La pietra che i costruttori hanno scartata è diventata testata d’angolo
4 ottobre 2026 – XXVII Domenica del Tempo Ordinario
ls 5,1-7
Sal 79
Fil 4,6-9
Mt 21,33-43
Un uomo pianta una vigna, la circonda con una siepe, scava una buca per il torchio, costruisce una torre. Sono gesti che preparano un ambiente: il luogo dove la vita può crescere. In seguito l’uomo affida la vigna ad alcuni contadini e si allontana. Quando arriva il tempo di raccogliere i frutti, manda i suoi servi a reclamarli. Da quel momento in poi il testo descrive comportamenti pieni di violenza: i vignaioli catturano i servi, li bastonano, li lapidano, li uccidono.
Il padrone manda altri servi, ma subiscono la stessa sorte; alla fine invia direttamente suo figlio pensando “Avranno rispetto per mio figlio”.
I vignaioli vedono il figlio e pensano diversamente: se costui è il figlio, è anche l’erede; se lo uccidiamo, l’eredità sarà nostra.
Poi mettono in atto ciò che hanno pensato: cacciano fuori dalla vigna il figlio dell’uomo che l’aveva piantata e lo uccidono.
In realtà, la vigna era stata soltanto affidata ai vignaioli, quindi cosa trovavano di realmente insopportabile nella richiesta dell’uomo che l’aveva piantata?
In effetti coltivarla, raccoglierne i frutti, consegnarne una parte non sarebbe bastato per sostituirsi al proprietario della vigna, ma i vignaioli vogliono l’eredità, senza essere eredi. Per ottenerla arrivano a distruggere l’erede, il figlio dell’uomo.
Il canto di Isaia aveva già costretto il lettore a spostare per analogia lo sguardo dai grappoli d’uva a ciò che accade tra le persone, dai frutti della vigna a quelli del consorzio umano, cioè alle relazioni improntate alla giustizia: se i frutti attesi sono giustizia e rettitudine, al loro posto troviamo spargimento di sangue e grida di sofferenza.
Non penso che nella parabola di Matteo servi percossi e figlio ucciso siano considerati il rendimento atteso dal Creatore; in altre parole uomini e donne, da ovunque provengano, non possono essere trattati alla stregua di grappoli da pigiare e vino da bere.
Esiste forse qualcuno (perdonate la domanda retorica) che può chiamare buono un raccolto ottenuto passando sopra i corpi e il sangue delle persone?
Gesù illustra tutto questo nel tempio, a persone che, vedi caso, contestano la sua autorità. Poi domanda loro che cosa pensano farà il padrone quando tornerà.
La risposta, in base all’interpretazione letterale del testo di Isaia, arriva netta e chiarissima: “Farà morire miseramente quei malvagi e darà la vigna ad altri”.
D’altronde i presenti avevano fino ad allora ascoltato una storia di omicidi e rispondono per abitudine con la stessa logica: il solo concetto di giustizia che riescono a formulare in questo caso appartiene alla logica dell’uccisione compiuta per vendetta. È una logica di morte.
Gesù ascolta la risposta, non ripete il “farà morire”, compie una svolta: la pietra scartata dai costruttori è diventata pietra d’angolo; il regno verrà tolto ai vignaioli e dato a qualcuno che lo sappia coltivare.
Il giudizio non scompare, né la violenza pregressa, ma giudizio e violenza non occupano la fine del racconto e, soprattutto, non sono le ultime parole di Gesù di Nazaret. L’idea del dare ad altri era in ogni caso presente anche nella risposta di chi ha ascoltato quella parabola ai tempi di Gesù.
E, allora, gli altri chi sono? E che cosa renderebbe certi che questi “altri” agirebbero molto più giustamente dei primi? Venire dopo non dà un titolo di proprietà, né un certificato legale di esperti in giustizia secondo il Vangelo.
La vigna continua ad essere affidata e il richiamo al Levitico – la terra appartiene al Signore e chi vi abita è presso di lui come forestiero e ospite – toglie qualsiasi sicurezza anche dalle mani dei nuovi coltivatori.
Perfino la terra ha diritto a un tempo di riposo e non tutto ciò che può produrre può essere preso.
La parola erede intanto è rimasta nelle nostre orecchie: nella parabola indica il figlio del padrone, è lui che viene cacciato fuori e ucciso.
Non abbiamo alcun bisogno di cambiargli identità per sentire oggi un’altra domanda risuonare nelle nostre orecchie: quali frutti sarà possibile raccogliere se chi coltiva la vigna, la consuma fino ad esaurirla?
Anche noi avremo degli eredi. Sono persone che vivranno ancora dopo di noi e alle quali sarà affidata la stessa terra che avevamo ricevuto prima di loro.
Chi crede che si possa sottrarre il futuro a qualcuno senza incontrarlo sulla propria strada sia pure attraverso i figli e i figli dei figli?
Questa domanda non nasce dall’omicidio raccontato in Matteo: nasce ora, mentre riascolto il vangelo di Matteo in un tempo diverso, nel tempo attuale.
Non tutte le violenze sono uguali; neppure le nostre personali possono essere superficialmente mascherate sotto quelle dei vignaioli della parabola, come appartenessero a personaggi di fantasia.
Domenica prossima leggeremo un’altra parabola: ci sarà un re, una festa per suo figlio, altri servi e altra violenza.
Non so bene ancora cosa fare e come collegare tutte queste immagini una accanto all’altra.
Per ora sono nella vigna, davanti a ciò che è stato piantato e a chi è stato ucciso.
La terra è ancora lì e ancora qui.
A chi sarà affidata?
E che cosa troverà chi verrà dopo di noi?
Tra una domanda e l’altra, proviamo anche ad ascoltare il cantico delle creature di San Francesco D’Assisi, oggi 4 ottobre 2026: Sora nostra matre terra, il nostro magnifico pianeta. Francesco la percepisce come sorella e madre che ci sostiene e ci governa.
Come cambierebbe il nostro abitare la terra, quando ciò che vogliamo possedere come si possiede un appezzamento di terreno prende il nome di sorella, madre, fratello o padre?
Mentre cerchiamo di assicurarci che tutto resti nostro, quali frutti potranno trovare gli altri, quando noi non saremo più qui a raccoglierli?
NB: in copertina, Anonimo, Frutti ed eredi