Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!
30 agosto 2026 – XXII Domenica del Tempo Ordinario
Ger 20,7-9
Sal 62
Rm 12,1-2
Mt 16,21-27
Pietro ha appena riconosciuto Gesù come il Cristo, il Figlio del Dio vivente, e ha ricevuto da lui parole di approvazione e promesse sorprendenti, e ora, pochi versetti dopo, questo stesso Pietro viene chiamato Satana.
Che cosa è successo?
Il capovolgimento è così brusco da lasciare interdetti: Pietro, il primo ad aver confessato davanti agli altri discepoli che Gesù è il Cristo, si ritrova quasi immediatamente apostrofato con una parola che la tradizione cristiana ha caricato, nei secoli, di significati terribili.
Eppure proprio questa parola, se riportata alla sua storia più antica, permette forse di capire meglio la scena.
La cultura occidentale ha costruito attorno a Satana una figura precisa, personale, quasi il nome proprio del principio del male. Ma nelle Scritture il termine ha una storia più complessa. L’ebraico śāṭān indica anzitutto qualcuno che si pone contro, un avversario, qualcuno che ostacola il cammino di un altro. Solo in determinati contesti assume anche la funzione più specifica dell’accusatore e, progressivamente, il nome proprio dell’Avversario per eccellenza.
Quando Gesù dice a Pietro:
«Vattene dietro di me, Satana!» non è dunque necessario immaginare che Pietro sia improvvisamente diventato il Diavolo. Pietro è, in quel momento, colui che si mette contro, e Matteo sembra quasi spiegare immediatamente il senso della parola aggiungendo: «Tu mi sei di scandalo»; skándalonè termine greco, che indica un ostacolo, qualcosa che fa inciampare.
Per capire come Pietro sia arrivato ad occupare questa posizione bisogna tornare a ciò che è appena accaduto. Gesù ha cominciato a spiegare ai discepoli che dovrà andare a Gerusalemme, soffrire molto a causa degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, essere ucciso e risuscitare il terzo giorno. A questo punto Pietro reagisce prendendolo in disparte e comincia a rimproverarlo: «Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai». Le sue intenzioni potrebbero anche essere buone, probabilmente vuole proteggere Gesù, non sopportando l’idea che il Maestro debba soffrire e morire. Non credo ci sia bisogno di immaginare che non abbia sentito la parola sulla risurrezione o che il suo ascolto sia stato “distratto”. La questione potrebbe essere più radicale: Pietro ha ascoltato, ma ciò che ha ascoltato non corrisponde all’idea di Messia che porta con sé. Pochi istanti prima ha detto: «Tu sei il Cristo», adesso pretende di stabilire che cosa significhi essere il Cristo e come deve esserlo: il Cristo non può soffrire in quel modo, non può finire nelle mani dei capi religiosi, non può essere ucciso. Non che Pietro neghi il riconoscimento precedente, tenta di correggerne l’identità.
È questo il nucleo della questione: il discepolo cambia posizione, si antepone e funge da ostacolo alla realizzazione della volontà del Cristo.
Il discepolo ordinariamente segue, quindi “sta dietro”; Pietro, ora, per un istante, pensa di indicare la strada al Maestro. Non si limita a stargli dietro. Gli si mette davanti. E Gesù risponde precisamente ristabilendo le posizioni: «Dietro di me». Non è soltanto un rimprovero, è l’indicazione precisa di un luogo: lo spazio e la collocazione del discepolo: il suo posto (il nostro posto) non è davanti a Lui. È dietro a Lui. La forza della parola «Satana» qui è quasi visibile: è quello che attraversa la strada al Cristo e tenta di farlo inciampare, con l’intenzione di deviarne l’opera. Dovremmo rabbrividire davanti a questo comando, dopo averne afferrato realmente il senso: “Togliti di mezzo, non ti permettere di essere di ostacolo a Dio”.
È significativo che subito dopo Gesù si rivolga a tutti i discepoli dicendo: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua».
Il «dietro di me» rivolto a Pietro non è un inciso isolato, colloca tutti noi – i discepoli – una volta per tutte.
Il problema non consiste nell’aver ragionato troppo, nel fatto di affidarsi alla propria soggettività invece che a Dio. Troppo facile contrapporre il pensiero umano alla presunta possibilità di conoscere direttamente il pensiero divino! Anche noi ascoltiamo, interpretiamo, comprendiamo, ma sempre attraverso una prospettiva umana. Gesù parla e corregge in maniera precisa: «Tu non stai pensando secondo Dio, ma secondo gli uomini». Non sta condannando il pensiero umano, sta ponendo in questione il criterio interpretativo di Pietro: l’interpretazione degli eventi che dovranno accadere, anticipati dal Figlio dell’uomo, da Lui e per Lui voluti ai soli fini della salvezza di tutti i figli dell’uomo, è sbagliato. È un errore. Un grossolano errore. Un grave errore.
Pietro ha trasformato la propria comprensione del bene in una misura assoluta; decide che la sofferenza di Gesù non può appartenere al suo cammino; decide ciò che deve e ciò che non deve essere. Proprio mentre crede di difendere Gesù, rischia di impedirgli di essere il Cristo. È Pietro che rischia, non il Cristo.
Le migliori intenzioni possono diventare un ostacolo quando pretendono di stabilire in anticipo quale forma debba assumere la vita dell’altro.
La scena ci tocca da vicino. Non perché dovremmo smettere di ragionare, diffidare della nostra intelligenza o rinunciare al giudizio. Niente di tutto questo: solo perché possiamo facilmente trasformare la nostra interpretazione della realtà in una posizione da cui non siamo più disposti ad ascoltare altro, nemmeno nostro Signore.
Possiamo riconoscere qualcuno, pensare di parlare per il suo bene, e, allo stesso tempo, essergli d’ostacolo nella realizzazione del suo cammino solo perché l’immagine della sua identità, che noi stessi ci siamo costruiti, è diversa da quella reale.
Possiamo amare e, proprio per amore, pretendere di sapere quale strada l’altro debba percorrere.
Possiamo perfino voler seguire qualcuno e finire, senza accorgercene, per metterci davanti.
Comprendo la ragione della durezza della risposta di Gesù. Pietro non deve essere espulso dal gruppo dei discepoli, non viene dichiarato irrimediabilmente malvagio, non gli viene detto «Sparisci», ma «Torna dietro».
Il discepolo che si è trasformato in ostacolo può tornare discepolo semplicemente cambiando posto.
Sento, infine, un’ironia terribile nella costruzione del racconto: pochi versetti prima Pietro era stato chiamato «pietra»: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa».
Ora quella stessa pietra è diventata skándalon, pietra d’inciampo.
È cambiato il giudizio su Pietro nel giro di poco?
No. È lo stesso Pietro.
La stessa persona può diventare fondamento oppure ostacolo. Dipende anche dal posto che occupa.
La domanda che questo Vangelo lascia a ciascuno di noi non è se siamo abbastanza forti, abbastanza fedeli o abbastanza intelligenti. È più semplice e più difficile allo stesso tempo:
dove mi sono messo? Forse davanti, per indicare agli altri e perfino a Dio quale strada dovrebbero percorrere? Oppure dietro, abbastanza vicino da ascoltare e abbastanza libero da seguire?
Se Pietro deve ancora impararlo, probabilmente anche noi tutti abbiamo molto da imparare.
NB: in copertina, Anonimo, Collocazioni vitali.