Questione di disciplina?

Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro

6 settembre 2026 – XXIII Domenica del Tempo Ordinario
Ez 33,1.7-9
Sal 94
Rm 13,8-10
Mt 18,15-20

Quando nel Vangelo compare una procedura in quattro passaggi, come dire, ci si sente subito a casa: verbi all’imperativo, testimoni da convocare, un’assemblea a cui riferire e perfino qualcosa da legare o sciogliere. Per un attimo sembra quasi di avere trovato il regolamento condominiale del Regno di Dio. Mt 18,15-20 è stato spesso letto, non senza ragione, come un piccolo codice di disciplina ecclesiastica: parla di una colpa, di un ammonimento, di testimoni e, alla fine, della comunità.
Eppure il testo non prende l’avvio da un’istituzione che debba difendersi, comincia da «tuo fratello». Prima della colpa viene chiamata in causa la relazione tra le persone; prima della sanzione viene considerata la possibilità di guadagnare qualcuno che rischia di perdersi.
Il conflitto, del resto, non è un incidente capitato a una comunità difettosa, ma una possibilità ordinaria del vivere insieme. Gesù sembra non stupirsene, forse non immagina discepoli così spirituali da non ferirsi mai, insegna piuttosto che cosa fare quando inevitabilmente ci si trova in pieno conflitto.
Una comunità adulta non è quella che non litiga, ma quella che impedisce al conflitto di diventare umiliazione, vendetta o spettacolo.

Il primo gesto è parlare a tu per tu, non per sistemare ogni cosa in segreto, ma per proteggere la dignità di entrambi i dialoganti, lasciando alla parola il tempo di essere ascoltata e maturata.
Il pettegolezzo – per quanto spesso praticato con zelo quasi liturgico – non figura tra i sacramenti. Correggere il fratello significa anche esporsi alla possibilità che la propria lettura dei fatti debba essere corretta.
Se il colloquio fallisce, entrano in scena una o due persone. Il richiamo a Deuteronomio 19 non autorizzerebbe a costituire una piccola maggioranza contro l’accusato. I testimoni dovrebbero servire a sottrarre il giudizio all’arbitrio di una voce sola: aiutano ad accertare i fatti, non a fare pressione. La comunità evangelica non presume che chi accusa abbia ragione perché parla con maggiore sicurezza, meglio e per primo.
Infine viene chiamata in causa l’assemblea. Se neppure l’assemblea viene ascoltata, il fratello sia considerato «come un pagano e un pubblicano». Qui la lettura disciplinare tradizionale intravede facilmente l’espulsione. Nel Vangelo, però, proprio pagani e pubblicani non sono persone che Gesù smette di cercare. Il versetto può segnare un confine reale, senza trasformarlo in un giudizio ultimo sulla persona. La relazione cambia; la speranza della riconciliazione non viene per questo cancellata.
Anche il potere di legare e sciogliere diventa allora meno trionfale e assai più scomodo. Non è un timbro celeste apposto automaticamente sulle decisioni ecclesiastiche, ma la misura della responsabilità affidata alla comunità: ciò che facciamo della vita altrui ha conseguenze.
Per questa ragione la promessa seguente non è un grazioso incoraggiamento posto in fondo alla procedura: gli stessi due o tre che potrebbero presentarsi come testimoni devono ricordare sotto quale sguardo parlano. La presenza di Cristo non rende infallibile il gruppo; gli impedisce, semmai, di giudicare come se Cristo fosse assente.

Ezechiele chiama il profeta «sentinella» il suo ruolo è “avvertire”, non tacere per quieto vivere, ma neppure agire al posto dell’altro. Il profeta/sentinella è responsabile della parola che pronuncia e di quella che omette, non della coscienza altrui. Vigila senza impadronirsi delle coscienze, parla senza condannare in anticipo.
Paolo offre il criterio più breve e, allo stesso tempo, più esigente: «L’amore non fa nessun male al prossimo; pieno compimento della legge è l’amore». La disciplina cristiana va misurata sulla capacità di impedire il male e di rendere nuovamente possibile il bene, non sulla precisione adoperata per espellere chi non corrisponde ai requisiti. Se protegge l’istituzione sacrificando le persone, può essere impeccabile nella forma e avere già smarrito il Vangelo.

Naturalmente anche l’operazione opposta comporta qualche rischio. Presentare Matteo come un «manuale del discepolato» o il capitolo come una Haustafel può allargare utilmente lo sguardo, ma nessuna formula risolve il testo una volta per tutte. Il contesto illumina un passo, non ne spiana le asperità. Matteo sta parlando sul serio di una disciplina comunitaria, la questione è quale volto assuma alla presenza di Cristo.
Misericordia non significa fingere che nulla sia accaduto; non significa obbligare chi è stato ferito a riconciliarsi in fretta, né usare il colloquio privato per coprire abusi o reati.
Quando qualcuno è in pericolo, la protezione della vittima e il ricorso alle autorità competenti vengono prima della riservatezza comunitaria.
Il perdono evangelico non è una tecnica per restituire tranquillità al colpevole.
La misericordia è più severa del permissivismo e più paziente della condanna: dice la verità sul male, pone limiti quando sono necessari e continua a vedere nell’altro una persona, perfino quando non è più possibile vivere la relazione con quell’altro nello stesso modo.
La disciplina evangelica non decide chi merita di essere amato, cerca come amare senza farsi complice del male.
Forse è questo che rende il brano molto meno rassicurante di un regolamento.
I regolamenti permettono di chiudere utilmente una procedura.
Gesù lascia invece la comunità sotto la responsabilità della parola data, del limite posto e della porta che non va murata. Chiede di essere sentinelle, non sorveglianti; testimoni, non padroni della verità; fratelli e sorelle anche quando la fraternità costa.

Bastano due o tre persone perché Cristo sia in mezzo a loro.
Ne bastano altrettante, purtroppo, per creare una fazione, la differenza non sta nel numero, ma nel nome nel quale ci si riunisce e nel modo in cui, in quel nome, ci si prende cura della verità e dell’altro.

NB: in copertina, Anonimo, Questioni di disciplina?

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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