La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?
23 agosto 2026 – XXI Domenica del Tempo Ordinario
Is 22,19-23
Sal 137
Rm 11,33-36
Mt 16,13-20
«La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?»
La domanda di Gesù in Matteo 16,13 ci è diventata talmente familiare che quasi non la ascoltiamo più. Sappiamo già come continua: il Figlio dell’uomo è Gesù, Pietro lo riconosce come Cristo, Gesù approva la risposta e fonda su Pietro la sua Chiesa. La tradizione cristiana ha saldato così bene i diversi passaggi del racconto che ormai sembrano costituire un’unica affermazione.
Eppure Matteo comincia introducendo una piccola difficoltà.
Marco, nella scena parallela, fa chiedere a Gesù: «Chi dice la gente che io sia?». Luca fa sostanzialmente lo stesso. Matteo invece scrive: «Chi dice la gente che sia il Figlio dell’uomo?». Soltanto due versetti dopo Gesù tornerà alla forma diretta: «Ma voi, chi dite che io sia?».
Possiamo certamente concluderne che Matteo identifichi Gesù con il Figlio dell’uomo. Ma non abbiamo il diritto di comportarci come se non fosse accaduto nulla tra le due domande poste da Gesù. Matteo avrebbe potuto scrivere «io» anche la prima volta e non lo ha fatto. È precisamente da questa porta che vorrei entrare per porre le mie riflessioni.
Penso che l’espressione «figlio dell’uomo» indichi originariamente l’essere umano in quanto tale: l’uomo, il mortale, qualcuno appartenente alla nostra condizione. Nella grande visione di Daniele appare qualcuno «come un figlio d’uomo», una figura dalle sembianze umane contrapposta alle bestie. L’espressione «figlio dell’uomo» non nasce con il libro di Daniele, ma in diverse forme e contesti designa già, nell’Antico Testamento, l’essere umano. In Daniele 7,13 accade però qualcosa di nuovo: a questa figura dall’ aspetto umano viene conferito un dominio straordinario.
Non dovremmo domandarci soltanto come mai un’espressione che significava “essere umano”, sia poi diventata il modo per designare Gesù.
Dovremmo domandarci anche che cosa sia accaduto all’idea di essere umano, perchè quell’espressione fosse riferita a Gesù.
Se leggiamo la storia soltanto in una direzione, partiamo dall’uomo e saliamo verso Cristo: uomo, figura apocalittica, Messia, Gesù, Figlio di Dio. Ogni nuovo significato sembra cancellare quello precedente. Alla fine «Figlio dell’uomo» diventa paradossalmente uno dei modi con cui distinguiamo Gesù dagli altri uomini.
Ma potrebbe essere accaduto qualcosa di molto diverso: l’espressione potrebbe essere diventata singolare senza cessare di essere universale.
Gesù sarebbe allora il Figlio dell’uomo non perché abbia smesso di appartenere all’umano, ma perché ciò che significa essere umano viene portato in lui fino alle sue conseguenze estreme.
Sarebbe strano che Dio si faccia uomo, e poi l’uomo debba nuovamente essere superato per poter riconoscere Dio. Dovremmo piuttosto dire che Dio fa il suo ingresso nell’umano così radicalmente che da quel momento in poi non possiamo più pensare Dio senza interrogarci sull’uomo, né l’uomo senza interrogarci su ciò che è accaduto in Gesù.
Non si tratta di conoscere quanto del divino e quanto dell’umano contenga Gesù, come se le due realtà occupassero porzioni differenti dello stesso recipiente, si tratta di chiedersi se l’apparizione di Dio nell’uomo non ci obblighi a modificare la nostra idea dell’opposizione tra divino e umano.
Ed è a questo punto, io credo, che Pietro risponde:
«Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
Risposta esatta.
E risposta pericolosa.
La parola «Cristo» non arriva vuota, porta con sé attese, immagini, speranze, rapporti di potere, interpretazioni precedenti. Dire «Messia» significa evocare molto più di ciò che Pietro può avere realmente compreso in quel momento.
Gesù accoglie la confessione, ma subito dopo ordina ai discepoli di non dire a nessuno che egli è il Cristo. Strano comportamento, dunque, se la questione consistesse semplicemente nell’indovinare la risposta giusta.
Forse si può pronunciare correttamente una parola e comprenderla in modo completamente sbagliato: Pietro possiede il nome prima di possederne il significato.
I versetti immediatamente successivi lo dimostreranno brutalmente: quando Gesù comincerà a parlare di sofferenza, rifiuto e morte, Pietro protesterà: il Cristo che ha appena confessato non può essere quel Cristo!
Qui ha luogo il corto circuito: Pietro ha riconosciuto Gesù e, allo stesso tempo, tenta di impedirgli di essere colui che ha riconosciuto.
Non credo sia una contraddizione accidentale del racconto, pittosto penso sia il suo centro.
Il significato precedente della parola «Messia» cerca di impadronirsi del significato nuovo, ma Gesù avverte che se volgliamo continuare ad usare questa parola, dobbiamo imparare nuovamente che cosa significa.
Forse proprio per questo Matteo ha bisogno, all’inizio della scena, del «Figlio dell’uomo». Prima che Pietro pronunci la grande definizione cristologica, nel testo rimane piantata una parola molto più inquietante: «uomo».
Il Cristo che Pietro confessa non potrà essere compreso eliminando il Figlio dell’uomo che Gesù ha appena nominato.
L’umano non è la scorza provvisoria dentro cui si nasconderebbe il divino, è il luogo nel quale la questione viene posta. Anche Pietro, del resto, viene definito attraverso una contraddizione: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa».
Pochi versetti dopo, la pietra diventerà ostacolo: «Tu mi sei di scandalo».
La solidità sulla quale qualcosa può essere costruito e l’ostacolo sul quale si può inciampare abitano la stessa persona. Altro che monumento! Pietro è affidabile precisamente senza diventare infallibile nel senso banale della parola: può ricevere un’intuizione decisiva e un istante dopo deformarla attraverso le categorie che già possiede: può riconoscere e fraintendere, può essere pietra e inciampo.
Molto umano, verrebbe da dire. Forse inevitabilmente umano.
E proprio a quest’uomo vengono consegnate le chiavi.
Anche qui secoli di rappresentazioni hanno trasformato facilmente la chiave in un distintivo: chi possiede le chiavi possiede l’edificio.
Una chiave non serve a possedere una porta, serve ad aprirla.
Può anche chiuderla, naturalmente, ed è qui che il simbolo diventa pericoloso: ogni potere ricevuto per rendere possibile un passaggio può trasformarsi nel potere di impedire precisamente quel passaggio.
Ogni istituzione nata per custodire un accesso può finire per custodire soltanto se stessa.
Matteo aggiunge che «le porte degli inferi non prevarranno» contro la comunità costruita sulla pietra. Storicamente l’immagine dovrà essere interpretata nel proprio contesto e non abbiamo bisogno di farle dire ciò che non dice. Ma possiamo permetterci almeno, oggi, di rivolgerla contro di noi.
Le porte non marciano, non si irreggimentano, non fanno la guerra: le porte chiudono.
E allora questa Chiesa potrebbe essere sconfitta dalle porte degli inferi non tanto quando qualcosa dall’esterno la distruggesse, ma quando essa stessa imparasse troppo bene a chiudersi. Se la chiave è simbolo di proprietà, la soglia diventa frontiera e ciò che doveva consentire il passaggio viene utilizzato per impedirlo.
Sarebbe una conclusione piuttosto ironica per una comunità nata attorno a uno che continua a spostare il significato delle parole che dovrebbero contenerlo.
«Figlio dell’uomo».
«Cristo».
«Pietra».
«Chiavi».
Nessuna di queste parole rimane innocente dopo Matteo 16.
E forse neppure «uomo».
Il percorso compiuto dall’espressione «Figlio dell’uomo» presenterà uno dei paradossi più radicali del cristianesimo: una formula che poteva indicare semplicemente un essere umano viene riferita a un uomo particolare, Gesù di Nazaret, ma proprio attraverso questa singolarizzazione ritorna ad interrogare l’intera umanità.
Il singolare non cancella l’universale, lo mette in questione.
La domanda di Cesarea di Filippo allora non è soltanto:
«Chi è Gesù?»
Ne sottende un’altra:
«Che cos’è l’uomo, se Gesù è il Figlio dell’uomo?»
Questa è la domanda che la confessione di Pietro non chiude affatto.
La apre.