Il pane della vita

Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo

7 giugno 2026 – Corpo e Sangue di Cristo
Dt 8,2-3.14b-16a
Sal 147
1Cor 10,16-17
Gv 6,51-58

In Cristo, il Dio del cielo e della terra è sceso nella nostra umanità, donando tutto se stesso per la salvezza del mondo, cioè per rendere gli uomini partecipi della sua vita eterna. La memoria di questo progetto divino è il rito eucaristico, istituito durante l’ultima cena, prima della condanna a morte di Gesù di Nazaret.
Chi accoglie l’ostia consacrata durante la messa compie un atto religioso non soltanto di comunione con Dio, ma contribuisce anche a tramandare nel tempo la memoria di Dio e della sua inaudita alleanza con l’uomo: Dio è dalla parte dell’umanità.

Il precedente biblico, simbolo di una vita miracolosamente donata all’uomo in difficoltà, è la manna. La manna consente al popolo d’Israele di sopravvivere durante l’attraversamento del deserto. Una volta entrato nella terra promessa, non riceverà più la manna, perché, se così possiamo dire, è passato dall’economia del deserto a quella del nostro mondo.

Gesù, nel Vangelo di questa domenica, si ricollega alla manna e sottolinea che il suo corpo, il pane della vita, sono qualcosa in più: non soltanto cibo per la sopravvivenza terrena, ma nutrimento in funzione della vita eterna nella dimensione divina. Per questo dice: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita.

Il sangue, nella Bibbia, ha un significato ambivalente: è sia fonte di impurità, sia fonte di salvezza. Può essere simbolo di morte, motivo per cui l’israelita che veniva a contatto con il sangue doveva purificarsi; ma era anche segno della volontà dell’uomo di riconciliarsi con Dio; offrendo in sacrificio un animale al tempio riceveva il perdono di Dio.
È abbastanza evidente che il discorso del Cristo è rivolto a persone perfettamente a conoscenza dei riti che si svolgevano al tempio, appartenenti a una cultura millenaria di cui lui stesso faceva parte. Dobbiamo dunque immaginare l’impatto emotivo di parole simili, pronunciate per annunciare con forza che il progetto di Dio per l’uomo è la vita eterna: qualcosa di molto diverso da ciò che gli Israeliti avevano compreso fino ad allora.
È altrettanto evidente che il discorso del Cristo ha un aspetto di concretezza — mangiare la carne del Figlio dell’uomo e bere il suo sangue — che può evocare pensieri arcaici di paurose trasgressioni bibliche. All’uscita dall’arca Dio aveva autorizzato Noè a cibarsi di carne animale, ma aveva aggiunto che non avrebbe dovuto mangiare la carne con la sua vita, cioè con il suo sangue. Il sottinteso culturale e religioso tradizionale è che il sangue degli animali (e a maggior ragione quello degli uomini) appartiene alla vita, e la vita non è proprietà degli uomini, ma di Dio: gli uomini la ricevono in dono.

Le parole del Cristo devono aver avuto un impatto enorme sulle persone che lo ascoltavano, forse le ha formulate in questo modo proprio per provocare gli animi e far sentire la novità radicale del Vangelo.
Gli uomini, purtroppo, sono da sempre impreparati al meglio e, spesso, perseguono il peggio a forza di menzogne. Si pensi che non riescono ancora a capire che la pace converrebbe a tutti.
Un esempio di menzogna antica? Lo storico Tacito, nei suoi Annales, parlava dei cristiani come di persone “odiate per le loro infamie”, senza specificare di quali infamie si trattasse. In altri testi, poi, l’accusa divenne ancora più mostruosa: nel dialogo di Minucio Felice, per esempio, il pagano Cecilio arriva a riferire contro i cristiani l’accusa di cannibalismo.

Tornando alla bellezza del progetto di Dio per l’uomo… noi possiamo ormai comprendere il progresso morale del senso religioso cristiano: nel regno di Dio non possono prevalere il male e la morte, perché Cristo ha dissipato l’oscurità una volta per tutte.
Noi possiamo sentire senza alcun timore che abbiamo bisogno di mangiare il pane e bere il vino alla mensa eucaristica e ricordare che Cristo ha dato tutto se stesso per noi, per renderci partecipi della vita eterna.
Nel quarto Vangelo, i segni posti da Gesù sono sempre al servizio di una parola; il pane della vita è la chiave per comprendere la moltiplicazione dei pani; la gloria di Dio si manifesta in Gesù durante le nozze di Cana; la luce di Cristo guarisce i ciechi e la risurrezione di Lazzaro preannuncia al mondo che in Cristo sono la risurrezione e la vita.

Con queste risonanze, voglio invitare a non confondere il significato dei segni con il loro valore di fede e la loro realtà: il nucleo della moltiplicazione dei pani è che Cristo è il nostro pane di oggi, quello di cui abbiamo bisogno per vivere e amare.

NB: in copertina, Anonimo, Il pane della vita.

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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