Ottusità

«O Dio, abbi pietà di me peccatore»

26 ottobre 2025 – XXX Domenica del Tempo Ordinario
Sir 35,12-14.16-18
Sal 33
2Tm 4,6-8.16-18
Lc 18,9-14

Due uomini, un fariseo e un pubblicano, salgono al tempio per pregare; tutto sembra sottolineare la contrastante posizione esistenziale dei due: il fariseo è uno che si sente “a posto”, “perbene”, degno di ricevere onori e degno dell’amicizia di Dio, il pubblicano invece sa di essere un peccatore, si mantiene un po’ distante, esita, proprio perché si sente tutt’altro che “a posto”, tutt’altro che in pace con la coscienza e si batte ripetutamente il petto.
Il comportamento dei due non è poi così scontato da analizzare; in fin dei conti il primo è un uomo irreprensibile, prega, medita, va al tempio, non sembra malevolo. È forse sbagliato digiunare due volte a settimana, versare la decima, essere onesti, giusti e scrupolosi? Certo che no, ma allora cosa proprio non funziona in quest’uomo?
E il secondo, il pubblicano? Cosa c’è di bello nella sua storia? È forse un modello da imitare? Collabora con i romani e il sistema fiscale dell’epoca gli permette di arricchirsi scandalosamente a danno della gente comune. Forse esercita loscamente la sua professione e il suo modo di pregare sembra un po’ teatrale; che stia recitando una commedia?

Gesù, che certo non indulge in lezioserie moralistiche, sembra assolvere l’uomo quasi troppo velocemente, come se si trattasse di un caso chiarissimo ed esemplificativo del nuovo ordine delle cose. In genere, quando racconta le sue parabole, Gesù spinge i suoi interlocutori ad esercitare una sorta di spirito critico e il più delle volte conclude il racconto con una domanda o un commento che inducono alla riflessione. Qui non è così, la parabola si conclude con un’affermazione perentoria: “Chi si esalta sarà umiliato, ma chi si umilia sarà esaltato”. Non interessa affatto cosa ne pensa l’uditorio: il pubblicano è riconosciuto giusto, il fariseo no.
C’è il rischio di rimanere disorientati? Allora dobbiamo dedurre che il bene non è sempre così bene e il male non è sempre così male?
È necessario comprendere in profondità che il buon ebreo virtuoso non è giustificabile, solo perché si sente perfetto e in ogni caso migliore degli altri. Con questo atteggiamento pestilenziale squalifica il resto del mondo e distrugge ogni possibilità di fratellanza.
Egli mostra, ostenta, giudica e fa spazio alla bestia di superbia priva di carità che ha occupato il suo essere. Si rivolge a Dio a testa alta, come fosse un suo pari; è pronto a valutare al ribasso il prossimo, mentre precipita rovinosamente dall’inutile piedistallo sul quale si è tronfiamente collocato.
Da questo brevissimo brano, trasuda l’ego ipertrofico del fariseo, quell’IO straordinario che fa tutto benissimo e meglio degli altri, mentre rimbomba come il misero ragliare di un mulo testardo.

E il pubblicano? Lui, semplicemente, non corre questo rischio, perché sa già di essere un asino!
Non è innocente, e lo sa. Non si aspetta nulla dagli uomini. Neanche ha reclami da fare a Dio.
Ha coscienza di essere un peccatore e tuttavia si espone a Dio così com’è, tenendosi a rispettosa distanza, in secondo piano, conoscendosi indegno di Dio.
Questo lo rende profondamente diverso dal fariseo. Lui non è migliore o peggiore del fariseo, ma ha la piena avvertenza della sua irrimediabile fragilità ferita.
Quella fragilità ferita che ha piena avvertenza di sé troverà grazia agli occhi di Dio.

Né i peccati, né le virtù altrui ci rendono migliori o peggiori di quel che siamo.
Riconoscersi peccatori è una grazia, è il dono che apre la via verso la pace con se stessi, con gli altri e con Dio. Solo perché perdonati, possiamo seguire le orme di Cristo.
Possa ciascuno di noi ricordare sempre che per ogni istante di vita c’è un futuro possibile di redenzione e di pace; vale per il pubblicano che torna a casa giustificato, ma vale anche per il fariseo, ancora smarrito nella sua autosufficienza.

NB: in copertina, Anonimo, Il fariseo e il pubblicano

Perseveranza

Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, le farò giustizia

19 ottobre 2025 – XXIX Domenica del Tempo ordinario

Es 17,8-13
Sal 120
2 Tm 3,14-4,2
Lc 18,1-8

Oggi ascoltiamo un’altra parabola: una vedova reclama giustizia da un giudice ingiusto.

La vedova nella Bibbia è l’esempio classico ed estremo di una persona senza risorse (Es 22,22-24; Sal 146,9; Is 1,17. 23; Ger 7,6-7), incapace di corrompere un giudice ingiusto per vincere una causa. L’oggetto della controversia potrebbe essere stato una disputa con chi voleva confiscare la proprietà di una vedova incapace di saldare un debito (come in 2 Re 4,1).
Nel nostro caso il cattivo giudice, che non teme Dio e che non ha riguardo per nessuno, finisce, comunque, per pronunciarsi a favore di una vedova e a rendergli giustizia.

Questa, per me, è una parabola spiazzante. Dio, o il suo Regno, sono sempre al centro delle parabole e mi chiedo se Dio possa mai essere questo giudice ingiusto, cioè senza giustizia, che non si preoccupa e che non teme nessuno.
Faccio fatica a pensarlo. Qualcuno dice che, se quest’uomo, per sua natura ingiusto e con tanti difetti, esaudisce la richiesta della vedova, a maggior ragione Dio, che non è né ingiusto né insensibile, esaudirà le nostre preghiere. Questo sillogismo andrebbe poi di pari passo con l’insegnamento di un’altra parabola: quella dell’amico importuno che ottiene ciò che desidera a forza di insistere. Alla fine di questa seconda parabola il Nazareno concludeva dicendo: “quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra? […] Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono” (Lc 11,5-13). 
Tra queste due parabole esiste, però, una grande differenza: l’amico importuno non viene descritto come cattivo e ingiusto o addirittura senza timor di Dio. 
Probabilmente queste due parabole non sono l’una la continuazione dell’altra e tanto meno le due facce d’una stessa medaglia. 
Penso che la storia del giudice ingiusto e della vedova dica qualcosa di diverso a partire dalla conclusione: “Il figlio dell’uomo, quando tornerà, troverà la fede sulla terra?” 

Vorrei allora provare a rileggere questo brano partendo da un’altra parabola, quella dei talenti, dove l’ultimo servitore, quello che sotterra il talento ricevuto, giustifica la sua inazione dicendo: “So che sei un uomo duro, che raccogli dove non hai seminato […] ho avuto paura e ho nascosto ciò che mi avevi affidato” (Mt 25,24-25). 
Dio può essere paragonato a un uomo duro, che raccoglie dove non ha seminato? Trovo  questa “confessione di fede” falsa e fuorviante proprio come quella di un Dio paragonato ad un giudice ingiusto. Sbagliare teologia porta sempre ad una pessima antropologia… sbagliarsi su Dio equivale a sbagliarsi sugli altri: un errore fatale.
Mi viene da pensare che questo giudice ingiusto, distante e duro, sia un’altra falsa immagine di Dio che Gesù denuncia. 

La parabola sarebbe allora una critica alle teologie farisaiche e fuorvianti, e decisamente false. Non a caso il testo ripete più volte che questo giudice è un giudice di ingiustizia (iniquo e fallace) e che non teme Dio. Ora, credo che Gesù voglia farci uscire da questo tipo di religione annunciando un Dio di grazia, di tenerezza e d’amore. 
Purtroppo anche oggi molti, anche se cristiani, hanno un’immagine di Dio che assomiglia molto a un giudice ingiusto che castiga o che ricompensa in base alle opere, e che ascolta soltanto se la preghiera si fa insistente, incessante… ossessionate e impertinente. 
Giovanni, nel suo vangelo, dice: “Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui” (Gv 3,17). 
Dio non “rende giustizia”, non premia o punisce, non chiede conto, ma grazia e perdona… “fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi” (Mt 5,45).
Nel preambolo del Padre Nostro il Nazareno afferma: “non siate come i pagani che credono di essere ascoltati a forza di chiedere, perché Dio sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate” (Mt 6,7-8). Dio allora non può essere come questo giudice ingiusto che esaudisce le nostre preghiere a forza di insistere o che si lascia impressionare dalla nostra fede o dalle nostre opere, ma semplicemente perché ci ama. 

Pregare significherebbe assillare Dio? Non è piuttosto mettersi al suo servizio? 
Il Dio che si rivela a Mosè in Esodo 3 sul monte Oreb, non dice “ho ascoltato la preghiera”, ma “ho visto la sofferenza dei miei figli e sono sceso per liberarli” (Es 3,7). 
Leggo in quest’ottica tutto il mistero dell’Incarnazione. Tutta la vita del Nazareno è stata questo immergersi nella condizione umana senza paura e senza infingimenti, 

Le parole conclusive della parabola sono cariche di significato. Gesù dice: “Quando il Figlio dell’uomo tornerà, troverà la fede sulla terra?” Quasi a dire: cambieranno le cose? Ci sarà giustizia? Equità? Verità? Le relazioni tra gli uomini cambieranno?
Il Nazareno pone la domanda ma non risponde. 
Potremmo dedurre che la fede sarà in declino? Stando a quanto Matteo dice verso la fine del suo vangelo “l’amore di molti si raffredderà” (Mt 24,12) potremmo anche supporlo. 
La cosa certa è che la palla ora è nel nostro campo. 
L’apostolo Pietro afferma: “Questo anzitutto dovete sapere, che verranno negli ultimi giorni schernitori beffardi, […] e diranno: ‘Dov’è la promessa della sua venuta?’” (2 Pt 3,3-4). E poco oltre afferma che è attraverso la preghiera e l’impegno perseverante che attendiamo e affrettiamo “la venuta del giorno di Dio” […]. E poi, secondo la sua promessa, noi aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia” (2Pt 3,12-13).

Pregare costantemente allora è non perdersi d’animo. Insistere nella preghiera è darsi da fare perché chi è giudice sia al servizio della giustizia. Perchè chi si fa la guerra smetta di farla, perchè la corsa agli armamenti cessi e si riscopra il sogno di Isaia “Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra. Casa di Giacobbe, vieni, camminiamo nella luce del Signore” (Is 2,4-5)

Detto altrimenti: “Venga il tuo regno! Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra”.

“Misericordia e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno.
La verità germoglierà dalla terra e la giustizia si affaccerà dal cielo.
Quando il Signore elargirà il suo bene, la nostra terra darà il suo frutto.
Davanti a lui camminerà la giustizia e sulla via dei suoi passi la salvezza” (Sal 84,11-14).

Uno su dieci

“Gli vennero incontro dieci lebbrosi”

12 ottobre 2025 – XXVII Domenica del Tempo ordinario

2 Re 5,14-17
Sal 97
2 Tim 2,8-13
Lc 17,11-19

Uno su dieci
E gli altri?
Ci eravamo lasciati la settimana scorsa con queste parole: “Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare” (Lc 17,10). 
Gesù parlava ai discepoli, e oggi parla a noi lettori. 
Servi inutili? Cosa vuol dire? Chi è il servo? 

La condizione del servo – o dello schiavo, a seconda delle traduzioni – è di non appartenere a se stesso, neppure al suo corpo o alla sua volontà. Riceve ordini, ingiunzioni, e fa del suo meglio per fare ciò che deve essere fatto. Non aspetta qualcosa in cambio o una ricompensa.
All’epoca, ma succede ancora oggi, il “padrone” di un servo o di uno schiavo aveva diritto di vita e di morte su di lui, e la morte dello schiavo, poteva essere l’ultima punizione. 
Difficile vedersi oggi come servi o immaginarsi come schiavi. 

L’altro giorno una frase mi ha lasciato perplesso seppure l’avessi sentita tante altre volte: “perché dovrei accontentarmi di qualcosa quando posso avere tutto?” Mi è suonata come un programma di vita. Sarà stata dettata da una buona dose di “presunta” onnipotenza e pronunciata da un io ipertrofico che non ha paura di nulla? 
Mi chiedo se sia poi possibile essere “onnipotenti” e al sicuro da tutto. Ad esempio: siamo immuni dall’invecchiamento? Siamo mai al sicuro da incontri inaspettati con ciò che la vita secerne di sporco e di brutto? 

La condizione umana, quella dei comuni mortali, è tale che, almeno per certi aspetti, sia paragonabile alla condizione dello schiavo: ci apparteniamo poco, e a volte non ci apparteniamo affatto. 
Il Figlio di Dio non ha certo l’abitudine di edulcorare la sua parola o di indorare la pillola. Insegna attraverso la sua parola e con le sue azioni. Se così non fosse, cadrebbe anche lui sotto l’accusa di essere un altro fariseo tra i farisei. 
Dopo aver affermato che il discepolo è un servitore o uno schiavo qualunque, il Nazareno continua il suo cammino verso Gerusalemme. Sarà lui stesso lo schiavo e il servitore inutile? 

Sulla strada gli vengono incontro dieci lebbrosi. Non è necessario immaginare una lebbra devastante.  A quei tempi qualsiasi macchia sulla pelle, specialmente se trasudava, veniva chiamata lebbra.  Questo bastava a emarginare dalla convivenza. Una volta allontanato ed emarginato il lebbroso – o il presunto tale – chi avrebbe potuto ri-ammetterlo nella società affermando e attestando la sua guarigione?  Era quindi necessario rivolgersi al sacerdote che, dopo ripetuti esami, riabilitava il malcapitato, lo dichiarava guarito e procedeva alla sua formale riabilitazione. 
Ma un lebbroso può mai completamente guarire? Ricordo molto bene la “Léproserie de la Dibamba” (il lebbrosario della Dibamba, a Douala in Camerun), un villaggio isolato sulla riva del  grande fiume da cui prende il nome. Un “non luogo” che frequentavo almeno una volta la settimana. I lebbrosi, anche dopo la loro avvenuta e certificata guarigione, non lasciavano il lebbrosario ma vi rimanevano perché quella era diventata, negli anni, la loro casa, il loro ambiente, il loro villaggio.  
Il corpo può guarire, ma il rapporto con la vita guarisce nella stessa misura e con lo stesso tempo? E le voci, i rumori e i mormorii del quartiere o del paese? 
Anche se le voci si attenuano rimangono impresse dentro… questo rumore continua ad essere percepito come un eco interiore… che risuona come i colpi cadenzati di un tamburo nelle notti e nei giorni, inconsciamente, come un mantra… come il ticchettio di una vecchia sveglia che impedisce di prendere sonno.
Siamo abituati a vedere il Nazareno come un abile guaritore: parla, tocca e guarisce. Oggi siamo di fronte a una situazione veramente particolare. A questi poveretti Gesù dice soltanto di andare a mostrarsi ai sacerdoti. “Ora avvenne che mentre essi andavano, furono purificati”. 
La potenza del Figlio di Dio agisce così, a distanza, senza contatto, senza gesto? Suppongo di sì. Ma forse faremmo meglio a vedere il Figlio di Dio come il servo inutile di cui parla tutto il vangelo. Il Figlio di Dio, sovranamente libero, si fa schiavo delle circostanze, schiavo della vita che mette sulla sua strada uomini provati, malati, esclusi e che si auto-escludono. Diventa lo schiavo, nel senso letterale del termine, perché mobilita, a vantaggio di questi dieci lebbrosi, le capacità e le facoltà che sono sue, obbedendo all’ingiunzione della vita che vuole vivere. Fa dunque, come ha detto, fa ciò che si deve fare, e conduce anche i suoi interlocutori a fare ciò che si deve fare. 
Mi viene da pensare che qui non ci sia un miracolo divino, ma che ci sia “soltanto” un miracolo umano. Quando una persona o tutto un gruppo è convinto di essere emarginato, così convinto da mantenersi ai margini della società, il sentimento di marginalità è così forte che nessun segnale di integrazione o di guarigione può più giungere. Quindi vedo queste dieci persone, così occupate a far sapere che sono lebbrose,  che nessuno gli si avvicina abbastanza per vedere che sono già guarite. Sono come intrappolati nella loro mente da non accorgersi e da non vedere che la gabbia della malattia è aperta, che possono finalmente uscire. 
Nessun miracolo divino quindi nell’intervento di Gesù, ma solo il miracolo umano della vicinanza e della prossimità sufficiente per dire a chi era provato dalla malattia, che è vivo, che la vita è data, e che non è soltanto permessa o promessa.
Andarono, si mostrarono ai sacerdoti, furono dichiarati guariti, tutti, ma solo uno tornò indietro a ringraziare. Lo schiavo non si aspetta ringraziamenti. Credo che qui non ci si debba perdere in ovvie considerazioni sulle buone maniere o ci si debba scagliare contro l’ingratitudine! Siamo certamente contenti della loro guarigione, siamo felici che i sacerdoti li abbiano dichiarati guariti (il Vangelo però non ci dice nulla della loro riabilitazione o del rilascio del certificato di avvenuta guarigione). 

Ai tempi del Vangelo di Luca, come ai giorni nostri, una guarigione può essere il risultato di un processo di cura, di un protocollo eseguito correttamente o di procedure rispettate. Tutto questo non esige un ringraziamento per coloro che hanno contribuito o collaborato alla guarigione. Il mondo è tale che se anche tutte le malattie e le sofferenze fossero superate, anche se non ci fosse più sudore, sangue o lacrime, non sarebbe ancora il regno di Dio. Perché, ci insegna Luca, il regno di Dio non entra tra i fatti osservabili scientificamente e empiricamente. Ciò non significa che ci si debba accontentare dello stato del mondo, così come lo osserviamo, senza mai intervenire, per quanto si possa, cercando di cambiarlo. Quello che facciamo può essere visto, osservato. Ma ciò che non si vede è questa disposizione che fa agire senza alcuna inibizione dovuta al riconoscimento o al misconoscimento, al premio o alla punizione. Ciò che non si vede è la posizione del Figlio di Dio, la posizione del testimone della risurrezione. Chi vive della risurrezione non si aspetta dal suo atto di fede un supplemento di vita per sé. Il regno di Dio è in lui per la decisione presa di agire e per il suo agire. Questa posizione è così discreta, persino così segreta, che il suo atto sarà, il più delle volte, diciamo nove volte su dieci – per parafrasare la proporzione di questo brano… oppure, chiosandone un altro, di uno su cento (cfr Lc 15,4-7) –  ripreso dall’ordinario delle cose, considerato normale, naturale, meritato o immeritato. Credo si debba essere estranei a una certa logica delle cose, a una certa logica della religione, da essere in qualche modo uno “straniero” per individuare ciò che è gratuito, misericordioso, immeritato, ciò che è dato. Questo è il luogo della fede. 

Riuscirà il discepolo di Gesù, il lettore del Vangelo di Luca, il credente, a sottrarsi a questa familiarità con il proprio maestro e a considerare normale tutto ciò che riceve? Questo è ciò che, per me, questo testo invita a fare. Questo è ciò che la vita ci invita a fare. Questo straniero (o Samaritano, a seconda delle traduzioni) è dichiarato salvato, non in virtù del suo ritorno dal guaritore, né in virtù della sua giusta confessione di fede e neppure perché si è prostrato. Viene dichiarato salvato perché non ha perso di vista lo straordinario dell’essere vivo. Ha trovato in se stesso il Regno di Dio. Ha trovato la libertà. Non ha avuto bisogno di un riconoscimento ufficiale per scoprirsi guarito. Lo era, lo è diventato grazie a quell’incontro con chi non ha avuto paura di lui, con chi non aveva pregiudizi, con chi si è avvicinato e si è lasciato avvicinare.
Il Regno di Dio non era una cosa lontana, era tra di loro. E gli altri nove? E la loro salvezza? 
Quanto alla salvezza degli altri nove, Dio solo lo sa!

Un granello di fede

Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe

5 ottobre 2025 – XVII Domenica del Tempo ordinario
Ab 1,2-3;2,2-4
Sal 94
2 Tim 1,6-8.13-14
Lc 17,5-10

Quando i discepoli di Gesù di Nazareth parlano, fanno spesso domande insolite, manifestando un’incomprensione piuttosto massiccia di ciò che sta loro accadendo a causa dell’irruzione del Maestro nelle loro vite: lo seguono da vicino, condividono i pasti con lui, ascoltano il suo insegnamento, assistono alle sue azioni. Ora sembra emergere da un lungo silenzio una nuova richiesta: “Accresci in noi la fede”.
Da buoni cristiani, cerchiamo un significato molto serio nella risposta di Gesù: “Se aveste fede quanto un granellino di senape, direste a questo gelso: ‘Sradicati e trapiantati nel mare’, ed esso vi obbedirebbe!
Nel fiume d’inchiostro speso per illustrare questa affermazione, l’interpretazione più popolare corrisponde alla credenza nella fattibilità assoluta, per il tramite della fede in Cristo, di qualcosa che desideriamo ardentemente; la fede ci darebbe un potere straordinario, quello della volontà libera da ogni limite materiale fino a sfidare le leggi della fisica, una specie di potere magico.
Questa interpretazione può indurre, infatti, in ragionamenti illusori: se la realtà ci resiste significa che la nostra fede è carente. Del resto, molti portano con sé il ricordo di un desiderio, di un auspicio o almeno di un progetto non realizzato. Sarà stato per mancanza di fede?
Le parole di Gesù sono davvero da prendere in questo senso?
Se aveste fede quanto un granello di senape…”. Di fronte a questo detto e ad altri caratterizzati dallo stesso tono, la teologia contemporanea è arrivata anche a chiedersi: “Gesù proferiva anche risposte umoristiche? Aveva un particolare senso dell’umorismo?”
“Sarebbe sorprendente – diceva un mio ​​professore di Teologia Sistematica – se la Bibbia, che parla di tutto ciò che riguarda l’essere umano, facesse a meno dell’umorismo”.
L’idea di umorismo, come noi la conosciamo, era diversa nel primo secolo dopo Cristo: pare che tra il riso e la derisione fosse riconosciuta come piccola virtù l’eutrapelia, nel senso di una certa predisposizione a fare osservazioni sottili, spiritose, a offrire un’interpretazione benigna e sorridente, a “volgere in bene”, come suggerisce l’etimologia greca del termine, alcuni fatti della vita reale. Sembra che Gesù fosse ben dotato anche di questa piccola virtù.
Tommaso d’Aquino sosteneva che l’eutrapelia fosse una sorta di riposo per la mente, una forma di rilassamento e di piacere, utile per porre rimedio alla stanchezza della concentrazione prolungata. La capacità del pensare andrebbe in frantumi se non conoscesse momenti di riposo. Sempre secondo San Tommaso, le attività collegate a questo tipo di rilassamento della mente corrispondono all’intrattenimento, allo svago, al gioco, allo scherzo.
Se accettiamo il principio che Gesù non era un superuomo, ma tanto pienamente uomo, quanto pienamente Dio, non è impossibile che di tanto in tanto scherzasse, prendendo bonariamente in giro i suoi a scopo “didattico”. Credo questo non sfuggisse neppure alla mia illetterata, ma pragmatica nonna. Chiosava allegramente questo brano dicendo: “pensa un po’ che miracolo inutile! Far muovere le montagne, chiedere a un albero di andare a piantarsi nel mare a cosa serve, a chi serve?”.
Se avessimo l’idea che un piccolo seme di fede, la vera fede, potrebbe permetterci di compiere grandi miracoli, ma inutili al nostro prossimo, mia nonna avrebbe pensato che siamo… un po’ stupidi. Non abbiamo ancora visto muoversi il Terminillo o il Gran Sasso, o spostarsi la grande quercia del mio paese per andare a piantarsi nel lago di Garda. E neanche abbiamo visto un credente attraversare lo Stretto di Messina camminando sulle acque. Gli umani, però, restano amanti dello straordinario e avidi di miracoli inutili tanto quanto duemila anni fa.

Il vero tema di riflessione posto dal vangelo di questa domenica non è la capacità di compiere miracoli,  ma la natura della fede predicata da Gesù di Nazaret.
Gesù, subito dopo, inizia a parlare ai suoi apostoli del servizio, di ciò che deve essere fatto, e fatto bene, perché ci compete.

Cos’è la fede, in definitiva, per Gesù?
Anche se non ne dà mai una definizione, esaminando i passi in cui la menziona, ci rendiamo conto che non è una bacchetta magica, non rende onnipotente il pensiero sulla materia. Gesù ne parla sempre come di una dinamica relazionale, per noi piuttosto sorprendente. È fatta prima di tutto di perseveranza. Si pensi non solo alla perseveranza, ma anche all’ingegnoso sforzo di quegli uomini, che non essendo in grado di avvicinarsi a Gesù con il loro amico disteso su una barella, si ostinano a raggiungere il Maestro, passando per un tetto, togliendo alcune tegole e calando la barella dall’alto pur di portare il malato davanti a Gesù, perché lo guarisca (Lc 5,17-26). Il Nazareno non sottolinea la fede dell’uomo in barella, ma quella di coloro che lo portavano.
Poco più avanti, ci imbattiamo nella fede di un centurione, che è romano e certamente crede in altri dèi, eppure è perseverante e sicuro che il suo servo potrà essere guarito, purché il Cristo lo dica. Ciò che l’uomo chiede a Gesù, con l’aiuto di molti intermediari, non è per sé, ma per uno dei suoi servi che egli ama in modo particolare (Lc 7,1-10).
Poco dopo, Gesù mette in luce anche la fede di una donna, peccatrice secondo l’opinione dell’evangelista e anche secondo quella dei farisei (Lc 7,36-50).
Assai diversamente, nei discepoli sorpresi da una tempesta sul lago, Gesù osserva non esserci fede. Nonostante la Sua presenza, prevalgono il pessimismo e la paura, gli ostacoli principali (Lc 8,22-25). “Dov’è la vostra fede?” chiede Gesù ai suoi discepoli. Manca la fiducia, che spinge all’azione.

C’è anche il caso della donna che Gesù guarisce, dicendo: “La tua fede ti ha salvata; va’ in pace” (Luc 8, 43-48). Ciò che questa donna ha fatto, toccare la veste del Cristo di nascosto per ottenere la guarigione, non solo era proibito dalla legge, ma secondo i codici dell’epoca, avrebbe dovuto essere punita per questo: si era avvicinata a Gesù da dietro, facendosi strada tra la folla mentre era impura, soffrendo di una cronica perdita di sangue. Laddove i suoi contemporanei vedevano solo peccato grave e trasgressione, Gesù arriva a parlare di fede che salva.
Qui, la fede diventa addirittura trasgressione di tutti i codici culturali, morali e religiosi che alienano e disumanizzano.
Dalla risposta di Gesù alla richiesta di accrescimento della fede, apprendiamo pure, che la fede è gratitudine e riconoscenza e che gratitudine e riconoscenza fanno parte della dinamica relazionale tra Dio e uomo.
Non è la fede, per esempio, a guarire in quel giorno dieci lebbrosi tutti insieme; il gesto del Nazareno è gratuito. Solo uno dei lebbrosi guariti tornerà per ringraziarlo, e a questo Gesù risponderà: “Alzati, la tua fede ti ha salvato”.
Riguardo a cosa sarebbe salvo, un uomo già guarito dalla sua malattia fisica?
Intanto è l’unico che non chiederà alcun permesso al sommo sacerdote per riprendere il suo posto nella società. Quindi, nella fede di questo “salvato” c’è libertà.
Poco più avanti, sulla strada per Gerusalemme, un cieco sul ciglio della strada apprende del passaggio di Gesù e comincia a gridare per richiamarne l’attenzione ancora e ancora, nonostante la folla, e ancora più forte quando gli altri cercano di farlo tacere (Lc 18,35-43). Nell’incontro con Gesù, la fede si rivela, non solo come desiderio di relazione, ma come espressione di un bisogno.

La fede, infine, è fragile; l’evangelista dice che Gesù stesso prega affinché la fede di Pietro non venga meno nella prova del Venerdì Santo (“Ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli” – Lc 22,32).
La fede non ha nulla a che fare con le credenze che si attaccano a degli oggetti o a delle formule.
È allo stesso tempo fragile e forte; a volte è una lotta concreta,  sempre inscritta nell’interazione con gli altri e con Dio.
La fede è una forza che ci spinge ad essere, nella verità, e ad agire per il bene di un altro.

Non è onnipotenza del pensiero che ci renderebbe capaci di invertire il corso naturale delle cose, non è la bacchetta magica, che forse gli apostoli desideravano.
Gesù invece risponde che la fede in sé non è nulla finché non è al servizio di qualcun altro, ed è questo il senso della seconda parte della sua risposta, troppo spesso separata dalla prima nelle nostre Bibbie.
La fede non serve a nulla, se non serve a qualcuno. Non è una questione di moralità, è una questione di salvezza per l’altro e per noi stessi.

Se una persona non ha altro orizzonte oltre se stessa, non può avere alcuna aspirazione di salvezza per l’altro. Non è necessario preoccuparsi della propria salvezza nell’aldilà; Cristo se ne è già preso pienamente cura.
Nella nostra vita qui sulla terra, tuttavia, bisogna dirlo, è da noi stessi che spesso abbiamo bisogno di essere salvati. Ecco perché, “quando avrete fatto tutto ciò che vi è stato dato da fare, dite: siamo servi senza particolari meriti, senza particolari necessità”. Abbiamo a disposizione tutto ciò che serve.
Paolo di Tarso lo dice in un altro modo, “Anche se avessi tutta la fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. E anche se distribuissi a piene mani tutte le mie risorse e dessi la mia vita per vantarmi, ma non avessi la carità, non servirei a nulla.” (1 Corinti 13).

Se dunque c’è una richiesta che possiamo fare insieme, una preghiera, è forse questa: che ci venga aggiunta in dono non la fede che chiedono gli apostoli, ma quella di cui ci parla Gesù, nutrita dalla fiducia, dalla carità, dalla gratitudine e forse anche, in aggiunta, ci sia fatta la grazie di quest’altra piccola virtù dell’eutrapelia, che si dice sia figlia della temperanza… permette di mantenere le distanze dall’ira e dall’aggressività e, in ogni circostanza, aiuta ad evitare lo scoramento di fronte all’assurdo.

NB: in copertina, Anonimo, Gesù ammaestra i discepoli

Se non ora, quando?

«Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro.»

28 settembre 2025 – XXVI Domenica del Tempo Ordinario
Am 6,1.4-7
Sal 145
1Tm 6,11-16
Lc 16,19-31

La parabola di oggi potrebbe essere fraintesa come una rappresentazione dell’inferno e del paradiso. Il racconto potrebbe anche essere scambiato per un libretto di istruzioni su come andare da una parte o dall’altra, giungendo alla superficiale conclusione: futura felicità per i poveri e guai ai ricchi! Quindi, meglio non fare nulla per i poveri perché si correrebbe il rischio di privarli di un paradiso certo e meglio non dire nulla ai ricchi perché poi, alla fine, anche i ricchi hanno le loro disgrazie sulla terra.
Sarebbe saggio non lasciarsi impressionare neppure dalla dinamica premio/punizione, questione che rischia di mettere in imbarazzo sia chi vede nella sventura una giustizia trascendente, sia chi considera le istituzioni mezzi per affermarsi.
Trovo ci siano diverse considerazioni da fare, pittosto che speculare su cosa accadrà all’uno o all’altro in quel lassù tanto distante dalle nostre preoccupazioni di quaggiù.

Tra le scelte possibili qui ci sarebbe, per esempio, anche quella di dare abbastanza per vivere a coloro che sono alla nostra porta e che non hanno assolutamente mezzi per ottenere ciò che è necessario neppure per la semplice sopravvivenza. Credo comunque, che il “peccato” del ricco epulone non sia quello di banchettare lautamente, ma di ignorare chi non può farlo.
A scanso di equivoci, penso anche che questa parabola non si occupi di diaconia e servizio da rendere ai poveri; tra l’altro non ci sarebbe bisogno di andare in chiesa per prendere coscienza della miseria o della povertà e dell’urgenza di alleviarla. La differenza tra la posizione di un credente e di un non credente sta nella motivazione di fondo. Tu puoi essere buono, immedesimarti nel dolore altrui, volerlo alleviare anche se non sei cristiano. Il cristiano, oltre ad avere lo stesso desiderio, vede in quella sofferenza la continua crocifissione del Corpo di Cristo. Non voler alleviare le sofferenze degli ultimi equivale per un cristiano a non amare il Signore.

In questa parabola, tuttavia, il ricco epulone, sia pure troppo tardi, ricorda in un istante ciò che per tutta la vita aveva cercato di dimenticare. Purtroppo neanche l’idea “postuma” di aiutare altri può ormai più servire, né a lui, né ad altri. E, sia detto tra parentesi, risulta anche strano che tratti Lazzaro come un galoppino…: “Manda Lazzaro…”.
In realtà avvenimenti o circostanze della vita possono svuotare ciò su cui si pensava di aver capitalizzato e… riempire altri contenitori. Questa è la triste storia di un personaggio emblematico che arriva a considerare possibile il miracolo di una risurrezione, utile per la salvezza dei fratelli, ma decisamente troppo tardi.

Penso che il racconto vada preso così come è dato; la conclusione è che chi non ascolta né Mosè, né i Profeti non sarà mai trasformato, non cambierà mai la propria visione, né la propria vita, perfino se qualcuno risuscitasse a dimostrargli l’imprescindibile necessità di un cambiamento.

Trovo abbastanza folle scrivere una cosa del genere, perché equivale a dire che la risurrezione di Cristo – quella verso la quale noi tutti camminiamo – non ha mai, in quanto miracolo, trasformato alcuno. Luca sembra suggerire che alla risurrezione salvifica del Cristo si può aderire solo ascoltando Mosè e i Profeti; sembra dire ai suoi interlocutori intrisi di cultura ebraica, che nella loro tradizione c’è già tutto ciò di cui hanno bisogno per accogliere la “follia” dell’annuncio di risurrezione.

Che significa ascoltare Mosè e i Profeti? Ascoltare un insieme di dottrine, di belle parole, di riti sublimi, di sacrifici antichi e sanguinosi? Non penso.
Ascoltare Mosè e i profeti è ricordare, vivere e raccontare; è svuotare la testa da tutte le corazzate certezze interpretative, per accorgersi della vita che parla, mormora e a volte grida. Ascoltare Mosè e i Profeti vuol dire ascoltare, umilmente e risolutamente, la nostra e altrui vita che scorre prima che sia ripresa, prima che sia troppo tardi. La vita c’è finché non finisce; è necessario farsi capaci di questa unità indissolubile di vita, morte, speranza e tempo, in cui – ora – siamo fragili, ma accompagnati.

La risurrezione si accoglie, o, vorrei addirittura dire, alla risurrezione ci si arrende, nell’ascolto di una parola antica come l’universo, ma ogni giorno nuova. Luca non si rivolge solo ai suoi contemporanei, ma anche a chi, oggi, è tentato di fare della risurrezione una dottrina in più, una dottrina concorrente, necessaria e sufficiente a superare qualsiasi altra veduta religiosa.

E se ascoltassimo veramente Mosè e i profeti? 

Non ci piace parlare di conversione, come se la conversione fosse opera di un cristianesimo diverso dal nostro. Luca non esita a parlarne, e ne parla spesso, come di una trasformazione dell’intelligenza. Tornare a Dio, arrivare alla risurrezione, è tornare in vita, vivere, ricordando che ogni giorno, uno dopo l’altro, è dato, essenzialmente dato e ricevuto: questo, Lazzaro, non avrebbe mai potuto dimenticarlo, mentre il ricco epulone (scellerato) faceva di tutto per dimenticarlo. Anche chi è credente non potrà mai dimenticarlo, anche se le grandi istituzioni ecclesiastiche, sembrano talvolta moltiplicare gli ostacoli sul cammino della fede. 

La vita è data, e tale è la risurrezione.
Data da chi? Diciamo che è sempre essenzialmente data dall’alto. Aggiungerei che è sempre data in seguito a parole ed atti di condivisione concreti e responsabili.
Dopo, quando la vita qui sulla terra finisce, nessuna nuova direzione è possibile, nessuna strada sarà percorribile, perché dopo la morte ci sarà un abisso invalicabile non solo tra il ricco e il povero, ma tra la morte e la vita. Oggi, invece, c’è un altro tipo di abisso che può essere ancora colmato tra l’epulone e Lazzaro, tra coloro che hanno tutto e coloro che non hanno niente, tra coloro che hanno tutto e coloro che anche hanno tutto e tra coloro che si fanno la guerra, mettendo di mezzo, guarda un po’, come sempre, i poveri. Chi non avesse ancora capito, rilegga Amos.

Veramente non ascolteremo i Profeti? Se non ora, quando? Forse dopo?

NB: in copertina Anonimo, Il ricco epulone e il povero Lazzaro

Barlumi di carità

Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti

21 settembre 2025 – XXV Domenica del Tempo Ordinario
Am 8,4-7
Sal 112
1Tm 2,1-8
Lc 16,1-13

Procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché, quand’essa verrà a mancare, vi accolgano nelle loro dimore eterne.
Le amicizie comprate quaggiù sono garanzia di una buona accoglienza nell’aldilà? Chi non ha i mezzi per comprare amicizie non può aver certezza di avere santi in paradiso?

Presa la parabola in questo modo, sembra una follia. Così alcune interpretazioni suggeriscono che sia Dio stesso ad accogliere nelle dimore eterne: non hanno torto a farlo.
Ma le perplessità raddoppiano con l’aggiunta di un imbarazzo: la misericordia di Dio può essere acquistata? No!

Il denaro è un sostituto della capacità di amare tra i figli di questo mondo! Lo sappiamo da quando eravamo piccoli: la nonna, di nascosto, senza farsi vedere dalla mamma, ci dava qualche soldo… perchè ci voleva bene…

L’amministratore scaltro e disonesto rimane tuttavia fedele in qualcosa: “nel poco”, sebbene questo “poco” sembri anche falso. Ciò che il padrone loda non dev’essere il “poco”, né il “falso”, ma la fedeltà in se stessa.

La fedeltà in se stessa riguarda il tema dell’eternità (le “dimore eterne”).

I nostri gesti, le nostre parole, le nostre amicizie e le nostre dichiarazioni d’amore possono consumarsi con il tempo, in modo  da non valere più della carta moneta o abbiamo conosciuto legami che valgono per l’eternità?Sappiamo che ci sono impegni che tengono, parole che valgono, amicizie che resistono. Quindi gli esseri umani sono anche capaci dell’immutabile, “capaci di eternità”.

Chi sceglie di esserlo? Con quali mezzi?
Gesù dice che i figli di questo tempo sono a loro modo più scaltri dei figli della luce. Vale a dire, che chi vivesse nella perfetta osservanza delle leggi divine potrebbe essere talvolta più ingenuo di un amministratore decaduto, ma illuminato da un bagliore di carità tardiva ed egoistica, un amministratore che compie un gesto banale, debole.
“Di questo siete capaci” – sembra dire in sostanza Gesù. Non c’è magica redenzione nel comportamento dell’uomo, ma c’è una presa di posizione, una scelta: pensa, decide, agisce. E cosa fa? Falsifica le carte contabili e condona i debiti di un altro creditore, a fini auto-cautelativi!
C’è qui una “remissione del debito”. Che valore può avere rimettere un debito che non ci appartiene?
Proprio qui sta il punto, credo. La questione non riguarda tanto la personale salvezza dell’amministratore, quanto il tema del perdono, che, in qualsiasi caso, sia pure attraverso un altro essere umano, viene sempre da Dio, perché a Lui appartiene.

È una parabola da meditare con attenzione, ben oltre ciò che viene raccontato, ascoltato e capito a prima vista.
L’insegnamento del Cristo parla delle possibilità, delle capacità degli esseri umani di raccontare l’eternità, di donare la vita, di restituire la libertà.
Il nostro cuore è sufficientemente libero per farlo?
La parabola suggerisce almeno di porsi la domanda.
L’amministratore è un uomo interessato a proteggersi, il lettore lo sa, possiamo pensare lo sospettino anche i debitori.
L’esito dipende dal Cristo, a volte anche contro ogni apparente evidenza del discorso.
Non sappiamo se l’amministratore otterrà le dimore eterne per la gratitudine di quelli a cui ha rimesso parte del debito.
Un’azione però può avere valore diverso dai suoi scopi. L’amministratore non ha creato alcun nuovo debito, ha alleggerito il peso dei debiti esistenti. Ha creato la possibilità di legame, non di alienazione. Si è privato, nei confronti di queste persone, del potere di esigere qualcosa. L’unica ricchezza che gli restava era quella delle sue azioni, una ricchezza nuda e inalienabile. Ne era ricco in vista dell’eternità.
Questa possibilità è ciò che in definitiva è data ad ogni essere umano: la ricchezza inalienabile dei nostri atti e la possibilità della risurrezione data a tutti quelli che scelgono di liberare invece di schiavizzare, di perdonare invece di esigere.

È così che il crocifisso, l’uomo del Golgota, continuerà a risorgere per l’eternità.

NB: in copertina, Anonimo, Remissione dei debiti

“Sappiamo…”

Come Mosè innalzò il serpente nel deserto,
così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo

Nm 21,4-9
Sal 77
Fil 2,6-11
Gv 3,13-17

Durante il vagabondaggio del popolo di Israele nel deserto, l’entusiasmo conseguente alla liberazione dalla schiavitù si esaurì e così il popolo cominciò a prendersela con Dio e con Mosè.
Giunsero poi in un’area infestata da serpenti e chi veniva morso moriva, probabilmente con la terribile sensazione di bruciare.
Si affrettarono allora a rivolgersi nuovamente all’uomo che parlava con Dio, e Mosè, intercedendo presso Dio, riuscì a salvarli, mostrando loro un serpente di bronzo, innalzato sopra un’asta (Cfr Nm 21,8), così come Dio gli aveva detto di fare.

Non vorrei che qualcuno perdesse tempo con considerazioni di “magia analogica”. Il senso della storia è centrato sulla possibilità che Dio dà a Mosè di guarire coloro che hanno perso il senso della realtà.
Il mio punto di vista esclude che Dio mandi terribili punizioni sui cattivi o sui mormoratori seriali. Se qualcuno, dopo l’avvento del Cristo, ancora lo pensa e lo predica, non mi riguarda; farsi testimoni di un Dio che mette alla prova, ed eventualmente punisce chi sbaglia, non può essere una norma di condotta morale; per convincersene senza troppe proiezioni delle proprie paure, basterebbe osservare come il male colpisca anche chi vive una fede senza ribellione, senza pretese e senza calcolo. Del resto, guardare da lontano un serpente di bronzo e guarire, oggi, avrebbe la stessa valenza del guardare da lontano un sacco di riso e sentirsi sazio.

Ciò premesso, immagino che Nicodemo andò a trovare Gesù, ragionando  con “la logica del serpente di bronzo”: dai “segni prodigiosi” che Gesù compie, si deduce che Dio sia dalla sua parte. È quanto basta per aprirgli una linea di credito e provare ad incontrarlo. Di notte. Per non perdere la faccia con i propri amici. La linea di credito è aperta in base ad una ricetta logica precisa: se Dio è il solo che può compiere prodigi e un uomo compie segni prodigiosi, vuol dire che Dio è con quell’uomo. Dio, dunque, è con Rabbi Jeshua.

Non che il ragionamento sia sbagliato, lo definirei un po’ “minimalista”; pensando un po’ più “in grande” se ne potrebbe trarre la conclusione che Rabbi Jeshua sia il messia tanto atteso.
Nicodemo, per ora, incastrato nel suo dualismo sillogistico, capirà molto più tardi cosa Gesù intendesse dire con le parole “nascere dall’alto”. Per ora rimane sulla logica “dal basso”, che riguarda le cose materiali, concrete, terrene, che sono davanti agli occhi, tanto che come un bambino fa un’osservazione quasi buffa: “Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?”
Nicodemo non riesce a cogliere la metafora, perché “vede” un unico livello della realtà: i segni prodigiosi. Non ascolta ancora e non comprende il senso ultimo delle parole dette da Gesù. Per lui ha valore soltanto ciò che si può guardare con gli occhi, non il senso ultimo di ciò che si può ascoltare.
In generale, la realtà, per molti, è definita dai perché, dalle strategie, dai metodi, da ciò che si deve o non deve fare e da tutto ciò che uomini e donne possono comunque materialmente gestire, fare e produrre.
Lo straordinario, il prodigioso vengono considerati totalmente un’altra cosa, che riguarda Dio e basta; questa è l’esperienza materialista della religione. Gesù si pone davanti a questo con un pizzico di ironia: “Tu sei maestro d’Israele e non conosci queste cose? In verità, in verità io ti dico: noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo ciò che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza. Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo?”
Le cose del cielo.” Un altro mondo? Di che si tratta? Chi ne ha mai sentito parlare?
Nicodemo è lì come qualcuno che sa già tutto, conosce ogni cosa, a tal punto che quando Dio in persona gli passa accanto, non se ne accorge: “Sappiamo che…”.
Prigionieri di tutto ciò che sappiamo, sappiamo anche così tanto sull’amore di Dio e del prossimo che, come Nicodemo, potremmo non accorgerci proprio di nulla. Rabbi Jeshua dice che è necessario rinascere dall’alto, prendere le mosse da quel mistero. Io credo che rinascere nello spirito significhi accorgersi con immensa meraviglia di quel che siamo, della costruzione stupefacente del nostro essere vivi, vedenti, udenti e parlanti e, come se ciò non bastasse, appartenenti alla comunità umana e immersi in un universo di cui sappiamo molto, molto poco. Solitamente non ci accorgiamo del senso di tutto questo: crediamo di sapere tutto, ma non sappiamo da dove veniamo, dove veramente stiamo andando e come e quando finirà la storia. Rimane lo stupore. E la gratitudine. E la possibilità di amare.

Dalla narrazione di Giovanni sembrerebbe che Nicodemo non sia destinato a rinascere dall’alto. Questo rinascere “diversamente” è ben altro che una ricetta; rappresenta un vivere non più ancorato soltanto alle causa e agli effetti. Quando affermiamo di sapere qualcosa questo riguarda semmai le nostre competenze, ma è certo che non sappiamo nulla di ciò che riguarda più da vicino e più intimamente la nostra origine e la nostra essenza. Non sappiamo nulla della vita, quel che abbiamo in mano sulla sua origine e sul suo “perché” dal punto di vista scientifico è ipotesi non dimostrabile.
Nascere di nuovo è accettare il rinnovamento dell’intelligenza, come diceva San Paolo e, forse, anche accettare l’illuminazione della ragione, come diceva Karl Barth.
La vita, quando ama, sfida ogni conoscenza e ogni ricetta preconfezionata. Nicodemo, competente senza risorse di sapienza, sembra destinato a non rinascere. Eppure, ci sono quelli che sono rinati dall’alto e somigliano molto a quello stesso Nicodemo che più tardi, all’improvviso, alla luce del sole, senza preoccuparsi di se stesso e di cosa potevano pensarne gli altri, andrà a difendere Rabbi Jeshua al sinedrio (cfr Gv) e, ancora, disprezzando le sacrosante regole della purezza, andrà sotto gli occhi di tutti ad onorare  il corpo del Rabbi torturato (cfr Gv 19).

Ci sono alcuni nel mondo di oggi, uomini e donne, che scelgono di vivere semplicemente, pienamente, risolutamente in nome della giustizia, della verità, del bene, del rispetto per l’altro. Sono vite che rifiutano l’inferno o il conforto dell’arida auto-reclusione: vite rinate dall’alto.
C’è chi testimonia la promessa vivendola, chi sfida il cielo e la terra, chi inventa e innalza per gli altri il serpente guaritore. Così facendo, afferma concretamente la speranza che anche chi ha deposto la vita, chi oggi striscia, può essere raccolto e domani ritrovato in piedi.
Finché in un essere umano rimane un respiro, è sempre possibile per lui alzare lo sguardo, accorgersi, credere e rinascere. E assaporare l’eterno potere di vita che Dio ha dato agli uomini, per puro amore, nel suo Figlio e nella sua Parola.

Mi rendo conto che potremmo sembrare un po’ folli ad affermare cose simili, ma la vita, che a guardare bene, senza vedere, sembra talvolta proprio senza capo né coda, è anche irragionevolmente meravigliosa.

Rimango comunque dell’avviso che se non fossi un po’ folle, non avrei mai neanche iniziato a scrivere Tramites: i nostri sentieri.

NB: in copertina, Anonimo, Nicodemo vede il Cristo crocifisso.

Grani di sale

I ragionamenti dei mortali sono timidi e incerte le nostre riflessioni
(Sap 9,14)

7 settembre 2025 – XXIII Domenica del Tempo Ordinario
Sap 9,13-18
Sal 89
Fm 1,9-10.12-17
Lc 14,25-33

Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.

Non credo che questa frase esprima l’obbligo di portare una croce e soffrire. Credo che Cristo non abbia mai desiderato la croce, ma l’abbia accettata come epilogo del suo cammino terreno, come strumento necessario al donarsi per salvare l’umanità, additando e realizzando in se stesso la via per la risurrezione.
La croce non è una scelta, è un consenso. Tutti abbiamo croci da portare, che non abbiamo scelto, ma nelle quali ci siamo imbattuti. Questo significa che combattere contro l’ingiustizia e assumersi il rischio delle proprie azioni può trasformarsi nel consenso a donare o a rischiare la propria vita per il bene del prossimo. Questo consenso deriva da una scelta di natura morale. Credo che, almeno in parte, possiamo spiegare così l’azione di molti che sono ora in navigazione verso Gaza, portando cibo e medicine alle vittime della guerra.

Penso che sia importante porci una domanda e fare un’osservazione. La domanda è: ma sono tutti cristiani quelli che in buona coscienza stanno navigando verso Gaza? Certamente no, ma sicuramente hanno a cuore l’umanità; rispondono ad un appello delle loro coscienze e di fronte al sacrificio di vittime innocenti agiscono come se fossero loro fratelli e loro sorelle.
L’osservazione è che mettere a rischio la propria incolumità a favore della giustizia e per il bene del prossimo, permette talora di andare molto oltre la fase di ribellione contro l’inevitabilità del male.
In ogni prova c’è sempre una fase iniziale di ribellione, naturale e legittima, perfino necessaria. Anche Gesù, quando chiede al Padre di allontanare da sé il calice della croce, esprime una forma di ribellione, ma anche di accettazione, sapendo che è necessario affrontare la prova.
Con un discorso del genere torneremmo quindi a parlare di quel “dolorismo”, tanto caro a molta parte della retorica cattolica? Rispondo che la Chiesa non ha più bisogno, oggi, di glorificare il dolore. Gesù guariva i malati e il Vangelo non glorifica affatto il dolore. Perché allora la Chiesa ha messo in passato un tale accento apologetico sulla sofferenza dei martiri? La risposta è semplice: nei primi secoli del cristianesimo e nel medioevo lodare il dolore forse permetteva alle persone di sopportarlo meglio e comprenderne la radice. Oggi, dopo tanti progressi scientifici, tecnici, filosofici, dovrebbe essere più facile comprendere che la chiamata in vita è una chiamata a venire alla luce, non a precipitare nel buio…
Nonostante questo, molti preferiscono ancora soffrire e far soffrire.

I primi cristiani erano perseguitati e portare la propria croce significava includere nel proprio panorama la prospettiva di essere accesi come torce per le vie dell’impero romano. Oggi, se ci impegniamo ad aiutare i più poveri o a curare i feriti su un campo di battaglia, accettiamo di dover affrontare dei rischi, ma non glorifichiamo la sofferenza; la si vuole piuttosto combattere. Questo è il senso della lotta per la giustizia.
Al riguardo mi torna alla mente la figura di Simone di Cirene, perché mostra a tutti i discepoli che possono aiutare il Cristo a portare la croce. Cristo è caduto tre volte sulla via del Golgota, ma si è anche rialzato tre volte, grazie a Simone di Cirene. Anche noi, aiutando gli altri a portare la loro croce, possiamo aiutarli a risorgere. Certo, Gesù era allora sulla via del Golgota, ma Lui stesso era la via della resurrezione. Mi piace pensare che Simone di Cirene abbia in qualche modo partecipato alla resurrezione del Cristo.
In questa luce possiamo forse renderci conto che il Vangelo di questa domenica è un invito a essere in armonia con i valori più autentici della nostra umanità, qualunque cosa accada.

È vero che alcune persone non dovranno mai affrontare grandi prove nella loro vita. Saranno ancora buoni discepoli? Certo, perché laddove non ci sono prove, c’è il miracolo della gioia da condividere. Possiamo condividere molto. La solidarietà non si esercita solo nella sventura, ma anche nella gioia di vivere e nella speranza.
Detto questo, non credo che ci siano molte vite senza prove. La sofferenza, la malattia e il sacrificio non sono desiderabili, ma quando sono lì e li viviamo, siamo più capaci di immedesimarci nel dolore altrui e vivere il nostro.
In questo senso, la fede è del tutto irragionevole; irragionevole come la vita che ci è stata data, irragionevole come l’amore con cui amiamo. È la vita. Non è ragionevole sperare, non è ragionevole dedicare gran parte del proprio tempo allo studio dei nostri antichi testi, non è ragionevole cercare di alleviare una miseria che durerà a lungo anche dopo che lasceremo questo mondo. Ma tutto questo orienta la vita alla gratuità e il lavoro al dono. Tutto questo santifica l’esistenza. Questo appare davvero irragionevole in confronto alle aspettative del nostro mondo – quello di ieri come quello di oggi – che attende all’utile, al proficuo, all’adeguato, al necessario. E all’efficienza redditizia. 

La fede è una risposta, quindi un impegno, del singolo e per il singolo.
La questione posta non è quanto e come si è discepoli, la domanda è: come stai, tu, discepolo, quando porti la tua croce? Sei discepolo di Cristo se hai compreso che la tua vita non ha alcun valore proprio se non è in relazione al Cristo, e che la tua vita non ha alcun valore universale se non testimonia concretamente una vita eterna possibile, al di là delle gioie e dei drammi, oltre l’utile, oltre ogni orgogliosa ragionevolezza del mondo.
Discepoli, si rende testimonianza a Cristo. Quando rendiamo testimonianza, attraverso la nostra vita, non sappiamo dove questo ci porterà. Quale sarà la nostra storia?

Come chiedere quale sarà la storia di una goccia d’acqua o la storia di un granello di sale. Forse il granello di sale eviterà la formazione di una macchia ghiacciata su una strada o migliorerà il gusto della migliore delle zuppe. Il granello di sale non lo sa, così come la goccia d’acqua non sa se entrerà nella composizione di un vino raro, o se sarà acqua per sciacquare le stoviglie.

Non c’è uomo perduto, non c’è donna perduta, non c’è gente piccola e non c’è gente grande, tu lo sai, lo dici e lo vivi, senza sapere dove questo ti porterà.

NB: in copertina, Anonimo “Aqua doctrinae

Galateo sovvertito?

Quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi e ciechi

31 agosto 2025 – XXII Domenica del Tempo Ordinario
Sir 3,17-18.20.28-29
Sal 67
Eb 12,18-19.22-24
Lc 14,1.7-14

Gesù partecipa ad un banchetto in casa di un notabile durante lo Shabbat, giorno di riposo dedicato al Signore. Il banchetto ha comunque un aspetto piuttosto mondano.
La giornata è iniziata con una trasgressione delle regole in vigore: Gesù ha guarito un uomo, ora precisa che per alcuni dei commensali i propri buoi valgono più della vita di uno straniero. Rincara la dose denunciando la tendenza ad occupare i primi posti.  Poi chiarisce al padrone di casa quale sia lo scopo del suo invito e conclude chiedendo agli intervenuti quali siano le ragioni della  loro presenza.
Nessuno sfugge all’esame morale, naturalmente con un disastroso ritorno d’immagine per il Nazareno, in quel contesto. Questo è certo.

Al versetto 12 Gesù dice a chi l’ha invitato:
Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché non ti invitino anch’essi a loro volta e tu sia contraccambiato. Beato te se non hanno nulla da ricambiare, perché ti sarà ripagato alla risurrezione dei giusti”.
Tre verbi sottolineano l’idea dello scambio: contraccambiare, ricambiare, ripagare.
Spesso la mancata restituzione di un invito viene guardata con sospetto, tanto che c’è chi perfino rifiuta un certo tipo di invito perché sa di non poterlo restituire.
Accettare un invito crea un obbligo verso chi ci ha invitato, perché accettare un invito vuol dire riconoscere che qualcuno può offrirci qualcosa.
Da dove viene l’esigenza di restituire? Evidententemente non dalla logica della gratuità.
Gesù suggerisce proprio a chi offre l’invito per primo di uscire da questa logica con un metodo drastico: invitare solo chi non può permettersi di ricambiare per principio.
La proposta suona parzialmente assurda, perché esclude, fratelli, parenti e amici, si tratta di una vera provocazione, perché mette in discussione le originarie relazioni fraterne, parentali e amicali.
Rimane la domanda: perché invitiamo quella persona quel giorno a tale ora? Gesù parla in quel modo perché sa che nulla è offerto nel segno della gratuità, al contrario i comportamenti degli invitati manifestano tendenze opposte al dare e all’accettare nel segno della libertà.
Se invito qualcuno aspettandomi di essere contraccambiato il mio invito è condizionato, se accetto pensando di dover ricambiare, la mia accettazione è condizionata.

Esaminiamo ora un altro aspetto. Quando Gesù inizia guarendo un uomo di sabato, trasgredisce la regola in vigore, ma ancora prima sa che esistono quelle regole, tuttavia accetta l’invito. Tanto le regole quanto le norme religiose sono date, nel senso che sono lì da molto prima che se ne diventi consapevoli; ce le ritroviamo, possiamo solo prenderne atto ed eventualmente seguirle per consuetudine. Oltre al conformismo, sono possibili almeno altri due atteggiamenti: rifiuto o trasgressione. Tutti e tre gli atteggiamenti possono avere un preciso fondamento etico. Va da sé che se accetto doni perché sto sfruttando una situazione, sono un profittatore…e …. mi sarà difficile passare dalla porta stretta. Se faccio offerte per un mio tornaconto personale, allo stesso modo mi troverò in difficoltà.
Gesù opta per una sorta di trasgressione liberatrice: guarisce pubblicamente un uomo, nonostante tutte le regole, e poi risponde del suo atto. Quello che distingue la ribellione dalla trasgressione liberatrice è la motivazione di fondo. Se i nostri buoi (tutto ciò che ci rende benestanti nel senso materiale ed economico del termine) valgono per noi più della vita di un uomo e ci trinceriamo dietro le norme, le consuetudini e le teorie esili, vuol dire che siamo schiavi.
Offrire qualcosa a qualcuno veramente vuol dire far vivere, far rivivere, aiutare, guarire, sostenere.
Allo stesso modo, accettare pienamente ciò che è veramente offerto è riconoscere che un altro ci sta aiutando a vivere, ci sostiene, ci guarisce dalla solitudine.
Ciò che è offerto gratuitamente non può essere rivendicato, come fosse un onorificenza ottenuta per meriti speciali, quindi è sciocco voler occupare i primi posti pensando di valere più degli altri.
Ci sono inviti che sono eventi mondani, ostentazioni, e mirano a rafforzare i legami d’interesse in genere economico; probabilmente, cosa che non viene mai detta, rafforzano anche l’alienazione.
Gesù conclude chiedendo agli ospiti perché sono venuti. C’è una scelta precisa dietro o è solo per abitudine?

L’accoglienza dell’invito autentico, metafora della vita donataci senza un’apparente ragione, esige la decisione di accettare quel dono nella direzione della gratuità e del bene. Può essere colto una volta sola quando viene offerto, a noi la decisione di accettarlo come dono d’amore e viverlo nella gratuità.
Gesù era entrato di sabato nella casa di un capo dei farisei per cenare, turbolento ospite che di lì a poco avrebbe mostrato il senso assoluto della sua scelta a favore di tutti noi.

Pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini” (Fil 2, 6-7).

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui

Quale giustizia?

Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno

24 agosto 2025 – XXI Domenica del Tempo Ordinario
Is 66,18-21
Sal 116
Eb 12,5-7.11-13
Lc 13,22-30

Si salveranno solo poche persone? Questa è la domanda di un uomo a Gesù, che è in cammino verso Gerusalemme. Non sappiamo nulla di quest’uomo e neppure la ragione della sua domanda. Era preoccupato della propria salvezza o di quella di chi gli era prossimo? Tentava una riflessione astratta? Forse entrambe le cose.
Gli scritti del tardo giudaismo mostrano un certo pessimismo riguardo al numero dei salvati. Possiamo trovare preoccupazioni simili nel quarto libro di Esdra.
Spesso, oggi, le questioni attorno alla salvezza eterna sono soppiantate da questioni in apparenza più immediate: la famiglia, il lavoro, lo sport, il benessere fisico, il tenore di vita, la politica, la guerra o la pace. Chi osa ancora chiedersi quanti saranno i salvati?
Gesù risponde all’uomo con una misteriosa ingiunzione: “Sforzatevi di entrare per la porta stretta
Ci dobbiamo accontentare di sapere che servono sforzo e fatica.

La metafora della porta stretta si riferisce probabilmente a quella piccola porta, che tutti all’epoca conoscevano, situata nelle mura delle città accanto alla porta grande. Di notte, la porta principale rimaneva chiusa; quella piccola, atta a far entrare una persona per volta, permetteva alle guardie di verificare l’identità dei visitatori notturni e, se necessario, negare loro l’ingresso.
Forse la metafora della porta stretta è un modo per far intendere che la salvezza non opera collettivamente , ma riguarda ogni persona individualmente. Poco più oltre è scritto che gli operatori di iniquità non verranno riconosciuti. Lo sforzo principale sembra  consistere, dunque, nel farsi operatori di giustizia. Resterebbe fuori dalle mura chiunque tentasse di entrare “di notte”, cioè chi agisse ingiustamente.
La porta stretta è la metafora dell’invito al ritorno alle proprie responsabilità, indipendentemente da qualsiasi appartenenza.
Nella risposta di Gesù appare “evidente” che non tutti saranno salvati in forza delle ragioni di appartenenza ad una determinata comunità umana. Senza troppi giri di parole sembra dire che si salveranno persone provenienti da tutti gli angoli della terra, e chi pensasse di avere il diritto di entrare per primo potrebbe avere l’amare sorpresa di essere ultimo. Rispetto a chi? Rispetto ad altri, stranieri, ma operatori di giustizia.
Per varcare una porta stretta, bisogna entrare uno alla volta, e senza “bagagli ingombranti”: non si entra per quello che si ha, ma per quello che si è. Veniamo riconosciuti in base a ciò siamo.

Chiedersi quanti saranno i salvati non è domanda pertinente al discorso evangelico, non è rilevante, a meno di non sentire il bisogno di tranquillizzarsi, pensando che tra tante altrui feroci ingiustizie, le nostre non sembrano poi così gravi. La porta stretta è sempre aperta, indubbiamente il passaggio non è comodo, tanto è vero che il termine adoperato per dire “sforzatevi” è  “agonìzesthe”: lottate.

Ma cosa vuol dire lottare per farsi operatori di giustizia? Innanzi tutto nessuno nasce giusto, come nessuno nasce buono (cfr , Mt 19,17; Mc 10,18: Lc 18,19) e farsi operatori di giustizia è una scelta: “Ma se uno ha ricchezze di questo mondo e, vedendo il suo fratello in necessità, gli chiude il proprio cuore, come rimane in lui l’amore di Dio? Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità.” (1 Gv 3,17-18).
Nella lingua italiana il termine “giustizia” ha un primo significato: “Virtù eminentemente sociale che consiste nella volontà di riconoscere e rispettare i diritti altrui attribuendo a ciascuno ciò che gli è dovuto secondo la ragione e la legge”.
Le accezioni distributiva e retributiva appaiono molto legate alla cultura di tradizione greca e latina. Le Scritture bibliche, trattando di giustizia, dicono qualcosa di più.
Nella Bibbia la nozione di giustizia, a cominciare dal Primo Testamento, porta in sé, inestricabilmente collegate, l’accezione forense e l’accezione etica: i rapporti interumani non sono la mera occasione per verificare la giustizia di questo o quell’atto di un individuo generico, ma indicano la natura stessa della scelta di quella persona che ha deciso di agire in quel determinato modo. Giusto è colui che si sente in rapporto con l’altro, perché non lo reputa un estraneo e il suo atto è il risultato di quel modo di sentire, cioè l’azione in cui esso si esprime.
Non si fa giustizia perché si è giusti, ma si diventa giusti in quanto e fin tanto che si è operatori di giustizia. La giustizia è innanzitutto un concetto relazionale.

Soffermandosi sul lessico neotestamentario, si riscontrano circa trecento attestazioni a proposito dell’idea di giustizia e del suo contrario e dedicandosi alla loro lettura è possibile comprendere perché la giustizia biblica è relazionale, e non necessariamente distributiva e/o retributiva.
Tentare di essere giusti in senso biblico e, in particolare neo-testamentario, implica riferirsi ad un modello di giustizia improntato alla fedeltà rispetto alla scelta d’amore a favore degli esseri umani. Il modello d’uomo è senz’altro Gesù di Nazaret, ma, in ogni caso, chi tenta di essere davvero umano e di vivere da essere pensante sarà impegnato, sia egli di ispirazione ebraica, cristiana o di altra identità culturale, a chiedersi chi sia l’altro, quali siano i diritti fondamentali della sua persona e a battersi perché non avvenga che essi siano in alcuna maniera diminuiti o coartati.
Occorre il coraggio quotidiano di riconoscere la pari dignità di ogni persona vivente sul pianeta, qualsiasi sia la sua situazione e condizione esistenziale, senza se, ma, però o parentesi; è degno come ciascuno di noi chi è disabile, chi è in carcere, chi è nomade, chi arriva come profugo tra noi, chi a qualsiasi titolo è considerato diverso. Vedere questo non è scontato; si tratta di una forma di auto-educazione continua, lenta, progressiva, animata da pazienza attiva e perseverante di natura personale, culturale, etica, politica e spirituale.
Certo, l’altro riconosciuto nella uguale e pari dignità è diverso da noi; ma perché considerare la sua diversità con fastidio, come un pericolo e una minaccia da cui difendersi e non invece come un’occasione per aprire la mente e finalmente fare i conti con l’alterità di chi viene da luoghi geograficamente e culturalmente lontani, in cui norme, abitudini, costumi, valori, obiettivi esistenziali sono del tutto o ampiamente diversi da quelli delle civiltà frutto della cultura greco-latina ed ebraico-cristiana.
Questo confronto, scevro da ogni buonismo, paternalismo, debolezza o tentativo di sincretismo, implica, a cominciare dallo stabile soddisfacimento delle esigenze primarie di ciascuno, la volontà da parte di tutti di capire che cosa sia davvero irrinunciabile della propria identità culturale e/o religiosa e ricercare che cosa è condivisibile con chi è diverso da sé.
Chiunque cerchi di essere umano, dovrebbe misurarsi con questa semplice riflessione. E non soltanto rispetto al tema dell’accoglienza degli stranieri provenienti dal Sud del mondo, ma anche circa altre “diversità” oggi più evidenti che in altre epoche.  Il contributo di bene che i credenti religiosi, in particolare la Chiesa, in tutti i suoi membri e in tutte le sue articolazioni confessionali, possono dare alla vita dell’umanità nell’aumentare il suo tasso di giustizia è tanto più rilevante quanto più chiaramente parte da una scelta etica di fondo: rifuggire dalla connivenza con i poteri forti del “mondo” che “spargono” ingiustizia a piene mani. La Chiesa, nello specifico, deve sempre ricordare a se stessa di non essere una setta di farisei, divisi dal mondo per essere bravi, divisi tra loro per la loro bravura, divisi in sé tra la propria bravura già acquisita e quella non ancora conseguita, divisi infine da Dio, al cui posto hanno messo il proprio essere bravi.
È invece un popolo di disgraziati e maledetti, che si sanno graziati e benedetti. Ciò che li unisce a Dio, in sé, con gli altri e col mondo, è il proprio limite accolto come luogo di comunione e dono reciproco, il proprio male accettato come luogo di misericordia e perdono ricevuto e accordato.

Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio  (Lc 13,29) .

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