Ed ecco una donna Cananèa,
che veniva da quelle regioni,
si mise a gridare
16 agosto 2026 – XX Domenica del Tempo Ordinario
Is 56,1.6-7
Sal 66
Rm 11,13-15.29-32
Mt 15,21-28
La storia che Matteo oggi ci racconta non sembra di facile comprensione, o meglio si presta facilmente ad essere fraintesa. Parole e scene sembrano essere enigmatici. Le difficoltà del racconto della Cananea nascono soprattutto da una lettura che vede in Gesù un iniziale rifiuto dello straniero, poi corretto dalla fede della donna che lo costringerebbe ad allargare le prospettive. Ma questa interpretazione contraddice lo stesso Vangelo di Matteo: molto prima di questo episodio Gesù ha già accolto e lodato la fede di un centurione romano, annunciato l’ingresso nel Regno di popoli provenienti da oriente e occidente e richiamato la missione di Giona presso i Niniviti. La vocazione universale del Messia appartiene del resto alla tradizione biblica che Gesù conosce: la promessa ad Abramo e la luce destinata alle nazioni annunciata da Isaia.
Anche le parole «Sono stato mandato soltanto alle pecore perdute della casa d’Israele» non vengono pronunciate per respingere la donna, ma in risposta ai discepoli che vorrebbero mandarla via, che in realtà stanno reagendo alla propria difficoltà a sopportare il dolore altrui. La donna ha una figlia malata, i discepoli hanno il problema di essere disturbati dall’angoscia di lei; Gesù, invece di limitarsi a eliminare il problema che li disturba, costringe tutti a stare dentro quella situazione.
La donna stessa non sente un rifiuto nelle parole del «Figlio di Davide», al contrario si avvicina, si prostra e continua a pregare.
È proprio la sua preghiera che nel frattempo cambia. All’inizio gridava a lui da lontano perché intervenisse con il suo potere di guaritore sulla figlia malata, mantenendo ancora l’immagine di un Dio lontano, simile a un onnipotente capace di modificare magicamente le circostanze. Dopo il silenzio e le parole di Gesù, invece, la donna si avvicina e domanda: «Signore, aiutami». Non chiede più soltanto la soluzione esterna del problema: comprende che è lei stessa ad incontrare Dio sul suo cammino ed è lei ad aver bisogno di aiuto.
In questa prospettiva anche il «demone» acquista un significato diverso: non necessariamente una creatura invisibile che tormenta dall’esterno, ma ciò che diventa demoniaco quando l’uomo affida la propria vita a un idolo, per esempio all’immagine superstiziosa di un Dio-stregone che deve essere persuaso ad intervenire.
È proprio a questo punto che Gesù pronuncia l’enigmatica frase sul pane dei figli e sui cagnolini. Non sta dividendo gli esseri umani in figli di Dio e cani, né sta assimilando a un cane la donna: figlio e cagnolino rappresentano piuttosto due dimensioni presenti in ogni persona.
Il figlio è il nucleo più profondo dell’essere umano: la coscienza, il desiderio di conoscere e crescere, il soffio divino presente in ciascuno. Il cagnolino è invece la dimensione animale, sensibile e sociale: tutt’altro che disprezzabile, rappresenta i bisogni di salute, serenità, affetto, riuscita e relazioni soddisfacenti.
«Non è giusto prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini» significa allora che l’azione di Dio non parte dai sintomi e dalle circostanze esteriori, ma dal centro della persona: è anzitutto il figlio che deve essere nutrito. Gesù ribadisce lo stesso principio quando invita a cercare prima il Regno di Dio, perché il resto verrà dato in aggiunta. La cananea, con la sua risposta, mostra di aver compreso questo principio; quando dà forma alle azioni degli uomini anche le briciole che cadono dalla tavola nutrono i cagnolini. È dunque legittimo sperare che la fede produca effetti concreti sulla salute, sugli affetti, sulle dipendenze, sulla sofferenza o nelle difficoltà della vita, ma la via che consente a questi frutti di giungere a maturazione inizia prima e assai più in profondità, là dove ha origine la trasformazione della persona.
Stare davanti alla malattia dell’altro, comprendere che cosa possiamo realmente fare, non farsi paralizzare dall’impotenza, imparare a essere utili lì dove si può esserlo e imparare a sopportare ciò che non si può cambiare sono esempi di ciò che possiamo chiedere nella preghiera ed esplicitano il senso delle parole della cananea: «Signore, aiutami!».
Se si viene liberati almeno un poco dal senso d’impotenza, si può vedere meglio, decidere meglio, aiutare meglio, essere più vicini al nostro prossimo e questo può produrre effetti concretissimi su chi ci sta vicino: sono già briciole che cadono dalla tavola.
Il Vangelo di questa domenica non parla soltanto della preghiera per chi soffre, parla anche di una terribile scoperta: la sofferenza di qualcuno che amiamo rivela anche la nostra povertà e questa povertà può diventare il luogo della nostra personale conversione.
Anche Gesù, durante questo tipo d’incontro, agisce cambiando qualcosa: non senz’altro la propria concezione dei pagani, ma i suoi programmi. Si era ritirato per riposare con i discepoli, ma lascia che l’apparizione di una pecora smarrita interrompa quel riposo. Tutto questo appartiene alla sapienza della vita: talvolta bisogna interrompere il servizio per prendersi cura del proprio «cagnolino» e riposare; altre volte bisogna interrompere il riposo per servire, quando la coscienza illuminata dallo Spirito lo domanda.
«Signore, aiutami» è il luogo interiore dal quale vivremo nell’orizzonte della salvezza. La nostra coscienza e il nostro cuore sono in grado di accogliere uno spostamento dall’esterno verso l’interno, dagli altri a noi stessi.
Io credo che l’intera storia non racconti affatto la conversione di Gesù dalla xenofobia all’universalismo, ma racconti la conversione della donna cananea, nell’autentica preghiera di domanda, e lo spostamento della sua prospettiva dalla magia alla fede.
La guarigione della figlia diventa il frutto, la «briciola» appunto, di qualcosa che modifica in profondità la nostra posizione “geografica” nell’economia della salvezza.
NB: in copertina, Anonimo, Il salto ontologico.
Il testo di questa settimana è spettacolare!
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