Non abbiate paura

Due passeri non si vendono forse per un soldo?
Eppure neanche uno di essi cadrà a terra
senza che il Padre vostro lo voglia.

21 giugno 2026 – XII Domenica del Tempo Ordinario
Ger 20,10-13
Sal 68
Rm 5,12-15
Mt 10,26-33

Il brano del Vangelo di Matteo che ascoltiamo questa domenica è costruito intorno a un comando ripetuto: non abbiate paura. Non è un invito generico al coraggio, né una frase consolatoria buona per ogni occasione. Gesù parla ai discepoli in un momento in cui la missione comincia a mostrare il suo volto difficile: chi annuncia il Vangelo non entra in un mondo neutrale, ma in un mondo attraversato da poteri, resistenze, incomprensioni, ostilità. La parola di Dio non viene sempre accolta come una luce desiderata. A volte, proprio perché illumina, disturba.
“Non li temete dunque”, dice Gesù.
Il primo punto è questo: non bisogna dare alla paura il diritto di governare la coscienza. Ci sono persone, situazioni, giudizi, pressioni sociali che possono intimidirci, ferire la nostra immagine, isolarci, farci sentire fuori posto, ma nessun potere umano possiede l’ultima parola sulla verità. Ciò che è nascosto sarà svelato, ciò che è segreto sarà manifestato, quindi la verità può essere coperta, rimandata, ostacolata, ma non cancellata.
Questo è un tema molto forte, perché non riguarda soltanto la fine dei tempi o il giudizio futuro, ma anche il modo in cui viviamo adesso.
Spesso accettiamo di abitare nella penombra: sappiamo qualcosa, intuiamo qualcosa, ma preferiamo non dirlo; comprendiamo che una parola sarebbe necessaria, ma scegliamo di tacere; vediamo un’ingiustizia, ma ci convinciamo che non è il momento di parlare. Gesù invece dice: quello che vi è stato detto nelle tenebre, ditelo nella luce; quello che avete ascoltato all’orecchio, predicatelo sui tetti.
Non si tratta di esibizionismo religioso, non vuol dire parlare sempre, parlare troppo, imporsi sugli altri. Significa che la parola ricevuta non può restare chiusa in una stanza interiore; la fede cristiana non è una dottrina privata da custodire come un possesso personale, è una parola che chiede di diventare visibile e udibile. Chi ha ascoltato davvero, prima o poi deve anche parlare. E parlare, nel Vangelo, non significa soltanto pronunciare discorsi di ordine religioso, significa vivere in modo tale che la propria vita non smentisca ciò che diciamo di credere.

Il versetto più duro è quello in cui Gesù dice di non temere coloro che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima. È una frase che non va addolcita troppo in fretta. Il corpo può essere colpito: la vita umana è fragile, esposta, vulnerabile e il cristianesimo non nega questa fragilità, trasformandola in eroismo astratto. Gesù distingue tra ciò che può essere ferito dall’esterno e ciò che può essere perduto dall’interno; il male più grande non è subire una violenza, ma perdere la propria anima, cioè consegnare la parte più profonda di sé alla menzogna, alla paura, al compromesso con ciò che distrugge.
Qui il Vangelo ci costringe a una domanda molto seria: di che cosa abbiamo veramente paura? Temiamo il giudizio degli altri, la solitudine, la perdita di stima, l’insuccesso, la marginalità? Sono paure comprensibili, umane. Per evitare queste paure, però, rischiamo di accettare qualcosa di più dannoso: diventare falsi, vivere divisi, rinnegare ciò che sappiamo essere vero.
Il Vangelo non chiede di non provare paura, chiede di non obbedirle come fosse il nostro padrone.

Poco dopo il discorso cambia tono: Gesù parla dei passeri – venduti per poco – e dei capelli del capo, tutti contati. Dopo aver evocato la Geenna, cioè la possibilità terribile della perdizione, introduce un’immagine di tenerezza estrema. Neanche un passero cade a terra senza che il Padre lo sappia e gli uomini valgono più di molti passeri. La grandezza di Dio non è lontananza, la sua signoria non è indifferenza. Il Padre non domina il mondo dall’alto come un sovrano distratto; conosce anche ciò che a noi sembra minimo, trascurabile, senza valore.
Questa immagine corregge una falsa idea di Dio. Il timore di Dio non è terrore davanti a un potere arbitrario è consapevolezza che la vita è seria, che la verità è seria, che l’anima è seria. Proprio perché il Creatore prende sul serio la nostra anima, prende sul serio anche la nostra piccolezza. Conta i capelli del capo non perché abbia bisogno di misurare, ma perché nulla di noi gli è estraneo; la nostra fragilità non cade fuori dal suo sguardo.

Il comando “non abbiate paura” non nasce da una teoria ottimistica della vita, ma dalla relazione con il Padre. Gesù non dice di non avere paura perché tutto andrà bene nel senso più facile del termine; non dice “non vi accadrà nulla”, dice qualcosa di più profondo: non abbiate paura perché la vostra vita è custodita da Dio anche quando è esposta. Il vostro valore non dipende da chi vi approva o vi rifiuta; perché nessuna minaccia esterna può decidere che cosa siete davanti al Padre.

La conclusione del brano è decisiva: chi riconoscerà Cristo davanti agli uomini, sarà riconosciuto da lui davanti al Padre; chi lo rinnegherà davanti agli uomini, sarà da lui rinnegato. Anche qui il linguaggio è severo, ma limpido. La fede non è soltanto un sentimento interiore, arriva il momento in cui deve assumere una forma pubblica. Riconoscere Cristo davanti agli uomini significa non vergognarsi del Vangelo quando il Vangelo diventa scomodo; significa non separare la fede dalla vita; significa non usare il silenzio come rifugio quando il silenzio diventa complicità.
Rinnegare Cristo, d’altra parte, non significa soltanto pronunciare un rifiuto esplicito. Si può rinnegare anche adattandosi sempre, lasciando che ogni circostanza decida per noi, riducendo la fede a un linguaggio ornamentale, buono per i momenti solenni, ma incapace di orientare le scelte. Il rinnegamento può essere rumoroso, ma può anche essere educato, discreto, quasi invisibile. È il momento in cui, per paura degli uomini, smettiamo di appartenere alla verità che abbiamo ricevuto.

Il Vangelo non invita a un cristianesimo aggressivo, ma a un cristianesimo libero. Libero dalla paura di perdere consenso, dalla necessità di piacere a tutti, dalla tentazione di nascondere la luce per non disturbare le tenebre. La parola ricevuta all’orecchio diventa parola nella luce; la fede custodita nel cuore diventa vita riconoscibile; la fiducia nel Padre diventa coraggio quotidiano.
Gesù non promette ai suoi discepoli un cammino senza ostacoli, promette qualcosa di più essenziale: una vita conosciuta, custodita, in cui perfino ciò che sembra minimo non sarà dimenticato. Se Dio non dimentica un passero, non dimenticherà chi, pur fragile e impaurito, cerca di restare fedele alla parola ricevuta.

Non abbiate paura.
La paura esiste, ma non è Dio; il mondo non è innocuo, ma non possiede l’ultima parola. Non siamo forti, ma siamo nelle mani del Padre.

NB: in copertina, Anonimo, Non abbiate paura

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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