Chi accoglie voi accoglie me,
e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato
28 giugno 2026 – XIII Domenica del tempo Ordinario
2Re 4,8-11. 14-16
Sal 88
Rm 6,3-4.8-11
Mt 10,37-42
Gesù sembra esigere dai suoi discepoli che non amino altri più di Lui: neanche i genitori o i figli. Curiosamente, non si parla del coniuge… Che non esistano mariti o mogli capaci di amarsi come Cristo li ha amati?
Il discorso, come spesso avviene, non è facilissimo da afferrare. Sembra al limite del tollerabile, anche per chi, seguendo Cristo, accetta di entrare nel mondo del divino, dove tutto è eccessivo e sproporzionato rispetto alle apparenti debolezze umane.
Il discorso di Gesù, però, è più sfumato di quanto sembri a prima vista. La difficoltà nasce dall’ordinario modo di intendere l’amore, nella sua accezione più comune e sentimentale. Difetto di educazione affettiva o di una sana formazione cristiana?
Più preciso della traduzione italiana delle nostre Bibbie, il testo greco del Vangelo distingue due modalità dell’“io amo”: una, tutta umana, che tradurrei con “mi piace”, e una, più impegnativa, per la quale terrei il verbo italiano “amare”.
Riservo il “mi piace” a tutto quello che, appunto, mi piace per certi aspetti dell’oggetto “d’amore”: aspetti che potrebbero dipendere dai miei gusti, dalla mia età o da qualità che immagino appartenere all’oggetto amato. Questa forma, che tradurrei con “mi piace”, non è di tipo incondizionato e soprattutto non è “per sempre”: dipende dai gusti, che col tempo cambiano; dall’età, che ha desideri diversi nei vari periodi della vita; dall’immaginazione, che può anche vedere qualità non realmente appartenenti all’oggetto “amato”.
Bisognerebbe sempre avere la capacità di porsi delle domande senza paura delle risposte sincere che diamo, prima di tutto, a noi stessi. Credo che gli esseri umani siano dotati di un’intelligenza delle cose superiore alle aspettative, ma, quando si parla di amore, siano fin troppo attanagliati dalla paura di perdere qualcosa o qualcuno.
D’altra parte, quando Cristo dice: “chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me”, è fuori luogo immaginare che, quando amiamo, le situazioni conflittuali escludano la dimensione della croce. Anzi, le situazioni conflittuali rappresentano bene questa dimensione.
La crocifissione, cioè l’evento storico della condanna alla crocifissione di Gesù di Nazaret e, per estensione, il martirio cruento di ogni essere umano innocente, sono la situazione estrema della dimensione della croce, come i martiri della cristianità dimostrano. Non è il destino riservato a ogni cristiano.
Ognuno di noi, però, sperimenta ogni giorno che cosa voglia dire amare sul serio e quanto non sia sempre facile, gioioso e spontaneo. Esiste una dimensione non estrema della croce, che si manifesta proprio quando ci accorgiamo di non essere capaci di amare nello stesso modo in cui Cristo ha amato noi, quando ci accorgiamo di non essere capaci di amare incondizionatamente.
Lo vediamo in maniera chiara, per esempio, in alcune crisi familiari.
L’attaccamento alla famiglia, al padre, alla madre, ai figli non è in contrapposizione all’amore per Cristo: si tratta di comprendere che l’amore cristiano parte veramente dal presupposto di vedere Dio in ogni situazione. Questo non esclude la tentazione di comportarsi come se Dio non ci fosse; in questi frangenti, la fiducia nella presenza di Cristo, anche nelle situazioni in cui ci accorgiamo di amare poco e male, orienterà i nostri passi verso una maggiore consapevolezza e, di conseguenza, verso le scelte più adatte. Ad amare e a sentirsi amati s’impara lungo tutta una vita.
Sono convinto che Cristo sostenga i suoi discepoli contro ogni collusione con la menzogna, la falsità, il ricatto, l’ipocrisia e la violenza (che li allontanerebbero da Lui), senza sacrificare la loro libertà. Se ci crediamo e abbiamo fede, possiamo riconoscere che Dio non ci abbandona. Le Sue soluzioni sono infinite, vanno molto oltre ciò che noi, da soli, riusciamo a immaginare. Per questo è necessario rimanere aperti all’inaspettato con fede.
D’altra parte, tutto ciò che le persone fanno realmente per amore può essere frainteso, osteggiato, non compreso, ridicolizzato.
Il dono della vita rimane simbolo dell’amore più grande: che si tratti di una realtà fondamentale come le radici familiari, dell’accoglienza di un nuovo nato, o di piccoli gesti quotidiani di rispetto e condivisione anche nella diversità delle opinioni.
Essere degni di Cristo vuol dire riconoscerlo e cercare di imitarlo in ogni situazione, nei gesti e nelle azioni, cominciando dall’apparente banalità di offrire un bicchiere di acqua fresca a chi ha sete.
NB: in copertina, Anonimo, L’Insegnamento e la Cura