Una festa che brucia

Il banchetto nuziale è pronto, ma gli invitati non ne erano degni

11 ottobre 2026 – XVIII Domenica del Tempo Ordinario

Is 25,6-10a; Sal 22; Fil 4,12-14.19-20; Mt 22,1-14.

Una festa? Ma che festa è questa? Ho riletto non so quante volte questo passo e la parola “festa” mi brucia perché, mentre leggo, capisco che può venire quasi spontaneo intravedere Dio nel re che l’ha preparata.
Dovremmo spiegare perché Dio incendi una città e faccia legare e gettare fuori un uomo invitato al suo banchetto. Ma siamo sicuri che il primo passo sia giusto?

Gesù dice che il regno dei cieli è simile a un re che celebra le nozze del figlio; dobbiamo riconoscere Dio nel re, oppure magari afferrare qualcosa del Regno attraverso tutto ciò che viene narrato, comprese le azioni del re?

Il mondo creato da Dio comprende anche i nostri governi e le nostre libertà; anche la libertà di comportarsi da prepotenti. Questo non obbliga a pensare che Dio governi l’universo allo stesso modo. Quando celebriamo Cristo Re, almeno per come lo intendo io, riconosciamo una regalità che si lascia ferire ed espellere. Nella parabola, invece, siamo subito pronti a riconoscere Dio in chi dispone delle truppe. Forse è una mia proiezione; ma vorrei domandarmi se non sia una proiezione anche l’altra.
Il re prepara una festa, narrata con pochissimi elementi che lasciano supporre un evento lieto.
Il figlio non parla, la sposa non compare, il vino non è nominato. Assenze che non dimostrano nulla da sole, ma diventano strane quando tutto il resto è raccontato con tanta precisione: ordini, convocazioni, assassinii, incendio, ispezione della sala, sentenza.
Da bambino, quando andavamo con gli altri bambini a vedere la sposa uscire sul sagrato della chiesa, la aspettavamo con trepidazione. Qui (anche da vecchio) mi aspetterei qualcosa che mi faccia riconoscere una festa di nozze, mentre continuo ad incontrare il sovrano.
Poi arriva l’invito per tutti, buoni e cattivi raccolti per strada.
Provo ad immaginare di invitare al pranzo di Natale tutte le persone che dormono alla Stazione Termini. Con quali vestiti penso che arriveranno? E che cosa sto offrendo, se dopo averle fatte entrare le esamino per vedere se sono vestite come pretendo? Il racconto non dice che all’uomo sia stato dato un abito e che lui lo abbia rifiutato. Posso supporlo per spiegare la condanna, ma devo accorgermi che sono io ad aggiungerlo.
Perché sento tanto il bisogno di rendere giusta questa sentenza?

È qui che mi viene un dubbio: forse Gesù ci sta facendo vedere la propria sorte?
L’uomo interrogato ammutolisce, non rivendica nulla, viene legato ed espulso. Certo questo non basta per affermare che nella sorte di quell’uomo possiamo vedere una profezia della fine di Gesù di Nazaret sul Golgota, ma dovrebbe bastare per chiedersi perché, pensando alla sua fine, lo sconosciuto gettato fuori cominci ad assomigliargli.
Se cerchiamo Cristo soltanto sul trono, potremmo non riconoscerlo quando viene gettato fuori dall’imperatore di Roma e dalle autorità religiose di Israele.
«Molti sono chiamati, ma pochi eletti». Potrebbe riguardare chi ascolta?
Non è una frase che ci consegna necessariamente una statistica del paradiso; potrebbe essere un invito a chiedersi quanti, tra i molti raggiunti dal racconto, riescano davvero ad avere orecchie per intenderlo. Non quelli che nascono già “imparati” (come dicono a Roma), ma quelli disposti a mettere in questione ciò che credono di sapere su Dio. Compresa l’abitudine di attribuirgli i comportamenti con cui gli uomini difendono il proprio potere.
Non so se questa lettura regga fino in fondo, ma mi sembra che meriti di essere presa in considerazione e saggiata prima di assolvere il re e dimenticare l’uomo.

La festa brucia perché mette alla prova la nostra immagine di Dio: mentre crediamo di riconoscerlo in chi invita, giudica e punisce, potremmo averlo lasciato fuori dalla porta.

NB: in copertina, Anonimo, La Festa.

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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