Trasformazioni

Ed essi subito, lasciata la barca e il padre, lo seguirono

25 gennaio 2026 – III Domenica del Tempo Ordinario

Is 8,23b-9,3
Sal 26
1Cor 1,10-13.17
Mt 4,12-23

Leggendo questo brano si coglie un aspetto non sempre messo in rilievo: la trasformazione di Gesù. Le mutazioni lungo il testo sono almeno tre: lascia il suo paese, inizia a predicare, il modo di approcciare le persone cambia, passando dalla predicazione all’imperativo ad un avvicinarsi discreto e amorevole, senza condizioni. La sua vita diviene Vangelo, Buona Novella.
Forse il cuore del passo risiede anche in questa capacità di Gesù di evolvere, di cambiare, nel suo stesso modo di essere.
Sul fondo compare un’umanità immobile: un popolo “seduto”, immerso nelle tenebre, abitante “in terra e ombra di morte” — immagini di stasi, di vita sospesa, incapace di moto.
Il brano segna uno snodo decisivo nella narrazione di Matteo: la conclusione della figura di Giovanni Battista con il suo stile ascetico ed eremitico — imperniato su disciplina, rinuncia, purificazione — e il suo annuncio: “Convertitevi (cambiate mentalità e comportamento), perché il Regno dei cieli è vicino”. Il Battista scompare ed entra in scena Gesù, che dapprima riprende l’imperativo di Giovanni, poi però lo trasfigura: non comanda, si avvicina; non impone, insegna e guarisce. Due gesti volti a restituire all’uomo integrità e lucidità interiore, affinché possa riconoscere da sé ciò che è buono, senza vivere sotto il peso delle dottrine, dei riti o dei comandamenti. Gesù guarisce la fede, la dignità, la fiducia, la libertà, la salute e perfino l’immagine di Dio; tocca il senso di colpa e l’autostima, perché ciascuno possa vivere bene. Così le sue parole e i suoi gesti diventano Vangelo: rivelano che Dio non rimprovera né ha fretta di punire, ma conduce pazientemente l’uomo verso il meglio per sé e per gli altri.
Il testo segna quindi una duplice transizione: tra la predicazione di Giovanni e l’azione di Gesù, e tra la Bibbia ebraica assunta e trasformata nel Vangelo.

La citazione di Isaia evoca la storia d’Israele che, per difendersi dall’invasione, stringe alleanza con l’Assiria — un nemico che poi conquisterà tutto il nord, da Zabulon a Neftali. La teologia antica lesse quella catastrofe come punizione divina. È vero che disordini e infedeltà umane producono danni gravi; ma non tutto ciò che ferisce proviene da Dio. Gesù prende le distanze da quella che si potrebbe chiamare la “teologia della ritorsione”, la logica del “peccato-castigo”, così diffusa nell’antico Israele e perfino in certo cristianesimo successivo.
L’annuncio di Giovanni poteva sembrare inscritto in questo quadro: il comando “convertitevi” seguito dalla minaccia implicita del Regno vicino. Gesù, pur partendo dalla stessa formula, la trascende. La venuta di Dio non è soltanto annunciata, è già presente; e la sua azione — il Regno — non è una minaccia, ma una Buona Notizia. Poco oltre, il Nazareno proclamerà le Beatitudini, dove l’imperativo lascia spazio alla promessa.
La strategia di Gesù diventa simile al Salmo 34: “Gustate e vedete quanto è buono il Signore”. Le minacce possono forse ottenere qualcosa, ma non sono Vangelo.

Da dove nasce questa evoluzione? Matteo la fa dipendere da tre movimenti.
Prima di tutto, Gesù apprende che Giovanni è stato arrestato e parte. Forse fugge, e ciò non scandalizza: anche i santi fuggono quando serve. La prudenza è virtù evangelica. Ma c’è anche un senso spirituale: quando Gesù ha assimilato quanto Dio aveva dato tramite Giovanni, allora parte. Si lascia alle spalle l’imperativo profetico e si dirige a Cafarnao — “villaggio della consolazione”.
In secondo luogo siamo all’inizio della vocazione: “Da quel momento” Gesù inizia. Da quale momento? Dal passaggio attraverso Zabulon e Neftali, sottolineati da Matteo con un’insistenza geografica sorprendente. Le due tribù, benedette da Giacobbe e da Mosè, evocano viaggio, confine, parola creativa. Zabulon rimanda al mare, ai margini, alle frontiere; Neftali alla parola bella e creativa, alla grazia e alla benedizione. Gesù comprende la sua vocazione in questo spazio di margine, dove il mondo non è uniforme ma contaminato e plurale — “Galilea delle genti”. È spesso ai margini che cadono i pregiudizi, come accade alla scienza che prova i suoi modelli ai limiti del sistema, o all’arte che trova lo stile attraverso la deviazione. Anche l’uomo scopre lì che nessuna oscurità è così profonda da non poter essere vinta dalla luce.
I padri amavano dire che “il Vangelo nasce ai confini”, perché ciò che è divino può abitare solo dove l’uomo si apre e non si chiude. L’essere, allora, non è statico ma peregrinazione: “Io sono la via”.
Infine, Gesù modifica il contenuto della missione: dalla predicazione imperativa passa al servizio e alla parola creativa. Anche questo nasce dall’incontro. Incontrare gli altri cambia: quando si vede e si ama davvero, ci si trasforma. All’inizio il discorso è teologico-morale, con verità che obbligano; poi diventa cura dell’umanità concreta, perché possa fiorire nella fiducia in Dio.
Qui non si tratta solo di etica, ma di stile cristologico. Crisostomo osservava che Cristo non trascina con forza, ma attira con la dolcezza e Agostino aggiungerà l’idea che Dio educa senza violentare. L’obbedienza al comando è autentica solo quando si trasforma in lutto per il male e desiderio del bene.
Essere concentrati sul servizio dovrebbe costituire il cuore di ogni vocazione affidata a noi — anche della Chiesa. I primi chiamati lo confermano: Simone e Andrea sono pescatori; Gesù li invita a diventare pescatori di persone — non per catturarle, ma per salvarle dall’annegamento, dal caos. Giacomo e Giovanni riparano reti; Gesù mostrerà loro come riparare umanità e tessere legami veri.

Sul finale, Paolo di Tarso (oggi si celebra la sua conversione) — testimone “itinerante” della trasformazione — potrà dire: “Mi sono fatto tutto a tutti”. Non per convenienza, ma per grazia: la salvezza passa attraverso il movimento, non attraverso l’immobilità. Il Dio del Vangelo non minaccia, ma accompagna; non impone, ma educa; non forza, ma genera.

NB: in copertina, Anonimo, Dal Vangelo di Matteo: scena sacra

La terraferma

Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui

18 gennaio 2026 – II Domenica del Tempo Ordinario
Is 49,3.5-6
Sal 39
1Cor 1,1-3
Gv 1,29-34

Ragionando per associazioni, sarebbe possibile mettere in relazione lo Spirito visto dal Battista in forma di colomba con la colomba dei tempi del diluvio. Dopo il diluvio, le piogge cessano e Noè libera la colomba una prima volta per verificare se le acque si sono ritirate. La colomba va e ritorna: Noè capisce che la drammatica inondazione non è ancora finita, la terraferma non c’è. La colomba viene liberata una seconda volta e anche questa volta ritorna, ma con un ramo d’ulivo nel becco, in segno che la terraferma è emersa dalle acque. Noè libera la colomba una terza volta, e questa non torna: è ritornata a vivere e volare.

Il Battista potrebbe aver avuto la visione dello Spirito, in forma di colomba, scendere e rimanere sul capo di Gesù sullo sfondo culturale, religioso e spirituale dell’antico racconto del diluvio. 

Nella Bibbia la colomba è un animale sacrificale, come l’agnello, ma è l’offerta dei poveri, di quelli che non possono permettersi di acquistare un agnello, come i genitori di Gesù, per esempio, quando fanno l’offerta rituale al tempio. Dire che lo Spirito in forma di colomba si è fermato sopra l’Agnello di Dio che è uscito dall’acqua del battesimo, equivale a dire che tutta l’umanità è ormai sulla terraferma, tutta l’umanità è purificata, dopo il battesimo di Cristo e in Cristo. Il Figlio di Dio è “senza peccato”, non ha bisogno di alcuna conversione, perché non è implicato in nessun modo con le forme mondane del male. Sembra dunque che lo Spirito sia sceso per fermarsi e rimanere sul Cristo, uomo-Dio senza peccato.

Quando Noè aveva visto la colomba ritornare col ramoscello d’ulivo, aveva ricominciato a sperare di tornare a vivere: la terraferma da qualche parte c’era. Gesù, prima di scomparire agli occhi dei suoi discepoli, lascerà segni attraverso i quali gli apostoli si renderanno conto che un mondo nuovo sarà possibile. Noi possiamo credere di non essere per sempre condannati a galleggiare e a fluttuare pericolosamente in acque incerte. Si tratta di segni e parole da afferrare, da capire, così come Noè colse il ramo d’ulivo.
Noè avrebbe potuto non osservare neanche il rametto d’ulivo, avrebbe potuto non liberare la colomba, non avere fiducia, non credere, non sperare nell’emersione della terraferma e le acque sarebbero scese lo stesso, l’arca si sarebbe chissà quando adagiata sulla terra e Noè magari sarebbe morto prima.
La Scrittura non pone all’uomo l’interrogativo sull’esistenza di Dio e dell’universo, ma parla ad un popolo che ha nel DNA la certezza dell’esistenza di un dio creatore. La questione posta con la storia del diluvio è se la terra sia ancora abitabile per l’uomo, mentre la questione posta sul Giordano durante il battesimo di Gesù è se lo Spirito di Dio possa ancora abitare l’uomo. E non è la stessa ricerca, sebbene il tema sia quello dell’abitare: gli uomini sulla terra e lo Spirito nell’uomo.
Mentre il diluvio mette in discussione l’uomo, il battesimo dà una risposta affermativa alla domanda se ci sia ancora un uomo capace di entrare in relazione con Dio. C’è: è Gesù di Nazaret, il Cristo. Per questa ragione, nella persona di Cristo ogni persona può cercare e trovare la propria terraferma.

Il Nazareno fu giustiziato da innocente, perché gli esseri umani, come sappiamo e vediamo tutti i giorni, nella loro libertà possono scegliere di agire ingiustamente. I discepoli avrebbero potuto anche pensare per sempre che Gesù fosse veramente morto, non credere nella resurrezione, ma, come Noè, quando vide tornare la colomba col ramoscello d’ulivo e volare via nuovamente, credettero di aver trovato la loro terraferma. La speranza sovvertì la tristezza e questa sovversione fu chiamata risurrezione.
La testimonianza di Giovanni, profeta che vede bene e parla bene, racconta la storia della speranza che rinasce, racconta l’intero vangelo dall’inizio alla fine, è una storia prodigiosa, concentrata in poche righe.
E questo, Spirito che un giorno il Battista vide discendere e rimanere su Gesù, dov’è? È dato per morto? È definitivamente scomparso, ripartito? Dopo la Pentecoste della discesa dello spirito sugli apostoli, c’è ancora respiro in noi? Crediamo ancora per vedere e interpretare segni e parole e compiere atti che ridonino la speranza? Abbiamo trovato la nostra terraferma in Cristo e nel vangelo?

A volte dubito, dubito per me stesso, per la mia Chiesa, per la Chiesa in generale. Potrei essere tentato di sentirmi come su un’arca, aspettando che le acque scendano, mentre il tempo passa nell’assenza di segni che riempiano l’orizzonte.
Poi mi dico che forse dovrei, o dovremmo, solo accorgerci della presenza dello Spirito attraverso i suoi segni, come se ne accorse il Battista durante il battesimo di Gesù. Forse non abbiamo colto del tutto, ma neanche totalmente perso lo Spirito ricevuto. Siamo ancora in grado di vedere la terraferma e anche capaci di indicarla ai nostri compagni di viaggio, ma più spesso dovremmo osare uscire dall’arca.

La terraferma esiste. Apriamo gli occhi come Noè all’orizzonte, o, meglio, come il Battista sul Cristo.

NB: in copertina, Anonimo, Gesù Salvatore tra le acque tempestose

Lascia fare

«Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia»

11 gennaio 2026 – Battesimo del Signore
Is 42,1-4.6-7
Sal 28
At 10,34-38
Mt 3,13-17

Gesù insiste per essere battezzato da Giovanni, che si oppone dicendo di non esserne degno; semmai dovrebbe essere egli stesso battezzato dal Nazareno! Il Vangelo ci riporta la motivazione del battesimo del Signore: “per adempiere ogni giustizia”.
Forse leggere questo racconto attraverso la lente del rapporto tra il piccolo e il grande può essere una strada interessante da esplorare. Si potrebbe perfino intravedervi un modello per le relazioni all’interno della Chiesa: non è necessariamente il più grande a dover battezzare il più piccolo, perché chi battezza è un servitore del battezzato, icona di Cristo.
Gesù, con il suo comportamento, contraddice risolutamente l’aspettativa del Battista, ma Giovanni, in ogni caso, non è “uno qualsiasi”: è un uomo profondamente religioso, un predicatore, un paladino delle buone opere, un asceta, vive nel deserto e si ciba di miele selvatico e locuste. Invita il prossimo alla penitenza pubblica attraverso il riconoscimento dei propri peccati, sollecita la purificazione attraverso la nascita a una nuova vita, chiede un radicale cambiamento di atteggiamento attraverso la conversione.
Rileggendo per l’ennesima volta questo testo, la parola che mi colpisce di più oggi è: ἄφες (aphes) = lascia andare, nel senso di lascia fare, lascia stare per ora. E Giovanni si convince, ubbidisce.
In un certo senso potrebbe voler dire: “Smetti di aspettarti l’ovvio”, o “smetti di immaginarti indegno di servire il Signore”, o “smetti di sentirti troppo piccolo”. In altri termini “lascia a Dio il compito di agire dentro di te”.
Questo “lasciar fare” è forse la prima cosa in rapporto con il Signore; significa fidarsi e non ostacolare la sua opera. Qualcosa di simile avviene con Pietro, durante la lavanda dei piedi. L’apostolo fa fatica ad accettare che Gesù gli lavi i piedi, ma anche qui il fondamento della fede è lasciare che Cristo agisca e viene detto anche cosa accadrebbe in caso contrario: “altrimenti non avrai parte con me” (Gv 13,9). Quindi Pietro lascia fare.

La fede implica la capacità di abbandonarsi o affidarsi al Signore per poter essere trasformati.
Detto questo, Giovanni non è tenuto a fare nulla di diverso da quello che già fa: continua a battezzare come prima. Anche questo mi pare interessante. Perché potremmo effettivamente ascoltare questo “lascia andare” e chiederci: “Ma allora, io cosa dovrei fare?”
La risposta sarebbe “niente di diverso da quello che fai”. Per ora.”  C’è un dettaglio enorme che non sfugge: per chi lo fai? Per il Signore. Soli Deo Gloria. Questo è “adempiere ogni giustizia”: fare ciò che è necessario fare, quotidianamente, ma farlo per Cristo. Dunque, sul modello di Giovanni, nella prospettiva della purificazione, del “lasciar andare” ogni collusione con il male.
Questo modo di vivere la nostra vita quotidiana è forse ancora più importante del confessarsi costantemente, di sentirsi colpevoli o, perfino, di ricordare spesso che dipendiamo solo dalla grazia di Dio.  Dovremmo considerare il Signore destinatario di tutto ciò che facciamo di solito; questo cambia enormemente le cose. Per noi. Inizia lì ogni conversione. Basti pensare ai nostri gesti quotidiani e chiedersi se li stiamo facendo per il Signore, Soli Deo Gloria.
L’incontro con Gesù al battesimo probabilmente ha rivoluzionato il modo del Battista d’intendere il rapporto tra l’umano e Dio; Giovanni li immaginava come due poli ad enorme distanza, ma questo ridurrebbe allo stesso tempo la distanza fra noi stessi e i nostri simili, collocati insieme troppo distanti dal Signore, come se ogni persona non avesse nulla a che fare col sacro. Se così fosse, non sarebbe neanche possibile “compiere ogni giustizia”.
Gesù avverte che, quando ci rapportiamo ad un nostro simile, il nostro modo di agire dovrebbe essere lo stesso che con Cristo in persona. Non solo: il Cristo è il primo a muoversi incontro a noi. Questa presenza divina, che si accosta per incontrarci, prevede la volontà di purificazione e conversione da parte di entrambi: volgersi verso l’altro è volgersi verso Dio. Se ciascuno agisse in questa prospettiva non ci sarebbe più alcuna ingiustizia nel mondo, non ci sarebbero più guerre, crimini, delitti e altri reati.
Giovanni Battista chiedeva alle persone di cambiare vita, Gesù dice semplicemente: “lascia fare, per ora”: volgiti a Dio nella tua vita quotidiana. Non è più la stessa religione.
Gesù chiede a Giovanni di trattarlo, in quanto uomo, come tratta tutti gli altri, ma soprattutto di trattare gli altri come si trattasse di agire nei confronti di Dio. E questo possiamo farlo tutti, per ora. Finché si è in vita io credo dovremmo smettere di separare il sacro dal profano, di porre astrattamente Dio su un piano molto elevato, per allontanarlo dalla nostra banalità quotidiana, nel maldestro tentativo di sottrarci alle nostre responsabilità morali. Ogni volta che ci poniamo in relazione con qualcuno dovremmo chiederci se stiamo agendo ricordandoci di avere davanti il volto di Cristo o di un suo intermediario.
Allora non esiste più alcun lavoro inutile, alcun atto è banale, tutto può essere opportunità d’inizio di un cammino di conversione e, come tale, degno di essere vissuto. Noi, a differenza del Battista, siamo paladini di Dio, modelli di purezza, santità o esperti di vita spirituale, ma cerchiamo di lasciare che si adempia la giustizia fin dove ne siamo capaci, nel senso letterale del termine, cioè  fin dove riusciamo a lasciare spazio all’azione di Dio, comunque si presenti. E questo dipende da noi. Dopo, il registro cambia del tutto, dalla prima persona singolare alla prima persona plurale: “conviene che così adempiamo”. Insieme. Questo “realizzare insieme” insegna che non dovremmo aspettarci tutto dalla grazie divina: che ci battezzi, perdoni i nostri peccati, ci consoli, ci guarisca, ci rafforzi nella fede. Dobbiamo cooperare perché questo avvenga. E non è la strada che Giovanni stava percorrendo, per quanto fosse profeta e uomo di grande fede; quando vede il Cristo, lo riconosce, ma gli sembra troppo in alto, troppo distante da Lui, per poter agire insieme a Lui.
Il suo primo pensiero è chiedergli di purificarlo, perdonarlo e concedergli la grazia. È come se Gesù lo fermasse e dicesse: “Facciamolo insieme”. Per ora. Chiede un’azione concreta e al presente.
Anche durante la moltiplicazione dei pani, i discepoli si avvicinano a Gesù perché la folla ha fame: pensano che tocchi solo al Nazareno risolvere il problema, loro non si sentono all’altezza. E in effetti, senza il Maestro, non lo sarebbero stati, ne sono coscienti. È Lui a dire: “date loro voi stessi da mangiare”. (Cfr. Mc 6, Mt 14).
Quando nel Padre Nostro diciamo: “Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”, anche lì il greco usa aphes: “Lascia a noi i nostri debiti come noi li lasciamo a chi ci deve”. L’idea cristiana di “perdono” implica la nozione di “lasciare stare”, di “lasciare andare”, di “mollare” sia l’errore, sia l’attaccamento al senso di colpa, sia la paura di ricadere nell’errore. Non siamo soli. Il Cristo dice: “Facciamolo insieme”.
Se intendiamo in questo senso aphes, questo “lascia fare” diventa anche un impegno concreto a perdonare gli altri, un impegno a dimenticare, a lasciare stare gli errori degli altri nei nostri confronti, così come chiediamo che Lui faccia con noi. Vista così è difficile? Il Cristo dice: “facciamolo insieme”. Per ora.

Restiamo umani e “graziosi”, nel senso di graziati, oggetto e soggetto di grazia, degni discepoli del Figlio prediletto, nel quale il Padre si è compiaciuto.

NB: in copertina, Anonimo, Il battesimo di Gesù

La doppia nascita

Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi

4 gennaio 2026 – II Domenica dopo Natale
Sir 24,1-4.12-16
Sal 147
Ef 1,3-6.15-18
Gv 1,1-18

Che strana storia di Natale! Dove sono i pastori, il coro degli angeli, la stalla, l’asino, il bue? E – ancora più strano – non ci sono Gesù bambino, né Maria, né Giuseppe. Eppure, questo è un vangelo di Natale – proclamato nella messa del 25 dicembre e riproposto oggi – e racconta, in modo assai diverso dai sinottici, la nascita del Salvatore, sospingendo il lettore a contemplare il mistero insondabile di Dio e della creazione. Il tono grave e maestoso, il ritmo ampio e calmo, il moto evocato dal cielo alla terra mettono in risalto il carattere luminoso di questo inno voluto come apertura del vangelo di Giovanni: un canto che celebra una doppia nascita, quella del Figlio e quella dei figli, la cui identità è finalmente loro rivelata.
Dio nessuno l’ha mai visto – dice Giovanni. L’idea stessa di vedere Dio non è assurda? Sfugge totalmente anche alla rappresentazione mentale. Nonostante artisti di ogni epoca abbiano provato a rappresentarlo, nessuna registrazione è possibile. Nel Primo Testamento questa consapevolezza era così forte che il nome di Dio non poteva nemmeno essere pronunciato e neanche era possibile avvicinarsi al luogo sacro della sua presenza, il santo dei santi. Lì entrava solo il sommo sacerdote, una volta l’anno, tanto grande era considerato il divario tra il creatore e la creatura. Quando Mosè ricevette le tavole della legge, il suo volto venne investito da una luce così forte, che dovette coprirsi il capo con un velo. Attraverso questi racconti è facile comprendere che “vedere Dio” vuol dire cogliere qualcosa del mistero della vita e della divinità. Nel Vangelo di Giovanni il mistero è descritto in termini di luce e di vita incarnata nella pienezza della Parola,  che porta la creazione al suo compimento. Per questo fin dall’inizio, i lettori sono sospinti ad entrare in una dimensione che coinvolge tutta la persona: tutto ci riguarda direttamente e, in modo inscindibile, riguarda Colui che è rivelato in un legame in cui si colloca l’idea di “vedere Dio”.

Si tratta, come dicevo, di una doppia nascita, proclamata nei due motivi centrali dell’inno: il Verbo che si è fatto carne e il diventare figli di Dio, accogliendo il suo nome.
Proiettandoci, come lettori, nell’abisso dell’origine, celebriamo la presenza della parola associata al “principio” e la storia della creazione dell’universo e dell’uomo e della Parola che l’ha portata all’essere. Siamo come afferrati e portati dentro una visione contemplativa dell’intero mondo.
La prima ragione della nascita del credente è che la parola è tutta orientata verso Dio, in una vicinanza così estrema da poter dire, in una concentrazione di identità con Dio, che “la parola era Dio”. La parola che era in principio era rivolta a Dio, era Dio ed è la parola della nostra creazione.
La filiazione divina del credente “ha origine” in questo moto iniziale.

Nel rapporto vitale tra il mondo che si è realizzato e la parola che lo ha fatto accadere, noi comprendiamo che prima di essere stati creati, siamo stati pensati e voluti, in altre parole “desiderati”. Il principio trascendente che ci ha creati ha voluto che noi vivessimo, che io vivessi, che tu vivessi: questo è il messaggio natalizio dell’evangelista Giovanni a ogni essere umano. Senza eccezioni.
Le implicazioni di un simile fatto sono enormi: non c’è più bisogno di mettersi alla prova o di dimostrare la propria esistenza; ciò che ci fonda ci precede, il valore della nostra vita è stabilito in noi “in principio” e “con Dio”. Di conseguenza dovremmo sperimentare una certa “leggerezza” nell’affrontare la nostra esistenza: possiamo impegnarci, assumere pienamente le nostre responsabilità, anche rischiare, per così dire, e osare esporci ai nostri simili, rimanendo in pieno ciò che siamo.
Il fulcro della questione sta allora nell’accettare e accogliere con gratitudine la parola della creazione che illumina ogni essere umano.

Nelle due affermazioni apparentemente contraddittorie “Dio, nessuno l’ha mai visto” e “la parola si fece carne” il lettore può solo notare l’impossibilità fisica di vedere Dio, ma ritrovarlo allo stesso tempo in Gesù di Nazaret e nella sua storia, inscritta nello spazio e nel tempo degli esseri umani.
Il Cristo-parola, che era con Dio fin dall’inizio, si è allontanato per il tempo dell’esistenza del Nazareno da quel rapporto privilegiato con il Creatore, per entrare nel mondo degli uomini e farsi luogo tangibile della presenza di Dio.
Raccontare la storia della vita di Gesù è parlare di – farlo “vedere” – e farlo parlare.

Ascoltare e credere nella testimonianza del Battista significa far parte di “quelli” che hanno ricevuto la parola e dei “tutti”, ai quali la parola ha dato il potere di diventare figli di Dio: la nostra identità.

Dopo Giovanni Battista, il primo testimone, ci siamo “noi” della comunità cristiana che ha attraversato più di due millenni di storia; nella forza della testimonianza, potenziale in ciascun essere umano, è fondata stabilmente la storia della Chiesa sulla terra.
Il “noi” dei cristiani testimonia la sovrabbondanza della grazia, a cui nulla manca, perché la legge fu data come oggetto a Mosè, mentre la “grazia” e la “verità” sono nate come soggetto in Gesù Cristo. Dunque chi accoglie il Cristo quale parola incarnata nasce come soggetto credente, non è più oggetto, non è nato per caso e non è indifferente al mondo il suo agire nel mondo, perché la buona novella natalizia, la parola che si è fatta uomo, ha permesso a noi di diventare figli di Dio.

In forza della nostra identità di figli di Dio, tramite il Cristo, possiamo essere consolati e consolanti in ogni tempo travagliato da crisi sociali, economiche o climatiche. Noi siamo partecipi del potere che rende migliore il mondo, è questione di dire di “sì” alla direzione del nostro agire a favore della vita, impressa in noi fin dall’inizio.

Questa notizia è un varco di luce che apre alla speranza, che dà lo slancio per fare il passo successivo su un cammino già intrapreso molto prima di noi, mostrato e tracciato da Gesù, la parola fatta uomo: sappiamo di essere accompagnati, illuminati, chiamati a una qualità di vita vissuta in pienezza. Radicati nella relazione col Cristo vivente, qualunque cosa accada, saremo trattenuti dal ritrovarci immersi nelle tenebre.

NB: in copertina, Anonimo, Filiazione divina

Fuga

Prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto,
dove rimase fino alla morte di Erode

Sir 3,2-6.12-14
Sal 127
Col 3,12-21
Mt 2,13-15.19-23

Gesù non doveva avere più di due anni quando i suoi genitori fuggirono in Egitto con lui.
Quante altri personaggi  biblici sono fuggiti, o sono stati cacciati dalle loro case e si sono messi in cammino per trovare un posto dove vivere?
Adamo ed Eva “impacchettarono” fiori e frutta, fecero i bagagli, lasciarono il loro “paradiso” terrestre (Gen 3). Caino fuggì dalla sua colpa (Gen 4). Noè scappò dalla malvagità degli uomini (Gen 6-7). Abramo fuggì da un mondo ingiusto e dalla carestia (Gen 12-17). Giacobbe fuggì per paura dell’ira di suo fratello (Gen 31,33). Giuseppe, figlio di Giacobbe, dopo essere stato venduto – e quindi “buttato fuori” (in una cisterna) dai suoi fratelli, alla fine trovò una casa in Egitto. I fratelli di Giuseppe a loro volta fuggirono in Egitto all’alba della carestia (Gen 37-50).
Mosè fuggì più volte, la prima per opera di sua madre (Es 2) durante un altro massacro di innocenti, operato dal Faraone (una specie di Erode egiziano); più tardi fuggirà dall’Egitto nel paese di Madian (Es 2). Alla fine aiuterà tutto il suo popolo a fuggire dall’Egitto (Es 33). Davide fuggì da Saul che lo voleva uccidere (1 Sam 19). Saul fuggì dalla vita, ponendovi volontariamente fine di fronte alla sconfitta militare (1 Sam 31). Elia fuggì da Gezabele (1 Re 19). Geremia sarà costretto a lasciare il suo paese e ad andare in Egitto (Ger 42-45), mentre il popolo d’Israele veniva deportato a Babilonia (Ger 29). Giona fuggirà dalla chiamata a predicare la conversione a Ninive (Gio 1). Rut e Naomi fuggiranno dalla carestia nel paese di Moab prima di tornare in Giudea (Rut 1-4). Giuseppe, Maria e Gesù fuggirono in Egitto (Mt 2). Quasi tutti i discepoli fuggirono nel giorno del Golgota (Mt 26).

Questa litania di fughe, di esili, di sradicamenti, di sfollamenti, dice molto di cosa sia la Bibbia. Qualcuno l’ha definita un testo scritto da profughi per rifugiati, da persone che sperimentano oppressione,  vita raminga, vagabonda e persecuzioni. Potremmo perfino arrivare a dire che ciò che è scritto nella Bibbia non è scritto per noi, che siamo comodamente installati nelle nostre terre e nelle nostre case.
Faraoni, l’altro ieri; Erode, ieri; Daesh, Boko Haram e … – oggi – causano tanti, troppi, profughi: Rohinga, Venezuelani, Siriani, Sudanesi, Congolesi, Palestinesi.
La storia degli esili e degli sfollamenti continua nel presente su percorsi che attraversano i continenti; si parla, infatti, di rotte dell’America Centrale, di rotte del Mediterraneo Centrale, Orientale e Occidentale, di rotta Balcanica, di rotte dell’Africa Occidentale, Orientale, del Nord e del Sud, di rotte dell’Asia Sud-Occidentale, Sud-Orientale.
I bambini in fuga – da soli o dietro adulti di riferimento – non sono mai stati tanti come oggi. L’aumento dei conflitti, il rafforzamento dei gruppi estremisti e dei regimi autoritari, la crescita della povertà e delle catastrofi naturali, più numerose e violente a causa dei cambiamenti climatici, costringono sempre più persone ad abbandonare la propria terra. Secondo le ultime stime, il numero dei bambini sfollati in tutto il mondo è salito a cinquanta milioni.
A volte, vorremmo non vedere e non sentire neppure parlare delle folle di rifugiati: meglio ritrarsi dietro le nostre mura e i nostri confini. Questo, probabilmente, è un altro modo di fuggire, stando fermi, ma mettendo la testa sotto la sabbia come gli struzzi.
La tensione tra nomadi e stanziali è vecchia quanto l’umanità. Forse è anche all’origine della figura biblica di Adamo, che non si accontenta di quello che ha, e di Caino, il cacciatore nomade che uccide suo fratello, Abele, il contadino.

E se ci accorgessimo che alla fine abbiamo tutti due facce, come Giano bifronte, perché siamo allo stesso tempo nomadi e sedentari?
Basterebbe scavare un pochino nella storia delle nostre origini per accorgerci di essere tutti dei sublimi miscugli di umanità. Queste due facce le ritroviamo nel significato di una magnifica parola latina: “hospes” (ospite) , capace di indicare al contempo sia chi accoglie, sia chi è accolto. L’ambiguità del termine, mantenutasi nelle lingue romanze, nasce probabilmente dal patto sacro di accoglienza valido nelle società antiche ai tempi in cui l’ospitante e l’ospitato venivano considerati legati da un forte vincolo.
Può sperare oggi l’umanità di recuperare il senso antico della parola “ospitalità”?
Questa idea percorre tutta la Bibbia: nell’accoglienza dei tre visitatori alle querce di Mamre (Gn 18), nell’Esodo, ripreso poi nella lettera agli Ebrei: “Non dimenticate l’ospitalità; perché alcuni, praticandola, senza saperlo hanno ospitato angeli” (Eb 13,2); e ancora nel libro dell’Esodo : “Non opprimerai il forestiero: anche voi conoscete la vita del forestiero, perché siete stati forestieri nel paese d’Egitto” (Es 23,9).
La fuga di Gesù in Egitto salverà il Salvatore che ci salverà. Questa dinamica ci suggerisce che salvare un bambino vuol dire non solo salvare la speranza, non solo salvare il Salvatore, ma salvare perfino noi stessi, la nostra umanità.
Esaminando la lista di tutti i fuggitivi biblici menzionati sopra, scopriamo che la loro fuga è durata poco; tutti finirono per tornare a casa o per trovarne una, perché tutti furono custoditi dal Signore.
Potremmo anche rileggere in questa chiave la parabola della pecora smarrita: il pastore abbandona il gregge per preoccuparsi della pecora smarrita. O anche la parabola del figlio perduto e del padre prodigo.
Se la Bibbia è un testo scritto da profughi per rifugiati, lo è anche per noi, persone sedentarie ma che sperimentiamo esilii interiori. Viviamo in un mondo travagliato e mutevole e potremmo non sentirci più a casa, o in cammino verso un futuro preoccupante; viceversa potremmo essere tranquilli circa il futuro, magari talvolta tentati di sottometterci a qualche potente figura di faraone, o di Erode contemporaneo…, talaltra tentati dalle promesse di chi, millantando di proteggerci, ci rinchiude in un nuovo “egitto”.
Di fronte a un mare da attraversare, di fronte a un futuro che facciamo fatica a scorgere nella nebbia che si alza sul mare, siamo tentati di ripiegarci su noi stessi.
Non lasciamo che i nostri cuori si induriscano – diventeremmo a nostra volta Erodi destinati a temere (a ragione) annunciati visitatori messianici…
Anche le folle possono diventare “Erode”, come coloro che gridano per la liberazione di Barabba.
A volte è necessario, invece, prendere le distanze, saper “fuggire”, sapere come andare avanti, sapere come lasciare le comodità, sapere come cambiare vita, sapere come accettare che il mondo cambi.

Non dovremmo sempre temere le fughe, ma imparare “l’arte della fuga”, del sapersi allontanare dalla zona confortevole per metterci in viaggio, lasciando che i cambiamenti avvengano, certi di ritrovare una casa.

NB: in copertina, Anonimo, Fuga in Egitto

Cambiare idea

Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa

21 dicembre 2025 – IV Domenica di Avvento
Is 7,10-14
Sal 23
Rm 1,1-7
Mt 1,18-24

Conosciamo bene la storia dell’“annuncio fatto a Maria”. Ha ispirato innumerevoli artisti con dipinti, mosaici, affreschi, sculture e vetrate. Ma, curiosamente, “l’annuncio fatto a Giuseppe” è molto meno noto. Ma Giuseppe chi è?  Semplicemente un capofamiglia tranquillo ed efficiente, pronto all’azione? Nel vangelo di oggi, non è più la figura tragica di Giovanni Battista a dominare quest’ultima domenica prima di Natale, ma la persona del carpentiere di Nazaret. Giuseppe, uomo della nuova alleanza, modello di fede e di fedeltà. Essenzialmente è colui che “accoglie la Parola” e si mette al servizio di Dio e al servizio degli altri.
Matteo, senza troppi giri di parole ci parla della grande sofferenza di Giuseppe. Il suo progetto familiare va in frantumi quando gli viene rivelato che la sua fidanzata è incinta. Il suo sogno di famiglia vacilla e sembra crollare. È facile comprendere il dolore che si nasconde dietro la sobrietà del testo evangelico. A malincuore, Giuseppe decide di allontanare Maria. Ciò significa che rinuncia ad assumere la paternità di questo figlio non suo. Ma una voce dentro di lui gli chiede di cambiare idea e di prendere Maria come sua moglie. Il sogno, l’angelo, la voce di Dio, qualcosa, gli sussurra di accogliere Maria nella sua casa, di dare il nome al bambino, che equivale ad accettarne la paternità. Il Vangelo aggiunge: “Svegliatosi, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’Angelo del Signore”. Nel Vangelo di oggi il nome di Giuseppe è pronunciato quattro volte. Capofamiglia, responsabile del “piccolo gregge”, è lui al centro della storia. Ma in questo testo, dove è protagonista, non dice una parola. Colui che è in prima linea, colui al quale sono rivolti tutti i messaggi dal cielo, non parla: agisce. Matteo chiama Giuseppe “uomo giusto” (Mt 1,19). Nel linguaggio biblico, il “giusto” è la persona che rispetta Dio, che si preoccupa di fare la sua volontà. L’angelo annuncia a Giuseppe che suo figlio si chiamerà “Emmanuele”, che significa: “Dio con noi”.
Matteo inizia il suo Vangelo con questo “Dio-con-noi” e lo concluderà allo stesso modo: “Ecco, io sono con voi sempre, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Il nascituro è annunciato come il “bambino-salvatore” (il nome Gesù significa Dio salva). Eppure qui, stupefacente paradosso, un pover’uomo e la sua giovane moglie sono invitati a salvare, questo “bambino-salvatore”. Paradosso divino: Dio, con la sua incarnazione, si è messo nelle mani degli uomini e delle donne. Non si difende, si affida, si fida, paradosso di un Dio che chiede di essere salvato.

I bambini, sempre vulnerabili, sono spesso abbandonati all’arbitraria malvagità degli uomini. Oggi, come ai tempi di Gesù, sono spesso “una variabile di aggiustamento” che viene sacrificata senza troppi scrupoli, in tante e troppe guerre. Droni, bombe, mine, proiettili vaganti, scientemente programmati sono responsabili di quello che i sedicenti, scellerati uomini che ne decidono l’utilizzo derubricano a “danno collaterale”. È questo il prezzo da pagare alla codardia umana?

Nel frattempo, nei bilanci statali – e questa è pura e semplice attualità (rassegnata all’ingiustizia?) – la spesa militare (il riarmo) ha la priorità su cibo, cure mediche, istruzione, welfare. Al centro di questo mondo di violenza e di rifiuto non dissimile dalla Palestina del I secolo, “Giuseppe si alzò. Nella notte prese con sé il bambino e sua madre e si ritirò in Egitto”.

L’imperativo morale è “salvare il bambino”. Giuseppe e Maria, giovane coppia votata alla precarietà e all’incertezza, condividono il tragico destino di milioni di profughi, espulsi, perseguitati, che fuggono verso l’ignoto, cacciati dalle loro case dalla guerra, dalla carestia, dalla disoccupazione, dai dittatori, dalle etnie dominanti, dalle ideologie oppressive .
Troppi nostri fratelli nel mondo somigliano a quel bambino che deve essere salvato, potrebbero essere riconosciuti nei resoconti di guerre, persecuzioni politiche, razzismo, miseria, carestia; sono bambini soldato, bambini lavoratori, bambini schiavi di famiglie mutilate, divise, senza speranza, costretti ad espatriare da luoghi dove subiscono violenza, spesso per transitare in altri luoghi dove subiranno ancora vergognosi abusi.

Per fortuna tra i figli di Caino, c’è un uomo giusto, Giuseppe che accetta di essere padre e salvatore di questo “Dio-con-noi”. Attraverso l’annuncio dell’angelo a Giuseppe, scopriamo un Dio sempre con noi. Ci accompagna in tutti i nostri percorsi, siano essi di gioia o di dolore, d’amore o d’odio, di attaccamento o di rifiuto: questo celebreremo nel Natale, l’avvento di un Dio che assume il volto di un bambino indigente e fragile e si rimette nelle mani degli uomini giusti.
In ogni bambino, che muore vittima della violenza umana, possiamo riconoscere il volto del Cristo e noi sappiamo che il vangelo di Cristo ci chiama ad essere uomini giusti. Il Cristo è la nostra luce: l’amico sempre presente, l’oste che accoglie, la parola sussurrata che ispira, la verità che chiarisce, la forza che lenisce, la presenza che solleva, la mano che benedice, la terra della nostra speranza.Possano i pochi giorni che ci separano dal nuovo anno e tutti gli altri a venire essere immersi in questa chiarezza, che rafforzerà i nostri passi e calmerà i nostri cuori; possa ciascuno di noi avere la fedeltà e la forza di agire da uomo giusto.
Crediamo nel Dio-Amore perché Lui per primo ha creduto in noi.

NB: in copertina, Anonimo, L’annunciazione di Giuseppe

L’ordine dell’amore

Che cosa siete andati a vedere nel deserto?
Una canna sbattuta dal vento?

14 dicembre 2025 – III Domenica di Avvento
Is 35,1-6.8.10
Sal 145
Gc 5,7-10
Mt 11,2-11

Giovanni Battista all’inizio diceva: “colui che viene dopo di me è più forte di me… egli vi battezzerà con lo Spirito Santo e con il fuoco”, ma quando si trova in prigione e vede ormai prossima la condanna a morte, viene preso dal dubbio e manda a chiedere a Gesù se sia proprio lui quello che attendevano o c’era da attenderne un altro.
Cosa è successo nel frattempo?
La domanda non è puramente retorica. Matteo, probabilmente negli anni ‘70 d.C., scrive il suo vangelo per una comunità alle prese con la questione del messianismo di Gesù: è il Messia oppure no? Il quesito si traduce in una divisione tra la sinagoga e la chiesa nascente, che si consuma tutta all’interno dell’ebraismo.
Essendo Giovanni un rappresentante dell’ordine antico, sebbene avesse già additato il Cristo ai suoi discepoli pronunziando parole forti: “chi viene dopo di me è più potente di me, vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco” e “ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie i peccati del mondo” (Gv 1,29; 1,36), sia il dubbio che l’esplicitazione del dubbio all’interno della narrazione mi appaiono più che comprensibili.

Come ci poniamo noi, oggi, di fronte a questo dubbio?
La nostra fede è senza dubbi, senza perplessità? Siamo in grado di testimoniare intorno a noi che nell’uomo Gesù è rivelato il Cristo? Che il Messia atteso è già venuto e non dobbiamo attenderne un altro?
Il Messia atteso non ha tanto a che fare col tempo storico: il Cristo, senz’altro manifestatosi in Gesù di Nazaret ai tempi del Battista, si manifesta non intorno a noi, ma proprio a noi. È questo evento che consente il superamento del dubbio. Forse accade come è accaduto per Tommaso: la sua presenza, percepita improvvisamente con chiarezza, spazza via il dubbio.
L’Avvento è il tempo liturgico che ci riporta ciclicamente a questa esperienza, frutto di attesa, preparazione, volontà, capacità di accoglienza, capacità di riconoscere la presenza di una forza che ci trascende. Se a Natale è facile festeggiare la nascita del Cristo mettendo il bambinello nel presepe, sarebbe utile ricordare che siamo venuti al mondo tutti nello stesso modo. La fede somiglia a una presa di coscienza che si rinforza e cresce nel tempo, trasformando il nostro modo di sentire, di guardare al mondo, di essere, di agire.
Questo vuol dire soprattutto che l’ingiustizia del mondo non può essere superata con l’ingiustizia. L’onnipotenza e la gloria di Dio risiedono nel suo amore, dunque l’amore risponde alla violenza con la rinuncia al proprio predominio. Laddove l’amore non si compromette con l’ordine del predominio, nasce il Redentore. Non credo sia un caso che la redenzione giunga dove tutto è molto semplice: avviene ai margini, fuori dai palazzi, dagli alberghi e dalle locande, in una stalla, dove non si esercita alcun potere, ignota ai più, riconosciuta solo da chi veglia nella notte… per proteggere il gregge. Chi veglia e vince il dubbio sarà poi probabilmente capace di andare alla ricerca della pecora smarrita: “Dite agli smarriti di cuore: ‘Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio, Egli viene a salvarvi’” (Is 34,4).
L’ordine dell’amore oppone la speranza al dubbio, la giustizia all’ingiustizia, la rinuncia al proprio predominio alla forza di sopraffazione dell’altro, la benevolenza al disprezzo, il riscatto o redenzione alla schiavitù: “Voi siete stati riscattati a caro prezzo; non diventate schiavi degli uomini” (1 Cor 7,23).
Chi non ha paura di perdere ciò che possiede in termini materiali, sociali, spirituali, intellettuali, può finalmente rendersi conto che il regno dei cieli non è un altrove radicale separato nel tempo e nello spazio, ma consiste in una conversione quotidiana. È Natale ogni giorno, in ogni gesto d’amore, in ogni preghiera di speranza, ogni volta che rinunciamo alla nostro dissimulato e sottile desiderio di onnipotenza.
Il dubbio di Giovanni Battista può diventare per noi un incoraggiamento, ci dice che la fede nel regno dei cieli non è una decisione scontata, perché la prova è forte, e persiste senza sosta; l’amore richiede pazienza e perseveranza.
Giovanni Battista, dice Gesù, è il più grande tra i nati da donna, nel senso che è il più grande nel vecchio ordine, l’ordine della schiavitù, quando ci si riteneva irrimediabilmente indegni di Dio, adatti solo all’ira o a un miracolo favoloso compiuto per invertire l’ordine naturale delle cose.
Ma se il Cristo è venuto per rivelare che noi siamo partecipi con lui della stessa eterna storia d’amore, l’uomo non è condannato a morte perché nato da donna, ma destinato all’eternità perché fratello in Cristo nell’ordine dell’amore. Questo è il vangelo e l’ultimo di quelli che accettano il Cristo è primo rispetto ai primi che si rassegnano alla morte. Nel Vangelo è più facile inciampare o cadere, piuttosto che accettarlo con semplicità.
Siamo nati per puro caso da una donna mortale o siamo figli di un amore divino ed eterno?
Siamo schiavi malfatti di poco conto in mano alla fatalità, o siamo miracoli viventi, nati liberi?
Siamo tristi a causa delle brutture del mondo o vediamo anche la bellezza del mondo?
Siamo rassegnati a causa della cattiveria degli uomini o speriamo nella loro bontà?
La potenza e la gloria di Dio si rivelano e si manifestano proprio nella nostra debolezza, nella nostra sofferenza, perché la salvezza di Dio sia veramente la nostra salvezza. La domanda di Giovanni Battista è la nostra: non è indecorosa, è necessaria.
È bene chiederselo ogni giorno, per rinnovare la nostra decisione di seguire il Cristo: l’appartenenza all’ordine dell’amore necessita di ferma decisione e conversione costante.

NB: in copertina, Anonimo, La Domanda

Indignazione

Convertitevi perché il regno dei cieli è vicino

7 dicembre 2025 – II Domenica di Avvento
Is 11,1-10
Sal 71
Rm 15,4-9
Mt 3,1-12

L’inizio di un messaggio è importante, dall’incipit si può capire il succo del discorso: “razza di vipere!”: è la voce dell’indignazione ad animare le parole del Battista.
Non è un incipit molto amichevole, va contro le comuni regole della buona creanza, non è fatto di parole gentili e non è il massimo per instaurare una relazione di fiducia. Il Battista si rivolge a sadducei e farisei senza mezzi termini.
L’invettiva è oggi una spirale discendente collettiva con conseguenze drammatiche.

Ma quali caratteristiche rendono “vipere” farisei e sadducei agli occhi del Battista?
I primi sono quelli che si concentrano su norme, consuetudini e tradizione orale, i secondi costituiscono una specie di élite aristocratica, concentrata sulla legge scritta, negante resurrezione, angeli e vita eterna. Nei vangeli, farisei e sadducei sono quelli che hanno autorità sul popolo, e la esercitano in modo presuntuoso, ipocrita e sprezzante. A questi è riservato l’appellativo di “vipere”, animali striscianti e velenosi. Siamo sicuri di essere esenti da simili atteggiamenti? Se ne siamo esenti, quanto diventiamo radicali come il Battista confrontandoci con gente simile, quanto rimaniamo indifferenti o quanto siamo “complici”?
Potremmo per esempio dire “razza di vipere” a chi attenta alla libertà di stampa? A chi nega la validità del diritto internazionale? A chi progetta leggi solo per eluderne altre? A chi cavalca la menzogna per piaggeria e collusione col potere? A chi scala le istituzioni senza averne le competenze?
Giovanni sfida questo tipo di persone tanto sulla coerenza, quanto sulla capacità veritativa dei loro assunti. Molti tra farisei e sadducei vanno da lui sulle rive del Giordano per farsi battezzare: evidentemente fingono, se Giovanni li apostrofa così duramente, per smascherare la menzogna. Li sfida anche sull’autenticità e la legittimità della loro identità: “non crediate di poter dire dentro di voi: ‘Abbiamo Abramo per padre!’”.
Rivendicare una “posizione” anche culturale nel proprio albero genealogico non ha di per sé alcun valore se se ne contraddice l’etica di base. Non esistiamo come membri di una genealogia, ma come partecipanti attivi di una fraternità contemporanea. La nostra identità culturale e religiosa non è uno scudo protettivo e legittimante che salva la faccia davanti a qualsiasi contraddizione.

C’è infine un’altra osservazione essenziale: Giovanni, inserendosi nella tradizione profetica biblica sfida proprio i potenti, gli arroganti che a lui si rivolgono, per metterli davanti alla verità della loro condizione e offrire una possibilità di conversione. Non esita ad evocare il rischio che l’ira di Dio si abbatta sulle teste degli operatori di iniquità e aggiunge, amplificando il tema: “Colui che viene dopo di me […] è più forte di me. […] Egli ha in mano il ventilabro e separerà il grano dalla pula. Raccoglierà il suo grano nel granaio, ma brucerà la pula con un fuoco inestinguibile”.
L’espressione “razza di vipere” non è sola prerogativa del Battista, infatti, anche Gesù la adopera, rendendo la sua lingua insolitamente tagliente nella condanna. La parola del Nazareno è importante, ha peso, ed è capace di soppesare le parole altrui. Se non è ciò che entra nella bocca che contamina l’uomo, ma ciò che esce dalla sua bocca (cfr Mt 15,11), possiamo pensare che la vipera dalla lingua biforcuta, sia uno stretto parente simbolico del serpente che fin dall’inizio ha corrotto l’umanità.
Questa “lingua biforcuta” è il pungiglione che separa l’umanità da Dio e la rende volatile come la pula: le parole velenose sono impurità senza peso destinate a finire nel nulla.
Il Battista prima e il Nazareno dopo ci insegnano a soppesare le nostre parole e quelle dei nostri interlocutori.
“Razza di vipere, come potete dire cose buone, voi che siete cattivi? Poiché la bocca parla dalla pienezza del cuore” (Mt 12,34); molti farisei e sadducei andarono sulle rive del Giordano ad ascoltare e a farsi battezzare da Giovanni, quel Giovanni che poi fu decapitato forse per tagliare la testa alla parola vera; molti poi seguirono Gesù, che fu crocifisso dalle false accuse di tutte le lingue velenose che in nome del proprio interesse, e forse di una grande atavica paura dell’Eterno, barattarono l’antidoto con il veleno, la verità con la falsità, l’eternità con la caducità, la libertà con la schiavitù.

Cristo non è un giudice terribile e vendicativo, è l’Eterno che viene a condividere la vita degli uomini, perché gli uomini hanno ineludibilmente bisogno della grazia di Dio e di sentire la Sua presenza per non essere pula spazzata dal vento.
Abbiamo iniziato con l’espressione d’indignazione di Giovanni Battista, e ora concludiamo – o meglio iniziamo nuovamente – solo pochissimi versetti più avanti, con le parole di Dio stesso su Gesù: “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto”(Mt 3,17).
Dall’indignazione all’azione; l’avvento è anche questo, un altro nuovo inizio.

NB: in copertina, Anonimo, L’indignazione del Battista

Entrare nell’arca

 Il Signore vostro verrà

30 novembre 2025 – I Domenica di Avvento
Is 2,1-5
Sal 121
Rm 13,11-14
Mt 24,37-44

Oggi è diverso da ieri? E domani sarà diverso da oggi? Se ieri e oggi le cose sono andate più o meno bene, speriamo che me la cavi anche domani e magari senza troppe ansie. Come dire che desideriamo tutti una vita tranquilla. E se poi chiediamo a qualcuno com’è andata la giornata non raramente ci sentiremo rispondere: “Tutto normale, niente di nuovo”.
Ciò che evoca il testo di oggi è di natura completamente diversa.
Possiamo chiamarlo “Ciò-che-accadde-al-tempo-di-Noè”, oppure anche “La-venuta-del-Figlio-dell’Uomo”: pare si tratti di un cataclisma. Ciò che lo caratterizza è che nessuno se lo aspetta. Però del cataclisma che fu il diluvio narrato nel Genesi, Gesù non dice che “spazzò via tutti”, ma che “spazzò via tutto” , vale a dire “ogni cosa”.
Gesù sta probabilmente dicendo che alla venuta improvvisa e inaspettata del Figlio dell’uomo ogni cosa sarà spazzata via, ad ogni modo uno verrà “preso” e l’altro “lasciato”. Dunque, non è neanche del tutto appropriato dire che un cataclisma rappresenta la fine dei tempi.

La verità è che non ne sappiamo nulla di questa fine dei tempi e io accetto questa mia ignoranza.
Sembra che i contemporanei di Noè vivessero all’oscuro anche della loro ignoranza: cosa molto pericolosa è essere ignoranti dell’ignoranza! Socrate lo diceva in un altro modo: “So di non sapere”, si vede che aveva più di un sospetto sulla reale, fragile condizione dell’uomo!
Se uno vive nella beata ignoranza della fine dei tempi che spazza via ogni cosa, si dedica ogni giorno a compiti ordinari, tanto utili, quanto necessari: mangiare, bere, riprodursi. Può mai essere che uno debba pensare ad “entrare nell’arca”?

Entrare nell’arca? E che vuol dire?
Forse sarebbe meglio non pensare a Noè e all’opera di costruzione o edificazione di uno spazio abitativo e protettivo, ma ricordarsi che la nostra ordinaria condizione di vita è un tempo molto diverso da come lo percepiamo solitamente.
Gesù dice infatti:  “Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande”. (Mt 7,24-27).
Entrare nell’arca significa dedicare del tempo a una “pratica” che può sembrarci addirittura superflua, perché non soddisfa alcun desiderio, non produce nulla in termini di profitto, non sembra proteggere da alcunché e ha un solo scopo: impedirci di coltivare dentro di noi l’ignoranza dell’ignoranza e la fine dei tempi.
Forse vivremo un solo cataclisma, una sola fine dei tempi, o forse ne vivremo diversi. Entrare nell’arca significa rifiutarsi di vivere nell’ignoranza della reale condizione umana; nel linguaggio del Vangelo, “entrare nell’arca” è detto “vegliare”.

Vegliare è un comando del Cristo. Vegliamo, non perché sappiamo che ci sarà la fine dei tempi, ma al contrario, perché non sappiamo né quando, né dove, né come ci coglierà. Quel che è certo è che nulla rimarrà uguale a prima e che saremo o “presi” o “lasciati”. Pensate a quanto potrebbe essere disorientante assopirsi, non sperimentare il cambiamento radicale che ci coinvolge, e ritrovarsi all’improvviso in un mondo totalmente diverso.
Una metafora di questo è ciò che accade ai giovani missionari: vengono catapultati in terra straniera senza sapere nulla di nulla, mentre credono di sapere tutto. Eccoli, mi pare di vederli – mi permetto di dirlo solo perché tutti abbiamo sperimentato questo inizio – in breve ci si accorge di non sapere nulla di nulla, neanche l’ABC dei sapori e degli odori, per non parlare delle parole… e delle persone… Alcuni pensano di aumentare la vigilanza, accumulando previsioni, raddoppiando le cautele per non farsi cogliere all’improvviso, alcuni sperando di non essere presi, altri per essere certi di essere presi! Anche in missione, infatti, c’è chi non vede l’ora di tornare a casa e chi si butta dentro “il nuovo mondo” a capo fitto.
Ma, se il cataclisma non dovesse coincidere con la fine dei tempi universale e dovessimo, per esempio, uscire miracolosamente da una malattia gravissima, non sarebbe meglio essere stati lasciati piuttosto che presi?
Eppure, il padrone di casa – questo sembra dire il Vangelo – siccome non conosce l’ora dell’arrivo dei ladri, cioè non sa quando arriverà la fine del tempo abituale e tranquillo che conosce, si lascia prendere dal sonno: dorme. In ciascuno di noi, infatti, coesistono due atteggiamenti contraddittori; ricordo che quando ero in missione e avevo già sperimentato drammaticamente l’arrivo dei ladri in casa di notte, armi alla mano, dovendo poi rimanere da solo in casa per un certo periodo, avevo paura e allora mi capitò di pensare: “Vado a dormire in lavanderia (una baracca adiacente alla casa). Se i ladri entrano, non penseranno che sono lì.” In breve, però, prevalse il buon senso e rimasi, fiducioso e in preghiera nel mio letto, cercando di tenere a bada la paura. Da questo imparai che essere vigili, cioè non coltivare l’ignoranza della fine dei tempi, è ciò che permette di trovare la pace. Chi veglia nella prospettiva della fine dei tempi è un essere completamente pacifico, completamente fiducioso.
Se esaminiamo l’immagine che abbiamo della fine dei tempi, ci rendiamo conto che la pensiamo esclusivamente terribile e catastrofica. Eppure, non ne sappiamo nulla. Perché allora immaginiamo qualcosa di terribile, di doloroso, di tragico? Perché la fine dei tempi dovrebbe assomigliare solo a un cataclisma di sofferenza? Perché, invece di essere sconcerto e shock, non potrebbe essere meraviglia e gioia? E perché l’esperienza dell’attraversamento di quel valico da una condizione all’altra del tempo – dal finito all’eterno – dovrebbe poi essere tanto diversa da quella vissuta alla nascita, che comunque non ricordiamo?

Comprendiamo forse ora perché questo brano di Vangelo è stato inserito – grazie alla profonda saggezza dei nostri padri – proprio nella liturgia della prima domenica di avvento.
Il Vangelo non è un anestetico contro la sofferenza e la paura, è Parola che apre alla grazia.

Quando Noè entrò nell’arca, e dovette cessare di attendere alle attività quotidiane consuete, forse, non fece altro che vivere il tempo della presenza di Dio in ogni cosa.
Per questo fu in grado di tornare pacificamente alla vita.

NB: in copertina, Anonimo, Nell’arca

Il paradiso

 «In verità io ti dico: oggi sarai con me nel paradis

23 novembre 2025 – Cristo Re
2Sam 5,1-3
Sal 121
Col 1,12-20
Lc 23,35-43

Quanto tempo restava da vivere a quei tre uomini sulla croce? C’era ancora del tempo per qualcosa? E per cosa? Osare ancora vivere, anche negli ultimi istanti, o abbandonarsi all’ineluttabile fine?
“Oggi sarai con me in paradiso”.
Quei tre uomini stanno morendo di una morte lenta e infame e uno di loro promette per l’oggi, per l’adesso stesso dell’agonia e della morte, il paradiso.
Come immaginare un evento simile e la prosecuzione dello scenario promesso?
Noi siamo tutti “al di qua” e immaginiamo la scena dalla parte del nostro tempo sulla base di ciò che sappiamo o crediamo di sapere: sappiamo della deposizione, di Giuseppe di Arimatea, delle donne, di Giovanni e di Maria e di tutti gli altri che sono fuggiti.
Dov’è, dunque, il paradiso in cui si trovano Gesù e il buon ladrone?
Difficile immaginare il paradiso!
Luca usa proprio questa parola: “paradiso” e lo fa mentre racconta la Passione.
Si tratta forse di quella condizione che descrive al capitolo 16, al versetto 22. Il paradiso è quel luogo di consolazione – il “seno di Abramo” – in cui si trova Lazzaro, che sulla terra sembrava un miserabile, sempre sdraiato ad elemosinare il pane sulla soglia della ricchezza?
Esiste l’idea che un certo tipo di paradiso sia promesso, solo dopo la loro morte, ai “diseredati”.
Ma la domanda vera, secondo me, è un’altra: il paradiso è per domani e comunque sempre per “dopo” o è per l’oggi? Qui leggiamo “Oggi sarai con me in paradiso”. Un “oggi” costretto da un verbo declinato al futuro…, l’unica prospettiva – puramente grammaticale – possibile dall’“al-di-qua”.
Credo che l’oggi di cui parla il Cristo non debba essere immaginato come un dopo-mondo temporale, un dopo-tempo. Il paradiso dev’essere un “fuori-tempo” noto “ora” ai viventi che lo abitano da un’altra prospettiva ai noi interdetta.
Succede però, purtroppo, che “dal di qua” nel nostro tempo e nel nostro mondo, ci sia chi si prende gioco dei viventi, siano essi vivi, morti o morenti. Costoro – quelli che sarcasticamente remano contro  “la vita eterna”– stanno costruendo “ora” l’inferno per sé e per gli altri, proprio come il ricco epulone.
“Oggi”, il qui e ora, l’hic et nunc – l’ “adesso” per cui chiediamo a Maria di pregare per noi, oltre che nel momento della nostra morte – è l’oggi in cui lo Spirito del Dio vivente soffia vicinissimo e si fa presente anche ai vivi.

Questa non è una mia farneticazione: è la Parola di Dio ad affermare fin dentro l’esperienza dell’al-di-qua, il suo esserci, il suo essere presente, qui, attorno a noi, per noi. Ecco perché la fede è un consenso. Nessuno sarà trascinato per forza nella vita eterna, io credo… la libertà dei figli di Dio contempla anche la tragica, deliberata scelta, di rifiutare l’eredità.
L’esperienza del buon ladrone parte da un intimo consenso, semplice, senza tante elucubrazioni, nasce da un’intima adesione alla presenza del Dio vivente che sussurra: “Oggi sei con me in paradiso”: parola stupenda, parola del Vangelo, parola di Dio per chi ha la benedizione di ascoltarla, parola di vita per tutti, parola di vita per i viventi, parola di vita che risuscita.

Perché la parola “paradiso” non è usurpazione o rasserenante promessa?
Di fronte alle croci issate ci rendiamo conto che di quei tre uomini uno è innocente, il motivo della sua condanna è esposto sopra la croce per iscritto: “Re dei Giudei”.
Il diritto romano non condanna senza motivo, e il motivo della condanna, che viene esposto al nostro sguardo, non può essere quello, perchè non è un reato essere “Re dei Giudei”.

Il Nazareno è innocente: questa è la verità.

Come egli stesso dice, quelli che lo crocifiggono non sanno quello che fanno. Lui invece sapeva cosa stava facendo fin dal principio.

Lui ha deciso ogni sua azione, non è rimasto immobile davanti alla miseria, alla sconfitta o alla fame.

I “capetti”, i soldati, i violenti, i bulli, gli sciocchi sogghignano?

Lui non si è mai preso gioco di alcuno. Non ha mai riso di altri. Vedeva solo esseri umani, li guardava tutti, anche gli stolti, i traditori e le puttane. In ciascuno di questi vedeva la vita, ovvero l’incomparabile dignità dei viventi, la promessa del domani e del dopodomani, la necessità della risurrezione per volontà di un Dio creatore che chiamava Padre.

I soldati si divertono, la loro violenza è eccitata dalla debolezza di quell’uomo, lo dissetano con l’aceto, perché, nella loro viltà, affossati in un al-di-qua privo di speranza, non sopportano la regalità dell’innocente che perdona i suoi giustizieri.
Uno dei malfattori, crocifisso al suo lato, addirittura lo insulta, trovando tempo per l’irrisione pur in quella agghiacciante precarietà che lo riguarda orribilmente… anzi, per essere molto vicini al testo greco, lo bestemmia: “Salva te stesso e noi con te”, istigando al contempo i soldati: “Scenda dalla croce se è il Figlio di Dio”. La bestemmia consiste nel pensare che l’onnipotenza di Dio sia a libera disposizione di un essere umano, che possa essere usata da un essere umano.

Questo Re dei Giudei, un uomo che adempie la Legge e i Profeti, deve morire, di morte oltraggiosa, per aver individuato e denunciato ciò che di più morboso, violento e ingiusto caratterizza gli esseri umani, e – cosa insopportabile per i cosiddetti “empi” consapevoli, ma ipocriti, – aver perdonato la viltà del peccato contro la vita.

Guardiamo al “buon ladrone”, l’altro malfattore, nell’ultimo istante si inserisce nella corrente della vita, riconoscendo la verità della condizione che sta vivendo. L’incontro con la verità, quella che Pilato non capisce neanche come termine linguistico e con lui molti altri, si manifesta nell’unità del vivente e della persona, nell’esperienza dell’al-di-qua, che il povero Lazzaro subisce, il Re dei Giudei scegli, il buon ladrone scopre.
Dunque, è esattamente nel nostro al-di-qua, fino all’ultimo istante, che possiamo realizzare ciò che il buon ladrone ha realizzato. E allora, non avremo vissuto invano.
Si scopre anche che il buon ladrone non è crocifisso accanto a uno qualunque: il suo prossimo è Gesù di Nazaret, un uomo così vivo, che ha tanto amato i vivi e la vita, da poter nominare, anche nell’agonia, la vita, la vera vita, la vera unità della persona e delle sue azioni, un’unità che non toglie nulla a nessuno, unità che si dona e che vive di questa parola: “Oggi, in verità, sei con me in paradiso”.

Prego perché nessuno aspetti l’ultimo respiro per entrare nella vita del risorto e accorgersi della vera identità del suo prossimo.
Possiamo essere benedetti nella nostra vita, nella verità, ogni volta che lo Spirito si manifesta e si fa a noi prossimo. Possiamo essere già oggi, insieme con Lui, in paradiso. Sarà la folgorazione, la comprensione di un attimo, che illuminerà il resto della vita di tutti i giorni.
Non dev’essere un caso che dalle prime pagine della Bibbia si parli di un paradiso terrestre.

Celebrare Cristo Re dell’Universo è riconoscere e celebrare la regale dignità di ogni persona nella verità che unifica ogni essere umano.

NB: in copertina, Anonimo, Cristo Re dell’Universo