Vedere davvero

Mi ha posto del fango sopra gli occhi, mi sono lavato e ci vedo

15 marzo 2026 – IV Domenica di Quaresima
1Sam 16,1b.4.6-7.10-13
Sal 22
Ef 5,8-14
Gv 9,1-41

Il capitolo nono del Vangelo di Giovanni ruota attorno a una domanda che a prima vista appare ragionevole, ma in realtà rivela un modo di pensare avulso dall’esperienza reale della vita.

I discepoli, vedendo un cieco dalla nascita, chiedono: […]«Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori?»[…] (Gv 9,2).
La domanda presuppone che la malattia sia necessariamente conseguenza di una colpa: se c’è una sofferenza, deve esserci qualcuno che l’ha meritata: è un modello interpretativo antico e potente, che cerca di dare un ordine morale al mondo, ma di frequente viene smentito da ciò che l’esperienza dimostra.

La teoria tradizionale ai tempi del vangelo era incentrata sull’idea di colpa genealogica. Nella tradizione d’Israele esisteva una formulazione che sosteneva questa interpretazione. Nel Decalogo si legge infatti: «[…] io, il Signore, tuo Dio, sono un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione […]» (Es 20,5).
Il testo esprime la gravità dell’infedeltà a Dio e la sua ricaduta sulla comunità.
Se questa formula viene adoperata come chiave generale per interpretare ogni evento della vita, si trasforma facilmente in una spiegazione automatica della sofferenza e la malattia diventa prova di colpa ereditata, una specie di condanna genealogica.
L’esperienza storica del popolo mette in crisi questa lettura. Il crollo improvviso della torre di Sìloe – ricordato in Lc 13,4 – dimostra che la sventura può colpire senza distinguere tra giusti e peccatori.
Il reale non si lascia ridurre così facilmente a uno schema morale. Non a caso i profeti stessi iniziarono a contestare quell’antica formula. Il Libro di Geremia afferma: “In quei giorni non si dirà più: ‘I padri hanno mangiato uva acerba e i denti dei figli si sono allegati’! Ma ognuno morirà per la sua propria iniquità; si allegheranno i denti solo a chi mangia l’uva acerba.” (Ger 31,29-30).
Le parole del profeta introducono un principio, sempre piuttosto duro da accettare, ma nuovo: ciascuno risponderà della propria vita. In futuro – sembra spiegare – non esisterà più quella fatalità morale che ha condannato automaticamente le generazioni successive.

La risposta del Nazareno alla questione consiste ora nel rendere manifesta una “nuova” creazione. Il Cristo non entra nella logica della ricerca del colpevole, dice semplicemente: “né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio”.
La frase sposta, invertendolo, il verso del nostro sguardo dal passato in direzione del futuro: non si tratta di stabilire chi abbia causato la cecità prima, ma di vedere che cosa può accadere tra poco.
Il gesto che segue è sorprendente: Gesù sputa a terra, fa del fango con la saliva e lo applica sugli occhi del cieco, rievocando il linguaggio della creazione: la terra, l’impasto, la materia plasmata.
In questa prospettiva la guarigione non è soltanto un atto terapeutico, ma la creazione di una capacità che prima non esisteva.
La ricezione della nuova capacità non è un atto passivo: il cieco deve accettare di lasciarsi toccare, di andare a lavarsi alla piscina di Siloe, di entrare in un processo che coinvolge il suo corpo e la sua mente. Solo dopo questo percorso egli comincia a vedere la realtà dei fatti.

La liberazione è duplice: materiale e morale. Il corpo esce dalla prigionia della malattia e la mente viene liberata dalla coercizione interpretativa che la intrappolava nell’idea falsamente moraleggiante della colpa genealogica.
A questo punto del racconto è introdotto un paradosso che rovescia l’antica formula: colui che non vedeva acquista la vista e comincia a ragionare sui fatti, mentre quelli che credono di vedere  – gli interpreti ufficiali della legge – sono ciechi, cioè le loro teorie vengono smentite dai fatti.
Chi ha riacquistato la vista non ha una teoria religiosa raffinata, ma possiede un dato incontrovertibile che non ha a che fare solo con la percezione sensibile, ma con la creazione di uno sguardo nuovo.
Poiché il miracolo avviene di sabato e non rientra nei loro schemi religiosi, gli interpreti ufficiali della Legge si sentono costretti a reinterpretare il fatto per difendere la teoria: se Gesù viola il sabato, allora deve essere un peccatore; se è un peccatore, il miracolo non può provenire da Dio; se il miracolo non può provenire da Dio, allora il cieco non è stato veramente guarito. O ci vedeva prima o non ci vede adesso.
Il ragionamento non parte dalla loro esperienza, ma dalle loro leggi, costumi e consuetudini pre-stabilite e consolidate. L’effetto potrebbe essere grave e non perché possa cambiare lo stato di vedente o non-vedente di colui che ora ci vede, ma perché è una forma di pensiero che può agire violentemente sull’integrità della persona.

Per questa ragione la conclusione del Nazareno è radicale: chi non vede può arrivare alla luce, mentre chi crede di vedere rischia di rimanere per sempre nella propria oscurità.

La disputa successiva rende ancora più evidente la logica del discorso di Gesù: i farisei sono attentissimi alla legge e alla sua interpretazione, quindi essi credono di “sapere” che Gesù è un peccatore perché sconvolge le loro pratiche religiose. Dal loro punto di vista la conclusione è inevitabile: se viola il sabato, non può venire da Dio.

Il cieco guarito, pur non avendo competenze teologiche, conosce la sua esperienza diretta del prima e del dopo la cecità. Ed è proprio questa esperienza, per lui e per tutti quelli che lo conoscevano da prima che fosse miracolato, a smentire il sistema teologico farisaico. I suoi genitori dicono di “non sapere”, impersonando una funzione pilatesca: se ne lavano le mani, non vogliono farsi testimoni di nulla.
La risposta dell’uomo nei confronti dei farisei è disarmante: “Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi” (Gv 9,30). Il suo ragionamento è semplice, ma logicamente ineccepibile: “sa” di essere stato guarito e “sa” chi lo ha guarito, non ha alcun bisogno di costruire un sistema interpretativo per difendere una qualche teoria.
La sua testimonianza diventa una provocazione radicale per coloro che si considerano custodi della verità religiosa. Possedere delle categorie interpretative fisse porta a non vedere ciò che accade davanti agli occhi: è l’immagine evangelica della luce nascosta sotto il moggio.
La verità è presente, ma le strutture mentali che pretendono di custodirla finiscono per impedirne la visione.

Il racconto del cieco nato mostra quindi due atteggiamenti opposti davanti al reale.

Da una parte esiste la tendenza a spiegare tutto con categorie tradizionali, anche quando l’esperienza e i fatti smentiscono tali categorie. Da questo nasce la menzogna, perché i fatti devono essere piegati alla teoria.
Dall’altra parte c’è la disponibilità a guardare ciò che accade davvero, senza false illusioni. Da questo nasce la scoperta di una verità inattesa.
Il paradosso è tutto qui: chi non vede comincia a vedere perché prende sul serio ciò che gli è accaduto; chi è convinto di vedere rimane cieco per difendere le proprie convinzioni anche contro l’evidenza.
Non basta possedere una teoria religiosa coerente, occorre avere il coraggio di esaminare lealmente che cosa produce in noi l’esperienza concreta del mondo.

È lì, e non altrove, che può manifestarsi a noi l’opera di Dio.

NB: in copertina, Anonimo, Il tempo della guarigione

La Forza della Parola

Se tu conoscessi il dono

8 marzo 2026 – III Domenica di Quaresima
Es 17,3-7
Sal 94
Rm 5,1-2.5-8
Gv 4,5-42

Nel Vangelo di questa domenica Gesù incontra una donna della Samaria presso il pozzo di Giacobbe. È uno degli incontri più sorprendenti di tutto il Vangelo: un uomo e una donna che non dovrebbero parlarsi, appartenenti a regioni tradizionalmente in contrasto, si fermano invece a dialogare, e da quell’incontro nasce qualcosa di decisivo.
Per capirne il senso occorre partire da una constatazione semplice: nell’uomo è insita la capacità di riconoscere la propria identità e trovare la libertà. Non è un fatto imposto dall’esterno, si tratta di una nostra possibilità, da scoprirsi attraverso l’incontro con gli altri. Questa possibilità nasce a due  condizioni: provare il desiderio della libertà e accettare l’incontro. Se una di queste condizioni è assente, la ricerca si interrompe.

La prima lettura ci suggerisce il luogo simbolico di questa crisi: nel deserto, a Massa e Meriba (Esodo 17,3-7). In quel luogo il popolo ha sete, si scoraggia e comincia a prendersela con Dio, il desiderio di libertà che li aveva spinti a uscire dalla schiavitù si affievolisce, mentre prevalgono la sfiducia e il sospetto. Quel deserto non appartiene soltanto alla storia antica, la condizione “Massa e Meriba” viene determinata da vari fattori: solitudine, malattia fisica o psicologica, sventure, guerre e emerge in generale in ogni situazione di rifiuto e violenza, prevalenti sul senso dell’accoglienza e sulla benevolenza verso gli altri. In questo deserto l’uomo rischia di disconoscere la forma specificamente umana di ciò che gli permetterebbe di rialzarsi e guardare al futuro: il desiderio della libertà.

A Massa e Meriba il popolo ebbe bisogno di un segno straordinario: Mosè colpì la roccia con un bastone e dalla roccia sgorgò l’acqua.
Nel racconto della Samaritana accadde invece qualcosa di diverso. La donna non assistette a nessun prodigio, ma fu interpellata da Gesù stesso “che aveva sete”; ne nacque un dialogo e tanto bastò alla donna.
Gesù parla dell’acqua viva, poi rivela con sorprendente precisione la verità relativa alla vita di ogni persona interpellata. Non lo fa per accusare o umiliare, semplicemente porta alla luce la verità. La Samaritana, in quel momento, si rende conto di essere davanti a qualcuno che la conosce davvero. Tanto basta. Da quel dialogo nasce una trasformazione: la donna lascia la brocca, corre in città e diventa lei stessa testimone. La speranza e la fiducia, che sembravano perdute, ricominciano a circolare.

La Bibbia ci mette davanti agli occhi due strade molto diverse. Da una parte la via della violenza, che fa arretrare la possibilità della libertà. La tradizione ricorda infatti che Mosè non mise piede nella Terra Promessa proprio perché, quando gli fu chiesto da Dio di parlare alla roccia, egli la percosse (Nm 20,1-13).
Nel dialogo con la Samaritana avviene l’opposto: c’è la parola che media il dialogo, ma non c’è imposizione e non c’è alcuna forma di violenza.
Il Cristo rivela la verità sulla vita di ciascuno senza condannare.
Questa parola, molto più di un prodigio, fa rinascere la speranza e riorienta il cammino.
Il cammino verso la libertà, attraverso la fede, comincia sul terreno della speranza, dell’ascolto, della collaborazione attiva.
La Samaritana non soltanto accoglie un forestiero, apparentemente nemico, e il suo messaggio, ma entra in relazione, dialoga, partecipa coinvolgendo gli altri. Per questo la sua città comincia a cambiare.

La Terra Promessa, nella Bibbia, è il simbolo della libertà. Il Vangelo suggerisce con chiarezza che alla Terra Promessa non si arriva con la violenza. La libertà che conduce alla pacificazione e finalmente alla capacità di amare veramente, non nasce dalla forza che colpisce la roccia, ma dalla parola che apre un dialogo e fa tornare a vivere il desiderio. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.(Rm 5,5).

NB: in copertina, Anonimo, La Forza della Parola

Il coraggio di tornare a valle

Signore, è bello per noi restare qui

1° marzo 2026 – II Domenica di Quaresima

Gen 12,1-4a
Sal 32
2Tm 1,8b-10
Mt 17,1-9

Nel Vangelo, il racconto della Trasfigurazione inizia fissando una data, purtroppo trascurata nel lezionario domenicale: “Sei giorni dopo”. Sei giorni dopo quale avvenimento? Dopo l’annuncio della passione ai suoi discepoli e l’indicazione della necessità di portare croce, per coloro che vogliono seguirlo. Ma sei giorni dopo, su una montagna, luogo tradizionale dell’incontro con Dio, Gesù appare trasformato e irradia uno splendore sovrumano.
Come conciliare la necessità della croce con la trasfigurazione?

Sul monte tutto è beatitudine, come se l’attesa di secoli fosse compiuta. Ci sono Mosè il legislatore ed Elia il profeta. Evocano la speranza di un’umanità che tenta di avvicinarsi al divino attraverso leggi e profezie. Rassicurati, i discepoli si sentono in piena comunione con il Maestro.
La visione dura però solo un attimo, dopo si ritorna alla vita di tutti i giorni, con la memoria dell’esperienza vissuta sul monte; memoria della beatitudine e speranza sono i segnali che illuminano il cammino quotidiano.
Sembra che la Trasfigurazione sia quasi una confidenza fatta a quei tre discepoli, uomini dalla scorza comune, misto di opacità e lucentezza come gli altri nove rimasti a valle.
Forse Gesù era andato sul monte perché si era stancato di quel mantello di quotidianità che gli gravava addosso? Voleva mostrarsi in tutta la sua divinità?  Voleva anticipare il futuro a discepoli prediletti?
Io credo piuttosto volesse manifestare la gioia, quel fremito del cuore che costringe a rivelarsi, a raccontare, a condividere, a moltiplicare.
La confidenza verso gli amici non è cosa da poco, è l’interiorità che viene svelata all’altro.
Pietro, per tutta risposta, stramazza a terra: l’interiorità di Dio, la sua essenza è di una tale bellezza che l’uomo, al suo cospetto sviene, non regge. I discepoli, lassù sulla cima, sono in fase di collaudo, l’eternità, vista dalla parte dell’uomo, potrebbe essere un esondante trasalimento davanti a tanta luce. Oggi i tre fanno le prove: Cristo depone l’abito dell’uomo e si mostra come Dio, rivela ai tre l’esperienza dell’eternità.
E il semplice pescatore della Galilea, l’uomo comune, può solo dire: “Signore, è bello per noi essere qui!”. E vuole restare in quella condizione.
Pietro forse avrebbe pure dormito all’aperto, di notte, in alta montagna, pur di scaldarsi davanti a tanta Luce (Ricordi i sonni beati di Francesco d’Assisi sulla nuda pietra?).
Pietro, dopo il trasalimento, dice le parole più belle, più umane, è come se volesse dire: “Rimani così, e noi da qui non ce ne andremo più”. Pietro ha toccato l’eternità.
D’altronde, nella valle-città laggiù, i più non capiscono quei passi d’Uomo, quelle mani che guariscono, quelle Parole che dissetano millenni di arsura. Perché tornare lì, dove la gente ci prende per folli, mentre ”è bello per noi stare qui”? Pietro dice la verità: non era solo bello, era troppo bello stare lì. Come quegli altri due viandanti di Emmaus, che forse avrebbero potuto dire “Resta con noi perché con te sembra tutto diverso”, invece di accampare la scusa della notte incipiente (Lc 24).

L’esperienza dell’eternità e della beatitudine provoca distorsioni nell’uomo e il Padre lo sa, per questo la Sua voce si fa sentire: “Questi è il Figlio mio, l’amato (…) Ascoltatelo”.
I discepoli sono quasi svenuti e la voce li soccorre e li rassicura: “Alzatevi, non temete”.
Però impariamo a tornare a valle, perché altri possano avere la nostra “fortuna”.
Noi siamo testimoni.
In quattro sono saliti e in quattro scendono “sul far del giorno”, di un nuovo giorno. Quell’uomo raggiante è con i suoi discepoli e lo sarà per l’eternità.
Pietro, anni dopo, forse anche allora sul nascere di una nuova umanità, si fece crocifiggere a testa in giù, perché non si sentiva degno di morire come il suo Maestro. Pietro aveva conosciuto la bellezza dell’eternità, aveva conservato il ricordo della trasfigurazione, della confidenza del suo Maestro e aveva conosciuto la forma della propria salvezza: un dono infinito.

In questa seconda domenica di Quaresima veniamo guidati dal deserto delle tentazioni verso il monte della trasfigurazione, cammino ascendente e liberante che porta all’esperienza dell’incontro con il Signore: luce, energia, gioia, pace. Sostiene la nostra vita biologica, apre la mente, rende finalmente capaci di amare.
Che bello, vero?

Sul Tabor non si è trasfigurato solo il Suo volto, non solo le Sue vesti, non solo i nostri sogni: si è trasfigurata la vita.
L’eternità non è un tempo infinito che ci aspetta dopo, è una qualità dell’essere che può accendersi dentro il tempo, è il tempo che, toccato da Dio, diventa pieno.
Cristo non ci ha promesso di fuggire il tempo, ma di abitarlo trasfigurati. Quando questo accade, la fede nasce come trasalimento, si fa memoria, diventa amore.

Cristo ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’immortalità per mezzo del Vangelo (2Tm 1,10).

NB: in copertina, Anonimo, Tornare a valle.

Quando arrivano gli angeli?

«Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco angeli gli si accostarono e lo servivano» (Mt 4,11).

22 febbraio 2026 – I Domenica di Quaresima

Gen 2,7-9;3,1-7
Sal 50
Rm 5,12-19
Mt 4,1-11

«Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco angeli gli si accostarono e lo servivano» (Mt 4,11).

Il racconto delle tentazioni si chiude così. Non con un duello spettacolare, non con un urlo, non con una maledizione cosmica. Si chiude con un allontanarsi e un avvicinarsi: il diavolo se ne va, gli angeli arrivano.
È una scena di spostamenti interiori prima ancora che esteriori, l’aria cambia.

Quando si parla di tentazioni, la mente razionale commette quasi sempre lo stesso errore: guarda la scena dalla parte del tentato, e allora ci domandiamo: chi è stato tentato? Perché ha ceduto?
Quanto è stato forte? E soprattutto: chi è il colpevole?
Fin dall’inizio, nel giardino, funziona così. Adamo: non è colpa mia, è stata la donna. Eva: io non c’entro, è stato il serpente. Ecco il grande scaricabarile della coscienza, per cui il tentatore è sempre un altro e la responsabilità è sempre altrove, così la tentazione diventa una specie di incidente subìto, qualcosa che capita addosso. Ma il termine greco che Matteo usa – πειρασμός (peirasmòs) – non indica soltanto una seduzione maligna, indica una prova, un banco di verifica, una situazione in cui emerge chi sei davvero.
E qui il quadro cambia. Ogni prova implica una dinamica concreta. X agisce e Y subisce, oppure X e Y si accordano per fare ciò che vogliono, in barba alla giustizia.
La tentazione non è un’idea astratta: è sempre una torsione del rapporto tra X e Y, caratterizzata da qualcuno che usa e qualcuno che viene usato e comunque da chi piega la realtà a proprio vantaggio. In fondo è una questione di gestione del potere. Le tre tentazioni nel deserto ruotano tutte intorno a questo:
– usare il proprio potere per se stessi;
– usare Dio per metterlo alla prova (per forzarlo);
– usare l’adorazione (adulazione) per ottenere il dominio sul mondo.
La logica è sempre la stessa, piegare ciò che sembra giusto perchè ci conviene.

Cristo non entra in questo gioco. Non discute sul piano del potere. Non si mette sulla lunghezza d’onda di X che vuole imporsi, né su quella di Y che si giustifica o si lamenta.
Risponde con una parola che non inventa: la prende dall’Antico Testamento. Per Lui è la Parola del Padre, per i cristiani è Parola di Dio. In ogni caso, sono parole che precedono il desiderio, lo misurano, lo valutano. Non dicono: “Non posso.” Non dicono: “Non è colpa mia.” Dicono: “Sta scritto.” Il Cristo non si sottrae alla prova, ma la attraversa per quaranta giorni, restando dentro un’alleanza.
E allora succede qualcosa di sorprendente: il diavolo lo lascia, non viene distrutto, non viene fulminato, semplicemente il diavolo perde presa, perché non trova appiglio.

La tentazione vive dove trova complicità, paura, giustificazione, autoassoluzione, e quando trova una coscienza che si orienta alla giustizia invece che al vantaggio, si svuota, si dilegua.
Subito dopo – ed ecco il colpo d’ala di Matteo – si avvicinano gli angeli, simbolo della Parola, quella che ha parlato a Giuseppe, a Maria, a Pietro, a Paolo e che parla anche a noi.
È come se il Vangelo dicesse: non è che il mondo sia popolato alternativamente da diavoli o da angeli, dipende da dove guardi e da come ti orienti.
Se la mente è ossessionata dal sospetto, dalla difesa, dalla ricerca del colpevole, vedrà diavoli ovunque. Se invece si occupasse della giustizia, dell’ordine buono delle relazioni, comincerebbe a vedere altro: sostegno, servizio, presenza.
Gli angeli “lo servivano”, perché il servizio è la risposta alla logica del dominio: dove nessuno vuole dominare, qualcuno può finalmente servire.

Forse i diavoli li abbiamo soprattutto in testa, sono le logiche con cui interpretiamo la realtà.
Se smettiamo di giocare alla colpa e iniziamo a misurarci con la giustizia, cambia la scena: il deserto non scompare, ma l’aria si fa respirabile.

E allora accade anche a noi, in piccolo: il diavolo lascia e gli angeli si avvicinano.

Alla fine di questo discorso mi è tornato alla mente un passo scritto da S.Teresa d’Avila nel Libro della mia Vita, attorno al 1565 (capitolo 25, paragrafo 22), sono andato a rileggermelo e lo copio qui:

“Piaccia al Signore ch’io non sia di costoro, ma che, Sua Maestà mi doni la grazia d’intendere per riposo ciò che è riposo, per onore ciò che è onore, per diletto ciò che è diletto, e non tutto il contrario. Un gesto di disprezzo a tutti i demoni e avranno paura di me. Non capisco le paure di chi grida “Demonio! Demonio!”, mentre potremmo dire: “Dio! Dio!”, e far tremare tutti gli spiriti maligni. Sì, perché sappiamo ormai che non possono muoversi se il Signore non lo permette. Perché, dunque, nutrire questi timori? È fuor di dubbio che io ormai ho più paura di chi ne ha tanta del demonio, che del demonio stesso, perché lui non mi può far nulla, mentre costoro, specialmente se sono confessori, possono arrecarmi gran turbamento. Infatti io ho passato alcuni  anni in così gran travaglio che ora mi meraviglio di come l’abbia potuto sopportare. Sia benedetto il Signore che mi ha prestato il suo valido aiuto!”

NB: in copertina, Anonimo, Quando arrivano gli angeli

Gehenna

A ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà

15 febbraio 2026 – VI Domenica del Tempo Ordinario
Sir 15,16-21
Sal 118
1Cor2,6-10
Mt 5,17-37

La tradizione biblica ricorda i vecchi otri, le tombe imbiancate, le erbacce, così come ricorda la Gehenna, discarica di rifiuti nella Palestina del I secolo, situata in una stretta valle a sud-ovest di Gerusalemme. Dove ci sono esseri umani, ci sono sempre rifiuti da smaltire, la questione è antica e, ai tempi di Gesù, la Gehenna bruciava senza sosta perché l’incenerimento era l’unico modo conosciuto per eliminare rifiuti.
Perché il Vangelo medita proprio su questo?

Da diversi anni il tema di una conversione anche in senso ecologico è all’ordine del giorno, sia come problema continuo da risolvere, sia come questione etica. Sappiamo bene che non possiamo incenerire tutti i rifiuti del mondo moderno, pena la perdita della salute dell’uomo e della terra: la catastrofe è dietro l’angolo. Purtroppo spesso non si vuole vedere, ciò che preferiamo ignorare perchè “imbarazzante”; sappiamo tutti che, produrre rifiuti a dismisura per poi espellerli dall’altra parte del mondo, pur di non mettere in discussione il nostro stile di vita, costituisce per noi un serio problema materiale e morale. La domanda qui è: quale tutela ambientale in tempi di rifiuti continentali?

Anche la Gehenna di cui parla Matteo, prima di essere metafora del fuoco infernale, era il luogo dal quale le persone tendevano a prendere le distanze per definire se stesse, perché, a ben guardare, la Gehenna era il luogo ai margini del quale vivevano eremiti, appestati, lebbrosi e persone affossate nella miseria più totale. Eremiti a parte, un’umanità fragile e depauperata vive tutt’oggi ai margini delle discariche moderne disseminate qua è là per il mondo. Nelle nostre città non è raro incontrare persone che con apposito bastone frugano nei cassonetti di quartiere allo scopo di recuperare qualcosa da rivendere o che potrebbe risultare ancora utile.
I rifiuti sono dunque il lato oscuro e scivoloso del nostro mondo, sul quale proprio non vorremmo camminare, nonostante accanto ad essi troviamo un’umanitá molto varia: dagli straccivendoli del Cairo o di Emmaus ai viaggiatori in Europa, dagli smantellatori di computer del Congo ai raccoglitori di cartone di Nairobi e persino delle zone rurali.
I rifiuti mettono in luce una combinazione di ingiustizia ambientale e ingiustizia sociale e, oggi, anche la circolazione globale della spazzatura, vergognoso aspetto ombra della moderna società dei consumi. Il prezzo del benessere e del superfluo di alcuni corrisponde al costo della miseria di altri.

Il discorso di Gesù di questa domenica è molto duro. Parte della tradizione ne conserva un’interpretazione scaturita dall’immaginario giudiziario: il fuoco della Gehenna è rappresentazione della condizione infernale, frutto del giudizio divino. In parte anche Dante Alighieri la descrisse così nella cantica dell’Inferno, patrimonio incommensurabile della letteratura italiana, scritto tra il 1302 e il 1309 circa; lì hanno a che fare col fuoco eterno eretici, simoniaci, violenti contro Dio, natura e arte e consiglieri fraudolenti (di cui il più celebre resta Ulisse, che arde insieme a Diomede, a causa della trovata del cavallo di legno e di un paio di altri misfatti, tra cui il furto sacrilego del Palladio).

Credo che le immagini evocate qui dal Nazareno, però, non siano riferibili direttamente né a temi ecologici, né ad esiti processuali di un qualche tribunale divino post-mortem dell’eventuale accusato.
Gesù parla di un rischio a prova di realtà: chi produce rifiuti morali, calpestando il prossimo, diventa rifiuto. Se comprendiamo questo, possiamo accettare anche la durezza del discorso del Cristo, che diventa chiarezza, illuminando percorsi di giustizia.

Se l’immagine della Gehenna ardente ci costringe a confrontarci con lo spreco, con il nulla, con il vuoto del nostro stile di vita, la mancanza e, allo stesso tempo, il desiderio di conforto, allora sappiamo che quello è il luogo della nostra meditata riflessione, ovvero della purificazione dove non bruciano rifiuti materiali, ma tutto ciò che appesantisce, svuotandola dall’interno, la nostra vita. In questo caso, vivremo il nostro mercoledì delle ceneri consapevolmente, chiedendo anche per noi la grazia di risorgere a vita nuova.

Se la Geenna fosse invece il luogo dove intravediamo coloro che abbiamo offeso, ferito, calpestato, allora conviene correre a chiedere sinceramente perdono, scegliendo la vita piuttosto che la morte per non trasformarci volontariamente in riflessi del nulla.

Davanti agli uomini stanno la vita e la morte; a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà…

Egli non ha comandato a nessuno di essere empio e non ha dato a nessuno il permesso di peccare…

NB: in copertina, Anonimo, Gehenna

Sulla condizione umana

Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini,
perché vedano le vostre opere buone
e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli.

8 febbraio 2026 – V Domenica del Tempo Ordinario
ls 58,7-10
Sal 111
1Cor 2,1-5
Mt 5,13-16

Nel Vangelo di questa domenica Gesù dichiara che la condizione essenziale dell’essere umano – essere sale e luce della terra – è un dono di Dio.

Nella Bibbia ebraica il nome di Dio è semplicemente “Io sono”, quindi l’umanità appartiene alla stirpe dell’“Io Sono”.
“Voi siete” – dice Gesù: senza alcun requisito di prestazione, senza distinguere tra la folla di curiosi che lo ascoltano. Siamo tutti  apparentati all’“Io sono” che è all’origine dell’universo; siamo dalla parte dell’essere, senza sforzo, intrinsecamente.
La nostra attenzione viene tuttavia distratta da ciò che ci circonda e ci tiene occupati; accade anche che, nonostante l’immensità del cosmo misterioso, si arrivi a pensare e ad agire come se tutto girasse attorno a noi, mentre magari siamo noi a girare in tondo.  Mt 5,13-16 ci offre il nostro fondamento teologico: possiamo dire “io sono” con calma e modestia, perché non è auto-generato, non viene da noi, è dono di Dio. Spesso perdiamo di vista questo aspetto perché ci sentiamo sopraffatti dal nulla che sembra prendere il sopravvento sul nostro essere e sul significato della nostra esistenza. Possiamo allora ricordare questo “tu sei”, “voi siete” di Gesù, che va inteso sia a livello personale, sia collettivamente. Io non sono solo, perché anche gli altri possono dire “io sono” e tutti insieme formiamo un corpo unico. Da questa prospettiva Gesù parla di noi, e quindi anche delle nostre facoltà, qualità, talenti, possibilità, indicando il modo giusto di usarli.
Siamo “sale della terra, luce del mondo”, è vero, non per nostro merito, ma per dono di Dio.
Cosa può impedire al sale di essere efficace? Le traduzioni parlano della possibilità che diventi insapore, insipido. È il caso del “troppo poco sale”: quando dimentichiamo la nostra condizione fondamentale, ne usiamo poco o nulla e i nostri atti diventano insipidi, senza sapore.
Se invece “ci mettiamo del sale” nella giusta misura, come facciamo di solito con i nostri piatti preferiti, non è il nostro agire ad essere particolarmente “sapido”, ma, come il sale si diluisce rivelando il particolare gusto di una pietanza, similmente noi possiamo aiutare gli altri ad “essere”.
Il sale conserva gli alimenti e uccide i germi. Troppo sale conserva bene, ma cambia le caratteristiche del cibo: il sapore del merluzzo è diverso da quello dello stoccafisso, e soprattutto va eliminato per renderlo commestibile.
Il sale nell’agire dei discepoli serve a mettere in risalto la bontà dell’altro, ad adoperarsi per mantenere vivo il meglio nell’altro e ad eliminare ciò che può scalfire la bellezza della vita. 

Gesù dice che noi siamo il sale della terra, quindi nasciamo con la capacità di rendere sempre più bella la vita degli altri.
Il sale non può perdere il suo sapore e probabilmente la traduzione “perde il suo sapore” è un po’ goffa. In realtà, letteralmente dice “se il sale diventa stolto”.
Come agisce il sale divenuto stolto? In qualche modo è rappresentato qui il malvagio di cui si parla nel Salmo 1, citato da Gesù poco prima nelle Beatitudini: “Beato l’uomo che non segue il consiglio degli empi, che non si ferma nella via dei peccatori, che non siede in compagnia degli schernitori”. Il sale-saggezza nei discepoli mette in risalto ciò che c’è di buono negli altri ed elimina ciò che potrebbe rovinarli. Il sale impazzito cerca di mettere in risalto il lato cattivo dell’altro, per ridicolizzarlo, degradarlo, rovinargli la vita. La stessa capacità di discernimento può essere messa al servizio della vita o al servizio del nulla.
Se il sale impazzisce, non si può rimediare, può essere buttato via e calpestato. Credo che, contrariamente a quanto sembra, il vero significato di questa immagine drammatica (il sale impazzito da gettare via e calpestare) sia un’iperbole finalizzata a spingere verso il giusto agire, per fare emergere la minima goccia di bontà nel cuore di quella persona il cui sale è impazzito. 

Siamo anche la luce del mondo.
L’essere della luce è il primo passo della creazione, ci dice il Genesi. La buona notizia è che noi stessi abbiamo già la capacità di essere luce. Gesù non dice di cercarla per rifletterla (questo è tutto un altro discorso) e neanche ci chiede di essere sufficientemente istruiti in anticipo (anche questo è un tutto un altro discorso).  Gesù dice “Voi siete” già “la luce del mondo”. In altri termini noi siamo, consistiamo nel punto di vista che mette in risalto la bellezza della creazione. Questo aspetto personale della nostra luce è messo in chiaro nel racconto della Pentecoste (Atti 2,3), quando la fiamma dello Spirito di Dio si separa per essere donata da Dio – individualmente – ad ogni persona, rendendo ciascuno, secondo promessa, ciascuno re, profeta e sacerdote.

I doni possono essere attivati, potenziati o, al contrario, seppelliti. Continuerebbero ad essere, ma non illuminerebbero più.
Come il sale può impazzire, la luce può deliberatamente essere messa sotto un moggio. Il moggio era uno strumento per misurare la quantità di cereali; probabilmente è un’allusione all’abitudine umana di voler misurare tutto, luce compresa. Se vuoi misurare la luce, ti precludi la possibilità di continuare a vederla attorno a te.
Nessuno potrà vedere questo mondo come lo vedi tu, o come lo vedo io. Tuttavia, anche sotto il moggio, anche se incompresa, la lampada non si spegne; rimane nascosta anche a noi stessi, quando tendiamo a valutarci, giudicarci e confrontarci invece di liberare la luce che è in noi.
Cosa accresce la luce? Possiamo immaginare una persona come una casa su un monte: nella notte, anche da lontano, vediamo le luci accese dentro le case. Qui, il discorso da personale diventa d’insieme: “voi siete la luce del mondo”.
La luce viene posta “sul candelabro”: il riferimento spirituale dei padri è la menorah, il candelabro del tempio di Gerusalemme, simbolo della presenza del Signore nel cuore dell’umanità.

Quando il nostro sale non perde sapore e la nostra luce non si indebolisce, le nostre “opere buone” sono epifania della luce del Signore.

Contro-campi

Beati i miti, perché erediteranno la terra

1° febbraio 2026 – IV Domenica del Tempo Ordinario

Sof 2,3; 3,12-13
Sal 145
1Cor 1,26-31
Mt 5,1-12a

Quando per esercitare il pensiero si tenta di formulare il contrario di una beatitudine, ci si accorge subito che non esiste una sola strada. Il contrario non è necessariamente il contrario morale, né quello sociologico, né quello logico. La beatitudine non è nemmeno un desiderio del tipo “sarebbe bello se…”, ma una parola che dichiara qualcosa al momento non evidente.
Potremmo disporre tre griglie di lettura e trovare magari un opposto semantico, o una forma di cinismo realista, oppure una forma di banalità mondana, che non sono identici, e tuttavia si rispecchiano.

Se ci esercitiamo a trovare un opposto semantico, semplicemente invertiamo i termini delle beatitudini: poveri vs ricchi; miti vs iracondi; misericordiosi vs spietati; costruttori di pace vs guerrafondai. È una logica lineare: se il Signore dice “beati i poveri in spirito”, il contrario è “infelici i ricchi in spirito”.
Questo tipo di rovesciamento ha un pregio: mantiene la forma evangelica, soltanto sostituendo il soggetto e l’esito. È l’operazione che Luca aveva intuito aggiungendo alle beatitudini i guai correlati, un modo per dire che il cielo non è senza polarità. In questo modo, il contrario semantico assume un valore rivelativo: mostra cosa accade quando si vive secondo il principio opposto a quello che Gesù propone. L’opposto semantico coinvolge categorie morali e sociali che non sono necessariamente “vizi”, ma forme di auto-sufficienza di vario genere: attaccamento alla ricchezza, volontà di dominio, aggressività, esercizio della libertà senza relazione. Il messaggio implicito è: dove non si percepisce un bisogno, non si può ricevere nulla per colmarlo.

Può succedere che, nel tentativo di pensare la forma contraria, si neghi invece l’efficacia stessa della beatitudine nel mondo. Qui si rischia di dire non “beati i ricchi”, bensì “i poveri sono infelici perché la povertà è infelicità”. È un rovesciamento pragmatico: guarda la condizione umana nella sua inerzia. Afflitti? Non troveranno consolazione. Miti? Verranno schiacciati. Affamati di giustizia? Peggio per loro: la loro fame aumenterà. Il realismo cinico non offre soluzioni, ma constata lo scacco dell’umanità. Questa posizione sembra molto vicina alla filosofia antica: il mondo è quello che è, e non cambia perché qualcuno spera che cambi. Purtroppo mostra una parte del mondo su cui Gesù parla. La beatitudine non appare credibile se non opponendosi a questo realismo crudo. D’altronde, se il mondo fosse perfettamente giusto, non servirebbero le beatitudini, mentre le beatitudini nascono dal fatto che il mondo non è (perlomeno non è ancora) perfettamente giusto.

Il terzo esercizio del pensiero ci fa lavorare forse sul registro “più basso”, quello delle convinzioni correnti, la sintassi del “beato chi ce la fa”: felice è chi possiede, chi domina, chi gode, chi vince. Questo elenco non è neanche cinico, è semplicemente ovvio, rispecchia la morale spontanea del branco, del mercato, delle carriere, della cronaca. La felicità è intesa come proprietà, protezione, successo, immunità. Questo elenco è banale e nemmeno ha la pretesa di essere profondo. Proprio per questo somiglia al vero avversario delle beatitudini, che, secondo me, non è il vizio, ma la normalizzazione del mondo così com’è.

La questione centrale sta nel fatto che le beatitudini non parlano del mondo così com’è, le beatitudini non corrispondono ad alcuno dei tre esercizi del pensiero che abbiamo esercitato attraverso la logica mondana del rovesciamento (leggi: “girare la frittata”). Le Beatitudini parlano da un regime di futuro, che irrompe nel presente: operano nello spazio di un lampo rivelatore di ciò che non è ancora o non è sempre visibile a tutti.
In altri termini, le beatitudini sono apocalittiche senza essere catastrofiche, perché in un lampo di grazia rivelano un mondo già rovesciato in regno dei cieli, prima che il mondo sia in grado di ammetterlo.

L’unico vero “contrario” è dunque questo: senza conversione continua (e quindi senza speranza) il mondo non cambia.

Prima di iniziare il suo discorso sulle beatitudini, Gesù sale in montagna perché vede troppa folla; si pone quindi in una prospettiva “dall’alto”, più ampia e, contemporaneamente i discepoli gli si avvicinano, quindi salgono con lui, lo seguono verso l’alto. Non è una nota marginale. La topografia evangelica non è mai decorativa: la folla rimane sotto, i discepoli si avvicinano e Gesù sale. È un triplice movimento. Il discorso è rivolto a tutti, ma chi non  guarda da una prospettiva più ampia non produce frutto. Chi non può muoversi e salire in montagna? Forse, chi cerca un’alternativa morale “comoda”, senza metterci il cuore, chi si limita a constatare la propria impotenza o chi si sente del tutto autosufficiente.
Le beatitudini non si limitano a rovesciare: posizionano. Non dicono: “Voi siete poveri ma un giorno starete meglio”, bensì: il mondo come lo vedete (come lo vediamo) non è l’ultimo. Il contrario della beatitudine non è tanto il peccato, quanto la chiusura ad un possibile migliore. 

La beatitudine comincia quando ti accorgi che il mondo, così com’è, non è l’ultima parola.
E allora sali.
E allora ascolti.
E allora il “felice” ricomincia a significare “aperto verso un Altro”.

NB: in copertina, Anonimo, Insegnamenti

Trasformazioni

Ed essi subito, lasciata la barca e il padre, lo seguirono

25 gennaio 2026 – III Domenica del Tempo Ordinario

Is 8,23b-9,3
Sal 26
1Cor 1,10-13.17
Mt 4,12-23

Leggendo questo brano si coglie un aspetto non sempre messo in rilievo: la trasformazione di Gesù. Le mutazioni lungo il testo sono almeno tre: lascia il suo paese, inizia a predicare, il modo di approcciare le persone cambia, passando dalla predicazione all’imperativo ad un avvicinarsi discreto e amorevole, senza condizioni. La sua vita diviene Vangelo, Buona Novella.
Forse il cuore del passo risiede anche in questa capacità di Gesù di evolvere, di cambiare, nel suo stesso modo di essere.
Sul fondo compare un’umanità immobile: un popolo “seduto”, immerso nelle tenebre, abitante “in terra e ombra di morte” — immagini di stasi, di vita sospesa, incapace di moto.
Il brano segna uno snodo decisivo nella narrazione di Matteo: la conclusione della figura di Giovanni Battista con il suo stile ascetico ed eremitico — imperniato su disciplina, rinuncia, purificazione — e il suo annuncio: “Convertitevi (cambiate mentalità e comportamento), perché il Regno dei cieli è vicino”. Il Battista scompare ed entra in scena Gesù, che dapprima riprende l’imperativo di Giovanni, poi però lo trasfigura: non comanda, si avvicina; non impone, insegna e guarisce. Due gesti volti a restituire all’uomo integrità e lucidità interiore, affinché possa riconoscere da sé ciò che è buono, senza vivere sotto il peso delle dottrine, dei riti o dei comandamenti. Gesù guarisce la fede, la dignità, la fiducia, la libertà, la salute e perfino l’immagine di Dio; tocca il senso di colpa e l’autostima, perché ciascuno possa vivere bene. Così le sue parole e i suoi gesti diventano Vangelo: rivelano che Dio non rimprovera né ha fretta di punire, ma conduce pazientemente l’uomo verso il meglio per sé e per gli altri.
Il testo segna quindi una duplice transizione: tra la predicazione di Giovanni e l’azione di Gesù, e tra la Bibbia ebraica assunta e trasformata nel Vangelo.

La citazione di Isaia evoca la storia d’Israele che, per difendersi dall’invasione, stringe alleanza con l’Assiria — un nemico che poi conquisterà tutto il nord, da Zabulon a Neftali. La teologia antica lesse quella catastrofe come punizione divina. È vero che disordini e infedeltà umane producono danni gravi; ma non tutto ciò che ferisce proviene da Dio. Gesù prende le distanze da quella che si potrebbe chiamare la “teologia della ritorsione”, la logica del “peccato-castigo”, così diffusa nell’antico Israele e perfino in certo cristianesimo successivo.
L’annuncio di Giovanni poteva sembrare inscritto in questo quadro: il comando “convertitevi” seguito dalla minaccia implicita del Regno vicino. Gesù, pur partendo dalla stessa formula, la trascende. La venuta di Dio non è soltanto annunciata, è già presente; e la sua azione — il Regno — non è una minaccia, ma una Buona Notizia. Poco oltre, il Nazareno proclamerà le Beatitudini, dove l’imperativo lascia spazio alla promessa.
La strategia di Gesù diventa simile al Salmo 34: “Gustate e vedete quanto è buono il Signore”. Le minacce possono forse ottenere qualcosa, ma non sono Vangelo.

Da dove nasce questa evoluzione? Matteo la fa dipendere da tre movimenti.
Prima di tutto, Gesù apprende che Giovanni è stato arrestato e parte. Forse fugge, e ciò non scandalizza: anche i santi fuggono quando serve. La prudenza è virtù evangelica. Ma c’è anche un senso spirituale: quando Gesù ha assimilato quanto Dio aveva dato tramite Giovanni, allora parte. Si lascia alle spalle l’imperativo profetico e si dirige a Cafarnao — “villaggio della consolazione”.
In secondo luogo siamo all’inizio della vocazione: “Da quel momento” Gesù inizia. Da quale momento? Dal passaggio attraverso Zabulon e Neftali, sottolineati da Matteo con un’insistenza geografica sorprendente. Le due tribù, benedette da Giacobbe e da Mosè, evocano viaggio, confine, parola creativa. Zabulon rimanda al mare, ai margini, alle frontiere; Neftali alla parola bella e creativa, alla grazia e alla benedizione. Gesù comprende la sua vocazione in questo spazio di margine, dove il mondo non è uniforme ma contaminato e plurale — “Galilea delle genti”. È spesso ai margini che cadono i pregiudizi, come accade alla scienza che prova i suoi modelli ai limiti del sistema, o all’arte che trova lo stile attraverso la deviazione. Anche l’uomo scopre lì che nessuna oscurità è così profonda da non poter essere vinta dalla luce.
I padri amavano dire che “il Vangelo nasce ai confini”, perché ciò che è divino può abitare solo dove l’uomo si apre e non si chiude. L’essere, allora, non è statico ma peregrinazione: “Io sono la via”.
Infine, Gesù modifica il contenuto della missione: dalla predicazione imperativa passa al servizio e alla parola creativa. Anche questo nasce dall’incontro. Incontrare gli altri cambia: quando si vede e si ama davvero, ci si trasforma. All’inizio il discorso è teologico-morale, con verità che obbligano; poi diventa cura dell’umanità concreta, perché possa fiorire nella fiducia in Dio.
Qui non si tratta solo di etica, ma di stile cristologico. Crisostomo osservava che Cristo non trascina con forza, ma attira con la dolcezza e Agostino aggiungerà l’idea che Dio educa senza violentare. L’obbedienza al comando è autentica solo quando si trasforma in lutto per il male e desiderio del bene.
Essere concentrati sul servizio dovrebbe costituire il cuore di ogni vocazione affidata a noi — anche della Chiesa. I primi chiamati lo confermano: Simone e Andrea sono pescatori; Gesù li invita a diventare pescatori di persone — non per catturarle, ma per salvarle dall’annegamento, dal caos. Giacomo e Giovanni riparano reti; Gesù mostrerà loro come riparare umanità e tessere legami veri.

Sul finale, Paolo di Tarso (oggi si celebra la sua conversione) — testimone “itinerante” della trasformazione — potrà dire: “Mi sono fatto tutto a tutti”. Non per convenienza, ma per grazia: la salvezza passa attraverso il movimento, non attraverso l’immobilità. Il Dio del Vangelo non minaccia, ma accompagna; non impone, ma educa; non forza, ma genera.

NB: in copertina, Anonimo, Dal Vangelo di Matteo: scena sacra

La terraferma

Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui

18 gennaio 2026 – II Domenica del Tempo Ordinario
Is 49,3.5-6
Sal 39
1Cor 1,1-3
Gv 1,29-34

Ragionando per associazioni, sarebbe possibile mettere in relazione lo Spirito visto dal Battista in forma di colomba con la colomba dei tempi del diluvio. Dopo il diluvio, le piogge cessano e Noè libera la colomba una prima volta per verificare se le acque si sono ritirate. La colomba va e ritorna: Noè capisce che la drammatica inondazione non è ancora finita, la terraferma non c’è. La colomba viene liberata una seconda volta e anche questa volta ritorna, ma con un ramo d’ulivo nel becco, in segno che la terraferma è emersa dalle acque. Noè libera la colomba una terza volta, e questa non torna: è ritornata a vivere e volare.

Il Battista potrebbe aver avuto la visione dello Spirito, in forma di colomba, scendere e rimanere sul capo di Gesù sullo sfondo culturale, religioso e spirituale dell’antico racconto del diluvio. 

Nella Bibbia la colomba è un animale sacrificale, come l’agnello, ma è l’offerta dei poveri, di quelli che non possono permettersi di acquistare un agnello, come i genitori di Gesù, per esempio, quando fanno l’offerta rituale al tempio. Dire che lo Spirito in forma di colomba si è fermato sopra l’Agnello di Dio che è uscito dall’acqua del battesimo, equivale a dire che tutta l’umanità è ormai sulla terraferma, tutta l’umanità è purificata, dopo il battesimo di Cristo e in Cristo. Il Figlio di Dio è “senza peccato”, non ha bisogno di alcuna conversione, perché non è implicato in nessun modo con le forme mondane del male. Sembra dunque che lo Spirito sia sceso per fermarsi e rimanere sul Cristo, uomo-Dio senza peccato.

Quando Noè aveva visto la colomba ritornare col ramoscello d’ulivo, aveva ricominciato a sperare di tornare a vivere: la terraferma da qualche parte c’era. Gesù, prima di scomparire agli occhi dei suoi discepoli, lascerà segni attraverso i quali gli apostoli si renderanno conto che un mondo nuovo sarà possibile. Noi possiamo credere di non essere per sempre condannati a galleggiare e a fluttuare pericolosamente in acque incerte. Si tratta di segni e parole da afferrare, da capire, così come Noè colse il ramo d’ulivo.
Noè avrebbe potuto non osservare neanche il rametto d’ulivo, avrebbe potuto non liberare la colomba, non avere fiducia, non credere, non sperare nell’emersione della terraferma e le acque sarebbero scese lo stesso, l’arca si sarebbe chissà quando adagiata sulla terra e Noè magari sarebbe morto prima.
La Scrittura non pone all’uomo l’interrogativo sull’esistenza di Dio e dell’universo, ma parla ad un popolo che ha nel DNA la certezza dell’esistenza di un dio creatore. La questione posta con la storia del diluvio è se la terra sia ancora abitabile per l’uomo, mentre la questione posta sul Giordano durante il battesimo di Gesù è se lo Spirito di Dio possa ancora abitare l’uomo. E non è la stessa ricerca, sebbene il tema sia quello dell’abitare: gli uomini sulla terra e lo Spirito nell’uomo.
Mentre il diluvio mette in discussione l’uomo, il battesimo dà una risposta affermativa alla domanda se ci sia ancora un uomo capace di entrare in relazione con Dio. C’è: è Gesù di Nazaret, il Cristo. Per questa ragione, nella persona di Cristo ogni persona può cercare e trovare la propria terraferma.

Il Nazareno fu giustiziato da innocente, perché gli esseri umani, come sappiamo e vediamo tutti i giorni, nella loro libertà possono scegliere di agire ingiustamente. I discepoli avrebbero potuto anche pensare per sempre che Gesù fosse veramente morto, non credere nella resurrezione, ma, come Noè, quando vide tornare la colomba col ramoscello d’ulivo e volare via nuovamente, credettero di aver trovato la loro terraferma. La speranza sovvertì la tristezza e questa sovversione fu chiamata risurrezione.
La testimonianza di Giovanni, profeta che vede bene e parla bene, racconta la storia della speranza che rinasce, racconta l’intero vangelo dall’inizio alla fine, è una storia prodigiosa, concentrata in poche righe.
E questo, Spirito che un giorno il Battista vide discendere e rimanere su Gesù, dov’è? È dato per morto? È definitivamente scomparso, ripartito? Dopo la Pentecoste della discesa dello spirito sugli apostoli, c’è ancora respiro in noi? Crediamo ancora per vedere e interpretare segni e parole e compiere atti che ridonino la speranza? Abbiamo trovato la nostra terraferma in Cristo e nel vangelo?

A volte dubito, dubito per me stesso, per la mia Chiesa, per la Chiesa in generale. Potrei essere tentato di sentirmi come su un’arca, aspettando che le acque scendano, mentre il tempo passa nell’assenza di segni che riempiano l’orizzonte.
Poi mi dico che forse dovrei, o dovremmo, solo accorgerci della presenza dello Spirito attraverso i suoi segni, come se ne accorse il Battista durante il battesimo di Gesù. Forse non abbiamo colto del tutto, ma neanche totalmente perso lo Spirito ricevuto. Siamo ancora in grado di vedere la terraferma e anche capaci di indicarla ai nostri compagni di viaggio, ma più spesso dovremmo osare uscire dall’arca.

La terraferma esiste. Apriamo gli occhi come Noè all’orizzonte, o, meglio, come il Battista sul Cristo.

NB: in copertina, Anonimo, Gesù Salvatore tra le acque tempestose

Lascia fare

«Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia»

11 gennaio 2026 – Battesimo del Signore
Is 42,1-4.6-7
Sal 28
At 10,34-38
Mt 3,13-17

Gesù insiste per essere battezzato da Giovanni, che si oppone dicendo di non esserne degno; semmai dovrebbe essere egli stesso battezzato dal Nazareno! Il Vangelo ci riporta la motivazione del battesimo del Signore: “per adempiere ogni giustizia”.
Forse leggere questo racconto attraverso la lente del rapporto tra il piccolo e il grande può essere una strada interessante da esplorare. Si potrebbe perfino intravedervi un modello per le relazioni all’interno della Chiesa: non è necessariamente il più grande a dover battezzare il più piccolo, perché chi battezza è un servitore del battezzato, icona di Cristo.
Gesù, con il suo comportamento, contraddice risolutamente l’aspettativa del Battista, ma Giovanni, in ogni caso, non è “uno qualsiasi”: è un uomo profondamente religioso, un predicatore, un paladino delle buone opere, un asceta, vive nel deserto e si ciba di miele selvatico e locuste. Invita il prossimo alla penitenza pubblica attraverso il riconoscimento dei propri peccati, sollecita la purificazione attraverso la nascita a una nuova vita, chiede un radicale cambiamento di atteggiamento attraverso la conversione.
Rileggendo per l’ennesima volta questo testo, la parola che mi colpisce di più oggi è: ἄφες (aphes) = lascia andare, nel senso di lascia fare, lascia stare per ora. E Giovanni si convince, ubbidisce.
In un certo senso potrebbe voler dire: “Smetti di aspettarti l’ovvio”, o “smetti di immaginarti indegno di servire il Signore”, o “smetti di sentirti troppo piccolo”. In altri termini “lascia a Dio il compito di agire dentro di te”.
Questo “lasciar fare” è forse la prima cosa in rapporto con il Signore; significa fidarsi e non ostacolare la sua opera. Qualcosa di simile avviene con Pietro, durante la lavanda dei piedi. L’apostolo fa fatica ad accettare che Gesù gli lavi i piedi, ma anche qui il fondamento della fede è lasciare che Cristo agisca e viene detto anche cosa accadrebbe in caso contrario: “altrimenti non avrai parte con me” (Gv 13,9). Quindi Pietro lascia fare.

La fede implica la capacità di abbandonarsi o affidarsi al Signore per poter essere trasformati.
Detto questo, Giovanni non è tenuto a fare nulla di diverso da quello che già fa: continua a battezzare come prima. Anche questo mi pare interessante. Perché potremmo effettivamente ascoltare questo “lascia andare” e chiederci: “Ma allora, io cosa dovrei fare?”
La risposta sarebbe “niente di diverso da quello che fai”. Per ora.”  C’è un dettaglio enorme che non sfugge: per chi lo fai? Per il Signore. Soli Deo Gloria. Questo è “adempiere ogni giustizia”: fare ciò che è necessario fare, quotidianamente, ma farlo per Cristo. Dunque, sul modello di Giovanni, nella prospettiva della purificazione, del “lasciar andare” ogni collusione con il male.
Questo modo di vivere la nostra vita quotidiana è forse ancora più importante del confessarsi costantemente, di sentirsi colpevoli o, perfino, di ricordare spesso che dipendiamo solo dalla grazia di Dio.  Dovremmo considerare il Signore destinatario di tutto ciò che facciamo di solito; questo cambia enormemente le cose. Per noi. Inizia lì ogni conversione. Basti pensare ai nostri gesti quotidiani e chiedersi se li stiamo facendo per il Signore, Soli Deo Gloria.
L’incontro con Gesù al battesimo probabilmente ha rivoluzionato il modo del Battista d’intendere il rapporto tra l’umano e Dio; Giovanni li immaginava come due poli ad enorme distanza, ma questo ridurrebbe allo stesso tempo la distanza fra noi stessi e i nostri simili, collocati insieme troppo distanti dal Signore, come se ogni persona non avesse nulla a che fare col sacro. Se così fosse, non sarebbe neanche possibile “compiere ogni giustizia”.
Gesù avverte che, quando ci rapportiamo ad un nostro simile, il nostro modo di agire dovrebbe essere lo stesso che con Cristo in persona. Non solo: il Cristo è il primo a muoversi incontro a noi. Questa presenza divina, che si accosta per incontrarci, prevede la volontà di purificazione e conversione da parte di entrambi: volgersi verso l’altro è volgersi verso Dio. Se ciascuno agisse in questa prospettiva non ci sarebbe più alcuna ingiustizia nel mondo, non ci sarebbero più guerre, crimini, delitti e altri reati.
Giovanni Battista chiedeva alle persone di cambiare vita, Gesù dice semplicemente: “lascia fare, per ora”: volgiti a Dio nella tua vita quotidiana. Non è più la stessa religione.
Gesù chiede a Giovanni di trattarlo, in quanto uomo, come tratta tutti gli altri, ma soprattutto di trattare gli altri come si trattasse di agire nei confronti di Dio. E questo possiamo farlo tutti, per ora. Finché si è in vita io credo dovremmo smettere di separare il sacro dal profano, di porre astrattamente Dio su un piano molto elevato, per allontanarlo dalla nostra banalità quotidiana, nel maldestro tentativo di sottrarci alle nostre responsabilità morali. Ogni volta che ci poniamo in relazione con qualcuno dovremmo chiederci se stiamo agendo ricordandoci di avere davanti il volto di Cristo o di un suo intermediario.
Allora non esiste più alcun lavoro inutile, alcun atto è banale, tutto può essere opportunità d’inizio di un cammino di conversione e, come tale, degno di essere vissuto. Noi, a differenza del Battista, siamo paladini di Dio, modelli di purezza, santità o esperti di vita spirituale, ma cerchiamo di lasciare che si adempia la giustizia fin dove ne siamo capaci, nel senso letterale del termine, cioè  fin dove riusciamo a lasciare spazio all’azione di Dio, comunque si presenti. E questo dipende da noi. Dopo, il registro cambia del tutto, dalla prima persona singolare alla prima persona plurale: “conviene che così adempiamo”. Insieme. Questo “realizzare insieme” insegna che non dovremmo aspettarci tutto dalla grazie divina: che ci battezzi, perdoni i nostri peccati, ci consoli, ci guarisca, ci rafforzi nella fede. Dobbiamo cooperare perché questo avvenga. E non è la strada che Giovanni stava percorrendo, per quanto fosse profeta e uomo di grande fede; quando vede il Cristo, lo riconosce, ma gli sembra troppo in alto, troppo distante da Lui, per poter agire insieme a Lui.
Il suo primo pensiero è chiedergli di purificarlo, perdonarlo e concedergli la grazia. È come se Gesù lo fermasse e dicesse: “Facciamolo insieme”. Per ora. Chiede un’azione concreta e al presente.
Anche durante la moltiplicazione dei pani, i discepoli si avvicinano a Gesù perché la folla ha fame: pensano che tocchi solo al Nazareno risolvere il problema, loro non si sentono all’altezza. E in effetti, senza il Maestro, non lo sarebbero stati, ne sono coscienti. È Lui a dire: “date loro voi stessi da mangiare”. (Cfr. Mc 6, Mt 14).
Quando nel Padre Nostro diciamo: “Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”, anche lì il greco usa aphes: “Lascia a noi i nostri debiti come noi li lasciamo a chi ci deve”. L’idea cristiana di “perdono” implica la nozione di “lasciare stare”, di “lasciare andare”, di “mollare” sia l’errore, sia l’attaccamento al senso di colpa, sia la paura di ricadere nell’errore. Non siamo soli. Il Cristo dice: “Facciamolo insieme”.
Se intendiamo in questo senso aphes, questo “lascia fare” diventa anche un impegno concreto a perdonare gli altri, un impegno a dimenticare, a lasciare stare gli errori degli altri nei nostri confronti, così come chiediamo che Lui faccia con noi. Vista così è difficile? Il Cristo dice: “facciamolo insieme”. Per ora.

Restiamo umani e “graziosi”, nel senso di graziati, oggetto e soggetto di grazia, degni discepoli del Figlio prediletto, nel quale il Padre si è compiaciuto.

NB: in copertina, Anonimo, Il battesimo di Gesù