Verso la fine della notte egli venne verso di loro camminando sul mare
9 agosto 2026 – XIX Domenica del Tempo Ordinario
1Re 19,9a.11-13a
Sal 84
Rm 9,1-5
Mt 14,22-33
Gesù ordina ai discepoli di salire sulla barca e di precederlo sull’altra sponda: li costringe a salire sulla barca. Subito dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci «ordinò ai discepoli di salire sulla barca e di precederlo sull’altra sponda».
Questa espressione mi lascia perplesso, perché è molto lontana dal modo abituale con cui Gesù si relaziona con i suoi. Forse solo in questo passo gli viene attribuita una parola di coercizione. Risulta ancora più sorprendente se consideriamo, col senno di poi, che li sta inviando incontro ad una tempesta.
Se escludiamo che lo abbia fatto a scopo dimostrativo, per apparire l’unico salvatore, quale sarebbe allora la buona notizia? Dov’è il Vangelo? Non ci voleva liberi e vivi?
Non credo neppure ad una pedagogia divina che deliberatamente costringe alla prova, nemmeno per il nostro bene. Si può forse sostenere che da una prova dura, da un momento di dolore o di confusione, Dio può far nascere qualcosa di nuovo, qualcosa di vivo, ma è molto diverso dal sostenere che quelle prove vengono da lui, come se le fabbricasse per mettere alla prova la resistenza della nostra fede.
Sono invece convinto che Dio sia sempre all’opera per mettere ordine nel caos indifferenziato del mondo e che ogni vita nascente rappresenti l’ingresso nella sua misteriosa complessità.
La Bibbia inizia con le parole: «In principio» e credo che ogni istante possa essere un principio.
Nel Vangelo di Giovanni, Gesù dice a Nicodemo che «bisogna nascere di nuovo per vedere il regno di Dio». L’immagine della nascita è forse una chiave per comprendere l’ordine di recarsi all’altra riva attraversando il mare: siamo davanti a quella seconda nascita di cui Gesù parlava a Nicodemo.
La costrizione che Gesù impone ai suoi discepoli appartiene allo stesso ordine di quella imposta alla donna che mette al mondo un figlio: il parto è una soglia forte e talvolta dolorosa, nonostante i moderni metodi cerchino di evitare il più possibile la sofferenza fisica della madre e del bambino.
Eppure il nascituro non può rimanere nel grembo materno: significherebbe la morte di entrambi. Allo stesso modo, Gesù non può permettere ai suoi discepoli di aggrapparsi a lui fisicamente e spiritualmente all’infinito.
La scorsa settimana, nell’episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci, abbiamo visto gli apostoli tendere a controllare Gesù e, allo stesso tempo, la loro profonda dipendenza dalla sua presenza.
La loro seconda nascita, quella di cui Gesù parla a Nicodemo, consiste, a mio avviso, nella differenziazione adulta della persona sul piano spirituale ed etico: una tappa necessaria del cammino della fede.
Gesù allontana i suoi discepoli salendo sul monte a pregare, forse perché possano distinguere il Cristo miracoloso dalla persona nuova che la sua Parola fa nascere in loro: un’esperienza che segna una cesura tra ciò che si era prima e ciò che si sta diventando.
Gesù sa che inevitabilmente i discepoli si troveranno ad affrontare le due vere prove che precedono una seconda nascita alla gioiosa complessità della vita, una seconda nascita capace di liberare l’uomo dalla “costrizione” stessa di viverla. Le due vere prove sono la paura e il dubbio.
Ho spesso ascoltato persone travolte dalla sofferenza parlare della vita come di un dono non richiesto. Io sono convinto che la vita sia davvero un dono. Per viverla nella sua pienezza, occorre almeno iniziare a superare il dubbio sull’esistenza di Dio e la paura della morte; il Cristo farà il resto.
Però, la novità ci spaventa, ci mette di fronte alle nostre paure e ai nostri dubbi. Mettersi in movimento, agire, talvolta può essere inquietante. Sembrerebbe molto più sicuro rimanere ai piedi del monte, mentre Cristo prega, piuttosto che dirigersi verso l’altra riva, attraversando il mare in tempesta.
Ma la seconda nascita è una tappa del processo di sviluppo, non la sua conclusione. E forse si realizza proprio dopo essere stati coinvolti in un «miracolo di moltiplicazione», come è avvenuto per gli apostoli.
Salendo in barca, i discepoli non abbandonano Gesù per sempre, né vengono abbandonati: crescono, instaurando con lui un rapporto diverso. Dopo la risurrezione verrà loro chiesto addirittura di precederlo in Galilea, dove egli li raggiungerà ancora, ma sotto un’altra forma.
Ora, però, si ritrovano nel pieno della tempesta.
La nascita spirituale proietta i discepoli nel mondo così com’è, con il suo tumulto, le sue tempeste, le sue ambivalenze e i suoi cambiamenti. L’acqua, che prima era calma, diventa improvvisamente turbolenta e mortale.
C’è da dire che le grandi distese d’acqua non godevano di buona fama nell’immaginario biblico, basti pensare al racconto biblico del diluvio: la tempesta rappresenta ciò che mette radicalmente in questione la possibilità stessa di sopravvivere.
I discepoli non capiscono subito ciò che sta succedendo, vanno nel panico e si ritrovano improvvisamente nel regno del fantastico; vedono Gesù raggiungerli camminando sull’acqua e lo scambiano per un fantasma. Ma come? Se avevano assistito alla moltiplicazione dei pani e dei pesci, ora non potrebbe camminare sull’acqua? I discepoli perdono l’orientamento e la lucidità e, pur contando tra loro pescatori esperti, tremano senza riuscire a fare nulla di realmente efficace. Questa tempesta è un sogno o una realtà? In ogni caso genera un’angoscia tale da deformare perfino la percezione, scambiando Gesù per un fantasma.
Persi nell’oscurità e sballottati dal vento, i discepoli si trovano nella condizione del neonato che esce urlando dal grembo materno perché, per la prima volta, l’aria entra nei suoi polmoni, mentre fino a un istante prima viveva sicuro e al caldo nel ventre materno.
Così come il neonato ritroverà la madre in un mondo nuovo e sotto un’altra forma, così anche i discepoli, usciti dal regno delle fantasie spaventose, ritroveranno il Cristo.
Ciò che salva dalla tempesta è la relazione con il Signore, una relazione che si rinnova, perché il Cristo non è soltanto colui che ha moltiplicato il pane e i pesci per i cinquemila di domenica scorsa: è anche colui che è presente e potente nelle nostre vite, non soltanto in quelle degli altri.
Ci credevamo perduti, lontani, senza alcun aiuto, sul punto di essere inghiottiti dalle onde del caos. E invece il Signore è lì, ci vede come soltanto lui sa vedere, con tutto il nostro panico, e ci rassicura con il suo costante invito a non avere paura.
Non rimprovera alcuno. Si presenta nel caos come se il caos non lo sfiorasse minimamente. Lo domina, perché è capace di mettere ordine nel caos e di conferirgli un significato che riconduce alla tranquillità.
Proprio come il soffio di Dio aleggiava sulle acque della creazione, così Gesù cammina sulle acque di questa nuova nascita.
Il Cristo ha potere sul caos interiore e su quello esteriore. Per questo motivo i discepoli lo riconobbero come Figlio di Dio e noi, come loro, lo riconosciamo tale, proprio nel momento in cui prendiamo coscienza di non avere alcun potere sulla nostra vita.
NB. in copertina, Anonimo, Gesù cammina sulle acque