La possibilità di cambiare

È venuto a voi Giovanni nella via della giustizia
e non gli avete
creduto; i pubblicani e le prostitute invece
gli hanno creduto.

27 settembre 2026 – XXVI Domenica del tempo Ordinario
Ez 18,25-28
Sal 24
Fil 2,1-11
Mt 21,28-32

Viviamo in un tempo nel quale sembra sempre difficile poter cambiare. Ogni parola pronunciata rimane, ogni errore può essere recuperato, ogni posizione presa rischia di diventare un’identità. Abbiamo costruito strumenti potentissimi per ricordare ciò che una persona ha detto dieci o vent’anni fa, ma forse abbiamo sempre meno capacità di riconoscere che quella persona oggi può non essere più la stessa; l’aver detto o fatto qualcosa in passato spesso cristallizza un’identità, senza considerare con la dovuta attenzione gli eventuali cambiamenti intercorsi.
«Tu hai detto questo, tu hai fatto questo: tu sei questo». Come se tra il passato e il presente del verbo essere non ci fosse più differenza.
Ezechiele suggerisce però che il giusto può allontanarsi dalla giustizia e chi sbaglia può cambiare strada. Nessuno vive di rendita sul bene compiuto ieri e nessuno è definitivamente imprigionato nel male arrecato, ma ciò significa che non possiamo fissare definitivamente neppure l’immagine che abbiamo di noi stessi.

La distanza tra i due figli della parabola non passa tra chi dice sì e chi dice no, tra credenti e non credenti, tra diligenti e pigri, tra persone affidabili e persone inaffidabili. Passa tra la possibilità di lasciarsi trasformare e la decisione di rimanere tali e quali. La linea di demarcazione tra l’uno e l’altro atteggiamento resta spesso invisibile dall’esterno. L’umanità, semplificando, non è divisibile in buoni e cattivi.
Il Vangelo di questa domenica insegna che ci sono dei sì dietro i quali possiamo nasconderci e dei no dai quali possiamo ripartire.

Come mai Gesù dice alle autorità religiose che pubblicani e prostitute arriveranno prima nel regno di Dio?
Sarebbe facile trasformare questa risposta nell’ennesimo rovesciamento, ma Gesù non afferma che la prostituzione o l’ingiusta tassazione siano positive, non romanticizza l’emarginazione o la vita ferita, ma non sta neanche affermando che chi occupa una posizione religiosa o di potere sia necessariamente peggiore di altri; sta indicando qualcosa che è accaduto e che accade.
Pubblicani e prostitute hanno ascoltato il Battista, hanno creduto alle sue parole e qualcosa nelle loro vite si è mosso. Gli altri hanno “visto” accadere questa trasformazione e sono rimasti immobili.
Potremmo provare a chiederci che cosa accade dentro di noi quando vediamo cambiare l’orientamento spirituale o morale di qualcuno che avevamo già giudicato negativamente.
È relativamente facile credere in astratto alla «conversione», ma lo è molto meno accettare la trasformazione concreta di qualcuno che avevamo già infilato nelle nostre categorie mentali. Come mai? Semplice: se l’altro cambia, dobbiamo cambiare anche noi lo sguardo attraverso il quale lo avevamo definito.
Questo può costare molto.
Abbiamo bisogno di categorie per orientarci nel mondo. La parabola introduce invece movimento dove noi vorremmo stabilità e certezze sui nostri giudizi.
Si fatica ad accettare non tanto che qualcuno abbia sbagliato, ma che Dio possa raggiungerlo senza chiedere il nostro parere.
Può succedere che chi dovrebbe testimoniare la presenza di Dio pretenda di amministrarne la via d’accesso; che diventi difficile riconoscere il bene solo perché quel bene è nato altrove.
Riesco a gioire del bene di un altro anche se io non ne sono l’artefice?
È una domanda che va molto oltre la religione. Riguarda la politica, le appartenenze culturali, le nostre comunità, perfino le relazioni personali. Quante volte una buona idea diventa sospetta perché viene dalla parte sbagliata? Quante volte si preferisce che un problema rimanga irrisolto, piuttosto di dover riconoscere che qualcun altro, magari poco stimabile ai nostri occhi, ha contribuito a risolverlo?

Anche il «pentimento» evangelico potrebbe essere liberato da molta della pesantezza morale che gli abbiamo attribuito. Non è necessariamente il sentimento colpevole di chi guarda continuamente il proprio passato, ma è piuttosto la possibilità di non essere obbligati a ripeterlo; posso ricominciare, posso scoprire che una posizione alla quale mi ero aggrappato non mi corrisponde più.
E soprattutto: posso concedere la stessa possibilità agli altri.
Gesù rimprovera infatti ai suoi interlocutori di aver visto e non avete cambiato stile di vita.

Ezechiele dice che nessun passato costituisce una sentenza definitiva.
Matteo racconta un uomo capace di contraddire la propria risposta precedente.
Paolo indica in Cristo qualcuno che non fa della propria posizione qualcosa da difendere.
Sono tre movimenti diversi, ma sollecitano un’unica domanda: quanto siamo ancora disponibili a cambiare?
E non soltanto a chiedere agli altri di cambiare?

Il secondo figlio entra nella vigna proprio nel momento in cui scopre che non è obbligato a essere per sempre l’uomo che aveva detto no.
Credo che il Regno di cui parla Gesù cominci ogni volta che restituiamo a qualcuno — anche a noi stessi — la possibilità di non coincidere per sempre con ciò che siamo stati.

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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