Sulla fede

Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito

31 maggio 2026 – SS.TRINITÀ – Visitazione B.V. Maria
IX domenica del Tempo Ordinario
Es 34,4b-6.8-9
Dn 3,52-56
2Cor 13,11-13
Gv 3,16-18

“Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito.”
Questa è forse la frase più nota di tutta la Bibbia, proposta per questa domenica, una settimana dopo la Pentecoste, mentre rientriamo nel tempo liturgico ordinario.
Non è certo un caso che questa frase sia così familiare: contiene il distillato dell’intero Vangelo. Consideriamola nel suo contesto: serve da introduzione a una sorta di meditazione, seguente il dialogo tra Nicodemo e Gesù.
Nicodemo desiderava  incontrare il Nazareno per porgli alcune domande o più esattamente si presenta dicendo: “Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui”. In qualche modo pronuncia una confessione di fede. Per farlo, si muove di notte – di nascosto, si dice, per non essere visto, per non “compromettersi” davanti ad altri.
Tutto lascia supporre che cercasse conferme e che fosse sincero, perché lo incontriamo di nuovo dopo la Passione, mentre porta mirra e aloe per la sepoltura di Gesù.

Interpellato da Nicodemo, il Cristo va dritto al punto: “In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio”. Le parole sono uno sprone a cercare di capire cosa voglia dire “nascere dall’alto”. Nicodemo annaspa… e Gesù osserva: “Tu sei maestro d’Israele e non conosci queste cose? […] Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo?

In un potente crescendo di parola rivelatrice ascoltiamo stupefatti: “[…] bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
Seguono parole sul “giudizio”, che invito a meditare personalmente.
Dopo la visita di Nicodemo, Gesù va in Giudea con i discepoli; di Nicodemo si perdono le tracce fino alla Passione.

“Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”
Questo è l’atto supremo di Dio per l’umanità.
La forma verbale adoperata nel racconto enfatizza la storicità di quest’atto divino. La salvezza per il tramite di Gesù Cristo apre una nuova era per l’umanità: l’ultima disponibile all’uomo.

Viviamo già negli ultimi giorni da duemila anni. Se la cosa vi lascia perplessi, mi chiederei: cosa sono duemila anni rispetto all’età dell’Universo? Cosa sono duemila anni rispetto all’eternità?
Forse si tratta di un “di più” di grazia, affinché l’annuncio arrivi fino agli estremi confini del mondo. Magari fino in fondo al cuore dell’ultimo di coloro che ancora non credono.
Che potrebbe perfino essere il vicino di casa…

Gli ultimi giorni, del resto, sono caratterizzati da una sorta di sospensione del giudizio. Il giudizio è valido in senso assoluto, ma al momento è senza effetto: “Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato”.
Dunque, nessuno è stato ancora condannato perché la nuova era storica inaugurata dal Cristo è un’era di salvezza, non di condanna.
E non è stata compiuta alcuna discriminazione: la salvezza è offerta al mondo intero ed è una possibilità indipendente da qualsiasi particolare e personale umana contingenza. La semplicità del mezzo con cui l’opera della salvezza è stata compiuta è sorprendente: la fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio.

Il cardinale Newman diceva che la natura della fede è “sfuggente”, tanto da essere sempre tentati di aggiungervi qualcosa d’inventato che non le appartiene. La fede non è un bene in mostra; è più simile al mezzo in cui si vive immersi, come l’acqua per i pesci o l’aria per gli uccelli. La fede è, per l’anima di chi crede, il modo spontaneo di affidarsi al Cristo. Chi crede, crede così come respira: senza neanche notarlo.

Ogni volta che aggiungiamo idee, discorsi, riflessioni o convinzioni personali entriamo nel circolo vizioso della razionalità. Come il buon Nicodemo, maestro d’Israele che non intende le cose del cielo.
Siamo soliti dire ‘ho fede’, come se tenessimo in mano una pietra preziosa, come se la fede fosse un oggetto esterno a noi, un gioiello da afferrare e chiudere in una cassaforte per usarlo quando occorre. Pericolosa illusione.
Nell’universo non esiste un oggetto chiamato “fede”.
Esistono solo persone che assumono un certo atteggiamento verso il divino, il sacro e il prossimo: si tratta di un atto di fiducia nella misericordia eterna; un atto di fiducia nei confronti di un Dio che ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito.
Noi possiamo solo ricevere questo dono, e l’unico mezzo per riceverlo è crederci.
Del resto, quando riceviamo un regalo, perché sia tale dobbiamo accettarlo. Perfino le eredità umane si devono accettare per poterle ricevere… Perché proprio il Figlio di Dio dovrebbe sfuggire a questa regola? Avendo, tra l’altro, accettato ogni follia umana?

È attraverso la semplicità del ricevere il Cristo, che lasciamo a Dio tutta la gloria dell’agire.

Così, sia gloria a Dio.

NB: in copertina, Anonimo, Padre e Figlio

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

Lascia un commento