Il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi
13 settembre 2026 – XXIV Domenica del Tempo Ordinario
Sir 27,33-28,9
Sal 102
Rm 14,7-9
Mt 18,21-35
Continua il discorso sulla vita della comunità e, in particolare, sul perdono da accordare al fratello che ha sbagliato. Il problema viene affrontato attraverso due domande: quante volte si debba perdonare e perché si debba farlo.
La prima nasce in un contesto nel quale si cercava anche di stabilire un limite concreto al perdono: alcuni rabbini, per esempio, ritenevano che si potesse perdonare fino a tre volte. Matteo, che ama formulare con chiarezza le regole della vita comunitaria, affida allora a Pietro, il più concreto degli apostoli e quello che parla a nome degli altri, la domanda decisiva: bisogna perdonare fino a sette volte? La risposta di Gesù sposta però il discorso fuori dal calcolo: «settanta volte sette». Non si tratta più di contare, perché il perdono non ha un limite numerico.
La risposta alla seconda domanda, cioè perché si debba perdonare, richiede qualche passaggio in più, poiché Matteo la affida a una parabola i cui riferimenti non risultano oggi immediatamente comprensibili. L’immagine presuppone un grande potentato orientale, di stirpe reale, circondato da numerosi viceré o satrapi, ai quali spetta rendere conto delle entrate riscosse. Benché siano alti funzionari, questi uomini vengono chiamati servitori proprio perché restano subordinati e dipendenti dal monarca; somme enormi di denaro passano quindi attraverso le loro mani.
Matteo presenta il padrone della parabola come figura del Padre celeste e il servo come figura dell’essere umano; ma che cosa vuol dire «debito»? Il testo non lo dice esplicitamente, ma nel linguaggio di Matteo questa parola rinvia al peccato, cioè a ciò che allontana l’essere umano dalla propria vocazione. Si può leggere l’enormità della somma come un modo per rappresentare la gravità e l’accumularsi di questo smarrimento: lasciato a se stesso, l’essere umano rischierebbe di perdersi sempre più, fino a trasformare anche il mondo che abita in un luogo di sofferenza. La sproporzione rappresentata nella parabola mostra infatti quanto spesso non siamo in grado di cogliere fino in fondo il peso delle nostre azioni. Il gesto del padrone, che cancella interamente il debito, afferma allora che Dio non abbandona l’essere umano nel suo vagare, ma interviene per ricondurlo alla sua vocazione originaria trasformandone il cuore.
La seconda parte della parabola è più immediata: se abbiamo ricevuto perdono, siamo chiamati a perdonare a nostra volta chi si allontana, sbaglia o ci ferisce. Il racconto richiama così un dato elementare dell’esperienza umana: l’errore, le scelte sbagliate, le offese, le ferite, l’ostinazione e la cecità fanno parte della vita, anche se vorremmo che non fosse così. Riconoscere questa realtà e ammettere che anche noi vi contribuiamo in modi diversi, può aprirci alla comprensione di quel Padre misterioso di cui parla Gesù e che Gesù stesso ha cercato di rendere visibile con tutta la sua vita.
Chi non ha mai subito un’ingiustizia, è stato ferito da una parola, mal consigliato o trascinato dall’impulso del momento? Chi non ha mai detto qualcosa che non pensava davvero o compiuto un gesto di cui poi si è pentito? Proprio perché tutto questo appartiene alla vita umana, il perdono diventa l’unico rimedio capace di interrompere la catena delle ferite e, per questo, può essere chiamato una via privilegiata per entrare nel mistero di Dio.
Il contrario è terribile, perché la conclusione della parabola può lasciare sconcertati: il padrone consegna il servo ai carnefici e Gesù aggiunge che così farà il Padre celeste con chi rifiuta di perdonare. È una durezza tipica dello stile di Matteo, ma il senso non è che Dio intervenga dall’esterno per infliggere una punizione arbitraria; chi rifiuta il perdono entra piuttosto in una logica implacabile, nella quale le ferite non possono più essere guarite e ogni offesa continua a generarne altre, fino a produrre sofferenza e morte.
Il perdono non cancella il male né nega le ferite, ma interrompe la logica che le perpetua. Per chi legge la parabola nella fede, è proprio in questa capacità di non restituire il male ricevuto che può diventare riconoscibile qualcosa del volto di Padre. E per chi non condivide questa fede, resta comunque una possibile eredità di pensiero: una vita umana cresce quando riesce a sottrarsi al desiderio della vendetta.
NB: in copertina, Anonimo, I satrapi