“Gli vennero incontro dieci lebbrosi”
12 ottobre 2025 – XXVII Domenica del Tempo ordinario
2 Re 5,14-17
Sal 97
2 Tim 2,8-13
Lc 17,11-19
Uno su dieci
E gli altri?
Ci eravamo lasciati la settimana scorsa con queste parole: “Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare” (Lc 17,10).
Gesù parlava ai discepoli, e oggi parla a noi lettori.
Servi inutili? Cosa vuol dire? Chi è il servo?
La condizione del servo – o dello schiavo, a seconda delle traduzioni – è di non appartenere a se stesso, neppure al suo corpo o alla sua volontà. Riceve ordini, ingiunzioni, e fa del suo meglio per fare ciò che deve essere fatto. Non aspetta qualcosa in cambio o una ricompensa.
All’epoca, ma succede ancora oggi, il “padrone” di un servo o di uno schiavo aveva diritto di vita e di morte su di lui, e la morte dello schiavo, poteva essere l’ultima punizione.
Difficile vedersi oggi come servi o immaginarsi come schiavi.
L’altro giorno una frase mi ha lasciato perplesso seppure l’avessi sentita tante altre volte: “perché dovrei accontentarmi di qualcosa quando posso avere tutto?” Mi è suonata come un programma di vita. Sarà stata dettata da una buona dose di “presunta” onnipotenza e pronunciata da un io ipertrofico che non ha paura di nulla?
Mi chiedo se sia poi possibile essere “onnipotenti” e al sicuro da tutto. Ad esempio: siamo immuni dall’invecchiamento? Siamo mai al sicuro da incontri inaspettati con ciò che la vita secerne di sporco e di brutto?
La condizione umana, quella dei comuni mortali, è tale che, almeno per certi aspetti, sia paragonabile alla condizione dello schiavo: ci apparteniamo poco, e a volte non ci apparteniamo affatto.
Il Figlio di Dio non ha certo l’abitudine di edulcorare la sua parola o di indorare la pillola. Insegna attraverso la sua parola e con le sue azioni. Se così non fosse, cadrebbe anche lui sotto l’accusa di essere un altro fariseo tra i farisei.
Dopo aver affermato che il discepolo è un servitore o uno schiavo qualunque, il Nazareno continua il suo cammino verso Gerusalemme. Sarà lui stesso lo schiavo e il servitore inutile?
Sulla strada gli vengono incontro dieci lebbrosi. Non è necessario immaginare una lebbra devastante. A quei tempi qualsiasi macchia sulla pelle, specialmente se trasudava, veniva chiamata lebbra. Questo bastava a emarginare dalla convivenza. Una volta allontanato ed emarginato il lebbroso – o il presunto tale – chi avrebbe potuto ri-ammetterlo nella società affermando e attestando la sua guarigione? Era quindi necessario rivolgersi al sacerdote che, dopo ripetuti esami, riabilitava il malcapitato, lo dichiarava guarito e procedeva alla sua formale riabilitazione.
Ma un lebbroso può mai completamente guarire? Ricordo molto bene la “Léproserie de la Dibamba” (il lebbrosario della Dibamba, a Douala in Camerun), un villaggio isolato sulla riva del grande fiume da cui prende il nome. Un “non luogo” che frequentavo almeno una volta la settimana. I lebbrosi, anche dopo la loro avvenuta e certificata guarigione, non lasciavano il lebbrosario ma vi rimanevano perché quella era diventata, negli anni, la loro casa, il loro ambiente, il loro villaggio.
Il corpo può guarire, ma il rapporto con la vita guarisce nella stessa misura e con lo stesso tempo? E le voci, i rumori e i mormorii del quartiere o del paese?
Anche se le voci si attenuano rimangono impresse dentro… questo rumore continua ad essere percepito come un eco interiore… che risuona come i colpi cadenzati di un tamburo nelle notti e nei giorni, inconsciamente, come un mantra… come il ticchettio di una vecchia sveglia che impedisce di prendere sonno.
Siamo abituati a vedere il Nazareno come un abile guaritore: parla, tocca e guarisce. Oggi siamo di fronte a una situazione veramente particolare. A questi poveretti Gesù dice soltanto di andare a mostrarsi ai sacerdoti. “Ora avvenne che mentre essi andavano, furono purificati”.
La potenza del Figlio di Dio agisce così, a distanza, senza contatto, senza gesto? Suppongo di sì. Ma forse faremmo meglio a vedere il Figlio di Dio come il servo inutile di cui parla tutto il vangelo. Il Figlio di Dio, sovranamente libero, si fa schiavo delle circostanze, schiavo della vita che mette sulla sua strada uomini provati, malati, esclusi e che si auto-escludono. Diventa lo schiavo, nel senso letterale del termine, perché mobilita, a vantaggio di questi dieci lebbrosi, le capacità e le facoltà che sono sue, obbedendo all’ingiunzione della vita che vuole vivere. Fa dunque, come ha detto, fa ciò che si deve fare, e conduce anche i suoi interlocutori a fare ciò che si deve fare.
Mi viene da pensare che qui non ci sia un miracolo divino, ma che ci sia “soltanto” un miracolo umano. Quando una persona o tutto un gruppo è convinto di essere emarginato, così convinto da mantenersi ai margini della società, il sentimento di marginalità è così forte che nessun segnale di integrazione o di guarigione può più giungere. Quindi vedo queste dieci persone, così occupate a far sapere che sono lebbrose, che nessuno gli si avvicina abbastanza per vedere che sono già guarite. Sono come intrappolati nella loro mente da non accorgersi e da non vedere che la gabbia della malattia è aperta, che possono finalmente uscire.
Nessun miracolo divino quindi nell’intervento di Gesù, ma solo il miracolo umano della vicinanza e della prossimità sufficiente per dire a chi era provato dalla malattia, che è vivo, che la vita è data, e che non è soltanto permessa o promessa.
Andarono, si mostrarono ai sacerdoti, furono dichiarati guariti, tutti, ma solo uno tornò indietro a ringraziare. Lo schiavo non si aspetta ringraziamenti. Credo che qui non ci si debba perdere in ovvie considerazioni sulle buone maniere o ci si debba scagliare contro l’ingratitudine! Siamo certamente contenti della loro guarigione, siamo felici che i sacerdoti li abbiano dichiarati guariti (il Vangelo però non ci dice nulla della loro riabilitazione o del rilascio del certificato di avvenuta guarigione).
Ai tempi del Vangelo di Luca, come ai giorni nostri, una guarigione può essere il risultato di un processo di cura, di un protocollo eseguito correttamente o di procedure rispettate. Tutto questo non esige un ringraziamento per coloro che hanno contribuito o collaborato alla guarigione. Il mondo è tale che se anche tutte le malattie e le sofferenze fossero superate, anche se non ci fosse più sudore, sangue o lacrime, non sarebbe ancora il regno di Dio. Perché, ci insegna Luca, il regno di Dio non entra tra i fatti osservabili scientificamente e empiricamente. Ciò non significa che ci si debba accontentare dello stato del mondo, così come lo osserviamo, senza mai intervenire, per quanto si possa, cercando di cambiarlo. Quello che facciamo può essere visto, osservato. Ma ciò che non si vede è questa disposizione che fa agire senza alcuna inibizione dovuta al riconoscimento o al misconoscimento, al premio o alla punizione. Ciò che non si vede è la posizione del Figlio di Dio, la posizione del testimone della risurrezione. Chi vive della risurrezione non si aspetta dal suo atto di fede un supplemento di vita per sé. Il regno di Dio è in lui per la decisione presa di agire e per il suo agire. Questa posizione è così discreta, persino così segreta, che il suo atto sarà, il più delle volte, diciamo nove volte su dieci – per parafrasare la proporzione di questo brano… oppure, chiosandone un altro, di uno su cento (cfr Lc 15,4-7) – ripreso dall’ordinario delle cose, considerato normale, naturale, meritato o immeritato. Credo si debba essere estranei a una certa logica delle cose, a una certa logica della religione, da essere in qualche modo uno “straniero” per individuare ciò che è gratuito, misericordioso, immeritato, ciò che è dato. Questo è il luogo della fede.
Riuscirà il discepolo di Gesù, il lettore del Vangelo di Luca, il credente, a sottrarsi a questa familiarità con il proprio maestro e a considerare normale tutto ciò che riceve? Questo è ciò che, per me, questo testo invita a fare. Questo è ciò che la vita ci invita a fare. Questo straniero (o Samaritano, a seconda delle traduzioni) è dichiarato salvato, non in virtù del suo ritorno dal guaritore, né in virtù della sua giusta confessione di fede e neppure perché si è prostrato. Viene dichiarato salvato perché non ha perso di vista lo straordinario dell’essere vivo. Ha trovato in se stesso il Regno di Dio. Ha trovato la libertà. Non ha avuto bisogno di un riconoscimento ufficiale per scoprirsi guarito. Lo era, lo è diventato grazie a quell’incontro con chi non ha avuto paura di lui, con chi non aveva pregiudizi, con chi si è avvicinato e si è lasciato avvicinare.
Il Regno di Dio non era una cosa lontana, era tra di loro. E gli altri nove? E la loro salvezza?
Quanto alla salvezza degli altri nove, Dio solo lo sa!