Il giogo che non schiaccia

Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli.

5 luglio 2026 / XIV Domenica del Tempo Ordinario
Zc 9,9-10
Sal 144
Rm 8,9.11-13
Mt 11,25-30

«Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi».
Questo invito dovrebbe essere un balsamo per il cuore. Chi di noi può dire di vivere con un cuore davvero leggero, senza sentire, anche fisicamente, il peso delle proprie preoccupazioni? Eppure la proposta di Gesù sembra paradossale, perché non promette semplicemente l’abolizione di ogni peso: offre un altro giogo, legato però alla sua dolcezza e alla sua umiltà di cuore.

In senso concreto, il giogo è uno strumento di legno posto di solito sul collo di due animali da tiro, per esempio due buoi, perché possano trainare insieme un aratro o un carro. La parola, dunque, è legata all’idea di un carico da portare, o meglio da trascinare.
Nel linguaggio biblico il giogo indica l’esistenza di un vincolo che mette qualcuno nella condizione di trainare un peso. In senso figurato può significare oppressione, dominio, sottomissione, schiavitù: la costrizione a portare un peso imposto da qualcuno o da qualcosa.Il giogo proposto da Gesù, leggiamo nel Vangelo di questa domenica, è invece dolce, e il suo peso è leggero.
Nella Bibbia troviamo diversi passi che aiutano a comprendere questa immagine. Mosè, per esempio, sente il peso del popolo sulle proprie spalle, forse anche perché si trova davanti a una libertà diversa da come l’aveva immaginata: «Mosè disse al Signore: “Perché hai trattato così male il tuo servo? Perché non ho trovato grazia ai tuoi occhi, tanto che tu mi hai messo addosso il carico di tutto questo popolo?”» (Nm 11,11). Poco oltre, il Signore lo sostiene costituendo degli aiutanti: «Io scenderò e parlerò in quel luogo con te; prenderò lo spirito che è su di te per metterlo su di loro, perché portino con te il carico del popolo e tu non lo porti più da solo» (Nm 11,17).
Nei Salmi, il peso opprimente è spesso qualcosa che può essere rimosso soltanto dentro l’alleanza con Dio: «Getta sul Signore il tuo peso ed egli si prenderà cura di te» (Sal 54,23). La rimozione del peso implica un duplice movimento, di Dio e dell’umanità: «Ho tolto il peso dalle sue spalle, le sue mani hanno deposto il fardello» (Sal 80,7). Dio toglie il peso, ma l’uomo deve anche lasciare ciò che continua a stringere tra le mani.
Nel Siracide, il giogo può indicare l’alleanza con i potenti, più che con Dio: una forma di dipendenza nata dalla sete di potere o da un falso sé ideale, privo di basi reali. «Non portare un peso troppo grave, non associarti ad uno più forte e più ricco di te. Come una pentola di coccio farà società con una caldaia? Questa l’urterà e quella andrà in frantumi» (Sir 13,2). D’altra parte, il giogo può anche essere legato a un insegnamento scomodo al quale sottoporsi, come accade nel caso della sapienza: «Sottoponete il collo al suo giogo, accogliete l’istruzione. Essa è vicina e si può trovare» (Sir 51,26).

Prima di parlare del suo giogo, Gesù si rivolge al Padre e lo benedice per una logica che spesso ci travolge: i piccoli e gli umili ricevono una comprensione del cuore capace di accogliere i pensieri di Dio meglio di quanto non accada ai grandi e ai sapienti. Poi Gesù afferma la propria identità in relazione al Padre: un amore, una conoscenza profonda, una comunione che egli intende rivelarci. Da qui nasce l’invito: «Prendete il mio giogo», perché proprio lì troveremo ristoro.

Mi chiedo allora: quale carico traino oggi? C’è qualcosa che mi schiaccia, qualcosa che mi pesa al punto da farmi sentire come un animale da soma?
Alla luce del Vangelo posso riconoscere, come tutti, ciò che riguarda le mie false rappresentazioni. Che cosa vedo negli altri come un difetto, e invece mi appartiene? Che cosa vedo negli altri come un pregio, e vorrei mi appartenesse? Chi sono, per me, “gli altri”? Amici, conoscenti, colleghi, familiari, genitori, fratelli, personaggi pubblici? Se esistono vincoli che non rispecchiano la logica del giogo dolce e del carico leggero, in che misura ho contribuito io stesso a instaurarli?
Se trovassi un carico troppo pesante, forse vorrei deporlo, e magari non saprei come fare.
Potrebbe anche accadermi di resistere al giogo leggero di cui parla Cristo. Potrei sentire di non averlo realmente scelto. Ma tutto questo può far parte di un percorso di fede più lungo, meno immediato, meno “spontaneo”?
Si può non essere subito “piccoli” e beati come coloro che aderiscono alla fede cristiana con semplicità e naturalezza. Si può essere “grandi” e sentirsi ancora poco amati, aggrapparsi a certezze fasulle, costruite su ciò che uno immagina di essere per sempre, magari con orgoglio. Penso che questo sia uno dei significati più forti della benedizione di Gesù al Padre: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli». La considero una parte potentissima del messaggio evangelico, soprattutto per quei percorsi di fede che non sono affatto lisci. È il caso di molte conversioni adulte.

Accettando il giogo dolce e il carico leggero, non siamo chiamati a esaurire le nostre risorse fisiche e morali in un’umiltà obbligata, simulata, o appena appena reale. Potremmo forse darla da bere a un amico poco sapiente, ma il Signore vede benissimo questo tipo di resistenza.
Allora, che cosa posso fare?
Posso condividere con Lui anche questa resistenza. In questo modo depongo il peso.
Quanto al giogo leggero, posso verificare nella mia vita ciò che dicono le Scritture: esso può essere portato soltanto in alleanza con il Signore, perché il pezzo di legno che poggia sul mio collo è sostenuto prima di tutto da Cristo stesso, che cammina al mio fianco, adeguandosi al mio passo.

Così aro il “mio” campo, in attesa dei frutti di una terra fertile e promessa, sapendo che il “mio” campo è terra di Dio.

NB: in copertina, Anonimo, Il giogo

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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