Cosa hai fatto?

24 novembre 2024 – XXXIV Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Gv 18,33-37

Parlare di regalità in un paese sotto l’occupazione romana era sicuramente poco “prudente”, direi “esplosivo”. A parte qualche illuso al soldo dell’occupante, il titolo era riservato all’Imperatore di Roma. Certi di avere il diritto di condannare Gesù, le autorità del Tempio lo accusano di complottare per diventare re. Di fronte a questo potenziale avversario dell’impero, Pilato indaga. Gesù lo disinganna: sono i suoi avversari a prestargli le loro intenzioni di potere, le loro pretese politiche e dai suoi avversari prende chiaramente le distanze: “Se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori combatterebbero perché io non fossi consegnato ai Giudei”. Rivendica un unico primato: quello di essere testimone della verità, venuto al mondo dal regno della verità, per essere ascoltato da chi vive della verità.
Il Nazareno rifiutò sempre il potere, ma i suoi discepoli, speranzosi che il loro maestro restaurasse il regno d’Israele, pensavano invece di doverne occupare i primi posti. Ci credettero fino alla fine, e su questo concordavano perfino i due pellegrini di Emmaus. La fascinazione per il potere ha attraversato tutta la storia della Chiesa; gli splendori della corte romana, gli intrighi e le alleanze politiche tra piccoli gruppi di potere, le guerre di religione e le crociate, gli imbrogli politici e il controllo delle coscienze sono altrettanti tentativi pretestuosi per offrire a Cristo un regno di questo mondo.
A Pilato e a tutti coloro che, come lui, coniugano la facciata religiosa con una politica imbrogliona e un malinteso senso della giustizia, Gesù ricorda che c’è un unico modo per “regnare”: impegnare la propria esistenza, dalla nascita alla morte, additando al prossimo un cammino possibile di gioia e di fede.
Tra scandali, crisi e veri e propri crolli, emerge sempre più il bisogno di ritornare all’essenziale della vocazione cristiana: ascoltare il Cristo. Re di un regno che mal si coniuga con questo mondo, mette Pilato in condizione di porgli un’unica domanda vera: “Che hai fatto?” Lo stesso procuratore non riesce a capire perché e come mai quell’uomo dall’eloquio enigmatico, preceduto dalla fama di essere un guaritore, ma anche dall’accusa di fomentare il popolo, possa essere una reale minaccia per i capi religiosi del suo paese o addirittura per l’imperatore romano.
Visto l’esito dell’interrogatorio, mi rimane la sensazione che quella stessa domanda si possa ritorcere su Pilato: “Piuttosto, che hai fatto, tu, Pilato?
Cosa o chi ha impedito a Pilato di fare quel che andava fatto, cioè rilasciare un innocente, piuttosto che sacrificarlo ai rapporti diplomatici con la terra d’occupazione del suo governo?
Così come Pilato non aveva nulla di tangibile da imputare al Nazareno, anche noi non abbiamo nulla di tangibile da imputare ad alcun Pilato e tantomeno da opporre all’uomo chiamato Gesù, re di un regno che non è di questo mondo. È così vero che abbiamo sempre la necessità di inventare o di reinventare un capo di accusa laddove le dinamiche di questo mondo necessitano di un capro espiatorio. È così che il Figlio dell’uomo, da innocente, è eternamente sacrificato, crocifisso come un criminale.
La sua regalità si sostanzia della sua capacità di amare. E questo spaventa. Perché non è facile rinunciare alle proprie ambizioni, a partire da quelle più piccole a quelle più grandi.
La regalità del figlio dell’uomo consiste in una conversione del pensare, del decidere e dell’agire, particolarmente diretta a coloro che detengono il potere di incidere sulla salute del pianeta e sulla pace tra i popoli.

Nutriamo la speranza di non dover più chiedere, non a Gesù, ma a Pilato: “Cos’hai fatto?”

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui

Apocalissi e tenere foglie

17 novembre 2024 – XXXIII Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mc 13,24-32

Il brano evangelico, di cui troviamo paralleli in Matteo 24 e Luca 21, è detto “escatologico”, perché riguarda la fine dei tempi. Questi testi vengono spesso chiamati “apocalittici”, e “apocalisse” significa “rivelazione”, “svelamento”. Si tratta, quindi, di rivelazioni riguardanti la fine dei tempi, un genere letterario presente anche nell’Antico Testamento, in particolare in Ezechiele e Daniele. Alcuni di questi testi parlano di catastrofi “soprannaturali” – come il nostro vangelo – altri parlano di terremoti, maremoti, guerre generalizzate, persecuzione dei credenti.
L’Apocalisse di Giovanni esprime tutto questo in un linguaggio simbolico che rende il messaggio della “rivelazione” oggi difficile da decifrare. Paolo, invece, non usa immagini apocalittiche; si accontenta di scrivere, in Romani 8,22, che tutta la creazione  “geme nelle doglie del parto”, collocando il travaglio non nel futuro, ma nel presente. Il discorso paolino non si attarda su morte e distruzione, piuttosto si concentra sul significato ultimo di tutto questo attraverso il Cristo, scelto dal Padre per “ricapitolare tutte le cose” e per portare a compimento la creazione.

Dal nostro punto di vista il messaggio della rivelazione contiene l’idea che tutto avviene come conseguenza dell’autorità di Dio nell’usare e trasformare il male – tutto ciò che è contrario all’amore – a scopo salvifico. Questi passaggi della Scrittura sono in realtà promesse di sofferenza e rovina, ma non siamo in condizione di poterli rifiutare o negare, perché illustrano quello che sperimentiamo ogni giorno. Questo è un punto nodale da affrontare nel percorso di maturazione della fede; affrontarlo e risolverlo appartiene ai grandi temi del mistero dell’incarnazione, della grazia e del rapporto col Sacro. È impossibile negare di essere immersi in una realtà conflittuale.

In primo luogo, è davanti gli occhi di tutti il conflitto con la natura: è di questi giorni il disastro accaduto in Spagna, solo per fare un doloroso esempio.
In secondo luogo, i conflitti armati diffusi nel mondo, che dividono uomini, popoli e nazioni, sono presenti anche nelle nostre case, attraverso racconti, immagini e informazioni di tutti i tipi.
Infine, ciascuno ha esperienze di conflitti personali nelle relazioni sia a livello lavorativo, che familiare e amicale.

Di per sé non ci sarebbe bisogno di declinare al futuro la fine del mondo e non mi stupisce neanche più di tanto il proliferare di gruppi “terrorizzati” che aspettano per i prossimi giorni il giudizio universale o di gruppi che esorcizzano la paura munendosi di candele, nel caso il sole si spegnesse.

Vorrei provare a consolarmi, dicendomi che la fine dei tempi è già qui, in un certo senso mi domina. I testi dicono che questo immenso conflitto non si attenuerà, ma anzi, sta andando verso il parossismo mentre si avvicina la fine.
Ciò che chiamiamo “eternità” è quindi alla porta, o, forse, per quanto mi riguarda, più precisamente, dentro di me; è, in un certo senso, il rovescio dell’ambiente esterno, spesso catastrofico, in cui si rivela in tutta la propria immensa portata la passione di Cristo. Questa passione contiene tutta la nostra ed è la vera apocalisse. La “mia” morte, comunque avvenga, sarà la distruzione della mia “casa di carne”, come lo è stato per Gesù di Nazaret e per ogni persona caduta nei conflitti armati o morta annegata. Si tratta della fine del “nostro” tempo, non dell’eternità che io ritrovo dentro di me, a un passo da me.

I testi sacri presentano il caos, presente e futuro, come il luogo della vittoria di Cristo. 

Quando siamo immersi nel lutto, nell’assurdo, nell’insopportabile, ci troviamo di fronte alla decisione fondamentale della nostra esperienza terrena: da quale parte essere tra la vita e la morte. Come dice Paolo “Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo”. (Rm 8,22-23).

Dunque, anche se il mondo venisse smantellato e spaccato in tutte le sue parti, non dovremmo stupirci, sarebbe nell’ordine delle cose, nell’ordine di una legge che altro non è se non il lato spettacolare di un universo che invecchia e svanisce per far posto al suo Creatore, sempre più presente sotto il velo dell’energia e della luce. Il Cristo torna per riaffermare l’eterno possesso del suo regno, attraverso ciò che a noi sembra l’invecchiamento evolutivo della creazione; la matrice, la nostra esperienza di questo mondo, il nostro tempo, necessari alla libertà di scelta dell’intero genere umano e alla conseguente responsabilità di ogni singolo verso l’intera comunità, si sgretola, affinché la pace del Cristo sia tutta in tutti.

Il discorso del Nazareno comprende un avvertimento fondamentale: imparate dal fico questa similitudine: quando i suoi rami si fanno teneri e mettono le foglie, voi sapete che l’estate è vicina” Ogni generazione e ogni essere umano può sperimentare questo, perché il Regno di Dio si rivela a ciascuno individualmente e, nello stesso tempo, crediamo che non si manifesterà pienamente finché ciascuno di noi non avrà trovato il suo posto nel corpo totale del Cristo. L’angoscia non è dunque una calamità, ma un segnale, donatoci perché attraverso la speranza ci si rivolga verso la vita. La piccola parabola del fico insegna che l’innalzarsi della linfa in un albero tardivo segna l’arrivo dell’estate, stagione dei frutti attesi dal Signore con incrollabile pazienza; il Creatore, fuori del tempo e quindi coincidente con ogni momento della storia umana, attende dall’umanità una risposta d’amore perché il suo disegno sia realizzato.

La nostra stessa fede è un percorso, che inizia e matura per grazia:
…porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore […] non dovranno più istruirsi l’un l’altro, dicendo: “Conoscete il Signore”, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande […], poiché io perdonerò la loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato.” (Ger 31,33-34).

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui

Chi divora le case delle vedove?

Ha messo nella cassa delle offerte più di tutti gli altri

10 novembre 2024 – XXXII Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mc 12,38-44

Seduto nel Tempio, Gesù osserva i fedeli che vengono a lasciare le loro offerte nella sala del Tesoro; la vanità degli scribi è evidente: abiti cerimoniali, saluti e inchini, posti d’onore, privilegi, sfoggio di pietà verso gli umili, tutto diventa spettacolo, quando gli scribi volteggiano come pavoni. Così facendo – interpretazione comune – si manifestano avidi e abili nell’abusare della buona fede delle pie donne per spennarle a vantaggio delle buone opere.
Gesù, non sopportando l’ipocrisia, fa notare ai discepoli come gli scribi nascondano il loro gusto per il potere e il denaro sotto l’apparenza devota dell’ottimo praticante.
Poi passa ad osservare la vedova. A quell’epoca, insieme agli “orfani”, la figura della vedova rappresenta emblematicamente la povertà più dura, un coacervo di solitudine, povertà materiale, assenza di protezione maschile, assunzione di soverchiante responsabilità morale e materiale verso i figli.

Se agli scribi piace mettersi in mostra, mettendo ingenti somme nella cassetta delle offerte, dobbiamo probabilmente dedurre che la vedova preferisce piuttosto inserire la sua somma irrisoria, facendosi notare il meno possibile. In quell’ “irrisorio” che non fa rumore e non si espone perché non ha nulla di ammirevole, Gesù riconosce addirittura il gesto di chi dona tutto quanto ha per vivere. Quel gesto, per quanto cancellato ed escluso dalla prospettiva univoca della generale indifferenza umana, viene messo in risalto dalle parole del Nazareno; nel suo giudizio la donna è valutata più generosa degli altri, perché dà “tutto quello che aveva per vivere”, mentre gli scribi, vengono giudicati degni di “una maggior condanna”, perché offrono il loro “superfluo”.
Credo che la chiave di comprensione di quest’episodio risieda nel giudizio del Cristo sulle modalità del dare. Al centro della sua attenzione troviamo il modo di fare l’offerta: sedutosi di fronte alla cassa delle offerte, Gesù guardava come la gente metteva denaro nella cassa.
Dovremmo concluderne che ai suoi occhi il discepolo ideale dovrebbe spogliarsi fino a finire i propri giorni sulla paglia? Diciamo che l’ipotesi non dovrebbe spaventare; il pensiero, inevitabilmente, va alla scelta di Francesco d’Assisi.

Gesù esprime un giudizio sul comportamento degli scribi – “Costoro riceveranno una maggior condanna” – che suggerisce di guardare al comportamento della vedova come termine di paragone. Sembra però un giudizio di carattere più generale, vorrei quasi dire “universale”. Rispetto al puro ideale francescano, evangelico per principio, del tutto donare senza altri scopi, senza tenere conto delle proprie umane esigenze – quindi possibile solo “per amore” – noi comuni mortali, ancorché dediti al conseguimento della santità, possiamo solo nutrire la speranza di essere graziati: ricevere la grazia di poter imitare il poverello di Assisi. Nello stesso modo in cui sia Elia che la vedova di Sarepta (cfr. prima lettura) ricevono la grazia di vivere, nonostante la feroce carestia. Dunque, la misura della generosità e, in particolare, il giudizio di Dio su questa qualità dell’amore cristiano – non ha una carreggiata preferenziale che inizia dal portafoglio, e non dipende neppure dalla quantità, dal molto o dal poco dell’offerta; sembra invece avere una via privilegiata quando è conseguenza dell’amore per il prossimo e della fiducia in Dio. Partendo dal discernimento del sentimento che la rende possibile, credo che una buona “operazione di prova” potrebbe essere il senso di libertà e contentezza che si sperimenta nel dare. “Dov’è il tuo tesoro, lì sarà anche il tuo cuore” (Mt 6,21). Quando c’è di mezzo un grande amore, normalmente non esiste “sacrificio” percepito come impossibile. Si noti poi che Gesù non dice mai che la vedova è salva o che sarà salvata, ma solo che gli scribi riceveranno una maggior condanna, in relazione ad un termine di paragone evidentemente più vasto di quella “povera vedova”. In questo modo emerge la tremenda definizione: chi sono gli scribi? Gli scribi sono “quelli che divorano le case delle vedove”, cioè quelli che divorano tutto ciò che i poveri hanno per vivere. Lo scriba non è solo un ricco ebreo molto praticante, apparentemente devoto, che domina la parola perché sa scrivere, pensare e capire.
Lo scriba è il rappresentante di quella parte del popolo di Dio che riceverà maggior condanna proprio perché ritiene ovvio e naturale divorare tutto ciò che permette ai poveri del mondo di vivere, in nome della propria ricchezza materiale, del proprio potere politico, del proprio prestigio sociale e della propria (vera o presunta) superiorità intellettuale.
A pensarci bene il giudizio del Cristo è veramente già “universale”.
In questo senso la lettera agli Ebrei (Seconda Lettura) getta qualche luce: lo sforzo che appare impossibile, il sacrificio totale della vita per amore, è già stato compiuto una volta, per tutti e per sempre. In Cristo, per amore, è stato redento l’intero “corpo” dell’umano, tutti gli uomini sono liberi di amare. L’evento salvifico, la grazia, si è manifestato nella storia in tutta la sua “tremenda” luce.
La Grazia potrà raggiungere colui che opponendosi all’amore, non lo vorrà né per sé, né per gli altri? La libertà umana implica anche il rifiuto del dono; motivo per cui non possiamo neanche pensare di risolvere i problemi o le divisioni appellandoci alla reciprocità. A ben guardare la reciprocità è solo il polo positivo di un atteggiamento di scambio. Potrebbe esserci reciprocità anche nella vendetta. Ed è vero anche che perfino l’inizio della “legittima difesa” si trasforma in atto distruttivo.

L’amore è sempre disarmato e il dono sempre disinteressato: un ideale molto elevato, un lampo quasi accecante, acceso per un attimo a illuminare le contraddizioni dell’uomo moderno, come di quello antico.

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui

Ascolta

Con tutta l’anima, con tutta la mente, con tutta la forza

3 novembre 2024 – XXXI Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mc 12,28-34

“Ascolta Israele”: questa frase familiare contiene tutta l’etica nuova, che ha trovato al contempo il suo vero inizio e il suo culmine in Gesù di Nazaret.
In cosa consiste questa novità che ha cambiato la storia del mondo?

Innanzitutto, si basa  sull’imperativo “ascolta”, non “leggi” o “guarda” o “studia”.
Il solo imperativo “leggi” rimanderebbe ad un testo, ma qualunque sia il posto della Bibbia – e, secondo me, dei Libri Sacri di riferimento di tutte le confessioni religiose – è secondario: non è verso un libro che ci volgiamo, ma verso Colui di cui il Libro è testimone.
Il solo imperativo “guarda” lascerebbe il lettore in una posizione passiva, da spettatore, in ogni caso estraneo o disimpegnato, qualora si dichiarasse credente.
Il solo imperativo “studia” stimolerebbe a “capire”, “ricordare”, “creare connessioni”, risultati sempre auspicabili, tuttavia, spesso accompagnati da un certo intellettualismo sordo, tendente a creare  un’illusoria differenza tra chi studiare “può” e chi studiare “non può”, magari anche tra il “biblista” e il “contemplativo”.

Perché ci sia ascolto, devono esserci almeno due persone in dialogo; ascoltare è più che prestare attenzione alle parole e ai suoni, capirne il senso, memorizzarne i contenuti e intessere connessioni di pensiero. Normalmente ci si riferisce al “pensiero” del tale o del tal altro; colui che invita all’ascolto, nelle due parole “Ascolta Israele”, non chiede di ascoltare il “pensiero di Gesù”, ma il Signore.
Nel corso della storia, l’umanità ha sempre fatto riferimento ad una tradizione orale o scritta, risalente ad un “capostipite” di una qualche dottrina mitica, religiosa, filosofica, e via via avvicinandosi nel tempo, politica, economica, scientifica e così via, anche e ben al di là della teoria. Talvolta questa propensione umana a cercare un “maestro iniziale”, un’autorità dottrinale esterna, ha trasformato il “capostipite” di turno in modello di pensiero da seguire ed ulteriormente elaborare. Esistono i Tomisti, i Kantiani, gli Hegeliani, i Keynesiani, i Marxisti, i Freudiani, i Lacaniani, e così via, per ogni settore del sapere umano.
La possibilità di un atteggiamento autenticamente religioso consiste prima di tutto nella capacità di differenziare tra “Scuola di Pensiero” ed “Esercizio dell’Ascolto”.
L’ascolto religiosamente inteso implica la relazione col Cristo vivente. La qualità dell’amore, che conduce all’incontro, all’ascolto e al dialogo nella preghiera col Cristo, è all’origine del nostro essere al mondo, della nostra stessa capacità di amare e poi di agire per il bene dell’altro.  Ecco perché il testo dice: con tutto il cuore, l’intelligenza e la forza. Nella misura in cui il nostro camminare insieme al Cristo ci permette di ascoltare sempre meglio l’amore sostanziale che abbiamo ricevuto e comprendere quello di cui siamo potenzialmente capaci nella pratica quotidiana, troviamo la nostra unità personale e tutte le nostre facoltà riunite.

In identica prospettiva va ascoltato il secondo comandamento, conseguenza del primo (cfr anche la versione di Matteo in Mt 22,45). L’amore per se stessi, comprensivo della cura verso le proprie fragilità, si trasforma in assunzione di responsabilità nei propri confronti e nei confronti dell’altro. Non si può amare un altro se non si ha cura di se stessi.
L’amore provato, vissuto e compreso, renderebbe possibile in senso assoluto l’unità del genere umano: è questa, io credo, la via verso il Regno da cui non è lontano lo scriba del Vangelo.

Un tale itinerario, che non si compie in un giorno e senza cadute, ma dura l’intera esistenza, contiene qualcosa di sorprendente, una componente che muta la nozione di comando, a tal punto da apparire un sovvertimento.
Ubbidire ad un ordine vuol dire sottomettersi alla volontà di un altro, ubbidire ad un comandamento vuol dire sottomettersi alla volontà del Signore. In entrambi i casi la volontà è di un altro, quindi diversa dalla nostra.
Se il comandamento si trasmuta in amore, c’è una sola volontà: improvvisamente la persona oggetto del nostro amore – Dio o il prossimo – prende il posto del comando. Sono persone, che abbiamo davanti – e che ascoltiamo – non un libro.

Va notato che i due comandamenti citati dal Cristo non compaiono come tali negli elenchi del Decalogo, perché l’amore sostituisce la Legge.
La nostra seconda lettura al versetto 28, infatti, confronta i sommi sacerdoti dell’Antico Testamento, uomini costitutivamente deboli nella loro umanità e fondati sulla Legge, con l’unico sacerdote, il Figlio, posteriore alla Legge, reso perfetto per sempre, costituito dalla “parola del giuramento”, re di pace e di giustizia, prefigurato in Melchisedek (cfr Gn 14,18 e Sal 110,4).
Se rileggiamo il nostro Vangelo, vediamo che l’uomo Gesù in un certo senso scompare; interrogato sull’essenziale, non parla di sé, ma dell’amore per l’unico Signore e per il prossimo.
Il Cristo è la via, il tramite fattosi uomo per riunire tutto ciò che esiste in cielo e in terra e per ricondurlo all’origine. Il cammino compiuto dalla Parola vivente in mezzo a noi è una magistrale confessione del monoteismo biblico e, allo stesso tempo, la sua “realizzazione”.

Gesù Cristo, incarnazione dell’amore di Dio, essendo tutto in tutti, raccoglie l’universo intero, verso l’unità originaria.

Dovremmo parlare qui dello Spirito. Lo Spirito unico, che non è un terzo Dio, ma, nel suo eterno riferirsi al Padre e al Figlio, è l’essenza fondante la relazione. Lo Spirito è la forza unificante in noi. Dona a Cristo un corpo fatto di tutta l’umanità radunata e questo corpo unico è quello che il Padre riconosce come frutto della sua paternità, il corpo del Figlio.

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui

Recuperare la vista

Va’, la tua fede ti ha salvato

27 ottobre 2024 – XXX Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mc 10,46-52

Gerico non è molto lontano da Gerusalemme, dove Gesù sarà ucciso. 

Con forza Giovanni presenta Gesù come la luce del mondo, e Cristo-luce è un tema comune a tutto il Nuovo Testamento. In Giovanni 8,12 Gesù dice: “Chi segue me non cammina nelle tenebre”. 

Ma tutte queste persone che seguono Gesù, sono cieche a ciò che accadrà nella “città che uccide i profeti”? 

Bartimeo li rappresenta tutti: è il simbolo della cecità generale, e se la gente vuole impedirgli di andare a trovare Gesù, è perché la loro cecità, probabilmente inconsapevole, non venga né sanata, né resa manifesta. “Siamo ciechi anche noi?”, chiedono, infatti, i farisei, che del tutto inconsapevoli certo non sono (cfr Gv 9,40). Di fronte al mistero che sta per compiersi, in ogni caso, tutti sono ciechi. Anche Giacomo e Giovanni, nel Vangelo della settimana scorsa, avevano chiesto a Gesù un dono in totale contraddizione con la logica della Croce.

È come se seguissimo Cristo ad occhi chiusi, ma la storia di Bartimeo insegna che un giorno vedremo la luce e forse capita già ora di essere illuminati da lampi fugaci, che indicano il percorso. Non sappiamo cosa succederà domani, nel corpo, nello spirito, nelle relazioni, ma contiamo in quella luce che ci indicherà il percorso.

In linea di massima siamo vedenti che sanno dove stanno andando, come la “grande folla” che esce da Gerico, seguendo Gesù. Oggi li potrei definire “buoni cristiani”, però non sono solidali con Bartimeo, cieco, immobile, “sul ciglio della strada”: emarginato rispetto alla “grande folla” che segue la retta via. Salvo che Bartimeo alla fine vede chiaramente e inizia a seguire Gesù “per la strada”. Dunque perché sospettare di questa folla di ciechi?
Quando i farisei chiedono: “Siamo ciechi anche noi?” Gesù risponde: “Se foste ciechi, non avreste colpa; ma poiché dite: Vediamo, il vostro peccato rimane”. Quindi è la finta cecità spirituale ad essere sotto accusa. Da questa prospettiva tutti, e per ragioni molteplici e diverse, possono impedire a Bartimeo di raggiungere Gesù. E la folla sta proprio seguendo Gesù, mentre cammina verso Gerusalemme?
Seguono Cristo, certo, ma dove Egli non va.
Un giorno, senza dubbio, si apriranno i loro occhi, ma non è ancora giunto il momento.
Bartimeo sa bene di essere cieco, come il ricco in Marco 10,17-22. La cecità di Bartimeo e il tarlo del giovane ricco sono entrambi segni esteriori di una carenza fondamentale, di un vulnus tutto umano: non sanno dove stanno andando, neanche hanno idea su “dove” debbano andare, perciò rimangono fermi, sono appunto vulnerabili: feriti dall’inizio delle loro esistenze, rischiano di non voler guarire o che altri o “altro” impediscano la loro guarigione.

La fiducia di Bartimeo crescerà nel corso della storia: al versetto 47, Cristo è per lui “Gesù il Nazareno”, ovvero un noto guaritore; poi lo chiama “Figlio di Davide” (vv. 47 e 48), che è un titolo messianico; infine, nel versetto 51, lo chiama “Rabbunì”, Maestro.
In Matteo Gesù dice: “Non chiamatevi fra voi Rabbi, perché uno solo è il Maestro e voi siete tutti fratelli” (cfr Mt 23,8). Cosa fa questo Maestro? Sta per fare il suo ingresso a Gerusalemme. In altri termini, Colui che è Luce entra nelle tenebre; il Prologo di Giovanni aggiunge che le tenebre non lo hanno soffocato. Anzi, come è perfino ovvio che sia, le tenebre si illuminano, la Luce le fa dileguare. I Salmi cantano:  “le tenebre stesse non possono nasconderti nulla e la notte per te è chiara come il giorno; le tenebre e la luce ti sono uguali” (cfr Salmo 139,12).

Gli evangelisti, diversamente dalla folla ordinaria, non sono ciechi, hanno occhi “davanti e dietro”, come i quattro animali dell’Apocalisse (cfr Ap 4,1-11): guardando indietro, vedono l’Antico Testamento e la Parola scritta donata agli uomini per rischiarare le loro tenebre; guardando avanti seguono la Parola incarnata , lampada per i loro passi, luce sul loro cammino (cfr Sal 119,105).
Per Marco il Cristo è la Parola conclusiva, definitiva di un lungo percorso che, in senso relativo, contiene ogni tragitto individuale, in senso assoluto culmina nella Resurrezione.
Forse Bartimeo, illuminato attraverso la guarigione operata dal Cristo, avrà intuito tutto questo, certo è che Gesù gli rivolge la Parola, dicendo: “La tua fede ti ha salvato”.

…“Tu sei mio Figlio; oggi ti ho generato” (Eb 5,5).

NB: per info sull’immagine di copertina, clicca qui

Chi giudica chi?

Maestro, desideriamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo

20 ottobre 2024 – XXIX Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mc 10,35-45

Quando i discepoli chiedono a Gesù di sedersi alla sua destra e alla sua sinistra nella sua gloria, che idea di “gloria” hanno? Forse pensano ad una presa di potere da parte dei “giusti”?

Nella versione di Matteo la parola usata per “gloria” è “regno”; un giorno, – pensavano forse Giacomo e Giovanni – il Signore verrà a strappare l’umanità dalle ingiustizie e dalle atrocità, a imporre la sua volontà e la sua Legge; non una virgola potrà essere tolta o cambiata e saranno definitivamente stabilite le condizioni per la pace tra gli uomini.
L’ora della Gloria era probabilmente per i due discepoli quella del giudizio del mondo, del trionfo sul comportamento perverso degli uomini e coloro che siedono alla destra e alla sinistra del giudice sarebbero forse i suoi assistenti o cancellieri. 

Non giudicherei troppo in fretta l’ambizione dei due fratelli, tacciandoli di infantilismo nelle loro pretese. In fondo in fondo, si confrontano con la segreta pretesa che abita anche il mondo di oggi e che, spesso, è il motivo segreto del comportamento di molti, talvolta anche sotto la maschera delle virtù esibite. La Chiesa stessa non è immune dal carrierismo (o dal “clericalismo” come lo chiama Papa Francesco, del resto mi pare pure una tautologia: che cosa potrebbero fare dei chierici di diverso che comportarsi come tali ed essere parte del clero?) Gradi, titoli, nomine, insomma tutto ciò che distingue, differenzia dalla massa e polarizza lo sguardo, mantiene il suo fascino e il suo mistero. Si può recitare e anche professare il vangelo mentre ci si comporta, apertamente o segretamente, secondo il suo contrario. Per esempio, mi chiedo, come possono esserci “onorificenze ecclesiastiche” con conseguenti “privilegi”? Se poi al clero aggiungiamo pure i laici che soffrono di clericalismo per contagio, la situazione non permette in alcun modo di emettere giudizi nei confronti di Giacomo e Giovanni. E non saremmo neppure immuni dalla tentazione (sempre diabolica) di ergerci a giudici del prossimo.
L’ovvia conclusione è che l’ ultimo posto” – si sa, poco ambito – è sicuramente anche quello moralmente più sicuro…

Ma se si va avanti nella lettura del Vangelo ci si accorge che l’ora della “gloria”, del giudizio del mondo, della “presa di potere”, in realtà è quella della crocifissione. Proprio allora, infatti, il peccato del mondo, la volontà di dominio che culmina nella condanna e nell’uccisione dell’unico giusto, è smascherato e reso palese davanti a tutti: tutti gli occhi sono rivolti a colui che il male ha trafitto (cfr. Gv 19,37).

Che Gesù parli della Croce disturba, è una parola dura da digerire anche per i discepoli; a partire dal capitolo 9 si parla apertamente della salita verso Gerusalemme per la Pasqua della crocifissione. Da Cesarea di Filippo, luogo del Nord praticamente pagano, dove i discepoli per bocca di Pietro riconoscono Gesù come il Cristo, siamo guidati verso sud, per entrare nella “città che uccide i profeti”.
Il racconto della Passione è l’unico altro brano del Vangelo, in Marco e Matteo, dove si parla di “destra” e “sinistra” come collocazioni spaziali dello stesso valore. Nella Passione qualcuno sta veramente alla destra e alla sinistra di Gesù crocifisso, ma si tratta di due malfattori, a loro volta crocifissi uno a destra e l’altro a sinistra del Nazareno. Ma questi due, che altro avrebbero potuto essere se non malfattori, visto che solo Dio è giusto?
Però, nella versione di Luca anche i due “ladroni” giudicano: uno condanna Gesù per la presunta incapacità di sfuggire alla Croce; l’altro, accettando intanto la propria condanna, si congedo da Lui, giudicandolo “giusto”, in netto dissenso col parere dei più. Gesù, invece, parla per assolvere il “buon ladrone”.
Possiamo prestare attenzione a tutti i giudizi che si intersecano, espressi dai vari protagonisti in gioco: il giudizio del mondo sembra provocare, nel bene e nel male, un risveglio delle coscienze. Alla fine, ci si schiera.
Qualcuno si accorge di essere un “malfattore” e anche di chi non lo è.

Nessuno tra i giurati dei nostri tribunali ha l’autorevolezza per lanciare la prima pietra, tuttavia, il giudizio del mondo davanti alla Croce insegna che tutto il male che si può fare è surclassato dall’amore di chi lo dona. Il
riconoscimento del solo Giusto conduce alla salvezza. 

Le croci che erigiamo ai nostri incroci, che appaiono sulle pareti delle nostre stanze, che alcuni appendono al collo o al bavero delle loro giacche, ricordano la nostra adesione al regno della giustizia e dell’amore.
“Non abbiamo un sommo sacerdote che non possa simpatizzare con noi nelle nostre debolezze, poiché egli è stato tentato come noi in ogni cosa… Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovare grazia ed essere soccorsi al momento opportuno.” (Cfr Eb 4,15-16).

Qual è la nostra idea di “gloria”? Mi pare che abbiamo poco di cui gloriarci, ma tutto da ricevere.

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui

Salvato

Buon Maestro, cosa devo fare per ereditare la vita eterna?

13 ottobre 2024 – XXVIII Domenica del Tempo ordinario
Vangelo: Mc 10,17-30

Marco, ad un certo punto del racconto dell’incontro con un “tale”, dice che Gesù “guardatolo, lo amò”. Il verbo “amare”in Marco è raro, anzi questo è l’unico versetto in cui, ci viene detto che Gesù “amò”. Che vuol dire esattamente?
L’amore è un sentimento che non può essere provato a comando; quale movimento del cuore, dunque, lo ispira? Gesù, dopo aver dialogato con quest’uomo, lo guarda e, in quel momento, nasce in lui questo sentimento. Credo che proprio attraverso questa strana formula temporale che fissa la nascita del sentimento in un momento preciso, l’evangelista voglia trasmetterci qualcosa di fondamentale.
Poco dopo, Gesù, pur amando quest’uomo, gli offre un comandamento “estremo”, che ingenera “tristezza” e la conseguente decisione di “abbandonare” la sequela. Il giovane sa di non poter rispondere con un “sì”.

Forse si tratta di un richiesta estrema che ha preoccupato anche i discepoli, e, forse, preoccupa anche noi.

Quale legame può esserci tra l’amore di Gesù per quell’uomo e la richiesta di abbandonare tutti i beni e unirsi agli altri discepoli?
La situazione sorprende e pure sconcerta. Il “tale” è un uomo comune, non è un infermo, non è un malato che abbia bisogno di cure, non è una persona posseduta da liberare, non è un fariseo arrogante da mettere a tacere, non è uno straniero da rimandare a casa e non è neanche un discepolo chiamato direttamente, uno cioè che di fondo non capisce niente o capisce poco, ma comunque sa di poter dire “sì”.
Questo “tale” è un uomo comune, uno sano di mente, pure praticante, onesto, che si avvicina spontaneamente e volontariamente a Gesù.
Avrei potuto essere io quello? Ricchezze a parte, che non ho, come mi sarei comportato trovandomi in una condizione del genere? E voi? Avreste potuto essere voi quell’uomo?
Forse, è meglio, per il momento, accontentarsi di rimanere solo lettori del Vangelo…
“Buon Maestro, cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”
In altri termini, cosa devo fare “quaggiù” di corretto, conforme, giusto, per ereditare la vita di “lassù”? Preoccupazione legittima, dopotutto, che ha attraversato la storia.
In fondo la risposta è nella domanda stessa. Per ricevere una “buona” eredità, bisogna essere nati in una famiglia ricca.
Cosa possiamo fare per nascere ricchi?
Assolutamente niente. Non c’è alcuna azione fattibile: non si può scegliere in quale famiglia nascere. Caso mai, potremmo essere stati scelti, nel senso di adottati, da qualcuno detentore di ricchezza. Ma non possiamo fare alcunchè per essere adottati da qualcuno che sia ricco.
Però, in entrambi i casi, c’è un’unica condizione: bisogna comunque farsi trovare vivi al momento di ricevere l’eredità! E se non siamo più, certo non è “colpa” nostra.
E dev’essere proprio questo il senso della risposta – data con tenerezza – di Gesù: non c’è niente che tu possa fare, in senso assoluto, per ottenere la vita eterna.
Resta il fatto che, nella relatività delle nostre vite quotidiane, possiamo e dobbiamo fare diverse cose.
Gesù continua la sua risposta accennando alla parte etica della Legge.
“Dio solo è buono” non è solo un’affermazione teologica, ma anche un’affermazione concreta che ha senso solo attraverso le azioni concrete. Confessare la propria fede non è nulla se non confessarla concretamente attraverso la propria vita. Queste azioni concrete, giuste e buone, il tale le ha compiute tutte. E, quando fa la sua domanda, non ha alcuna intenzione di guadagnare una ricompensa, nel suo ragionamento non c’è alcun criterio utilitaristico, c’è solo la convinzione di dover e poter fare ancora qualcosa senza, tuttavia, sapere cosa.
A differenza di tutti i personaggi che il Vangelo di Marco ci ha presentato finora, quest’uomo non mette in luce né i suoi pregi né i suoi meriti, e noi non mettiamo in luce nessuna delle sue debolezze. Si avvicina a Gesù apparentemente con un certo distacco. È distaccato dalle sue azioni. Ed è questo che Gesù ama di lui, questo distacco dalle sue azioni, questo distacco che è potenzialmente un’apertura. Può piacerci, sì, questo modo di donarci alla vita, e di non aggrapparci a ciò che abbiamo già fatto. Possiamo amare questo, questo modo di interrogare la vita, e di essere pronti ad imparare, a scoprire.
Gesù “l’amò”.

L’ultimo comandamento – il dare tutto ciò che si ha (perché non si è ciò che si ha) è qualcosa che solo la santità può realizzare. Pensiamo a Francesco d’Assisi.
Eppure Gesù ama quest’uomo che, pur a buon punto, non è certo Francesco d’Assisi.
Questa volta se ne andrà. Ma il giorno dopo? O dieci giorni dopo? O vent’anni dopo?
Chi è ricco di denaro è colpito da questo comandamento, e non solo simbolicamente. Ma non possiamo pensare che, non essendo ricchi, non ci riguardi.
Sarà difficile per chi ha le ricchezze entrare nel Regno di Dio, dice Gesù.
Quali ricchezze?
Tutto ciò a cui siamo attaccati è troppo per entrare nel Regno.
Chi sa che solo Dio è buono, sa anche che solo per pura grazia sarà salvato, e quindi non sarà più attaccato alla sua conoscenza, alle sue ricchezze, alle sue opere. Vivrà per fede.
Il comando è impossibile? Eppure alcuni hanno obbedito, perché, in ultimo, la fede non è solo un sentimento.
Francesco d’Assisi si staccò dalla sua ricchezza. Il professor Paul Tillich prese posizione contro il nazismo, che gli valse, nel 1933, il licenziamento e l’esilio negli Stati Uniti. Il pastore Dietrich Bonhoeffer rinunciò a un dorato esilio negli USA e tornò in Germania, poco prima della guerra. Il comando c’era, e lo hanno attuato concretamente, fino alla fine. Lo hanno fatto, e anche altri, meno famosi.

Non è scritto che non ci sia salvezza per questo tale ricco del vangelo di Marco.
Né è scritto che non ce ne sia per i discepoli di Gesù. Li si vede affermare di aver lasciato tutto per seguirlo, ma trarre vantaggio da questa scelta non è ancora essere buoni, amare, credere fino in fondo.

Chi può essere salvato? Il verbo è al passivo: la salvezza può essere solo ricevuta.
Solo Dio è buono, insegna Gesù. Dio solo salva chi vuole salvare, insegna ancora.
E con ciò libera il credente dalla preoccupazione per la propria salvezza, e, io credo, lo libera perché possa liberamente amare, liberamente credere, liberamente obbedire.

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui

Avviso ai naviganti

Lasciate che i bambini vengano da me; non glielo vietate, perché il regno di Dio è per chi assomiglia a loro

6 ottobre 2024 – XXVII Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mc 10,2-16

L’essere umano è maschio e femmina e questo non dovrebbe sorprendere poiché vediamo una differenziazione simile in tutti gli esseri viventi. 
Eppure, a pensarci bene, cosa c’è di più sorprendente? Questo “simile”, rappresentato dalla persona dell’altro sesso, è allo stesso tempo il “diverso”, al punto che è inutile fingere di capirlo fino in fondo.
Il risultato è un fascino non interamente frutto dell’attrazione sessuale, ma anche dell’attrazione del mistero.

Ciascuno sente vagamente che l’altro è qualcuno che “non è…”, che “non ha”…, di cui “non sono…”, di cui “non ho…”, ma in ogni caso, difficile da definire del tutto in forma positiva. E questo, secondo me, può creare una curiosità, amplificata dal bisogno del nuovo e, ovviamente, dall’attrazione sessuale. Fin qui niente di male: gli esseri umani “funzionano” proprio così, a vantaggio della loro magnifica capacità di adattamento all’ambiente.

Ciascuno dei due illustra per l’altro la differenza; ecco perché, per la fede cristiana, l’unione dell’uomo e della donna assume un significato teologico. Dio è il “totalmente altro” rispetto a tutto ciò che noi esseri umani siamo o possiamo essere e l’unione con questo totalmente altro è il desiderio di fondo che anima la vita. La differenza e, insieme, il bisogno di unità perché la vita viva, costituiscono la dinamica dell’amore e questo vale sia per la relazione dell’essere umano con Dio, che per la relazione tra l’uomo e la donna: vediamo in essa un “sacramento”, cioè un segno riconoscibile di ciò che sta accadendo tra Dio e noi.

Il Nuovo Testamento allargherà il concetto parlando in termini matrimoniali dell’unione di Cristo con la Chiesa, e infine con l’umanità. È allora che l’Alleanza assume il suo significato ultimo e che l’amore si rivela come il segreto del nostro rapporto con Dio e con il prossimo. Si tratta di amore, non di fusione che tende a cancellare le differenze, ma dono di sé, perché l’altro sia libero, a sua volta, di amare. La reciprocità delle intenzioni rende possibile l’unità della coppia.
Certamente, l’unità della coppia rappresenta un ideale molto ampio e alto.

Nel versetto 12 del Vangelo di oggi, Gesù parla anche del ripudio del marito da parte della moglie. Un’aggiunta, neanche lontanamente contemplata dall’Antico Testamento, che susciterà le parole di Paolo: “Non c’è né uomo, né donna”. La formula va intesa, in particolare, in riferimento allo stato sociale: l’intera vicenda biblica si articola nell’ambito di una cultura patriarcale, ma la attraversa per oltrepassarla; con tutta evidenza, ad oggi, non abbiamo ancora assimilato le tappe dell’intero percorso, ancora incompiuto.
L’uomo e la donna sono posti da Gesù sullo stesso piano, in forza di una legge che egli non fa risalire a Mosè, ma “al principio”.  Non si tratta di una prescrizione dipendente da una religione o da una cultura, ma della natura stessa dell’essere umano, che nessuna prescrizione legale può cancellare, magari allo scopo di attutire le sofferenze derivanti dai conflitti di coppia per una sola delle parti in gioco. Non si può fare giustizia, prendendo a criterio una sorta di “diseguaglianza legalizzata”. L’essere umano comincia ad esistere per sempre quando entra in relazione. Di più: da solo, in sé, è relativo, nel senso letterale del termine: l’essere umano è, perché “in connessione con…”.
Genesi 2 dà esplicitamente la parola all’uomo solo quando incontra la donna: “Allora l’uomo disse: «Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa. La si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta»”. Il versetto è basato sulla somiglianza del suono tra i due termini che in ebraico indicano rispettivamente “uomo” e “donna”.

Quanto appena detto, forse, aiuta a capire meglio perché la Chiesa mantenga saldo il principio dell’indissolubilità del matrimonio. Si tratta di rendersi conto che il rapporto dell’essere umano con la vita è il suo rapporto con Dio, si tratta di un’unica, identica cosa.  

Quando nasce l’amore tra un uomo e una donna, il più delle volte è un “amore ingenuo” o, se si vuole, “nativo”. L’euforia iniziale, che non vede altro all’infuori dell’amato, può celare zone d’ombra che s’annidano nel vissuto personale. Riguarda tutti, indistintamente; se all’euforia iniziale segue la delusione e il conflitto, è segno che l’ipotetico dono di sé si sostanzia soprattutto delle proprie delusioni e frustrazioni. In questo caso è facile scoprire delle zone di “non-amore”. Al contrario, Se al termine dell’euforia iniziale, si riesce ad amare anche le ferite dell’altro, allora entriamo veramente nella dinamica dell’amore che si costruisce e si rinnova giorno dopo giorno. Si badi: non si tratta di un contratto di mutuo soccorso, ma un tempo della vita nel quale si prende la decisione di fare del proprio dono di sé una fonte di consolazione e gioia per l’altro. Allora ci sarà sempre un altro con noi a guidarci: “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome…

Le forme di amore fragile che tendono a “divergere”, a volgersi altrove, a distogliere il volto dalla decisione una volta presa, sono comunque sempre segno di sofferenza, cui è necessario a mio avviso, rispondere con un “di più” di amore, non con un “di meno”, e una Chiesa amorevole e accogliente non può chiudere il porto a dei naviganti che rischiano di naufragare durante una tempesta in mare aperto.

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui

Posta in gioco

29 settembre 2024 – XXVI Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mc 9,38-43.45.47-48

Gli ultimi cinque versetti, letterariamente, sono un’iperbole, ma indicano anche la stabilità di una decisione già presa: Gesù si arrende agli uomini. È la sua decisione, la decisione della sua fede, la decisione della sua vita.
E noi? Come ci rapportiamo a questi cinque versetti?

Sappiamo che nel corso della storia, in nome di una certa interpretazione letterale, alcuni si sono orribilmente mortificati, hanno fatto orrori contro se stessi, fino a scandalizzare il prossimo; altri, invece, sono stati terribilmente mortificati; Gesù parlava di vita e si è arrivati a predicare la “mortificazione”.

Sappiamo anche che nel corso della storia c’è chi si è arricchito insegnando ai propri seguaci a privarsi di tutto, non privandosi personalmente di nulla. 

Sappiamo anche che, alla luce di questi versetti, alcuni hanno preso decisioni serie e hanno agito in conformità con il Vangelo, hanno offerto il loro benessere e la loro sicurezza, hanno perso la loro reputazione e dato la loro vita.

Questi versetti fanno parte delle Sacre Scritture. 

Non possiamo escluderli dal nostro orizzonte.
Ma nemmeno possiamo predicarli senza interpretarli seriamente.
In questi versetti lo stesso verbo si ripete quattro volte: secondo le traduzioni “scandalizzare” – proprio simile alla forma greca anche come suono della parola – o “inciampare” o “far cadere nel peccato”.
Quale comportamento potrebbe ferire “uno di quei piccoli che credono”, qualcuno il cui unico bene sia la vita, che non abbia altro e che non si aspetti altro. Deve trattarsi di quei “bambini” o di quei “piccoli” di cui parlava il vangelo di domenica scorsa. “Essere piccoli” e “credere” sono due espressioni che quasi si sovrappongono. I piccoli, per ringraziarti del bene che ricevono, non hanno altro da offrire se non il loro sguardo e il loro sorriso. Ostacolare un piccolo significa ferire chi chiede solo di vivere. Evito di usare l’espressione “far cadere nel peccato” o il verbo “scandalizzare” per non rischiare un malinteso: si può essere formalmente corretti e gentili e, allo stesso tempo, ferire profondamente un altro. In effetti, la lingua greca suggerisce l’idea della “trappola”, dell’“ostacolo sulla strada”, che blocca o ritarda, fa inciampare, cadere, procura ferite e/o dolore. Se ci comportiamo in maniera tale da togliere a qualcuno la fede, appunto, lo priviamo della vita e della speranza, specialmente se è fragile, se è, appunto, un “piccolo”.

Questi versetti sono una sfida radicale. 

A volte distogliamo lo sguardo, volontariamente, a volte ci capita di non vedere nulla, involontariamente; del resto il tenore di vita medio dell’intero Occidente non permette di sperimentare i dettagli della miseria del resto del mondo e, purtroppo, spesso induce anche a ignorare totalmente chi ci passa accanto, perfino di un parente, di un vicino: non sappiamo cosa gli frulli nella testa e nel cuore. Chi può dire che non gli è mai capitato?
Bene, allora, se il rischio che corriamo non è “solo” di perdere la vita, ma di farla perdere ad un altro, allora sì: sarebbe preferibile finire in mare con una pietra al collo…
Prendiamo il testo esattamente come un’iperbole: se non senti il richiamo della vita che non finisce, se non ci credi e la ostacoli, sarebbe meglio che la tua esistenza si concludesse subito, perché tanto sei già morto. Suona duro? Lo è. Ma almeno esercitiamo l’intelligenza. Continuiamo a leggere. Prendiamo il testo per quello che è: se perdo una mano, prima di dare una coltellata a qualcuno sarà molto meglio per me e per lui. Vero.

Se perdo un piede prima di scaraventare qualcuno nell’abisso con un calcio, è molto meglio per me e per lui. Vero.
Se perdo la vista prima di colpire la mia vittima designata, sarà meglio per me e per lei. Vero.
Le mie mani, i miei piedi e i miei occhi sono dei miei rappresentanti, sono il mio potere personale di agire. Occorre pensare PRIMA di agire e decidere COME usarli, cosa che il mondo contemporaneo sembra dover di nuovo imparare da capo.
La passione viscerale, la furia che brucia il tempo di un istante, quella del “sangue agli occhi”, per intenderci, il raptus che ci rende proni all’istinto brutale passa esattamente attraverso le mani, i piedi e gli occhi. Privandoci irrimediabilmente della libertà.

Se la cronaca nera è piena di tanti orrori è perché abbiamo smesso di insegnare tutto questo, probabilmente ritenendolo non più necessario. Come se improvvisamente avessimo cominciato a considerare l’uomo contemporaneo un animale addomesticato, ubbidiente, mite e mansueto.

Perché saremmo nati con mani, piedi e occhi? Interrogarsi su questo è ciò che ci viene proposto oggi. A noi decidere che farne, questo è quanto. In caso – continuando l’iperbole – bastano anche un solo piede, una sola mano e un solo occhio, forse ci accorgeremmo di aver bisogno di qualcuno che ci aiuto…Un po’ di lentezza, del resto, ci sarà utile, il bastone che dovremo impugnare per muoverci occuperà degnamente la mano rimasta e se, per caso, decidessimo di dare o ricevere qualcosa dovremo sederci, lasciare andare il bastone e fermarci con lo sguardo negli occhi dell’altro. Questo insegnano anche le storielle di saggezza di culture, come si vede, non poi così distanti dalla nostra.
Sarebbe molto, molto meglio, se possibile, conservare due occhi per apprezzare i rilievi e le distanze, per distinguere correttamente i dettagli, valutare l’aspetto, capire cosa desideriamo e cosa no, che valore ha ciò che ci si para davanti.

Dopo tutto questo, dopo una nuova ri-educazione all’amore, forse saremo abbastanza fragili, abbastanza “piccoli”, per entrare nella vita. E mai da soli.

La lezione di questo testo è insopportabile? 
Pazienza, la posta in gioco è molto alta, nessuno ha mai negato che ci vuole un po’ di coraggio.

Il Vangelo è esigente, il Vangelo è azione, il Vangelo è promessa. Chi sceglie di entrare nella vita che non finisce, la riceve e, proprio perché la riceve, non è da solo.

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui

Argini

Chiunque riceve uno di questi bambini nel nome mio, riceve me

22 settembre 2024 – XXV Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mc 9,30-37

Sappiamo bene come fare cose sbagliate, un po’ meno bene come fare cose giuste. Prova ne siano gli orrori, di cui siamo costretti a restare informati, della cronaca nera recente e delle stragi di guerra.
Si capisce cosa voglia dire Gesù quando dichiara che di lì a poco lo uccideranno?
Lo capiamo cosa voglia veramente dire quando, per esempio, ascoltiamo alla TV che un’intera famiglia è stata sterminata dalla furia omicida di un parente, di un figlio?
Come diceva Edgar Morin, occorre dotarsi di un pensiero capace di comprendere quanto siano accecanti il manicheismo assoluto, le propagande menzognere, le criminalizzazioni non solo degli eserciti, ma anche dei popoli nemici, e i deliri e le illusioni sempre rinnovate degli individui (in “Di guerra in guerra”, 2023). C’è qualcosa di perverso nelle notizie di cronaca nera, battenti come la pioggia sui vetri: non bagnano, sono solo spettacolo. Il problema è sempre lo stesso: gli uomini si chiedono, nel frattempo, chi sia il migliore. Intanto dilaga la violenza planetaria. Intanto la guerra (le guerre) accadono in un tempo (il nostro, ora) in cui ovunque domina un pensiero incapace di concepire la complessità dei fenomeni, un pensiero lineare, meccanicista che frammenta ciò che nella realtà è strettamente connesso (cfr Morin, op. cit.). Occorre costruire argini contro la barbarie del pensiero semplificato.

2000 anni fa si era cominciato a costruire un’argine d’amore contro la barbarie, ma a chi si presentava come la sostanza stessa di cui era costituito questo argine, preferirono un delinquente. Il Nazareno, che mise il suo corpo ad argine della violenza altrui, era un visionario, parlava di risurrezione. Ma i pescatori che camminavano – sotto il sole – sulla strada verso Cafarnao, avevano seguito quell’uomo che aveva reciso in se stesso la barbarie caina. L’avrebbero ucciso, sì, e senza altra colpa che quella di aver messo a nudo lo spettacolo ipocrita di cui si nutrivano i più, ma lui sarebbe risorto. Non solo. Dichiarava che tutti erano destinati a risorgere, salvati dalla barbarie.
Un vero e proprio sogno? Se non ci crediamo, è solo perché noi stessi non ci sentiamo i migliori, ma sappiamo anche che, in fondo, in fondo, avremmo le stesse possibilità di delinquere di Caino, se non avessimo solidi argini d’amore.

“Ma com’è questa storia della risurrezione?” – Avrebbero potuto chiedersi i discepoli, piuttosto che discutere infantilmente di successione o cose simili. Certo, talvolta mi stupiscono, ma non vorrei correre il rischio di sentirmi migliore di loro, più grande, più adulto: una vera e propria tentazione. –
Il fatto è che, probabilmente, Gesù non li vedeva come uomini adulti, li vedeva come bambini. I bambini non sanno quello che fanno per definizione. Possono commettere gli atti più scellerati, senza la minima esitazione, per poi ritrovarsi in fondo a un inferno senza uscita un minuto dopo. Proviamo a guardare gli altri come fossero bambini: non buoni, solo bambini, praticamente irresponsabili. Se uno non è malato, ai bambini si vuole bene. La gente farebbe follie per un cane o per un gatto, non mi dite che odiate i bambini. Solo i bambini possono essere sopportati e anche amati per quello che sono. Come i discepoli da Gesù, anche se discutono di fesserie dannose.
Come noi siamo sopportati, del resto, anche quando diciamo e facciamo fesserie da tutti quelli che ci vogliono davvero bene: è come se una parte – anche piccola piccola – del loro cuore fosse abitata dal Nazareno.
I discepoli non comprendono nulla, lo dice Marco. Hanno paura di chiedere. La faccenda è talmente enorme che i bambini non la “reggono”. Loro possono solo chiedersi chi è il migliore, e come si farà a sostenere un’eredità così enorme. Anzi, parliamoci chiaro: chi è il primo? Chi è che comanderà?
Voi capite che in una situazione antropologica simile, la distruzione sistematica di ogni valore evangelico da parte della società cosiddetta civile rischia di diventare un danno irreversibile.
In realtà, oggi, superare il prossimo, occupare il primo posto, primeggiare in tutto, nasce dalla curiosità di sapere se siamo vivi o meno. Altro che risorti! Mai nati! Ma si fa sempre in tempo…
Tramontano le classiche spiegazioni della psicologia ancora troppo “perbeniste”: non si desidera primeggiare per un bisogno di convalida del proprio valore, della paura del proprio vuoto, della propria fragilità. Anche nel male si vuole primeggiare, ma chi lo fa, lo fa per sapere se è ancora vivo, se tutta l’estraneità del mondo circostante sia sogno o realtà. Di una fanciulla che compie, secondo tutte le apparenze, un doppio infanticidio dei propri figli si dice che è “impenetrabile”.
Barbarie. Dentro un mondo che non accetta di amare, né di essere amato.

D’altronde Caino fu buttato di sotto proprio perché era un efferato criminale. Vestito di pelli di animali, ricorda quei primi tremendi esemplari di homo sapiens, alle prese con tutto un mondo estremo da addomesticare. Se in quella condizione psicologica ti ci trovi oggi, trentamila anni dopo – e l’ambiente circostante non può essere spettatore ignaro e dirsi stupefatto dell’accaduto più di tanto – forse vai ad ammazzare tutti quelli che vedi per strada.
Non dimentichiamo che Genesi 3 presenta il peccato dell’uomo come l’ambizione di diventare “come Dio”, che il primo omicidio, quello di Abele da parte di Caino, è attribuito alla gelosia e che Marco 15,10 dice che Pilato capisce come i sommi sacerdoti vogliano morto Gesù per invidia.
L’ambizione per il primo posto, anche nel male, l’assoluto desiderio di essere arbitri di se stessi, ivi compreso del proprio corpo e dell’altrui corpo, ci lascia soli con noi stessi; gli altri diventano semplici strumenti da utilizzare per la nostra elevazione. Chiusi nel cerchio dell’interesse esclusivo per noi stessi, non sappiamo più che possiamo essere veramente noi stessi solo attraverso le relazioni con gli altri, relazioni positive, perché se le facciamo diventare negative, facciamo un salto all’inferno in anticipo.
L’invito pressante, dunque, non è a diventare bambini, ma ad avere cura del nostro prossimo come ne avremmo (normalmente) di un bambino. Non si può confondere l’infanzia con l’innocenza. Resta il fatto che il bambino è l’essere umano nella sua apertura: incompiuto. La vita è lì davanti. Ha bisogno di speranza, di fiducia nel futuro. E chi può darla a un bambino?
Gesù, secondo Marco, non parla della necessità di tornare all’apertura e alla confidenza dell’infanzia, invita ad accogliere nel suo nome chi può contare “solo” su di Lui.
Accogliere un bambino per quello che è, accogliere chi ha “solo” Dio a sostenerlo, è accogliere direttamente Dio. Unica via di salvezza possibile.
Solo Dio, d’altronde, ha il potere di togliere il suo sostegno a chicchessia.

Uomini rivestiti di pelli con la clava in mano, “il frutto della giustizia si semina nella pace per coloro che si adoperano per la pace”.

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui