La doppia nascita

Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi

4 gennaio 2026 – II Domenica dopo Natale
Sir 24,1-4.12-16
Sal 147
Ef 1,3-6.15-18
Gv 1,1-18

Che strana storia di Natale! Dove sono i pastori, il coro degli angeli, la stalla, l’asino, il bue? E – ancora più strano – non ci sono Gesù bambino, né Maria, né Giuseppe. Eppure, questo è un vangelo di Natale – proclamato nella messa del 25 dicembre e riproposto oggi – e racconta, in modo assai diverso dai sinottici, la nascita del Salvatore, sospingendo il lettore a contemplare il mistero insondabile di Dio e della creazione. Il tono grave e maestoso, il ritmo ampio e calmo, il moto evocato dal cielo alla terra mettono in risalto il carattere luminoso di questo inno voluto come apertura del vangelo di Giovanni: un canto che celebra una doppia nascita, quella del Figlio e quella dei figli, la cui identità è finalmente loro rivelata.
Dio nessuno l’ha mai visto – dice Giovanni. L’idea stessa di vedere Dio non è assurda? Sfugge totalmente anche alla rappresentazione mentale. Nonostante artisti di ogni epoca abbiano provato a rappresentarlo, nessuna registrazione è possibile. Nel Primo Testamento questa consapevolezza era così forte che il nome di Dio non poteva nemmeno essere pronunciato e neanche era possibile avvicinarsi al luogo sacro della sua presenza, il santo dei santi. Lì entrava solo il sommo sacerdote, una volta l’anno, tanto grande era considerato il divario tra il creatore e la creatura. Quando Mosè ricevette le tavole della legge, il suo volto venne investito da una luce così forte, che dovette coprirsi il capo con un velo. Attraverso questi racconti è facile comprendere che “vedere Dio” vuol dire cogliere qualcosa del mistero della vita e della divinità. Nel Vangelo di Giovanni il mistero è descritto in termini di luce e di vita incarnata nella pienezza della Parola,  che porta la creazione al suo compimento. Per questo fin dall’inizio, i lettori sono sospinti ad entrare in una dimensione che coinvolge tutta la persona: tutto ci riguarda direttamente e, in modo inscindibile, riguarda Colui che è rivelato in un legame in cui si colloca l’idea di “vedere Dio”.

Si tratta, come dicevo, di una doppia nascita, proclamata nei due motivi centrali dell’inno: il Verbo che si è fatto carne e il diventare figli di Dio, accogliendo il suo nome.
Proiettandoci, come lettori, nell’abisso dell’origine, celebriamo la presenza della parola associata al “principio” e la storia della creazione dell’universo e dell’uomo e della Parola che l’ha portata all’essere. Siamo come afferrati e portati dentro una visione contemplativa dell’intero mondo.
La prima ragione della nascita del credente è che la parola è tutta orientata verso Dio, in una vicinanza così estrema da poter dire, in una concentrazione di identità con Dio, che “la parola era Dio”. La parola che era in principio era rivolta a Dio, era Dio ed è la parola della nostra creazione.
La filiazione divina del credente “ha origine” in questo moto iniziale.

Nel rapporto vitale tra il mondo che si è realizzato e la parola che lo ha fatto accadere, noi comprendiamo che prima di essere stati creati, siamo stati pensati e voluti, in altre parole “desiderati”. Il principio trascendente che ci ha creati ha voluto che noi vivessimo, che io vivessi, che tu vivessi: questo è il messaggio natalizio dell’evangelista Giovanni a ogni essere umano. Senza eccezioni.
Le implicazioni di un simile fatto sono enormi: non c’è più bisogno di mettersi alla prova o di dimostrare la propria esistenza; ciò che ci fonda ci precede, il valore della nostra vita è stabilito in noi “in principio” e “con Dio”. Di conseguenza dovremmo sperimentare una certa “leggerezza” nell’affrontare la nostra esistenza: possiamo impegnarci, assumere pienamente le nostre responsabilità, anche rischiare, per così dire, e osare esporci ai nostri simili, rimanendo in pieno ciò che siamo.
Il fulcro della questione sta allora nell’accettare e accogliere con gratitudine la parola della creazione che illumina ogni essere umano.

Nelle due affermazioni apparentemente contraddittorie “Dio, nessuno l’ha mai visto” e “la parola si fece carne” il lettore può solo notare l’impossibilità fisica di vedere Dio, ma ritrovarlo allo stesso tempo in Gesù di Nazaret e nella sua storia, inscritta nello spazio e nel tempo degli esseri umani.
Il Cristo-parola, che era con Dio fin dall’inizio, si è allontanato per il tempo dell’esistenza del Nazareno da quel rapporto privilegiato con il Creatore, per entrare nel mondo degli uomini e farsi luogo tangibile della presenza di Dio.
Raccontare la storia della vita di Gesù è parlare di – farlo “vedere” – e farlo parlare.

Ascoltare e credere nella testimonianza del Battista significa far parte di “quelli” che hanno ricevuto la parola e dei “tutti”, ai quali la parola ha dato il potere di diventare figli di Dio: la nostra identità.

Dopo Giovanni Battista, il primo testimone, ci siamo “noi” della comunità cristiana che ha attraversato più di due millenni di storia; nella forza della testimonianza, potenziale in ciascun essere umano, è fondata stabilmente la storia della Chiesa sulla terra.
Il “noi” dei cristiani testimonia la sovrabbondanza della grazia, a cui nulla manca, perché la legge fu data come oggetto a Mosè, mentre la “grazia” e la “verità” sono nate come soggetto in Gesù Cristo. Dunque chi accoglie il Cristo quale parola incarnata nasce come soggetto credente, non è più oggetto, non è nato per caso e non è indifferente al mondo il suo agire nel mondo, perché la buona novella natalizia, la parola che si è fatta uomo, ha permesso a noi di diventare figli di Dio.

In forza della nostra identità di figli di Dio, tramite il Cristo, possiamo essere consolati e consolanti in ogni tempo travagliato da crisi sociali, economiche o climatiche. Noi siamo partecipi del potere che rende migliore il mondo, è questione di dire di “sì” alla direzione del nostro agire a favore della vita, impressa in noi fin dall’inizio.

Questa notizia è un varco di luce che apre alla speranza, che dà lo slancio per fare il passo successivo su un cammino già intrapreso molto prima di noi, mostrato e tracciato da Gesù, la parola fatta uomo: sappiamo di essere accompagnati, illuminati, chiamati a una qualità di vita vissuta in pienezza. Radicati nella relazione col Cristo vivente, qualunque cosa accada, saremo trattenuti dal ritrovarci immersi nelle tenebre.

NB: in copertina, Anonimo, Filiazione divina

Fuga

Prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto,
dove rimase fino alla morte di Erode

Sir 3,2-6.12-14
Sal 127
Col 3,12-21
Mt 2,13-15.19-23

Gesù non doveva avere più di due anni quando i suoi genitori fuggirono in Egitto con lui.
Quante altri personaggi  biblici sono fuggiti, o sono stati cacciati dalle loro case e si sono messi in cammino per trovare un posto dove vivere?
Adamo ed Eva “impacchettarono” fiori e frutta, fecero i bagagli, lasciarono il loro “paradiso” terrestre (Gen 3). Caino fuggì dalla sua colpa (Gen 4). Noè scappò dalla malvagità degli uomini (Gen 6-7). Abramo fuggì da un mondo ingiusto e dalla carestia (Gen 12-17). Giacobbe fuggì per paura dell’ira di suo fratello (Gen 31,33). Giuseppe, figlio di Giacobbe, dopo essere stato venduto – e quindi “buttato fuori” (in una cisterna) dai suoi fratelli, alla fine trovò una casa in Egitto. I fratelli di Giuseppe a loro volta fuggirono in Egitto all’alba della carestia (Gen 37-50).
Mosè fuggì più volte, la prima per opera di sua madre (Es 2) durante un altro massacro di innocenti, operato dal Faraone (una specie di Erode egiziano); più tardi fuggirà dall’Egitto nel paese di Madian (Es 2). Alla fine aiuterà tutto il suo popolo a fuggire dall’Egitto (Es 33). Davide fuggì da Saul che lo voleva uccidere (1 Sam 19). Saul fuggì dalla vita, ponendovi volontariamente fine di fronte alla sconfitta militare (1 Sam 31). Elia fuggì da Gezabele (1 Re 19). Geremia sarà costretto a lasciare il suo paese e ad andare in Egitto (Ger 42-45), mentre il popolo d’Israele veniva deportato a Babilonia (Ger 29). Giona fuggirà dalla chiamata a predicare la conversione a Ninive (Gio 1). Rut e Naomi fuggiranno dalla carestia nel paese di Moab prima di tornare in Giudea (Rut 1-4). Giuseppe, Maria e Gesù fuggirono in Egitto (Mt 2). Quasi tutti i discepoli fuggirono nel giorno del Golgota (Mt 26).

Questa litania di fughe, di esili, di sradicamenti, di sfollamenti, dice molto di cosa sia la Bibbia. Qualcuno l’ha definita un testo scritto da profughi per rifugiati, da persone che sperimentano oppressione,  vita raminga, vagabonda e persecuzioni. Potremmo perfino arrivare a dire che ciò che è scritto nella Bibbia non è scritto per noi, che siamo comodamente installati nelle nostre terre e nelle nostre case.
Faraoni, l’altro ieri; Erode, ieri; Daesh, Boko Haram e … – oggi – causano tanti, troppi, profughi: Rohinga, Venezuelani, Siriani, Sudanesi, Congolesi, Palestinesi.
La storia degli esili e degli sfollamenti continua nel presente su percorsi che attraversano i continenti; si parla, infatti, di rotte dell’America Centrale, di rotte del Mediterraneo Centrale, Orientale e Occidentale, di rotta Balcanica, di rotte dell’Africa Occidentale, Orientale, del Nord e del Sud, di rotte dell’Asia Sud-Occidentale, Sud-Orientale.
I bambini in fuga – da soli o dietro adulti di riferimento – non sono mai stati tanti come oggi. L’aumento dei conflitti, il rafforzamento dei gruppi estremisti e dei regimi autoritari, la crescita della povertà e delle catastrofi naturali, più numerose e violente a causa dei cambiamenti climatici, costringono sempre più persone ad abbandonare la propria terra. Secondo le ultime stime, il numero dei bambini sfollati in tutto il mondo è salito a cinquanta milioni.
A volte, vorremmo non vedere e non sentire neppure parlare delle folle di rifugiati: meglio ritrarsi dietro le nostre mura e i nostri confini. Questo, probabilmente, è un altro modo di fuggire, stando fermi, ma mettendo la testa sotto la sabbia come gli struzzi.
La tensione tra nomadi e stanziali è vecchia quanto l’umanità. Forse è anche all’origine della figura biblica di Adamo, che non si accontenta di quello che ha, e di Caino, il cacciatore nomade che uccide suo fratello, Abele, il contadino.

E se ci accorgessimo che alla fine abbiamo tutti due facce, come Giano bifronte, perché siamo allo stesso tempo nomadi e sedentari?
Basterebbe scavare un pochino nella storia delle nostre origini per accorgerci di essere tutti dei sublimi miscugli di umanità. Queste due facce le ritroviamo nel significato di una magnifica parola latina: “hospes” (ospite) , capace di indicare al contempo sia chi accoglie, sia chi è accolto. L’ambiguità del termine, mantenutasi nelle lingue romanze, nasce probabilmente dal patto sacro di accoglienza valido nelle società antiche ai tempi in cui l’ospitante e l’ospitato venivano considerati legati da un forte vincolo.
Può sperare oggi l’umanità di recuperare il senso antico della parola “ospitalità”?
Questa idea percorre tutta la Bibbia: nell’accoglienza dei tre visitatori alle querce di Mamre (Gn 18), nell’Esodo, ripreso poi nella lettera agli Ebrei: “Non dimenticate l’ospitalità; perché alcuni, praticandola, senza saperlo hanno ospitato angeli” (Eb 13,2); e ancora nel libro dell’Esodo : “Non opprimerai il forestiero: anche voi conoscete la vita del forestiero, perché siete stati forestieri nel paese d’Egitto” (Es 23,9).
La fuga di Gesù in Egitto salverà il Salvatore che ci salverà. Questa dinamica ci suggerisce che salvare un bambino vuol dire non solo salvare la speranza, non solo salvare il Salvatore, ma salvare perfino noi stessi, la nostra umanità.
Esaminando la lista di tutti i fuggitivi biblici menzionati sopra, scopriamo che la loro fuga è durata poco; tutti finirono per tornare a casa o per trovarne una, perché tutti furono custoditi dal Signore.
Potremmo anche rileggere in questa chiave la parabola della pecora smarrita: il pastore abbandona il gregge per preoccuparsi della pecora smarrita. O anche la parabola del figlio perduto e del padre prodigo.
Se la Bibbia è un testo scritto da profughi per rifugiati, lo è anche per noi, persone sedentarie ma che sperimentiamo esilii interiori. Viviamo in un mondo travagliato e mutevole e potremmo non sentirci più a casa, o in cammino verso un futuro preoccupante; viceversa potremmo essere tranquilli circa il futuro, magari talvolta tentati di sottometterci a qualche potente figura di faraone, o di Erode contemporaneo…, talaltra tentati dalle promesse di chi, millantando di proteggerci, ci rinchiude in un nuovo “egitto”.
Di fronte a un mare da attraversare, di fronte a un futuro che facciamo fatica a scorgere nella nebbia che si alza sul mare, siamo tentati di ripiegarci su noi stessi.
Non lasciamo che i nostri cuori si induriscano – diventeremmo a nostra volta Erodi destinati a temere (a ragione) annunciati visitatori messianici…
Anche le folle possono diventare “Erode”, come coloro che gridano per la liberazione di Barabba.
A volte è necessario, invece, prendere le distanze, saper “fuggire”, sapere come andare avanti, sapere come lasciare le comodità, sapere come cambiare vita, sapere come accettare che il mondo cambi.

Non dovremmo sempre temere le fughe, ma imparare “l’arte della fuga”, del sapersi allontanare dalla zona confortevole per metterci in viaggio, lasciando che i cambiamenti avvengano, certi di ritrovare una casa.

NB: in copertina, Anonimo, Fuga in Egitto

Cambiare idea

Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa

21 dicembre 2025 – IV Domenica di Avvento
Is 7,10-14
Sal 23
Rm 1,1-7
Mt 1,18-24

Conosciamo bene la storia dell’“annuncio fatto a Maria”. Ha ispirato innumerevoli artisti con dipinti, mosaici, affreschi, sculture e vetrate. Ma, curiosamente, “l’annuncio fatto a Giuseppe” è molto meno noto. Ma Giuseppe chi è?  Semplicemente un capofamiglia tranquillo ed efficiente, pronto all’azione? Nel vangelo di oggi, non è più la figura tragica di Giovanni Battista a dominare quest’ultima domenica prima di Natale, ma la persona del carpentiere di Nazaret. Giuseppe, uomo della nuova alleanza, modello di fede e di fedeltà. Essenzialmente è colui che “accoglie la Parola” e si mette al servizio di Dio e al servizio degli altri.
Matteo, senza troppi giri di parole ci parla della grande sofferenza di Giuseppe. Il suo progetto familiare va in frantumi quando gli viene rivelato che la sua fidanzata è incinta. Il suo sogno di famiglia vacilla e sembra crollare. È facile comprendere il dolore che si nasconde dietro la sobrietà del testo evangelico. A malincuore, Giuseppe decide di allontanare Maria. Ciò significa che rinuncia ad assumere la paternità di questo figlio non suo. Ma una voce dentro di lui gli chiede di cambiare idea e di prendere Maria come sua moglie. Il sogno, l’angelo, la voce di Dio, qualcosa, gli sussurra di accogliere Maria nella sua casa, di dare il nome al bambino, che equivale ad accettarne la paternità. Il Vangelo aggiunge: “Svegliatosi, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’Angelo del Signore”. Nel Vangelo di oggi il nome di Giuseppe è pronunciato quattro volte. Capofamiglia, responsabile del “piccolo gregge”, è lui al centro della storia. Ma in questo testo, dove è protagonista, non dice una parola. Colui che è in prima linea, colui al quale sono rivolti tutti i messaggi dal cielo, non parla: agisce. Matteo chiama Giuseppe “uomo giusto” (Mt 1,19). Nel linguaggio biblico, il “giusto” è la persona che rispetta Dio, che si preoccupa di fare la sua volontà. L’angelo annuncia a Giuseppe che suo figlio si chiamerà “Emmanuele”, che significa: “Dio con noi”.
Matteo inizia il suo Vangelo con questo “Dio-con-noi” e lo concluderà allo stesso modo: “Ecco, io sono con voi sempre, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Il nascituro è annunciato come il “bambino-salvatore” (il nome Gesù significa Dio salva). Eppure qui, stupefacente paradosso, un pover’uomo e la sua giovane moglie sono invitati a salvare, questo “bambino-salvatore”. Paradosso divino: Dio, con la sua incarnazione, si è messo nelle mani degli uomini e delle donne. Non si difende, si affida, si fida, paradosso di un Dio che chiede di essere salvato.

I bambini, sempre vulnerabili, sono spesso abbandonati all’arbitraria malvagità degli uomini. Oggi, come ai tempi di Gesù, sono spesso “una variabile di aggiustamento” che viene sacrificata senza troppi scrupoli, in tante e troppe guerre. Droni, bombe, mine, proiettili vaganti, scientemente programmati sono responsabili di quello che i sedicenti, scellerati uomini che ne decidono l’utilizzo derubricano a “danno collaterale”. È questo il prezzo da pagare alla codardia umana?

Nel frattempo, nei bilanci statali – e questa è pura e semplice attualità (rassegnata all’ingiustizia?) – la spesa militare (il riarmo) ha la priorità su cibo, cure mediche, istruzione, welfare. Al centro di questo mondo di violenza e di rifiuto non dissimile dalla Palestina del I secolo, “Giuseppe si alzò. Nella notte prese con sé il bambino e sua madre e si ritirò in Egitto”.

L’imperativo morale è “salvare il bambino”. Giuseppe e Maria, giovane coppia votata alla precarietà e all’incertezza, condividono il tragico destino di milioni di profughi, espulsi, perseguitati, che fuggono verso l’ignoto, cacciati dalle loro case dalla guerra, dalla carestia, dalla disoccupazione, dai dittatori, dalle etnie dominanti, dalle ideologie oppressive .
Troppi nostri fratelli nel mondo somigliano a quel bambino che deve essere salvato, potrebbero essere riconosciuti nei resoconti di guerre, persecuzioni politiche, razzismo, miseria, carestia; sono bambini soldato, bambini lavoratori, bambini schiavi di famiglie mutilate, divise, senza speranza, costretti ad espatriare da luoghi dove subiscono violenza, spesso per transitare in altri luoghi dove subiranno ancora vergognosi abusi.

Per fortuna tra i figli di Caino, c’è un uomo giusto, Giuseppe che accetta di essere padre e salvatore di questo “Dio-con-noi”. Attraverso l’annuncio dell’angelo a Giuseppe, scopriamo un Dio sempre con noi. Ci accompagna in tutti i nostri percorsi, siano essi di gioia o di dolore, d’amore o d’odio, di attaccamento o di rifiuto: questo celebreremo nel Natale, l’avvento di un Dio che assume il volto di un bambino indigente e fragile e si rimette nelle mani degli uomini giusti.
In ogni bambino, che muore vittima della violenza umana, possiamo riconoscere il volto del Cristo e noi sappiamo che il vangelo di Cristo ci chiama ad essere uomini giusti. Il Cristo è la nostra luce: l’amico sempre presente, l’oste che accoglie, la parola sussurrata che ispira, la verità che chiarisce, la forza che lenisce, la presenza che solleva, la mano che benedice, la terra della nostra speranza.Possano i pochi giorni che ci separano dal nuovo anno e tutti gli altri a venire essere immersi in questa chiarezza, che rafforzerà i nostri passi e calmerà i nostri cuori; possa ciascuno di noi avere la fedeltà e la forza di agire da uomo giusto.
Crediamo nel Dio-Amore perché Lui per primo ha creduto in noi.

NB: in copertina, Anonimo, L’annunciazione di Giuseppe

L’ordine dell’amore

Che cosa siete andati a vedere nel deserto?
Una canna sbattuta dal vento?

14 dicembre 2025 – III Domenica di Avvento
Is 35,1-6.8.10
Sal 145
Gc 5,7-10
Mt 11,2-11

Giovanni Battista all’inizio diceva: “colui che viene dopo di me è più forte di me… egli vi battezzerà con lo Spirito Santo e con il fuoco”, ma quando si trova in prigione e vede ormai prossima la condanna a morte, viene preso dal dubbio e manda a chiedere a Gesù se sia proprio lui quello che attendevano o c’era da attenderne un altro.
Cosa è successo nel frattempo?
La domanda non è puramente retorica. Matteo, probabilmente negli anni ‘70 d.C., scrive il suo vangelo per una comunità alle prese con la questione del messianismo di Gesù: è il Messia oppure no? Il quesito si traduce in una divisione tra la sinagoga e la chiesa nascente, che si consuma tutta all’interno dell’ebraismo.
Essendo Giovanni un rappresentante dell’ordine antico, sebbene avesse già additato il Cristo ai suoi discepoli pronunziando parole forti: “chi viene dopo di me è più potente di me, vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco” e “ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie i peccati del mondo” (Gv 1,29; 1,36), sia il dubbio che l’esplicitazione del dubbio all’interno della narrazione mi appaiono più che comprensibili.

Come ci poniamo noi, oggi, di fronte a questo dubbio?
La nostra fede è senza dubbi, senza perplessità? Siamo in grado di testimoniare intorno a noi che nell’uomo Gesù è rivelato il Cristo? Che il Messia atteso è già venuto e non dobbiamo attenderne un altro?
Il Messia atteso non ha tanto a che fare col tempo storico: il Cristo, senz’altro manifestatosi in Gesù di Nazaret ai tempi del Battista, si manifesta non intorno a noi, ma proprio a noi. È questo evento che consente il superamento del dubbio. Forse accade come è accaduto per Tommaso: la sua presenza, percepita improvvisamente con chiarezza, spazza via il dubbio.
L’Avvento è il tempo liturgico che ci riporta ciclicamente a questa esperienza, frutto di attesa, preparazione, volontà, capacità di accoglienza, capacità di riconoscere la presenza di una forza che ci trascende. Se a Natale è facile festeggiare la nascita del Cristo mettendo il bambinello nel presepe, sarebbe utile ricordare che siamo venuti al mondo tutti nello stesso modo. La fede somiglia a una presa di coscienza che si rinforza e cresce nel tempo, trasformando il nostro modo di sentire, di guardare al mondo, di essere, di agire.
Questo vuol dire soprattutto che l’ingiustizia del mondo non può essere superata con l’ingiustizia. L’onnipotenza e la gloria di Dio risiedono nel suo amore, dunque l’amore risponde alla violenza con la rinuncia al proprio predominio. Laddove l’amore non si compromette con l’ordine del predominio, nasce il Redentore. Non credo sia un caso che la redenzione giunga dove tutto è molto semplice: avviene ai margini, fuori dai palazzi, dagli alberghi e dalle locande, in una stalla, dove non si esercita alcun potere, ignota ai più, riconosciuta solo da chi veglia nella notte… per proteggere il gregge. Chi veglia e vince il dubbio sarà poi probabilmente capace di andare alla ricerca della pecora smarrita: “Dite agli smarriti di cuore: ‘Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio, Egli viene a salvarvi’” (Is 34,4).
L’ordine dell’amore oppone la speranza al dubbio, la giustizia all’ingiustizia, la rinuncia al proprio predominio alla forza di sopraffazione dell’altro, la benevolenza al disprezzo, il riscatto o redenzione alla schiavitù: “Voi siete stati riscattati a caro prezzo; non diventate schiavi degli uomini” (1 Cor 7,23).
Chi non ha paura di perdere ciò che possiede in termini materiali, sociali, spirituali, intellettuali, può finalmente rendersi conto che il regno dei cieli non è un altrove radicale separato nel tempo e nello spazio, ma consiste in una conversione quotidiana. È Natale ogni giorno, in ogni gesto d’amore, in ogni preghiera di speranza, ogni volta che rinunciamo alla nostro dissimulato e sottile desiderio di onnipotenza.
Il dubbio di Giovanni Battista può diventare per noi un incoraggiamento, ci dice che la fede nel regno dei cieli non è una decisione scontata, perché la prova è forte, e persiste senza sosta; l’amore richiede pazienza e perseveranza.
Giovanni Battista, dice Gesù, è il più grande tra i nati da donna, nel senso che è il più grande nel vecchio ordine, l’ordine della schiavitù, quando ci si riteneva irrimediabilmente indegni di Dio, adatti solo all’ira o a un miracolo favoloso compiuto per invertire l’ordine naturale delle cose.
Ma se il Cristo è venuto per rivelare che noi siamo partecipi con lui della stessa eterna storia d’amore, l’uomo non è condannato a morte perché nato da donna, ma destinato all’eternità perché fratello in Cristo nell’ordine dell’amore. Questo è il vangelo e l’ultimo di quelli che accettano il Cristo è primo rispetto ai primi che si rassegnano alla morte. Nel Vangelo è più facile inciampare o cadere, piuttosto che accettarlo con semplicità.
Siamo nati per puro caso da una donna mortale o siamo figli di un amore divino ed eterno?
Siamo schiavi malfatti di poco conto in mano alla fatalità, o siamo miracoli viventi, nati liberi?
Siamo tristi a causa delle brutture del mondo o vediamo anche la bellezza del mondo?
Siamo rassegnati a causa della cattiveria degli uomini o speriamo nella loro bontà?
La potenza e la gloria di Dio si rivelano e si manifestano proprio nella nostra debolezza, nella nostra sofferenza, perché la salvezza di Dio sia veramente la nostra salvezza. La domanda di Giovanni Battista è la nostra: non è indecorosa, è necessaria.
È bene chiederselo ogni giorno, per rinnovare la nostra decisione di seguire il Cristo: l’appartenenza all’ordine dell’amore necessita di ferma decisione e conversione costante.

NB: in copertina, Anonimo, La Domanda

Indignazione

Convertitevi perché il regno dei cieli è vicino

7 dicembre 2025 – II Domenica di Avvento
Is 11,1-10
Sal 71
Rm 15,4-9
Mt 3,1-12

L’inizio di un messaggio è importante, dall’incipit si può capire il succo del discorso: “razza di vipere!”: è la voce dell’indignazione ad animare le parole del Battista.
Non è un incipit molto amichevole, va contro le comuni regole della buona creanza, non è fatto di parole gentili e non è il massimo per instaurare una relazione di fiducia. Il Battista si rivolge a sadducei e farisei senza mezzi termini.
L’invettiva è oggi una spirale discendente collettiva con conseguenze drammatiche.

Ma quali caratteristiche rendono “vipere” farisei e sadducei agli occhi del Battista?
I primi sono quelli che si concentrano su norme, consuetudini e tradizione orale, i secondi costituiscono una specie di élite aristocratica, concentrata sulla legge scritta, negante resurrezione, angeli e vita eterna. Nei vangeli, farisei e sadducei sono quelli che hanno autorità sul popolo, e la esercitano in modo presuntuoso, ipocrita e sprezzante. A questi è riservato l’appellativo di “vipere”, animali striscianti e velenosi. Siamo sicuri di essere esenti da simili atteggiamenti? Se ne siamo esenti, quanto diventiamo radicali come il Battista confrontandoci con gente simile, quanto rimaniamo indifferenti o quanto siamo “complici”?
Potremmo per esempio dire “razza di vipere” a chi attenta alla libertà di stampa? A chi nega la validità del diritto internazionale? A chi progetta leggi solo per eluderne altre? A chi cavalca la menzogna per piaggeria e collusione col potere? A chi scala le istituzioni senza averne le competenze?
Giovanni sfida questo tipo di persone tanto sulla coerenza, quanto sulla capacità veritativa dei loro assunti. Molti tra farisei e sadducei vanno da lui sulle rive del Giordano per farsi battezzare: evidentemente fingono, se Giovanni li apostrofa così duramente, per smascherare la menzogna. Li sfida anche sull’autenticità e la legittimità della loro identità: “non crediate di poter dire dentro di voi: ‘Abbiamo Abramo per padre!’”.
Rivendicare una “posizione” anche culturale nel proprio albero genealogico non ha di per sé alcun valore se se ne contraddice l’etica di base. Non esistiamo come membri di una genealogia, ma come partecipanti attivi di una fraternità contemporanea. La nostra identità culturale e religiosa non è uno scudo protettivo e legittimante che salva la faccia davanti a qualsiasi contraddizione.

C’è infine un’altra osservazione essenziale: Giovanni, inserendosi nella tradizione profetica biblica sfida proprio i potenti, gli arroganti che a lui si rivolgono, per metterli davanti alla verità della loro condizione e offrire una possibilità di conversione. Non esita ad evocare il rischio che l’ira di Dio si abbatta sulle teste degli operatori di iniquità e aggiunge, amplificando il tema: “Colui che viene dopo di me […] è più forte di me. […] Egli ha in mano il ventilabro e separerà il grano dalla pula. Raccoglierà il suo grano nel granaio, ma brucerà la pula con un fuoco inestinguibile”.
L’espressione “razza di vipere” non è sola prerogativa del Battista, infatti, anche Gesù la adopera, rendendo la sua lingua insolitamente tagliente nella condanna. La parola del Nazareno è importante, ha peso, ed è capace di soppesare le parole altrui. Se non è ciò che entra nella bocca che contamina l’uomo, ma ciò che esce dalla sua bocca (cfr Mt 15,11), possiamo pensare che la vipera dalla lingua biforcuta, sia uno stretto parente simbolico del serpente che fin dall’inizio ha corrotto l’umanità.
Questa “lingua biforcuta” è il pungiglione che separa l’umanità da Dio e la rende volatile come la pula: le parole velenose sono impurità senza peso destinate a finire nel nulla.
Il Battista prima e il Nazareno dopo ci insegnano a soppesare le nostre parole e quelle dei nostri interlocutori.
“Razza di vipere, come potete dire cose buone, voi che siete cattivi? Poiché la bocca parla dalla pienezza del cuore” (Mt 12,34); molti farisei e sadducei andarono sulle rive del Giordano ad ascoltare e a farsi battezzare da Giovanni, quel Giovanni che poi fu decapitato forse per tagliare la testa alla parola vera; molti poi seguirono Gesù, che fu crocifisso dalle false accuse di tutte le lingue velenose che in nome del proprio interesse, e forse di una grande atavica paura dell’Eterno, barattarono l’antidoto con il veleno, la verità con la falsità, l’eternità con la caducità, la libertà con la schiavitù.

Cristo non è un giudice terribile e vendicativo, è l’Eterno che viene a condividere la vita degli uomini, perché gli uomini hanno ineludibilmente bisogno della grazia di Dio e di sentire la Sua presenza per non essere pula spazzata dal vento.
Abbiamo iniziato con l’espressione d’indignazione di Giovanni Battista, e ora concludiamo – o meglio iniziamo nuovamente – solo pochissimi versetti più avanti, con le parole di Dio stesso su Gesù: “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto”(Mt 3,17).
Dall’indignazione all’azione; l’avvento è anche questo, un altro nuovo inizio.

NB: in copertina, Anonimo, L’indignazione del Battista

Entrare nell’arca

 Il Signore vostro verrà

30 novembre 2025 – I Domenica di Avvento
Is 2,1-5
Sal 121
Rm 13,11-14
Mt 24,37-44

Oggi è diverso da ieri? E domani sarà diverso da oggi? Se ieri e oggi le cose sono andate più o meno bene, speriamo che me la cavi anche domani e magari senza troppe ansie. Come dire che desideriamo tutti una vita tranquilla. E se poi chiediamo a qualcuno com’è andata la giornata non raramente ci sentiremo rispondere: “Tutto normale, niente di nuovo”.
Ciò che evoca il testo di oggi è di natura completamente diversa.
Possiamo chiamarlo “Ciò-che-accadde-al-tempo-di-Noè”, oppure anche “La-venuta-del-Figlio-dell’Uomo”: pare si tratti di un cataclisma. Ciò che lo caratterizza è che nessuno se lo aspetta. Però del cataclisma che fu il diluvio narrato nel Genesi, Gesù non dice che “spazzò via tutti”, ma che “spazzò via tutto” , vale a dire “ogni cosa”.
Gesù sta probabilmente dicendo che alla venuta improvvisa e inaspettata del Figlio dell’uomo ogni cosa sarà spazzata via, ad ogni modo uno verrà “preso” e l’altro “lasciato”. Dunque, non è neanche del tutto appropriato dire che un cataclisma rappresenta la fine dei tempi.

La verità è che non ne sappiamo nulla di questa fine dei tempi e io accetto questa mia ignoranza.
Sembra che i contemporanei di Noè vivessero all’oscuro anche della loro ignoranza: cosa molto pericolosa è essere ignoranti dell’ignoranza! Socrate lo diceva in un altro modo: “So di non sapere”, si vede che aveva più di un sospetto sulla reale, fragile condizione dell’uomo!
Se uno vive nella beata ignoranza della fine dei tempi che spazza via ogni cosa, si dedica ogni giorno a compiti ordinari, tanto utili, quanto necessari: mangiare, bere, riprodursi. Può mai essere che uno debba pensare ad “entrare nell’arca”?

Entrare nell’arca? E che vuol dire?
Forse sarebbe meglio non pensare a Noè e all’opera di costruzione o edificazione di uno spazio abitativo e protettivo, ma ricordarsi che la nostra ordinaria condizione di vita è un tempo molto diverso da come lo percepiamo solitamente.
Gesù dice infatti:  “Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande”. (Mt 7,24-27).
Entrare nell’arca significa dedicare del tempo a una “pratica” che può sembrarci addirittura superflua, perché non soddisfa alcun desiderio, non produce nulla in termini di profitto, non sembra proteggere da alcunché e ha un solo scopo: impedirci di coltivare dentro di noi l’ignoranza dell’ignoranza e la fine dei tempi.
Forse vivremo un solo cataclisma, una sola fine dei tempi, o forse ne vivremo diversi. Entrare nell’arca significa rifiutarsi di vivere nell’ignoranza della reale condizione umana; nel linguaggio del Vangelo, “entrare nell’arca” è detto “vegliare”.

Vegliare è un comando del Cristo. Vegliamo, non perché sappiamo che ci sarà la fine dei tempi, ma al contrario, perché non sappiamo né quando, né dove, né come ci coglierà. Quel che è certo è che nulla rimarrà uguale a prima e che saremo o “presi” o “lasciati”. Pensate a quanto potrebbe essere disorientante assopirsi, non sperimentare il cambiamento radicale che ci coinvolge, e ritrovarsi all’improvviso in un mondo totalmente diverso.
Una metafora di questo è ciò che accade ai giovani missionari: vengono catapultati in terra straniera senza sapere nulla di nulla, mentre credono di sapere tutto. Eccoli, mi pare di vederli – mi permetto di dirlo solo perché tutti abbiamo sperimentato questo inizio – in breve ci si accorge di non sapere nulla di nulla, neanche l’ABC dei sapori e degli odori, per non parlare delle parole… e delle persone… Alcuni pensano di aumentare la vigilanza, accumulando previsioni, raddoppiando le cautele per non farsi cogliere all’improvviso, alcuni sperando di non essere presi, altri per essere certi di essere presi! Anche in missione, infatti, c’è chi non vede l’ora di tornare a casa e chi si butta dentro “il nuovo mondo” a capo fitto.
Ma, se il cataclisma non dovesse coincidere con la fine dei tempi universale e dovessimo, per esempio, uscire miracolosamente da una malattia gravissima, non sarebbe meglio essere stati lasciati piuttosto che presi?
Eppure, il padrone di casa – questo sembra dire il Vangelo – siccome non conosce l’ora dell’arrivo dei ladri, cioè non sa quando arriverà la fine del tempo abituale e tranquillo che conosce, si lascia prendere dal sonno: dorme. In ciascuno di noi, infatti, coesistono due atteggiamenti contraddittori; ricordo che quando ero in missione e avevo già sperimentato drammaticamente l’arrivo dei ladri in casa di notte, armi alla mano, dovendo poi rimanere da solo in casa per un certo periodo, avevo paura e allora mi capitò di pensare: “Vado a dormire in lavanderia (una baracca adiacente alla casa). Se i ladri entrano, non penseranno che sono lì.” In breve, però, prevalse il buon senso e rimasi, fiducioso e in preghiera nel mio letto, cercando di tenere a bada la paura. Da questo imparai che essere vigili, cioè non coltivare l’ignoranza della fine dei tempi, è ciò che permette di trovare la pace. Chi veglia nella prospettiva della fine dei tempi è un essere completamente pacifico, completamente fiducioso.
Se esaminiamo l’immagine che abbiamo della fine dei tempi, ci rendiamo conto che la pensiamo esclusivamente terribile e catastrofica. Eppure, non ne sappiamo nulla. Perché allora immaginiamo qualcosa di terribile, di doloroso, di tragico? Perché la fine dei tempi dovrebbe assomigliare solo a un cataclisma di sofferenza? Perché, invece di essere sconcerto e shock, non potrebbe essere meraviglia e gioia? E perché l’esperienza dell’attraversamento di quel valico da una condizione all’altra del tempo – dal finito all’eterno – dovrebbe poi essere tanto diversa da quella vissuta alla nascita, che comunque non ricordiamo?

Comprendiamo forse ora perché questo brano di Vangelo è stato inserito – grazie alla profonda saggezza dei nostri padri – proprio nella liturgia della prima domenica di avvento.
Il Vangelo non è un anestetico contro la sofferenza e la paura, è Parola che apre alla grazia.

Quando Noè entrò nell’arca, e dovette cessare di attendere alle attività quotidiane consuete, forse, non fece altro che vivere il tempo della presenza di Dio in ogni cosa.
Per questo fu in grado di tornare pacificamente alla vita.

NB: in copertina, Anonimo, Nell’arca

Il paradiso

 «In verità io ti dico: oggi sarai con me nel paradis

23 novembre 2025 – Cristo Re
2Sam 5,1-3
Sal 121
Col 1,12-20
Lc 23,35-43

Quanto tempo restava da vivere a quei tre uomini sulla croce? C’era ancora del tempo per qualcosa? E per cosa? Osare ancora vivere, anche negli ultimi istanti, o abbandonarsi all’ineluttabile fine?
“Oggi sarai con me in paradiso”.
Quei tre uomini stanno morendo di una morte lenta e infame e uno di loro promette per l’oggi, per l’adesso stesso dell’agonia e della morte, il paradiso.
Come immaginare un evento simile e la prosecuzione dello scenario promesso?
Noi siamo tutti “al di qua” e immaginiamo la scena dalla parte del nostro tempo sulla base di ciò che sappiamo o crediamo di sapere: sappiamo della deposizione, di Giuseppe di Arimatea, delle donne, di Giovanni e di Maria e di tutti gli altri che sono fuggiti.
Dov’è, dunque, il paradiso in cui si trovano Gesù e il buon ladrone?
Difficile immaginare il paradiso!
Luca usa proprio questa parola: “paradiso” e lo fa mentre racconta la Passione.
Si tratta forse di quella condizione che descrive al capitolo 16, al versetto 22. Il paradiso è quel luogo di consolazione – il “seno di Abramo” – in cui si trova Lazzaro, che sulla terra sembrava un miserabile, sempre sdraiato ad elemosinare il pane sulla soglia della ricchezza?
Esiste l’idea che un certo tipo di paradiso sia promesso, solo dopo la loro morte, ai “diseredati”.
Ma la domanda vera, secondo me, è un’altra: il paradiso è per domani e comunque sempre per “dopo” o è per l’oggi? Qui leggiamo “Oggi sarai con me in paradiso”. Un “oggi” costretto da un verbo declinato al futuro…, l’unica prospettiva – puramente grammaticale – possibile dall’“al-di-qua”.
Credo che l’oggi di cui parla il Cristo non debba essere immaginato come un dopo-mondo temporale, un dopo-tempo. Il paradiso dev’essere un “fuori-tempo” noto “ora” ai viventi che lo abitano da un’altra prospettiva ai noi interdetta.
Succede però, purtroppo, che “dal di qua” nel nostro tempo e nel nostro mondo, ci sia chi si prende gioco dei viventi, siano essi vivi, morti o morenti. Costoro – quelli che sarcasticamente remano contro  “la vita eterna”– stanno costruendo “ora” l’inferno per sé e per gli altri, proprio come il ricco epulone.
“Oggi”, il qui e ora, l’hic et nunc – l’ “adesso” per cui chiediamo a Maria di pregare per noi, oltre che nel momento della nostra morte – è l’oggi in cui lo Spirito del Dio vivente soffia vicinissimo e si fa presente anche ai vivi.

Questa non è una mia farneticazione: è la Parola di Dio ad affermare fin dentro l’esperienza dell’al-di-qua, il suo esserci, il suo essere presente, qui, attorno a noi, per noi. Ecco perché la fede è un consenso. Nessuno sarà trascinato per forza nella vita eterna, io credo… la libertà dei figli di Dio contempla anche la tragica, deliberata scelta, di rifiutare l’eredità.
L’esperienza del buon ladrone parte da un intimo consenso, semplice, senza tante elucubrazioni, nasce da un’intima adesione alla presenza del Dio vivente che sussurra: “Oggi sei con me in paradiso”: parola stupenda, parola del Vangelo, parola di Dio per chi ha la benedizione di ascoltarla, parola di vita per tutti, parola di vita per i viventi, parola di vita che risuscita.

Perché la parola “paradiso” non è usurpazione o rasserenante promessa?
Di fronte alle croci issate ci rendiamo conto che di quei tre uomini uno è innocente, il motivo della sua condanna è esposto sopra la croce per iscritto: “Re dei Giudei”.
Il diritto romano non condanna senza motivo, e il motivo della condanna, che viene esposto al nostro sguardo, non può essere quello, perchè non è un reato essere “Re dei Giudei”.

Il Nazareno è innocente: questa è la verità.

Come egli stesso dice, quelli che lo crocifiggono non sanno quello che fanno. Lui invece sapeva cosa stava facendo fin dal principio.

Lui ha deciso ogni sua azione, non è rimasto immobile davanti alla miseria, alla sconfitta o alla fame.

I “capetti”, i soldati, i violenti, i bulli, gli sciocchi sogghignano?

Lui non si è mai preso gioco di alcuno. Non ha mai riso di altri. Vedeva solo esseri umani, li guardava tutti, anche gli stolti, i traditori e le puttane. In ciascuno di questi vedeva la vita, ovvero l’incomparabile dignità dei viventi, la promessa del domani e del dopodomani, la necessità della risurrezione per volontà di un Dio creatore che chiamava Padre.

I soldati si divertono, la loro violenza è eccitata dalla debolezza di quell’uomo, lo dissetano con l’aceto, perché, nella loro viltà, affossati in un al-di-qua privo di speranza, non sopportano la regalità dell’innocente che perdona i suoi giustizieri.
Uno dei malfattori, crocifisso al suo lato, addirittura lo insulta, trovando tempo per l’irrisione pur in quella agghiacciante precarietà che lo riguarda orribilmente… anzi, per essere molto vicini al testo greco, lo bestemmia: “Salva te stesso e noi con te”, istigando al contempo i soldati: “Scenda dalla croce se è il Figlio di Dio”. La bestemmia consiste nel pensare che l’onnipotenza di Dio sia a libera disposizione di un essere umano, che possa essere usata da un essere umano.

Questo Re dei Giudei, un uomo che adempie la Legge e i Profeti, deve morire, di morte oltraggiosa, per aver individuato e denunciato ciò che di più morboso, violento e ingiusto caratterizza gli esseri umani, e – cosa insopportabile per i cosiddetti “empi” consapevoli, ma ipocriti, – aver perdonato la viltà del peccato contro la vita.

Guardiamo al “buon ladrone”, l’altro malfattore, nell’ultimo istante si inserisce nella corrente della vita, riconoscendo la verità della condizione che sta vivendo. L’incontro con la verità, quella che Pilato non capisce neanche come termine linguistico e con lui molti altri, si manifesta nell’unità del vivente e della persona, nell’esperienza dell’al-di-qua, che il povero Lazzaro subisce, il Re dei Giudei scegli, il buon ladrone scopre.
Dunque, è esattamente nel nostro al-di-qua, fino all’ultimo istante, che possiamo realizzare ciò che il buon ladrone ha realizzato. E allora, non avremo vissuto invano.
Si scopre anche che il buon ladrone non è crocifisso accanto a uno qualunque: il suo prossimo è Gesù di Nazaret, un uomo così vivo, che ha tanto amato i vivi e la vita, da poter nominare, anche nell’agonia, la vita, la vera vita, la vera unità della persona e delle sue azioni, un’unità che non toglie nulla a nessuno, unità che si dona e che vive di questa parola: “Oggi, in verità, sei con me in paradiso”.

Prego perché nessuno aspetti l’ultimo respiro per entrare nella vita del risorto e accorgersi della vera identità del suo prossimo.
Possiamo essere benedetti nella nostra vita, nella verità, ogni volta che lo Spirito si manifesta e si fa a noi prossimo. Possiamo essere già oggi, insieme con Lui, in paradiso. Sarà la folgorazione, la comprensione di un attimo, che illuminerà il resto della vita di tutti i giorni.
Non dev’essere un caso che dalle prime pagine della Bibbia si parli di un paradiso terrestre.

Celebrare Cristo Re dell’Universo è riconoscere e celebrare la regale dignità di ogni persona nella verità che unifica ogni essere umano.

NB: in copertina, Anonimo, Cristo Re dell’Universo

Singoli, comunità e istituzione

Nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto

16 novembre 2025 – XXXIII Domenica del Tempo Ordinario
Ml 3,19-20
Sal 97
2Ts 3,7-12
Lc 21,5-19

La pagina odierna si apre con l’annuncio della distruzione del Tempio e si chiude con: “nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto”.
Tanto per cominciare vorrei azzardare un paragone. Mi sembra che la spiritualità personale si sviluppi sul modello della crescita degli esseri viventi dotati di endoscheletro, come i vertebrati di cui facciamo parte: la nostra spiritualità è ciò che mantiene in posizione eretta il nostro “corpo morale”, è il nostro endoscheletro interiore. Più solido è, più i nostri muscoli possono svilupparsi e acquisire potenza; quanto più diamo spazio allo Spirito, tanto più le nostre azioni acquisiscono spessore etico.
Le istituzioni, invece, non sono tenute insieme da uno scheletro interno proprio, ma da una struttura di origine esterna costituita da un regolamento che ne definisce la forma e il funzionamento. Si potrebbe anche dire che le istituzioni si sviluppano come i bruchi. C’è il bruco che divora tutto e poi muore e quello che diventa crisalide. Quando il processo arriva al culmine si manifesta un cambiamento radicale: o la nuova formazione fallisce o… si trasforma in farfalla, e questo non avviene a costo zero. Quando si verifica il cambiamento radicale, quando è necessario passare da bruco a farfalla, il bruco diventa una crisalide e deve rompere il guscio per permettere alla farfalla di emergere. L’evoluzione radicale di un’istituzione comporta necessariamente una rottura: la struttura che la definiva si rompe per far posto alla definizione di una nuova struttura. Questo è il problema principale dell’istituzione: la coscienza morale e politica dell’istituzione equivale alla coscienza condivisa del gruppo che opera al suo interno; se la coscienza dei singoli è fasulla oppure opaca e l’istanza morale fa acqua da tutte le parti, l’istituzione è destinata prima o poi a crollare. E verrebbe da dire, speriamo prima di fare danni irreparabili!

Nel frattempo, quando la coscienza dei singoli è corrotta, immancabilmente irrompe qualcuno con la vocazione del tiranno che prende le decisioni su base personale e assume momentaneamente il controllo della comunità. È ciò che, secondo me, sta succedendo ora, c’è un personaggio di vasta fama e forte ascendente sul mondo intero, che aspira a mantenere il controllo politico-economico sull’intera comunità internazionale.

Ma Gesù ha mostrato la via per cambiare individualmente e ha denunciato pubblicamente i mali che affliggono le istituzioni, dimostrando che se un’intera istituzione è pervertita e opera sfidando la giustizia, significa che i singoli sono corrotti e che prima o dopo avrà luogo un evento esterno o interno finalizzato a offrire un’opportunità di consapevolezza collettiva e dunque di cambiamento di rotta. Se il cambiamento di rotta non ha luogo, l’istituzione è destinata al tracollo e, con tutta probabilità, all’ascesa del tiranno. Così è avvenuto per la distruzione del tempio ad opera di Tito e così era già successo una volta con Nabucodonosor.

L’etica cristiana ripudia totalmente il ruolo del tiranno, colui che decide per gli altri.
Il Messia, infatti, Gesù, non fu un capo-popolo, né un politico populista, tanto meno un tiranno. Istituì una nuova comunità improntata al principio della libertà e della fratellanza: al centro dell’attenzione della coscienza comunitaria, cioè all’interno dell’istituzione-chiesa, c’è la comunità nel suo insieme, che deve procedere unita come un solo corpo, e non può per alcun motivo lasciare indietro le sue frange più deboli.
Duemila anni fa, con Gesù di Nazaret e i suoi apostoli, è nata per la prima volta una comunità che facendo proprio il principio della pari dignità di ogni essere umano in ragione della figliolanza divina, della provenienza di ciascuno da Dio come fratello in Cristo, già dall’inizio ha stabilito l’inconsistenza fraudolenta di ogni tipo di barriera abusivamente posta dagli uomini tra classi sociali, popoli, lingue, razze, confini e culture.
Che cos’è in fin dei conti la “cattolicità”? L’etimo di “cattolico” deriva dal greco antico “katholikós” che significa “universale” o “completo”. Il termine indicava originariamente l’essere “tutto intero” o “completo”.
La chiesa primitiva nasce come istituzione che opera sfidando la falsa giustizia instauratasi nell’impero e nel tempio, istituzioni vecchie non più capaci di prendersi cura dei più deboli, inclini a farsi complici dei più forti che si arricchiscono a spese dei più umili. Tanto l’impero, quanto il tempio, storicamente, hanno preparato da sé la propria condanna, inclusi i “danni collaterali”. 

Trovo il vangelo di oggi altamente istruttivo, quasi fosse un manuale di sopravvivenza su come affrontare i momenti di crisi : le guerre, le manipolazioni politiche che seminano discordia tra la gente, le rivelazioni cospiratorie, il terrorismo, le minacce di guerra che si mutano in sanguinosi conflitti sono tutti segni di istituzioni decadenti in procinto di trasformarsi in qualcosa di meglio o di collassare.

Ne traggo tre lezioni e riguardano la perseveranza:
– nella fede
– nella comunione con il Signore
– nella preghiera.

“Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita” (Lc 21,19).
Rimanere sul cammino spirituale ed etico insegnatoci da Gesù dà senso alla nostra vita. Non arrendiamoci, manteniamo fede e speranza e nemmeno un capello del nostro capo andrà perduto (cfr Lc 21,17).

La perseveranza sarà per noi l’occasione di rendere testimonianza al Cristo (cfr Lc 21,13); essa è d’altronde la prova dell’alleanza che Dio ha voluto stabilire con noi. Ricordiamo la conclusione del Discorso della Montagna: “Chi ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i torrenti, la tempesta si abbatté su quella casa, ma essa non crollò, perché le sue fondamenta erano sulla roccia” (Mt 7,24-25).

La preghiera, infine,  è ciò che ci consente di rimanere saldi: “Non dormite, pregate in ogni momento; allora avrete la forza di superare qualsiasi cosa accada e di comparire davanti al Figlio dell’uomo” (Lc 21,36).
Vegliamo e preghiamo: è nella preghiera che troveremo la forza di perseverare.
La rilevanza del testo evangelico di questa domenica consiste nel ricordarci come vivere da cristiani quando tutto il resto del mondo vacilla intorno a noi.

Sale della terra per conservare il gusto della vita e luce del mondo per illuminare le scelte future, sappiamo che “l’orizzonte istituzionale di governance” della Chiesa passa attraverso l’amore e la giustizia per tutti.

NB: In copertina, Anonimo, Della corruzione: la caduta delle istituzioni

Oltre le distinzioni

Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità

9 novembre 2025 – Dedicazione della Basilica Lateranense
1Re 8,22-23.27-30
Sal 94
1Pt 2,4-9
Gv 4,19-24

Il testo evangelico di questa domenica è potente ed evocativo. La controversia dottrinale su quale sia il luogo più adatto all’adorazione, rischia di apparire in tutta la sua futilità, perché il Cristo afferma che è venuto il momento di adorare Dio in spirito e verità.
Per Gesù, l’Ebraismo e il Samaritanesimo dovevano essere forme di verità utili, ma parziali; venuto per condurre gli uomini verso l’uomo nuovo, non pone certo l’accento su quale dei due monti sia fisicamente più adatto per l’adorazione! Lascia da parte ogni distinzione basata su principi umani.

Oggi è costume intellettuale porsi al di sopra delle controversie religiose e dottrinali, dichiarandole inconfutabilmente inutili, salvo poi rimetterle al centro dell’attenzione mediatica, quando si vuole convincere il resto del mondo, che proprio dalle distinzioni religiose derivano i conflitti armati, come nel caso dell’attuale guerra in medioriente. L’intellettuale “adattato” si guarda bene dal mettere al centro dell’attenzione la vera causa del conflitto: la volontà egemonica di predominio economico e culturale, comodamente mascherata da questioni religiose antiche. Probabilmente i più accaniti difensori dell’importanza geografico/religiosa del monte Sion, sono proprio coloro che hanno interessi molto più economici che religiosi…
La mia personale impressione – non mi se ne voglia – è che dietro l’ideologia che sostiene l’uso delle armi e della violenza per motivi etnico-religiosi, laddove ci sia ancora un credente a farla propria – e non un ateo – viga la stessa forma di adorazione esteriore denunciata nell’Antico testamento dal profeta Isaia:  “Questo popolo si avvicina a me con la bocca e mi onora con le labbra, ma il loro cuore è lontano da me” (Is 29,13).

Per comprendere meglio la questione dobbiamo chiederci che cosa intendesse esattamente Gesù con le parole dirette alla Samaritana: “Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità”. 

La dimensione della fede non contempla la controversia dottrinale; Dio è spirito e va adorato “in verità”, oltre il luogo fisico e oltre la minore o maggiore idoneità del luogo fisico. Dio lo si può adorare ovunque, purché il suo solido altare sia stabilito nel cuore fedele. Non è questione di sinagoga, o di chiesa o di moschea, è questione di adesione del cuore alla realtà dello spirito.

Oggi festeggiamo la Dedicazione della basilica Lateranense, luogo fisico in cui la comunità cristiana può radunarsi per celebrare la liturgia. Le chiese sono il luogo dell’adorazione, della preghiera comunitaria, della celebrazione eucaristica, che sostiene e vivifica i singoli. Ma ciascun credente si sente parte del Corpo di Cristo, perché adora lo spirito anche nell’autenticità della preghiera personale; è così che lo spirito prende dimora nel cuore dell’uomo. Il cuore si fa simbolo del tempio interiore, senza il quale nessuna comunione con Dio e con il prossimo può realizzarsi.

Accogliendo questa nuova concezione di Dio nei nostri cuori, svanisce anche ogni conflitto, perché Dio è adorato come Spirito e conosciuto come Verità. Dio è oltre i conflitti tra uomini: i conflitti sono il regno della menzogna.

Ovunque adoriamo il Padre con la massima sincerità, lì siamo nel regno dell’Amore Infinito.

NB: in copertina, Anonimo, Gesù e la Samaritana.

Valichi

Colui che viene a me, io non lo caccerò fuori

2 novembre 2025 – Commemorazione dei defunti
Gb 19,1.23-27
Sal 26
Rm 5,5-11
Gv 6,37-40

Colui che viene a me, io non lo caccerò fuori“: così dice il Cristo.
Se in linea di principio c’è la possibilità di essere cacciati fuori, allora deve esserci anche qualcuno che caccia fuori.
Se non è il Signore, chi è?

Fin dai tempi in cui Paolo scriveva, si è pensato che esista un’istanza accusatrice che parla all’orecchio dei mortali, svalutando i loro comportamenti e instillando dubbi e paure. Fu ben presto chiaro, dal grandioso inizio del Genesi, che è proprio il tentatore quello che provoca, sfida, svaluta, separa e fa cadere. Con il tipico stile strisciante, insinuante e sibillino, semina dubbi e paure per creare discordia e assoggettare l’umano. Perché? Perché è invidioso di Dio e sa di essere annientato dal Cristo.
Nel frattempo, è riuscito a prendere in giro quei due allocchi di Adamo ed Eva, che vivevano già in una condizione paradisiaca; nella grandiosa allegoria della tentazione per antonomasia, riportata all’inizio del Genesi, risiede tutto il dramma esistenziale dell’uomo e della donna di ogni tempo.
Oggi, abbiamo capito che il serpente non equivale solo a cause e motivi esterni, anzi,  spesso si sovrappone alla nostra coscienza con accuse, condanne e sensi di colpa fuorviati che invece di aprire la via alla redenzione, tendono a distruggerne la possibilità.
Così siamo sempre noi non solo a fare del male agli altri, ma anche e prima di tutto a noi stessi.
Penso che in parecchi, almeno una volta nella vita, abbiamo sentito quella sgradevole vocina sussurrare: “Guarda che hai combinato, adesso è finita; sei un buono a nulla, non servi a niente.”
Si badi bene che il problema qui non è quello che la vocina dice, ma la nostra reazione. Di per sé, il senso di colpa per aver combinato qualcosa che non va, è un sentimento utile, ma solo se è uno strumento per lasciarsi rialzare. Se c’è una voce di condanna senza appello dentro di me, vuol dire che sono io ad auto-condannarmi, cadendo nel tranello demoniaco, perché non esiste nessuno fuori di me che può condannarmi per l’eternità. Il Cristo ha detto: “Colui che viene a me, io non lo caccerò”.
Nel vangelo è detto molto chiaramente che il compito del Cristo (cioè fare la volontà del Padre) è esattamente quello di assumere su di sé questa accusa, questa maledizione, questo “peccato del mondo” che consiste nel dare credito a quella voce falsa e tendenziosa che vuole dominarci.
E dunque, se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? (Rm 8,31).
Pensiamo al figliol prodigo, giovane di belle speranze che, ridotto a relitto, torna a casa pensando di subire una meritata punizione. Con sua grande sorpresa si vede invece accolto a braccia aperte, accudito, rifocillato, vestito a nuovo e onorato con un sontuoso banchetto (Cfr Lc 15,11-32).
Dev’esserci un vitello grasso per ciascuno di noi, solo che si faccia un onesto esame di coscienza, che consenta un autentico pentimento. Smancerie, esili quanto disperanti autocommiserazioni, lamentele non giovano. Ci vuole del coraggio, certo, per guardare in faccia la realtà, ma soprattutto ci vuole la fede. Non mi rialzo da solo… ma il Cristo sta aspettando lì che io mi lasci rialzare…

San Paolo, tanto per fare un esempio alto, non è certo uomo che abbia riflettuto sulla bellezza dell’amore di Dio nella quiete del suo comodo studiolo. Le sue tribolazioni non sono un catalogo di difficoltà, ma il racconto di esperienze reali: “Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i trentanove colpi; tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una notte in balìa delle onde. Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli; fatica e travaglio, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità. E oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese” (Cor 11,24-28).
Ma in mezzo a tutto questo c’è una certezza: Dio non abbandona mai.  “Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? […] Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm 8,35.37-39).
Paolo usa le categorie del suo tempo: potenze celesti, segni astrologici, forze dall’alto e dal basso, angeli o demoni, che possono essere riletti oggi anche come tutto ciò che altera, intossica, inquina, deturpa la nostra vita, procurando angoscia.
“Nulla potrà mai separarci dall’amore di Dio”: ogni volta che respiriamo boccate di angoscia, perché nell’aria sembra essere finito l’ossigeno e ci sentiamo morire, la stessa certezza di Paolo può diventare la nostra.
La pietà raddrizza. La pietà sbriciola la menzogna e la paura, anche la paura del dolore e della sofferenza.
Oggi commemoriamo i defunti; ognuno di noi sa quanto i nostri cari ci mancano ed è anche facile che la nostra mente corra a quando ineludibilmente toccherà a noi. E se quel passo fosse un vero e proprio valico verso la pace? Un passaggio, niente di più, dal buio alla luce: “Io lo so che il mio redentore è vivo!”, “Chi viene a me, non lo scaccerò, dice il Signore.”
Di più: se fossimo certi di poter attraversare questo valico verso la pace e la pienezza della vita eterna, chi di noi avrebbe più l’oltracotanza di segnare confini su questa terra di ostacolo ai nostri simili?
Siamo eredi di un lascito d’infinita bontà: “Colui che viene a me, io non lo caccerò fuori” (Gv 6,37).

Cristo ha creato un valico tra la sua divinità e la nostra umanità, perché noi tutti potessimo raggiungerlo. “Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia, annullando, per mezzo della sua carne, la legge fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace.” (Ef 2,14-15).

Eredi di questo enorme lascito di speranza per tutta l’umanità, che ha cambiato una volta per tutte il nostro modo di stare al mondo, dobbiamo imprimere nella memoria nostra e dei nostri figli che l’invidia della libertà non ha fatto registrare la scomparsa di Dio e che non intendiamo sottostare alla diabolica mancanza di fiducia dei detrattori della vita.
La voce, che a livello più generale, sia politico che strategico,  sta debilitando le menti e i cuori di una parte dell’Europa e del mondo occidentale, deve essere urgentemente sostituita dalla consapevolezza di aver già conseguito e goduto di una libertà e di un’accoglienza che ora, in varie forme, si vuole negare ad altri.
L’attraversamento dell’ultima frontiera non è la morte; l’ultima frontiera è rappresentata da quella sciocca superbia che ci fa sentire addirittura grandi peccatori, se non può farci credere di esser stati grandi santi. La morte non è la dogana, cui pagare il dazio, e soprattutto Dio non è l’addetto alle verifiche dei passaporti. Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio” (Ef 2,19). Ora, possiamo finalmente dire, con Giobbe e a gran voce:
“Io so che il mio redentore è vivo!” (Gb 19,25).

NB: in copertina, Anonimo, Commemorazione dei defunti