Avviso ai naviganti

Lasciate che i bambini vengano da me; non glielo vietate, perché il regno di Dio è per chi assomiglia a loro

6 ottobre 2024 – XXVII Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mc 10,2-16

L’essere umano è maschio e femmina e questo non dovrebbe sorprendere poiché vediamo una differenziazione simile in tutti gli esseri viventi. 
Eppure, a pensarci bene, cosa c’è di più sorprendente? Questo “simile”, rappresentato dalla persona dell’altro sesso, è allo stesso tempo il “diverso”, al punto che è inutile fingere di capirlo fino in fondo.
Il risultato è un fascino non interamente frutto dell’attrazione sessuale, ma anche dell’attrazione del mistero.

Ciascuno sente vagamente che l’altro è qualcuno che “non è…”, che “non ha”…, di cui “non sono…”, di cui “non ho…”, ma in ogni caso, difficile da definire del tutto in forma positiva. E questo, secondo me, può creare una curiosità, amplificata dal bisogno del nuovo e, ovviamente, dall’attrazione sessuale. Fin qui niente di male: gli esseri umani “funzionano” proprio così, a vantaggio della loro magnifica capacità di adattamento all’ambiente.

Ciascuno dei due illustra per l’altro la differenza; ecco perché, per la fede cristiana, l’unione dell’uomo e della donna assume un significato teologico. Dio è il “totalmente altro” rispetto a tutto ciò che noi esseri umani siamo o possiamo essere e l’unione con questo totalmente altro è il desiderio di fondo che anima la vita. La differenza e, insieme, il bisogno di unità perché la vita viva, costituiscono la dinamica dell’amore e questo vale sia per la relazione dell’essere umano con Dio, che per la relazione tra l’uomo e la donna: vediamo in essa un “sacramento”, cioè un segno riconoscibile di ciò che sta accadendo tra Dio e noi.

Il Nuovo Testamento allargherà il concetto parlando in termini matrimoniali dell’unione di Cristo con la Chiesa, e infine con l’umanità. È allora che l’Alleanza assume il suo significato ultimo e che l’amore si rivela come il segreto del nostro rapporto con Dio e con il prossimo. Si tratta di amore, non di fusione che tende a cancellare le differenze, ma dono di sé, perché l’altro sia libero, a sua volta, di amare. La reciprocità delle intenzioni rende possibile l’unità della coppia.
Certamente, l’unità della coppia rappresenta un ideale molto ampio e alto.

Nel versetto 12 del Vangelo di oggi, Gesù parla anche del ripudio del marito da parte della moglie. Un’aggiunta, neanche lontanamente contemplata dall’Antico Testamento, che susciterà le parole di Paolo: “Non c’è né uomo, né donna”. La formula va intesa, in particolare, in riferimento allo stato sociale: l’intera vicenda biblica si articola nell’ambito di una cultura patriarcale, ma la attraversa per oltrepassarla; con tutta evidenza, ad oggi, non abbiamo ancora assimilato le tappe dell’intero percorso, ancora incompiuto.
L’uomo e la donna sono posti da Gesù sullo stesso piano, in forza di una legge che egli non fa risalire a Mosè, ma “al principio”.  Non si tratta di una prescrizione dipendente da una religione o da una cultura, ma della natura stessa dell’essere umano, che nessuna prescrizione legale può cancellare, magari allo scopo di attutire le sofferenze derivanti dai conflitti di coppia per una sola delle parti in gioco. Non si può fare giustizia, prendendo a criterio una sorta di “diseguaglianza legalizzata”. L’essere umano comincia ad esistere per sempre quando entra in relazione. Di più: da solo, in sé, è relativo, nel senso letterale del termine: l’essere umano è, perché “in connessione con…”.
Genesi 2 dà esplicitamente la parola all’uomo solo quando incontra la donna: “Allora l’uomo disse: «Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa. La si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta»”. Il versetto è basato sulla somiglianza del suono tra i due termini che in ebraico indicano rispettivamente “uomo” e “donna”.

Quanto appena detto, forse, aiuta a capire meglio perché la Chiesa mantenga saldo il principio dell’indissolubilità del matrimonio. Si tratta di rendersi conto che il rapporto dell’essere umano con la vita è il suo rapporto con Dio, si tratta di un’unica, identica cosa.  

Quando nasce l’amore tra un uomo e una donna, il più delle volte è un “amore ingenuo” o, se si vuole, “nativo”. L’euforia iniziale, che non vede altro all’infuori dell’amato, può celare zone d’ombra che s’annidano nel vissuto personale. Riguarda tutti, indistintamente; se all’euforia iniziale segue la delusione e il conflitto, è segno che l’ipotetico dono di sé si sostanzia soprattutto delle proprie delusioni e frustrazioni. In questo caso è facile scoprire delle zone di “non-amore”. Al contrario, Se al termine dell’euforia iniziale, si riesce ad amare anche le ferite dell’altro, allora entriamo veramente nella dinamica dell’amore che si costruisce e si rinnova giorno dopo giorno. Si badi: non si tratta di un contratto di mutuo soccorso, ma un tempo della vita nel quale si prende la decisione di fare del proprio dono di sé una fonte di consolazione e gioia per l’altro. Allora ci sarà sempre un altro con noi a guidarci: “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome…

Le forme di amore fragile che tendono a “divergere”, a volgersi altrove, a distogliere il volto dalla decisione una volta presa, sono comunque sempre segno di sofferenza, cui è necessario a mio avviso, rispondere con un “di più” di amore, non con un “di meno”, e una Chiesa amorevole e accogliente non può chiudere il porto a dei naviganti che rischiano di naufragare durante una tempesta in mare aperto.

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Posta in gioco

29 settembre 2024 – XXVI Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mc 9,38-43.45.47-48

Gli ultimi cinque versetti, letterariamente, sono un’iperbole, ma indicano anche la stabilità di una decisione già presa: Gesù si arrende agli uomini. È la sua decisione, la decisione della sua fede, la decisione della sua vita.
E noi? Come ci rapportiamo a questi cinque versetti?

Sappiamo che nel corso della storia, in nome di una certa interpretazione letterale, alcuni si sono orribilmente mortificati, hanno fatto orrori contro se stessi, fino a scandalizzare il prossimo; altri, invece, sono stati terribilmente mortificati; Gesù parlava di vita e si è arrivati a predicare la “mortificazione”.

Sappiamo anche che nel corso della storia c’è chi si è arricchito insegnando ai propri seguaci a privarsi di tutto, non privandosi personalmente di nulla. 

Sappiamo anche che, alla luce di questi versetti, alcuni hanno preso decisioni serie e hanno agito in conformità con il Vangelo, hanno offerto il loro benessere e la loro sicurezza, hanno perso la loro reputazione e dato la loro vita.

Questi versetti fanno parte delle Sacre Scritture. 

Non possiamo escluderli dal nostro orizzonte.
Ma nemmeno possiamo predicarli senza interpretarli seriamente.
In questi versetti lo stesso verbo si ripete quattro volte: secondo le traduzioni “scandalizzare” – proprio simile alla forma greca anche come suono della parola – o “inciampare” o “far cadere nel peccato”.
Quale comportamento potrebbe ferire “uno di quei piccoli che credono”, qualcuno il cui unico bene sia la vita, che non abbia altro e che non si aspetti altro. Deve trattarsi di quei “bambini” o di quei “piccoli” di cui parlava il vangelo di domenica scorsa. “Essere piccoli” e “credere” sono due espressioni che quasi si sovrappongono. I piccoli, per ringraziarti del bene che ricevono, non hanno altro da offrire se non il loro sguardo e il loro sorriso. Ostacolare un piccolo significa ferire chi chiede solo di vivere. Evito di usare l’espressione “far cadere nel peccato” o il verbo “scandalizzare” per non rischiare un malinteso: si può essere formalmente corretti e gentili e, allo stesso tempo, ferire profondamente un altro. In effetti, la lingua greca suggerisce l’idea della “trappola”, dell’“ostacolo sulla strada”, che blocca o ritarda, fa inciampare, cadere, procura ferite e/o dolore. Se ci comportiamo in maniera tale da togliere a qualcuno la fede, appunto, lo priviamo della vita e della speranza, specialmente se è fragile, se è, appunto, un “piccolo”.

Questi versetti sono una sfida radicale. 

A volte distogliamo lo sguardo, volontariamente, a volte ci capita di non vedere nulla, involontariamente; del resto il tenore di vita medio dell’intero Occidente non permette di sperimentare i dettagli della miseria del resto del mondo e, purtroppo, spesso induce anche a ignorare totalmente chi ci passa accanto, perfino di un parente, di un vicino: non sappiamo cosa gli frulli nella testa e nel cuore. Chi può dire che non gli è mai capitato?
Bene, allora, se il rischio che corriamo non è “solo” di perdere la vita, ma di farla perdere ad un altro, allora sì: sarebbe preferibile finire in mare con una pietra al collo…
Prendiamo il testo esattamente come un’iperbole: se non senti il richiamo della vita che non finisce, se non ci credi e la ostacoli, sarebbe meglio che la tua esistenza si concludesse subito, perché tanto sei già morto. Suona duro? Lo è. Ma almeno esercitiamo l’intelligenza. Continuiamo a leggere. Prendiamo il testo per quello che è: se perdo una mano, prima di dare una coltellata a qualcuno sarà molto meglio per me e per lui. Vero.

Se perdo un piede prima di scaraventare qualcuno nell’abisso con un calcio, è molto meglio per me e per lui. Vero.
Se perdo la vista prima di colpire la mia vittima designata, sarà meglio per me e per lei. Vero.
Le mie mani, i miei piedi e i miei occhi sono dei miei rappresentanti, sono il mio potere personale di agire. Occorre pensare PRIMA di agire e decidere COME usarli, cosa che il mondo contemporaneo sembra dover di nuovo imparare da capo.
La passione viscerale, la furia che brucia il tempo di un istante, quella del “sangue agli occhi”, per intenderci, il raptus che ci rende proni all’istinto brutale passa esattamente attraverso le mani, i piedi e gli occhi. Privandoci irrimediabilmente della libertà.

Se la cronaca nera è piena di tanti orrori è perché abbiamo smesso di insegnare tutto questo, probabilmente ritenendolo non più necessario. Come se improvvisamente avessimo cominciato a considerare l’uomo contemporaneo un animale addomesticato, ubbidiente, mite e mansueto.

Perché saremmo nati con mani, piedi e occhi? Interrogarsi su questo è ciò che ci viene proposto oggi. A noi decidere che farne, questo è quanto. In caso – continuando l’iperbole – bastano anche un solo piede, una sola mano e un solo occhio, forse ci accorgeremmo di aver bisogno di qualcuno che ci aiuto…Un po’ di lentezza, del resto, ci sarà utile, il bastone che dovremo impugnare per muoverci occuperà degnamente la mano rimasta e se, per caso, decidessimo di dare o ricevere qualcosa dovremo sederci, lasciare andare il bastone e fermarci con lo sguardo negli occhi dell’altro. Questo insegnano anche le storielle di saggezza di culture, come si vede, non poi così distanti dalla nostra.
Sarebbe molto, molto meglio, se possibile, conservare due occhi per apprezzare i rilievi e le distanze, per distinguere correttamente i dettagli, valutare l’aspetto, capire cosa desideriamo e cosa no, che valore ha ciò che ci si para davanti.

Dopo tutto questo, dopo una nuova ri-educazione all’amore, forse saremo abbastanza fragili, abbastanza “piccoli”, per entrare nella vita. E mai da soli.

La lezione di questo testo è insopportabile? 
Pazienza, la posta in gioco è molto alta, nessuno ha mai negato che ci vuole un po’ di coraggio.

Il Vangelo è esigente, il Vangelo è azione, il Vangelo è promessa. Chi sceglie di entrare nella vita che non finisce, la riceve e, proprio perché la riceve, non è da solo.

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Argini

Chiunque riceve uno di questi bambini nel nome mio, riceve me

22 settembre 2024 – XXV Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mc 9,30-37

Sappiamo bene come fare cose sbagliate, un po’ meno bene come fare cose giuste. Prova ne siano gli orrori, di cui siamo costretti a restare informati, della cronaca nera recente e delle stragi di guerra.
Si capisce cosa voglia dire Gesù quando dichiara che di lì a poco lo uccideranno?
Lo capiamo cosa voglia veramente dire quando, per esempio, ascoltiamo alla TV che un’intera famiglia è stata sterminata dalla furia omicida di un parente, di un figlio?
Come diceva Edgar Morin, occorre dotarsi di un pensiero capace di comprendere quanto siano accecanti il manicheismo assoluto, le propagande menzognere, le criminalizzazioni non solo degli eserciti, ma anche dei popoli nemici, e i deliri e le illusioni sempre rinnovate degli individui (in “Di guerra in guerra”, 2023). C’è qualcosa di perverso nelle notizie di cronaca nera, battenti come la pioggia sui vetri: non bagnano, sono solo spettacolo. Il problema è sempre lo stesso: gli uomini si chiedono, nel frattempo, chi sia il migliore. Intanto dilaga la violenza planetaria. Intanto la guerra (le guerre) accadono in un tempo (il nostro, ora) in cui ovunque domina un pensiero incapace di concepire la complessità dei fenomeni, un pensiero lineare, meccanicista che frammenta ciò che nella realtà è strettamente connesso (cfr Morin, op. cit.). Occorre costruire argini contro la barbarie del pensiero semplificato.

2000 anni fa si era cominciato a costruire un’argine d’amore contro la barbarie, ma a chi si presentava come la sostanza stessa di cui era costituito questo argine, preferirono un delinquente. Il Nazareno, che mise il suo corpo ad argine della violenza altrui, era un visionario, parlava di risurrezione. Ma i pescatori che camminavano – sotto il sole – sulla strada verso Cafarnao, avevano seguito quell’uomo che aveva reciso in se stesso la barbarie caina. L’avrebbero ucciso, sì, e senza altra colpa che quella di aver messo a nudo lo spettacolo ipocrita di cui si nutrivano i più, ma lui sarebbe risorto. Non solo. Dichiarava che tutti erano destinati a risorgere, salvati dalla barbarie.
Un vero e proprio sogno? Se non ci crediamo, è solo perché noi stessi non ci sentiamo i migliori, ma sappiamo anche che, in fondo, in fondo, avremmo le stesse possibilità di delinquere di Caino, se non avessimo solidi argini d’amore.

“Ma com’è questa storia della risurrezione?” – Avrebbero potuto chiedersi i discepoli, piuttosto che discutere infantilmente di successione o cose simili. Certo, talvolta mi stupiscono, ma non vorrei correre il rischio di sentirmi migliore di loro, più grande, più adulto: una vera e propria tentazione. –
Il fatto è che, probabilmente, Gesù non li vedeva come uomini adulti, li vedeva come bambini. I bambini non sanno quello che fanno per definizione. Possono commettere gli atti più scellerati, senza la minima esitazione, per poi ritrovarsi in fondo a un inferno senza uscita un minuto dopo. Proviamo a guardare gli altri come fossero bambini: non buoni, solo bambini, praticamente irresponsabili. Se uno non è malato, ai bambini si vuole bene. La gente farebbe follie per un cane o per un gatto, non mi dite che odiate i bambini. Solo i bambini possono essere sopportati e anche amati per quello che sono. Come i discepoli da Gesù, anche se discutono di fesserie dannose.
Come noi siamo sopportati, del resto, anche quando diciamo e facciamo fesserie da tutti quelli che ci vogliono davvero bene: è come se una parte – anche piccola piccola – del loro cuore fosse abitata dal Nazareno.
I discepoli non comprendono nulla, lo dice Marco. Hanno paura di chiedere. La faccenda è talmente enorme che i bambini non la “reggono”. Loro possono solo chiedersi chi è il migliore, e come si farà a sostenere un’eredità così enorme. Anzi, parliamoci chiaro: chi è il primo? Chi è che comanderà?
Voi capite che in una situazione antropologica simile, la distruzione sistematica di ogni valore evangelico da parte della società cosiddetta civile rischia di diventare un danno irreversibile.
In realtà, oggi, superare il prossimo, occupare il primo posto, primeggiare in tutto, nasce dalla curiosità di sapere se siamo vivi o meno. Altro che risorti! Mai nati! Ma si fa sempre in tempo…
Tramontano le classiche spiegazioni della psicologia ancora troppo “perbeniste”: non si desidera primeggiare per un bisogno di convalida del proprio valore, della paura del proprio vuoto, della propria fragilità. Anche nel male si vuole primeggiare, ma chi lo fa, lo fa per sapere se è ancora vivo, se tutta l’estraneità del mondo circostante sia sogno o realtà. Di una fanciulla che compie, secondo tutte le apparenze, un doppio infanticidio dei propri figli si dice che è “impenetrabile”.
Barbarie. Dentro un mondo che non accetta di amare, né di essere amato.

D’altronde Caino fu buttato di sotto proprio perché era un efferato criminale. Vestito di pelli di animali, ricorda quei primi tremendi esemplari di homo sapiens, alle prese con tutto un mondo estremo da addomesticare. Se in quella condizione psicologica ti ci trovi oggi, trentamila anni dopo – e l’ambiente circostante non può essere spettatore ignaro e dirsi stupefatto dell’accaduto più di tanto – forse vai ad ammazzare tutti quelli che vedi per strada.
Non dimentichiamo che Genesi 3 presenta il peccato dell’uomo come l’ambizione di diventare “come Dio”, che il primo omicidio, quello di Abele da parte di Caino, è attribuito alla gelosia e che Marco 15,10 dice che Pilato capisce come i sommi sacerdoti vogliano morto Gesù per invidia.
L’ambizione per il primo posto, anche nel male, l’assoluto desiderio di essere arbitri di se stessi, ivi compreso del proprio corpo e dell’altrui corpo, ci lascia soli con noi stessi; gli altri diventano semplici strumenti da utilizzare per la nostra elevazione. Chiusi nel cerchio dell’interesse esclusivo per noi stessi, non sappiamo più che possiamo essere veramente noi stessi solo attraverso le relazioni con gli altri, relazioni positive, perché se le facciamo diventare negative, facciamo un salto all’inferno in anticipo.
L’invito pressante, dunque, non è a diventare bambini, ma ad avere cura del nostro prossimo come ne avremmo (normalmente) di un bambino. Non si può confondere l’infanzia con l’innocenza. Resta il fatto che il bambino è l’essere umano nella sua apertura: incompiuto. La vita è lì davanti. Ha bisogno di speranza, di fiducia nel futuro. E chi può darla a un bambino?
Gesù, secondo Marco, non parla della necessità di tornare all’apertura e alla confidenza dell’infanzia, invita ad accogliere nel suo nome chi può contare “solo” su di Lui.
Accogliere un bambino per quello che è, accogliere chi ha “solo” Dio a sostenerlo, è accogliere direttamente Dio. Unica via di salvezza possibile.
Solo Dio, d’altronde, ha il potere di togliere il suo sostegno a chicchessia.

Uomini rivestiti di pelli con la clava in mano, “il frutto della giustizia si semina nella pace per coloro che si adoperano per la pace”.

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La vita salvata

«E voi, chi dite che io sia?»

15 settembre 2024 – XXIV Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mc 8,27-35

Tutti e quattro i Vangeli, e non solo quello di Marco, indicano l’inevitabile passaggio attraverso la croce. Non la vorremmo per noi stessi, quindi non la vogliamo neppure per Gesù. È proprio questa logica umana che il Nazareno rimprovera a Pietro. Nella vita cristiana tutto è da prendere, niente da lasciare, da preferire o da sistemare meglio. La tradizione ha assunto come tesoro i canti del servo del libro di Isaia (capitoli 49-52), il terzo dei quali è riportato nella prima lettura: ascoltando il suo Signore, il servo impara la fiducia, qualunque sia la sua sorte, per scoprire un Dio di consolazione. Per compiere il percorso della rivelazione e giungere all’alba della risurrezione, non è possibile saltare i passaggi che non ci piacciono.
Un insegnamento impopolare? Chi ha parlato così prima? È un altro modo per chiedersi chi sia stato veramente il Nazareno.
La teologia cerca di venirci in aiuto, dicendo che il Cristo è vero uomo e vero Dio. Detto questo, per noi cosa cambia? La domanda rivolta un giorno ai discepoli nei pressi di Cesarea di Filippo, è la stessa qui e oggi per tutti, ma è di altro ordine. Non si tratta di scoprire chi è il Nazareno in termini filosofici o teologici, si tratta di capire chi è veramente per noi, per ciascuno di noi. Forse non possiamo rispondere con i nostri buoni resti di catechismo, sembra inutile cercare sui libri la risposta che meglio si attagli alla nostra sensibilità.
Io credo che Gesù stesso si pose per primo la domanda cruciale sulla propria identità: vero uomo e vero Dio dovette trovare gradualmente la risposta in se stesso.
Molte persone vedono nel vangelo di questa domenica un Gesù maestro che verifica la conoscenza dei suoi discepoli; mi sembra riduttivo per i discepoli, che non erano studenti, ma soprattutto per il Nazareno. Allora, se non è una domanda scolastica, deve contenere un dubbio o almeno una curiosità: che pensa di me la gente?
Per uscire dall’incertezza, alcuni, pochi a dire la verità, pensano che Gesù sia un socratico, abile a risvegliare la saggezza nei suoi ascoltatori attraverso un gioco di domande e risposte. Di Socrate si dice che fosse molto poco attraente, ma intelligente, altruista, povero e al servizio della città. Dovremmo individuare i tratti da imitare di un discepolo socratico, nato cinque secoli dopo il suo maestro? Tanto varrebbe imitare Socrate… facendo dei dialoghi di Platone un nuovo vangelo.
Non sembra la mia strada e neanche una strada conveniente…
Personalmente credo che Gesù abbia posto ai suoi discepoli la questione per condividere con loro la domanda cruciale della sua esistenza: Chi lo abita, creando in lui una chiamata così potente da destare il continuo volgersi verso il Padre?
Immagino che questa domanda non sia estranea a nessuno di quelli che sperimentano una forte vocazione e non di tipo esclusivamente religioso. Da dove viene, per fare un solo esempio, la vocazione ineludibile a dedicarsi all’arte? Per il Cristo la vocazione è fare la volontà del Padre in vista della salvezza di ogni essere umano.
Già al momento del battesimo, aveva ascoltato ciò che sua madre gli diceva fin dall’infanzia: “Tu sei il figlio prediletto del Padre; hai tutto il suo favore”. Ma, dal punto di vista umano, cosa fare con questa parola? Gesù sente il bisogno di ascoltare la risposta degli uomini, dei fratelli, dei discepoli. Nella risposta di Pietro riconosce l’ispirazione divina. Dev’essere stata una svolta decisiva nella sua vita. Il passo successivo sarà la trasfigurazione. Sembra che gradualmente si lasci investire dalla pienezza della sua identità e dalla vocazione nella quale prende forma il resto della sua storia.
Tutto questo è magnifico e, allo stesso tempo, inquietante: mostra tutta la fragilità dell’uomo Gesù, la stupefacente umiltà nel lasciar emergere la domanda e, insieme il salto spirituale, in cui dubbio e curiosità svaniscono, dissipati dalle parole di Pietro.
Non è da tutti e non è sempre facile discernere nelle parole di un amico un’ispirazione divina; ci vuole una certa disposizione a lasciar penetrare in noi la luce, senza chiudere subito la porta delle nostre paure. Lo stesso Pietro, nonostante il riconoscimento della realtà davanti la quale si trova, viene rimproverato subito dopo, perchè non vuole accettare le conseguenze di quella realtà, credendo caso mai di poter “ammorbidire” la cosa.
A pensarci bene, il tentativo di Pietro, come al solito un po’ ingenuo, ma, in fin dei conti, animato dall’affetto per Gesù, è contraddittorio: se Pietro crede veramente nelle parole che ha pronunciato, non è possibile cambiare il progetto di Dio.

L’economia della salvezza non è rivedibile…

NB: in copertina una celebre opera di H. di Matisse: “La Gerbe”

Effatà

Egli ha fatto ogni cosa bene; i sordi li fa udire, e i muti li fa parlare

8 settembre 2024 – XXIII Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mc 7,31-37

Stilando un breve inventario delle cose che Gesù ha fatto bene fino a questo punto del racconto evangelico e meditando sull’entusiasmo della folla, mi chiedo perché si aggiunga che “fa udire i sordi e parlare i muti”, come fosse una conferma in senso assoluto del “fare bene ogni cosa”.
Gesù, finora, ha pregato, predicato, guarito, contestato usanze, ridotto al silenzio fini ragionatori, chiamato e inviato discepoli e… camminato anche sull’acqua…
Tutto quello che fa, lo fa bene, ma c’è un di più, c’è il potente effetto di quell’ “Effatà!”, che rende perfetta la sua azione.

Se ci viene affidato un compito, molti di noi cercano di farlo bene e alcuni sono anche capaci di fare bene ogni cosa. Non ci sarebbe niente di straordinario qui. Gesù, ovviamente dotato di notevoli potenzialità, decide di metterle al servizio dei suoi simili e lo fa nella misura delle sue infinite potenzialità. È chiaro che la folla è entusiasta, sebbene nel testo di oggi ci siano due elementi che suggeriscono di non adeguarsi a questo tipo di entusiasmo. Il primo è che Gesù consiglia di tacere, il secondo risiede proprio nell’aggiunta conclusiva dell’intera sequenza: “fa udire i sordi e parlare i muti”.
Il richiamo al silenzio è caratteristico del Vangelo di Marco, ma riguardo al secondo elemento quanto più Gesù raccomanda discrezione sulle sue opere, tanto più se ne parla.
La guarigione, però, sembra non essere il cuore né l’essenza del messaggio. Cristo compie miracoli non come qualsiasi taumaturgo. Anche oggi esistono “taumaturghi”, solo che li chiamiamo “medici”, “psicologi”, “amici” o “saggi”. Ci sono anche persone  tra i discepoli che pur non potendo guarire nessuno, “parlano”, nel senso che annunciano realmente e concretamente il Vangelo. Quando il testo aggiunge “fa udire i sordi e parlare i muti”, afferma l’essenza stessa del Vangelo, che è legata all’invito al silenzio. Nel senso che non è utile parlare delle guarigioni; è meglio ascoltare e solo dopo parlare.
Immaginiamo come sarebbe un mondo abitato esclusivamente da persone che non sentono e non parlano. Se abolissimo le parole, cosa resterebbe? L’immagine fissa, indiscutibile e incomunicabile di ogni elemento del nostro mondo individuale, sia esteriore che interiore.
L’uso della parola ci permette di dare un nome a ciò che vediamo, viviamo e a ciò che siamo. È ancora l’uso del linguaggio che permette di elaborare ogni nostro istinto, di pensare, di trasformare il reale, di scegliere se attendere o agire, di dire sì o no. Ed è ancora l’uso della parola che consente di chiedere, discutere, far valere, rendendolo pubblico, il nostro discorso. Da ultimo è la parola che consente l’avvicinamento progressivo da cui nascono gli incontri autentici. La parola fonda l’umanità nel riconoscimento di ogni cosa che la circonda e conduce alla presa di coscienza dell’alterità assoluta di ogni componente del mondo circostante.
A quest’alterità assoluta è possibile rapportarsi sostanzialmente in due modi: rivestendola del nostro personale vissuto e dunque dei nostri pregiudizi, oppure vedendola per quello che è. La seconda modalità è quasi impossibile senza quell’ “Effatà!”
Senza l’“Effatà!” ci ritroveremmo in un mondo popolato da tre categorie di persone: vittime, mistificatori e stupefatti, oppure – peggio – predatori, prede e complici, un mondo in cui sarebbe perennemente in atto il tentativo di distorsione della parola a vantaggio del proprio, individuale modo di pensare e di vivere e del proprio utile personale: un vero e proprio capovolgimento del messaggio evangelico.
Tuttavia, questa riflessione non è nuova nella Bibbia. Nel Deuteronomio s’insiste sul fatto che nessuna forma, nessuna immagine, nessun oggetto è visibile quando il Signore parla sull’Oreb (Sinai). Quando il Signore comunica la sua alleanza, la incide su tavole di pietra, ma non chiede di fare di quelle tavole un feticcio.  L’accento è posto sull’eternità del comando morale, garantito dalla forza della roccia sulla quale è scritto. D’altronde quello stesso materiale, così resistente, viene frantumato dall’ira di Mosè, proprio nel momento in cui Israele dà la prova di non saper essere fedele al suo Dio. Alla parola viva, alla legge dell’amore che esige il rispetto di ogni alterità, si preferisce il culto del vitello d’oro.
Non esiste nulla da adorare a vuoto, c’è da ascoltare, esaminare, pensare, dialogare, decidere, agire e ricominciare, dice la parola dell’alleanza. C’è da amare il creato del quale facciamo parte.
La fedeltà all’Alleanza è prima di tutto fedeltà all’ordine della parola tra gli uomini. Quindi, quando la folla del Vangelo di Marco afferma che Gesù “ha fatto tutto bene”, sta dicendo la verità, in relazione a tutte le grandi azioni compiute, ma quando conclude, dicendo che “fa udire i sordi e parlare i muti”, chiarisce l’essenza dell’Alleanza: udire quel che c’è da udire e poi parlare nella retta osservanza di quel che si è udito. In questo senso capiamo anche l’invito a tacere sui miracoli: che se ne farebbe il Creatore di gente attratta non dall’amore, ma solo dal miracolo? L’ “Effatà!”apre su una dimensione spirituale e pratica ricca di forza e di bellezza, perché la sua essenza si manifesta proprio quando tutto sembra ormai perduto. È solo così che può cominciare la risurrezione.
Se speriamo di risorgere, riattivando la nostalgia del passato, tornando a “come era prima”, siamo perduti dentro le nostre immagini fisse e congelate del tempo che fu. La speranza della risurrezione, cuore del Vangelo, non può essere nostalgia del tempo passato. È vero nella vita delle comunità, sia nei rituali, che negli edifici. Tutto ciò che diventa estraneo all’ordine della parola e della vita, tutto ciò che diventa indispensabile, tutto ciò che oppone l’egemonia del passato, ostacola il futuro che deve venire, mentre noi diventiamo muti e sordi. Vale anche nella vita dei singoli. Nessuno è oggi quello che era ieri, né quello che sarà domani. E sia nella vita dei singoli che in quella delle comunità, il Cristo vivo fa udire i sordi e parlare i muti. È anche in questo, e, forse, in questo essenzialmente, che fa bene ogni cosa. Ma lo fa prendendoci in disparte, lontano dalla folla e con discrezione. Allo stesso modo, sta a noi ascoltare, parlare, agire – con discrezione – in accordo con ciò che celebriamo e meditiamo.

E Lui, discretamente, molto intimamente, fa udire i sordi e parlare i muti.

NB: in copertina, riproduzione di “La tavola da pranzo rossa” (1908) di Henri Matisse, in Néret Gilles, Matisse, p.50.

Perché ti lavi le mani?

Vi sono molte altre cose che osservano per tradizione

1° settembre 2024 – XXII Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mc 7,1-8.14-15.21-23

In ogni tradizione religiosa ci sono modi di fare e di dire che si ripetono nel tempo diventando abitudini.
Una delle disposizioni dell’Antico Testamento prescrive di lavarsi le mani prima di toccare il cibo: regola di sana igiene, divenuta rito. I discepoli di Gesù evidentemente non considerano fondamentale questo aspetto rituale e dal punto di vista di scribi e farisei la cosa è inconcepibile. Secondo loro, Gesù avrebbe dovuto pretendere l’osservanza della Legge dai suoi, ma, a quanto pare il Maestro non è turbato dall’inosservanza.
Le prime comunità cristiane si trovarono a dover illustrare diffusamente le motivazioni delle loro pratiche. Non tutti i membri delle loro comunità avevano la stessa origine e i dibattiti dovevano essere vivaci.
Nel testo di oggi il dibattito tra Gesù e i farisei è sostanziale e ci riguarda. Ebbene, eccoci qui, con la nostra tradizione, con il nostro modo di vivere e di pregare, ed eccone altri, di un’altra tradizione, con un altro modo di vivere e di pregare: sono amici di Dio, vicini a Dio, amati da Dio quelli la cui osservanza rituale è diversa dalla nostra? Quelli che pregano diversamente da noi? E quelli che non vediamo mai pregare? Quesiti semplici, vecchi e perenni. E la risposta dei farisei, che a volte può essere anche la nostra, è semplice, antica, permanente e, naturalmente, negativa. Recita così: “bisogna fare scrupolosamente ciò che si è sempre fatto e tramandare gli insegnamenti tali e quali”. Farisei e scribi, nel testo che leggiamo, non sono solo personaggi, sono anche esempi di attitudini di pensiero anguste, interessate, ripetitive che possono anche degenerare in atti persecutori.
Queste attitudini, questi abiti mentali, sono stati individuati e denunciati tanto dalla Torah, quanto dai Profeti, dai Vangeli e dalle Epistole, lungo tutta la storia della Chiesa.
Mi viene in mente a questo proposito un ricordo dell’inizio della missione a Douala: Gaston, a me che chiedevo dove potessi lavarmi le mani prima del pranzo, disse: “Ma perché, c’è il cous-cous?”
Qui, mi occorre forse illustrare che lì, la consuetudine consisteva nel mangiare il cous-cous prendendolo con la mano destra dal piatto comune e, dopo averne fatto con le dita una pallottola piuttosto compatta con una fossetta al centro, lo si immergeva nella ciotola del sugo, altrettanto comune, tanto quanto il piatto. Quindi, se il menu non prevedeva il cous-cous, non era necessario lavarsi le mani! Ne deduco che, in un contesto simile, il mio desiderio di lavarmi le mani prima del pasto, stimolasse un po’ di ironia, finalizzata a stanare il mio eventuale fariseismo e la quota di adattamento culturale… che era zero carbonella, perché tanto ci si lavava le mani tutti nello stesso recipiente, ed ero orripilato, quindi o eri convinto dell’insegnamento del Maestro o te ne potevi tornare a casa!

Per tornare a noi, ogni generazione, ogni credente, può permettere che si corrompa l’eredità di grazia che ha ricevuto; anzi, può lasciarsela corrompere, comprendendo che il ricevuto per grazia non solo non è dovuto, ma non è dovuto per sempre e non è soggetto alla propria volontà. L’eredità della grazia può solo essere accolta, ma deve essere personalmente ratificata da ciascuno come tale, e trasmessa come tale.
Detto questo, in molte altre occasioni oltre quella narrata sopra mi sono ritrovato a non potermi lavare le mani prima del pasto e, in vent’anni, non ho mai preso infezioni. Certo, potendo, continuo a conservare quest’ottima abitudine igienica. Ma resta indiscutibile che per trasmettere l’eredità della grazia, dobbiamo parlarne rettamente. E per farlo, per nominare questo patrimonio, dobbiamo utilizzare una lingua particolare, dentro una tradizione particolare. Le nostre abitudini personali e culturali e i nostri abiti mentali non sono LA Grazia. Non si tratta solo di trasmettere gesti, parole, uffici e templi. “Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma mangiano con mani impure?” Domanda legittima. Una risposta non meno legittima, sarebbe: perché gli antichi insegnavano questo? Perché tu lo fai? Perché vuoi costringere tutti a farlo? E con quale animo lo fai?
Queste domande devono essere poste e risolte da ciascuno a se stesso.
Siamo liberi di compiere un gesto tradizionale nella meditazione, nella gratitudine e nella gioia, lo si può talvolta compiere anche nel dubbio, o nel dolore, ma purtroppo lo si può compiere anche con la sola ed ipocrita soddisfazione di averlo compiuto in base ad un principio di autorità che risiede solo nella nostra testa, e , per giunta, sentendoci moralmente esonerati dalle conseguenze sul nostro prossimo. Ci sono chiaramente situazioni molto meno banali della mia storiella; in alcuni casi, ai tempi di Gesù, si configuravano indecenti offerte al Tempio da parte di donatori, per esempio, esentati dal venire in aiuto dei loro vecchi genitori indeboliti, proprio perché facevano quell’offerta al tempio. Non lo dico io, sta scritto nei versetti omessi nel Vangelo di oggi. Come potrebbe l’ira del Maestro non farsi terribile contro i predicatori di questo sporco affare? L’adempimento di un obbligo religioso non può in alcun caso esentare dalla sollecitudine per il prossimo. Questa, credo, sia l’eredità della grazia.
Allora, perché ti lavi ritualmente le mani? La risposta del Vangelo è senza appello: se lo fai per abitudine irriflessa, se lo imponi ad altri perché hai il potere di farlo, se non sai qual è la sua ragione profonda dentro di te, la tua pratica è vuota, vana, forse morbosa e, si potrebbe pure aggiungere che la generazione seguente avrà mille volte ragione di farne a meno.
Evidentemente, il testo non condanna in alcun modo l’osservanza delle norme e delle pratiche religiose, ma chiede che siano adempiute senza che vengano mai meno l’amore per il prossimo e la lealtà delle nostre intenzioni.
Gli atti e i gesti della pratica religiosa, non allontanano dal prossimo, non esonerano dalla solidarietà e dalle responsabilità personali.

Allora, diremo così: ti lavi le mani o te ne lavi le mani?

L’Unico Possibile

Abbiamo creduto e conosciuto

25 agosto 2024 – XXI Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Gv 6,60-69

Per chi legge i Vangeli o il Nuovo Testamento, ci sono brani che diventano un punto di riferimento o un’ancora, perché gettano una luce particolare sulla vita, perché danno un nome a ciò che sentiamo o percepiamo. Il vangelo di oggi, per me, svolge proprio questo ruolo. Quando Gesù vede i suoi discepoli abbandonarlo e chiede ai Dodici se anche loro vogliono lasciarlo, Simon Pietro risponde: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita”. Quante volte questo grido è stato l’unica parola nella notte della fede! Cerco di capire cosa c’è in gioco.

Innanzitutto perché i discepoli vogliono lasciare Gesù? Tutto andava bene. Gesù aveva nutrito una folla con pane d’orzo e pesce e la gente sembrava affezionarsi a lui. Quando li invita a lavorare non solo per la pancia, ma per fare le opere di Dio, la gente lo segue ancora. A Gesù che presenta il vero pane disceso dal cielo, diverso dalla manna donata da Mosè nel deserto, la gente risponde: “Dacci ancora di questo pane”. Ma tutto sembra rovinarsi quando aggiunge: “Io sono questo pane”. Per questo lo lasciano? Qual è la difficoltà qui? “Non è il figlio di Giuseppe?”, dice la gente. In altre parole, come può Dio, così grande e potente, dare il suo nutrimento di vita attraverso un essere limitato di carne e ossa?

E poi, ascoltiamo le parole sulle quali anche i discepoli vacillano: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita senza fine”. “Com’è possibile?” – Si interroga la gente.
Qual è la vera difficoltà nell’accettare questa affermazione? Facciamo attenzione a non proiettare il nostro quadro liturgico sul Vangelo di Giovanni; l’essenza della questione non è affatto credere che mangiando quel pane e bevendo da quel calice entriamo in comunione con il corpo di Cristo. L’essenza consiste nella certezza che la vita donata da Gesù e il suo sangue versato per amore hanno un impatto universale e che chiunque intraprende lo stesso percorso sperimenterà la stessa vita senza fine. Quindi, non è solo “in cielo” che troviamo Dio, ma nell’essere umano limitato si sperimenta la vita che non finisce solo facendo propria quella donataci da Gesù.

“Quello che hai appena detto è difficile”, dissero i discepoli.

È in gioco la nostra visione di Dio, infatti Gesù dice: “Nessuno può diventare mio discepolo se il Padre non gli dà questa forza”.
Siamo onesti: se avessimo potuto creare noi questo mondo in cui viviamo, lo avremmo creato diverso! Senza lasciare tutto questo spazio al caso, agli incidenti, alle malattie, al male! È molto difficile conciliare la nostra immagine di Dio con una visione realistica della vita. Questo mondo è troppo umano per venire da Dio!
Non è forse questa la difficoltà principale?
Troppo facile pensare: sì, ma siccome io il mondo non l’ho potuto creare, perché non sono Dio… Di conseguenza il nostro problema è conciliare la nostra visione della realtà molto umana e razionale nella quale siamo immersi, col “possibile migliore” del Regno. Sanare questo conflitto di natura intellettuale sarebbe impossibile se non avessimo la testimonianza di Gesù. Questo spiega la ragione appassionata di Pietro (e la nostra): “Dove altro possiamo cercare il significato in questo mondo e in questa vita? Nessuno è in grado di portare la luce come fai tu.”

Alcuni trovano la via, altri no, proprio così come osserva Gesù?
Alcuni riceverebbero la possibilità da Dio e altri no?
Io credo che questa domanda scaturisca da un ragionamento al contrario, da un pregiudizio dal quale non può che discendere un discorso fallace. Bisognerebbe arrendersi ad un “migliore possibile”. L’uomo e la donna sarebbero solo dei simpatici animali, se non avessero la parola. Perfino la scienza ha dimostrato che la mente umana si sviluppa e si conforma all’uso del linguaggio. Credere è innanzitutto arrendersi a un’intuizione, a un movimento del cuore d’immensa gratitudine proprio perché si dà “il caso” che all’inizio fosse la parola

Senza la parola noi saremmo come il nostro gatto o il nostro cane, con tutto il rispetto per entrambe le graziose bestiole. Questa semplice riflessione, qualora se ne accenda la possibilità, può aprire un varco nel muro delle difficoltà a credere nella parola di Dio incarnata: Gesù di Nazaret. Allora anche i testi sacri assumono un altro aspetto, e può capitare addirittura di pensare che la parola di Dio non solo non sia patrimonio esclusivo delle confessioni cristiane, ma forse sia anche scritta in ogni testo sacro di ogni tradizione religiosa. Ci verrà forse il dubbio di aver vissuto nell’ottusità e nell’ignoranza perché questo è il destino dell’animale uomo, finché non incontra, provando un’immensa gratitudine, la Parola Incarnata: il Cristo, che era fin dal principio.

Gli uomini hanno il linguaggio e lo utilizzano come vogliono, questa è la libertà: possiamo usarlo per il bene e per il male, per mormorare o incoraggiare, ma senza la gratitudine per questa possibilità alla quale siamo abituati come i pesci sono abituati all’acqua… non avremo luce.

Dalla gratitudine può nascere solo l’amore. E non è scontato per gli umani amare.

Quando riusciamo miracolosamente a mettere a fuoco tutto questo, possiamo ripetere con Pietro: “Signore da chi andremo? Tu hai parole di vita”.

La soluzione del conflitto tra accettare o rifiutare la nostra vita, oppure, ponendo la domanda in termini religiosi, tra accettare o rifiutare che il pane della vita diventi pane di vita eterna, avviene dentro il vangelo, l’unico discorso possibile. Per quanto mi riguarda, il mio migliore possibile.

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Parole di vita

Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me.

18 agosto 2024 – XX Domenica del tempo Ordinario
Vangelo: Gv 6,51-58

Dopo la moltiplicazione dei pani, Gesù prosegue il suo insegnamento utilizzando ampiamente la metafora del pane. L’alimento base del mondo mediterraneo diventa così un simbolo; nei pochi versetti del Vangelo del giorno il verbo “mangiare” ricorre otto volte in due diverse forme, rese però in italiano sempre con lo stesso verbo.  Quando il vangelo usa la formula “chi mangia la mia carne”, il participio greco corrispondente all’italiano “chi mangia” assume il senso del cibarsi masticando, mordendo, sgranocchiando. Si tratta di un’azione compiuta senza fretta, gustando la consistenza e il sapore dell’alimento di cui ci si sta nutrendo.
L’alimento è costituito dalle parole di Gesù, dalla sua carne, cioè dalla sua esistenza umana e carnale. Se già nel prologo Giovanni aveva annunciato che il Verbo si è fatto carne, ora, attraverso il discorso di Gesù, aggiunge che la carne si è fatta pane.
L’enfasi sull’azione del mangiare suggerisce che la parola e il corpo del Cristo siano cibo da consumare; il suo corpo non dev’essere oggetto di pietà, né premio riservato solo alle buone coscienze; è fatto per essere masticato e assimilato e, come il cibo che si consuma ordinariamente, si trasforma nella sostanza stessa della nostra persona. Così come ci si nutre materialmente per restare in salute e non finire anemici o moribondi, ci si nutre spiritualmente della Parola per mantenere la persona degna del fine per il quale è stata creata. Il Cristo non chiede sacrifici o culti particolari, cerimonie o liturgie sfavillanti. Chiama a rimanere in Lui e ad amarsi l’un l’altro come Lui ha amato noi.

Immaginiamo per un momento che una persona di un’altra religione o anche un ateo di oggi legga o ascolti questi versetti. Forse non direbbe più, come perfino Tacito era propenso a credere, che i cristiani si cibano di carne umana. Credo che l’umanità abbia fatto sufficienti passi nella conoscenza del bene e del male per saper adoperare il pensiero simbolico, ma posso capire che ai tempi di Gesù l’unico testo di riferimento erano i Rotoli della Legge e tutto veniva compreso alla luce della parola dei Padri. I membri della nuova comunità cristiana avranno avuto qualche difficoltà ad afferrare la differenza tra l’aspetto materiale del pane del cielo, fosse la manna caduta nel deserto o i pani moltiplicati da Gesù, e il pane spirituale come corpo e sangue del Cristo, parola di Dio incarnata. Ecco perché il discorso di Gesù appare duro e incomprensibile, e, a tal punto, da provocare l’allontanamento da lui. (Gv 6,60-66).

Non sono un esegeta, né un teologo, ma la sostanza dell’invito di Gesù a cibarsi del suo corpo mi sembra la stessa, rinnovata e in forma positiva, del comando di Dio, contenuto in Gn 2,17. La prima forma del verbo mangiare (fagéo) è la stessa usata in Gn 2,17: “Dell’albero della conoscenza del bene e del male non mangerai, perché, nel giorno in cui tu ne dovessi mangiare, certamente moriresti.” Mentre con queste parole Dio Padre comandava ad Adamo ed Eva di non cibarsi dell’albero della conoscenza del bene e del male, ora invece Gesù, Parola di Dio incarnata per una nuova alleanza con l’uomo, invita i discepoli a cibarsi della propria carne, in quanto autentico nutrimento sceso dal cielo, alimento tutto buono, perfetto, forse in connessione con quell’albero della vita (cfr Gn 2,9) che Adamo ed Eva avevano ignorato, preferendo, sventuratamente, l’albero della conoscenza del bene e del male.

Scegliere di amare il prossimo come se stessi e camminare sulla via indicata dai Vangeli, cibandosi quotidianamente della parola di Dio, è sempre una decisione che reca in sé il sigillo dello Spirito. Credo che l’uomo Gesù, nella profonda consapevolezza del suo compito, abbia liberamente sacrificato la sua esistenza terrena, senza sottrarsi alla malvagità umana, proprio perché la sua persona, coincidente con il Discorso di Dio, rivelasse finalmente il senso ultimo di quell’albero della vita originariamente piantato in Eden a beneficio dell’umanità.

La comprensione del cuore e l’amore ricevuto e dato fanno sì che, talvolta, i cherubini posti ancora lì, a guardia e protezione dell’albero della vita, lascino trapelare un bagliore di quel mistero.

Inutili mormorazioni

Il pane che io darò per la vita del mondo è la mia carne

11 agosto 2024 – XIX Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Gv 6,41-51

Nella storia del lungo esodo degli Israeliti è narrata una vicenda enigmatica, in cui si parla ancora di mormorazioni, come nel vangelo di questa domenica.
Si è spesso detto che Dio punì Mosè proibendogli di entrare nella Terra Promessa: non è un’interpretazione, è proprio scritto che il Signore disse a Mosè e ad Aronne: «Poiché non avete avuto fiducia in me per dare gloria al mio santo nome agli occhi degli Israeliti, voi non introdurrete questa comunità nel paese che io le do», (Num 20,12). A Meriba, mentre il popolo mormorava contro Mosè e contro Dio perché aveva sete, Mosè colpì una roccia con il suo bastone facendo sgorgare acqua in abbondanza. Prima, però, insieme ad Aronne, aveva radunato il popolo dicendo «Ascoltate, o ribelli: vi faremo noi forse uscire acqua da questa roccia?» (Num 7,10). In questo modo non aveva ubbidito alla lettera; il comando del Signore suonava in altro modo: “Convocate la comunità e alla loro presenza parlate a quella roccia, ed essa farà uscire l’acqua; tu farai sgorgare per loro l’acqua dalla roccia e darai da bere alla comunità e al suo bestiame” (Num 7,8).

Una profonda saggezza ha ispirato questo racconto, perché vi è rivelata una verità: si possono commettere errori di “posizionamento” nelle nostre relazioni con il prossimo, apparentemente benigni, ma dannosi per chi li commette. Per più di 2000 anni i teologi hanno pensato a questo curioso episodio e hanno fornito molteplici spiegazioni. Per esempio, Dio aveva chiesto a Mosè di “parlare alla roccia” non di colpirla, il gesto è quindi violento e non dialogico; il senso spirituale dell’episodio potrebbe essere un invito all’uso della parola piuttosto che della violenza: non si “percuote” per convincere qualcuno a dare ciò che normalmente non ha o non vuol dare. Si parla. Mosè evidentemente colpisce per “fare colpo” e si fa accusatore degli Israeliti perché avevano mormorato contro Dio, chiamandoli “ribelli”. Sembra che il Signore, in quell’occasione, non avesse avuto intenzione di rimproverare alcuno, volendo solo dissetare il suo popolo. Il comportamento di Mosè risulterebbe, come dire, un po’ eccessivo, teatrale, non privo di una certa violenza coercitiva, mentre forse avrebbe potuto essere più benevolo. In questo caso il bastone rappresenta per Mosè lo scettro del comando, piuttosto che un dono miracoloso offertogli dal Signore.

Ciascuno di noi, del resto, ha il proprio bastone “in stile Mosé”, certo più o meno potente, ma è pur vero che ognuno esercita il suo piccolo potere su qualcun altro. È un saggio insegnamento l’invito ad usarlo per sostenere e non per colpire, per incoraggiare e non per umiliare.
Il bastone di Mosè rappresentava il potere religioso e mi sembra sia chiaro il rischio del suo uso improprio: si testimonia l’abbondanza dell’acqua o si bacchettano le persone?
La tradizione ebraica tramanda che l’errore di Mosè fosse essenzialmente quello di indulgere all’ira. Nel cristianesimo indulgere all’ira è considerato uno dei sette peccati capitali, perché spezza i legami della fiducia.

Esiste anche un’altra interpretazione della vicenda, ricavata dal confronto con Es 17,5-6, dove è narrato un antecedente. Mosè aveva già fatto scaturire l’acqua colpendo una roccia, usando il bastone come Dio effettivamente gli aveva chiesto. Quindi Mosè, la seconda volta, avrebbe agito automaticamente allo stesso modo. L’uomo di fede dovrebbe essere sempre aperto alla novità della chiamata ad essere e ad agire, quindi circostanze diverse, in tempi diversi, richiedono modalità di soluzione differenti. Non necessariamente la formula rivelatasi giusta nel passato, sarà adeguata al futuro e sarebbe mancanza di fede affidarsi alle consuetudini.
Emblematicamente non si può entrare nella Terra Promessa conservando nel cuore la nostalgia del passato; il rimpianto del “buon tempo antico” è una cattiva compagnia, che ostacola il cammino personale, mentre il ruolo della Chiesa è quello di radunare il popolo, non per giudicarlo, piuttosto per sostenerlo nel cammino verso la Terra Promessa.
In tutte le confessioni religiose lo “slittamento” di Mosè verso la tentazione di considerare proprio il potere datogli da Dio, ritorna puntualmente. I sacramenti, per esempio, dovrebbero essere aperti a tutti senza condizioni, perché questa è la caratteristica della grazia, in via di principio non sarebbe possibile escludere alcuno senza dimostrare mancanza di fiducia nella grazia del Signore.
La buona notizia è, però, che se anche Mosè e Aronne non furono perfettamente obbedienti, o se qualcuno avesse scarsa fiducia nella grazia, il popolo avrà comunque sempre tutta l’acqua di cui ha sete. I cattivi servitori, dunque, non possono essere un alibi per la mancanza di fede nel Signore.

Mi sono dilungato sulla vicenda di Mosè e della roccia, perché la roccia è un’immagine del Cristo: “Tutti furono battezzati in Mosè… tutti bevevano la stessa bevanda spirituale, perché bevevano da una roccia spirituale che li seguiva, e quella roccia era Cristo”. (1 Cor 10,2). Se non riusciamo ad accettare il Cristo, non c’è bisogno di colpirlo, possiamo anche solo parlargli. Nutrirsi del dialogo con Dio è mangiare il pane disceso dal cielo, il Cristo, letteralmente la voce di Dio incarnatasi in Gesù di Nazaret.

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Il nutrimento spirituale

Maestro, quando sei giunto qui?

4 agosto 2024 – XVIII Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Gv 6,24-35

Il brano in questione è preceduto dal racconto della moltiplicazione dei pani, “segno” ricco di significato spirituale, oltre che materiale. Ora i discepoli attraversano il Lago di Galilea, Gesù si unisce a loro e il giorno dopo, senza che si sappia davvero come, la folla li raggiunge e rimane stupita nel vedere che Gesù è già lì, dall’altra parte del lago. Gli chiedono perfino come vi sia giunto. Gesù risponde spostando l’argomento appunto sul significato spirituale del cibo e sulle motivazioni di coloro che lo cercano: la folla non lo sta cercando perché ha visto un “segno”, ma perché ha mangiato con grande soddisfazione. Occorre mettersi al lavoro per ottenere non cibo fisico – certamente necessario, tuttavia deperibile – ma cibo spirituale che rimane per sempre.
Il Cristo non è essenzialmente colui che opera miracoli, degni di un generoso sovrano terreno, ma colui che dona quel nutrimento spirituale di cui gli uomini hanno una fame immensa, pari forse solo alla sete della samaritana sul bordo del pozzo, incontrata due capitoli fa.
La fame e la sete possono essere intese sia in senso materiale che spirituale, si tratta sempre e comunque di bisogni vitali, che ci caratterizzano, ma del loro aspetto spirituale non sempre siamo consapevoli. Forse per questa ragione Gesù prende le mosse dal regno materiale e utilizza segni per indicare la via maestra.
Quando l’evangelista fa dire a Gesù che bisogna lavorare per l’opera del Padre suo, la massa non sembra capire, crede si tratti di fare qualcosa di speciale per Dio. C’è sempre nei ragionamenti umani questo tarlo che consiste nel credere di poter o dover fare qualcosa per Dio.
Ed è bene sia così, forse perché è necessario rendersi conto fino in fondo che noi possiamo fare autonomamente, in questa vita, una sola cosa: lasciare che il Cristo ci preceda, cioè credere e non frapporre ostacoli tra noi e lui e, soprattutto, tra lui e gli altri.
L’opera di Dio è che noi crederemo nel Cristo. È tutto.
Il testo di oggi ha un precedente nell’episodio della manna durante l’esodo, mandata da Dio per sfamare gli israeliti durante la traversata del deserto, la manna era un cibo strano e bizzarro, tanto che il nome stesso attribuitole in ebraico significa “che cos’è?” Come la manna, anche il cibo spirituale proveniente dal Cristo può sembrare strano e meno attraente di quello a cui siamo abituati, eppure ci permette non solo di sopravvivere nella difficoltà, ma di vivere pienamente, perché “L’uomo non vive di solo pane, ma di tutto ciò che esce dalla bocca del Signore”.
La Parola di Dio non è la Bibbia in sé in quanto libro, come talvolta erroneamente si pensa, la Parola di Dio è Cristo stesso, di cui la Bibbia è testimonianza diretta. È il Cristo che ci sostiene e ci mantiene in vita, nel deserto del mondo e si manifesta in due modi: parola udibile e parola visibile, la parola della predicazione.
I primi cristiani ricordavano l’Ultima Cena partecipando a pasti comuni, ma si tendeva a considerarli solo banchetti, perdendone il senso spirituale. Per questo motivo si giunse a separare la mensa comune dal sacramento del pane e del vino. Paolo stesso menziona la questione già nella prima lettera ai Corinzi. Per l’azione dello Spirito Santo e la forza della fede il pane e il vino diventano segni della presenza di Cristo in mezzo a noi secondo il principio che chi viene a Lui non avrà mai fame e chi crede in Lui non avrà mai sete.
In sua assenza, certamente non muoriamo fisicamente, anzi in questo mondo alcuni vivono senza Dio senza rendersene neanche conto.
La situazione degli ebrei usciti dall’Egitto parla d’altronde solo di fame fisica: le provviste della partenza si esauriscono, si pensa di morire di fame nel deserto di sabbia, ci si ribella a Mosè e ai padri, ricordando i “piatti di carne” e il “pane a sazietà” che si sarebbe potuto avere, si dimentica la schiavitù che li imbandiva…e le cipolle…diventano desiderabili come fossero…bistecche fiorentine.
James Hillmann dice, molto appropriatamente, che la vita è il nostro racconto immaginario intorno a noi stessi, molto spesso organizzato su una sequenza di pensieri alterati da emozioni che ne stravolgono il senso reale. Per esempio, si può trascorrere un’intera esistenza nel rammarico di ciò che è stato o di ciò che non è stato o di ciò che avrebbe potuto essere e non è stato. Come diceva una mia carissima amica, poco incline alla diplomazia: “Non è depressione, è imbecillità”. Certo è facile inventarsi un passato sul quale fermarsi, per non affrontare lo sforzo di procedere.
Il credente dovrebbe essere un nomade che viaggia leggero, un uomo o una donna intessuti nella trama del desiderio, che contano ogni giorno su un Dio fattosi per loro Parola e Pane di Vita.

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