Tu sei invidioso perché io sono buono?
20 settembre 2026 – XXV Domenica del Tempo Ordinario
Is 55,6-9
Sal 144
Fil 1,20c-24.27a
Mt 20,1-16
La parabola degli operai della vigna mette subito in crisi il nostro modo abituale di pensare la giustizia.
Gli operai della prima ora hanno lavorato tutto il giorno. Quelli dell’ultima, soltanto un’ora. Alla sera ricevono tutti la stessa paga.
La protesta dei primi è comprensibile: se il lavoro è diverso, perché la retribuzione è uguale?
Il padrone non nega la differenza. Ricorda semplicemente di aver rispettato il contratto: «Amico, non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro?». Poi aggiunge la domanda decisiva: «Oppure il tuo occhio è cattivo perché io sono buono?».
Il problema nasce dunque dal confronto. Gli operai della prima ora non sono stati danneggiati; ricevono quanto era stato loro promesso. Ma, vedendo ciò che ricevono gli altri, cominciano a considerarlo insufficiente.
È una dinamica che conosciamo bene. Il lavoro svolto, il tempo impiegato, la fatica sostenuta possono diventare facilmente una misura non soltanto di ciò che ci è dovuto, ma anche del nostro valore rispetto agli altri. Da qui la tentazione di trasformare il merito in graduatoria.
La parabola introduce invece un elemento che non entra facilmente nei nostri calcoli: la gratuità.
Questo non significa che il lavoro non abbia valore né che la giustizia sociale debba ignorare differenze, contratti e responsabilità. La parabola non è un manuale di economia. Il suo problema è un altro: che cosa accade quando trasferiamo la logica della contabilità nel rapporto con Dio?
La tradizione cristiana ha riconosciuto qui uno dei suoi nodi fondamentali. La salvezza non è il salario ottenuto accumulando prestazioni religiose. Papa Francesco, in Gaudete et exsultate, ha richiamato il rischio di una mentalità che attribuisce tutto allo sforzo personale e finisce per dimenticare la precedenza della grazia.
In questo senso la parabola è scomoda soprattutto per chi pensa di essere arrivato per primo.
Gli operai dell’ultima ora dicono di essere rimasti senza lavoro perché nessuno li aveva chiamati. Il padrone esce ancora e li manda nella sua vigna. Non è mai troppo tardi per essere chiamati.
Questa immagine può parlare anche a chi considera una parte della propria vita perduta o inutile. La chiamata continua fin quasi alla fine della giornata.
Ma il racconto non consola soltanto gli ultimi. Interroga anche i primi.
Avere lavorato più a lungo non autorizza a trasformare il proprio servizio in un credito nei confronti di Dio. La fedeltà non diventa un titolo di proprietà sulla sua bontà.
Paolo esprime qualcosa di simile quando parla di giustificazione. L’uomo non produce da sé la propria salvezza: la riceve. La grazia interrompe la pretesa di costruire un rapporto con Dio secondo la sola equivalenza tra prestazione e ricompensa.
Rimane naturalmente una tensione. Il Nuovo Testamento parla anche di giudizio e di responsabilità delle opere. Grazia e responsabilità non possono essere semplicemente contrapposte.
È proprio per questo che la parabola non permette soluzioni troppo facili.
Il padrone non dice che il lavoro della prima ora e quello dell’ultima siano identici. Non dice che l’impegno sia irrilevante. Dice però che la propria bontà non può essere ridotta alla misura con cui gli uomini distribuiscono crediti e debiti.
Possiamo accettare di ricevere gratuitamente ciò che non potremmo pretendere come salario?
E soprattutto: possiamo accettare che anche l’altro lo riceva?
La domanda del padrone rimane aperta: «Il tuo occhio è cattivo perché io sono buono?».
La parabola non elimina la giustizia. Ci obbliga però a domandarci se la giustizia di Dio possa essere esaurita dalla nostra contabilità.
NB: in copertina. Anonimo, Operai della prima e dell’ultima ora