha molto tempo per purificarsi…è un comportamento che talora mettiamo in atto anche oggi, tanto è vero che chi rischia per salvare un altro, generalmente è considerato un santo o un eroe.
Che cosa non va riguardo al comportamento del sacerdote? L’uomo obbedisce a ciò che la legge comanda, se lascia morire un uomo per la strada, dal punto di vista della stessa legge non può essere giudicato colpevole di nulla. Oggi, almeno, in certe circostanze, sarebbe un reato di omissione di soccorso.
La parabola, però, pone l’accento non  tanto sulla mancanza di umanità dell’uomo, quanto sulla scarsa o nulla attualità della legge all’epoca in vigore. Qui non è lo specialista del diritto ad essere chiamato in causa, ma il diritto stesso e il suo statuto, configurato come l’insieme di norme che un gruppo umano si è dato.
Paralleli con l’attualità non mancherebbero: chi “fa” il diritto? Chi legifera? Su quali presupposti etici impliciti?
Gesù interroga il suo interlocutore, probabilmente notando l’impostazione “legalistica” della domanda: “Che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”
La vita eterna, se ci crediamo, è un dono e non si ottiene perché la si vuole, ma la si riceve per amore; credo che Gesù dunque volesse aprire la mente del suo interlocutore per consentirgli di gettare uno sguardo più chiaro e leale su se stesso e sul mondo. In certi casi, applicare una norma alla cieca, perché “si fa così”, può avere conseguenze molto gravi, addirittura può mettere in pericolo la vita degli altri. Spesso l’applicazione meticolosa e puntigliosa di un principio porta a trascurare l’essenziale e può avere conseguenze disastrose.

La parabola del buon samaritano, vero caso da manuale, è destinata solo agli uomini del tempo di Gesù? Non credo proprio. Tant’è che a volte mi chiedono se la nostra chiesa permette questo o quell’altro comportamento. La Chiesa non è un’organizzazione che deve approvare o invalidare le scelte etiche dei contemporanei, siano essi parrocchiani o meno, sarebbe un totale fraintendimento del suo messaggio, che è e resta lo stesso messaggio di amore portato nel mondo dal Cristo. L’amore sfugge ad ogni codificazione, non perché chi ama sia esonerato dal rispettare le norme, ma perché vivere nell’amore significa prestare la nostra attenzione e le nostre cure alla vita e alla pace del nostro prossimo non a ciò che ci è permesso o proibito.
Questo vuol dire vivere nella libertà, spezzare le catene delle nostre personali schiavitù, che ci rendono simili a quel sacerdote, cieco di fronte alla realtà e privo di compassione.

Gesù, maestro di vita, porta l’umanità fuori dalla disumanità delle leggi antiche e anche di un “diritto internazionale” oggi pronto a giustificare il riarmo e la guerra in nome di una regola implicita che è sotto gli occhi di tutti coloro che la vogliono vedere.

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La casa nel regno

Non passare di casa in casa

Is 66,10-14
Sal 65
Gal 6,14-18
Lc 10,1-12.17-20


È tempo di partenze, tempo di viaggi, chi vive in città cerca di sfuggire al caldo e di trascorrere le ferie andando dove il clima è più mite; indossa abiti e scarpe comode, porta con sé valigie, borse, documenti di riconoscimento e denaro; non con simile attrezzatura dovrebbe partire un discepolo, tuttavia bisogna ammettere che il missionario moderno, quando va in missione, prima spedisce imponenti bagagli e poi parte con scarpe comode, 43 kg di valigie in stiva e bagaglio a mano talmente stipato che la cerniera rischia di esplodere da un momento all’altro.
Evidentemente la mia descrizione è un po’ caricaturale, ma siamo veramente lontani dal “niente borsa, nessuna bisaccia, senza sandali”. Mi si potrà obiettare che il significato sostanziale delle parole di Gesù è che nulla deve appesantire il passo dei discepoli all’infuori di un’autentica vocazione alla propagazione del Vangelo, e questo è senz’altro vero.
Anche la modalità della trasmissione del messaggio cristiano è sfrondata da ogni elemento superfluo, non c’è altro da dire se non: “Il regno di Dio è giunto a voi”, preceduto da: “Pace a questa casa”. Adattato al contesto, non sembra essere una comunicazione complicata.
Gesù invia i suoi discepoli in missione nella semplicità totale, in una sorta di felice sobrietà.
Troppo semplice, troppo radicale, troppo sobrio per essere preso sul serio?
Inoltre sono inviati “a due a due”, e con il comando di agire in un certo modo in “qualsiasi casa” si trovino ad entrare.
La premessa al versetto 3 “Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi” dimostra che Gesù ha perfettamente presente la realtà del mondo e dalle terrene avversità, esprime con chiarezza che i discepoli potranno anche fronteggiare rifiuto e ostilità, ma questo non è un motivo per sprofondare nello scoraggiamento, potremmo dire “fa parte del gioco”, e il discepolo che si trovi in una simile situazione, lascerà il luogo del rifiuto liberamente, senza rimorsi e senza alcun debito verso chi lo ha rifiutato.
L’annuncio del Vangelo è prima di tutto un “mettersi in cammino” senza zavorre e attaccamenti particolari, per avere la libertà di incontrare il prossimo, perché è in quel preciso evento che si realizza la presenza del Cristo, come scritto in Mt 18,20: “dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro.
Questo incontro è caratterizzato da un saluto particolare: “Pace a questa casa”. È un saluto che non ammette ambiguità, si dà e si riceve nella reciprocità, chi lo dà, lo riceve anche per sé.
Questo è il presupposto per poter dire ad un altro: “È venuto il Regno di Dio per te che mi stai ascoltando”. Queste parole sono al tempo stesso gesto di guarigione, gesto ordinato da un imperativo altrettanto semplice e chiaro: “Guarite i malati che vi si trovano” (v. 9).
Si badi bene che Gesù affida questa missione non soltanto ai dodici discepoli a lui più vicini, ma anche agli “altri settantadue discepoli”, che, secondo l’interpretazione accreditata dalla tradizione, corrispondono alle settantadue nazioni di Genesi 10. Si tratta della totalità umana che popola la terra dopo il diluvio.
Soffermiamoci un attimo sul tema centrale, sull’oggetto dell’annuncio: il “Regno di Dio”.
Che cosa è concretamente? Come lo descrivono i Vangeli e le lettere di Paolo?
Bisognerebbe evitare per quanto possibile ogni fantasia puramente umana, cioè ogni proiezioni del desiderio di infinità, eternità ed onnipotenza su un essere superiore, che normalmente coincide con l’immaginazione di una divinità extragalattica, con potere di vita e di morte su tutto l’universo, immaginato alla maniera di un mega-imperatore terreno.
Gesù spiega molto bene al rappresentante dell’Impero romano, potenza suprema del suo tempo, che il suo regno non è di questo mondo” (cfr Gv 18,36). Il Regno di Dio è invisibile e tuttavia presente in questo mondo, alla maniera di un seme gettato nella terra, di cui il seminatore ignora se porterà frutto o meno; normalmente nessuno vede quel che accade all’interno del seme che ha piantato nel vaso sul proprio terrazzo, mentre è ancora coperto dalla terra.
Entrare nel Regno di Dio significa comprendere il miracolo della vita nascente, cioè esattamente quello che celebriamo liturgicamente ogni 25 dicembre nel Natale del Signore. È un mistero nascosto nelle potenzialità continua di questo mondo; accogliere il mistero del Natale come celebrazione religiosa di una nuova vita nascente, significa entrare nel regno di Dio. Non si tratta di accedere in uno spazio localizzato, ma di sperimentare un nuovo modo di “essere” nel mondo.
Possiamo ben capire perché Gesù, ai farisei che gli domandavano quando sarebbe venuto il Regno di Dio, risponde: “Il Regno di Dio non viene come un fatto osservabile. Non si dirà: “Eccolo qui”, oppure “Eccolo là”, perché il Regno di Dio è in mezzo a voi” (Lc 17,20-21).
Il Regno di Dio – altra similitudine – è come un granello di senape che cresce segretamente, misteriosamente nella terra prima di diventare una pianta che nessuno avrebbe immaginato prima, oppure è simile a una perla o a un tesoro nascosto in un campo.
Chi è entrato nel Regno o chi lo annuncia non è dotato di poteri speciali come i cesari, i tiranni, i dittatori o i più moderni capi di governo  di questo mondo. Tuttavia hanno un potere molto reale in questo mondo. Per questo i discepoli che tornano dalla loro missione sono pieni di gioia, perché hanno sperimentato che il potere ricevuto permette loro di contenere anche i poteri dannosi: “Signore” – dicono – “anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome”. I demoni, nella tradizione biblica, sono una manifestazione dell’avversario di Dio e degli uomini, di colui che divide, seminando discordia e sfiducia.
All’epoca di Gesù, i demoni erano considerati responsabili di varie malattie e infermità, comprese quelle nervose o mentali, per questo, liberare un posseduto da un demone era considerato un atto di guarigione nei confronti di un malato. Nel Regno di Dio il potere è reale in senso assoluto ed è di gran lunga superiore ad ogni altro tipo di potere, nessun altro genere di potere può avere la meglio sulla forza del regno, nè ieri, nè oggi.

La forza del regno è una serena certezza dell’esistenza di Dio, il cui amore è più forte dell’odio, della paura e della violenza. È la serena certezza che i nomi degli operatori di pace sono scritti nei cieli, e questa consapevolezza diventa nel discepolo fonte di gioia e gratitudine verso Dio.
I discepoli non sono superiori ad alcuno, non hanno conoscenze o poteri superiori ad altri, la loro forza consiste nell’essere conosciuti, riconosciuti e sostenuti dalla potenza dell’amore del Creatore.

Questa forza, una volta scoperta, può appartenere ad ogni discepolo e il primo demone da cacciare sarà la tentazione di camminare da soli, il secondo, una volta entrati in una casa, la tentazione di trovarne un’altra migliore. Superate queste due tentazioni, lì dove saranno due o tre riuniti nel suo nome nascerà una comunità, un ramo del regno frondoso e carico di frutti, fonte di gioia e di gratitudine verso Dio.

Dunque, andiamo fiduciosi per le strade del mondo, con la sola forza del Vangelo, e fermiamoci, per il tempo che ci sarà concesso, in quella casa che risponderà pacificamente al nostro saluto di pace: lì, fiorirà e darà frutto un nuovo rigoglioso ramo del Regno.

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