Si fermò in mezzo a loro
24 maggio 2026 – Pentecoste
At 2,1-11
Sal 103
1Cor I2,3b-7.I2-13
Gv 20,19-23
Negli Atti degli Apostoli lo Spirito Santo si manifesta come fuoco e fragore di vento impetuoso, mentre nel Vangelo di Giovanni si manifesta come parola del Cristo Risorto che dona la pace, invia in missione e alita lo spirito. Negli Atti la Pentecoste è descritta come esperienza personale e collettiva, ancora al modo dell’Antico Testamento, mentre in Giovanni viene descritta e trasmessa come evento centrale del nuovo percorso di fede cristiano. Nel primo caso si riallaccia all’antica festa che cadeva cinquanta giorni dopo la pasqua ebraica, per celebrare la produttività della terra, benedetta da Dio; nel secondo caso diventa comprensione e messa in atto di un nuovo modo di celebrare la vita sulla terra dopo la resurrezione di Cristo.
Marco, a sua volta, parla della resurrezione così: “Non abbiate paura! Voi cercate Gesù, il Nazareno crocifisso. È risorto. Non è qui. Guardate il luogo dove lo avevano deposto”. E poi: “andate a dire ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea; là lo vedrete, come vi ha detto”.
Elemento non secondario dell’intero discorso è l’effetto che la discesa dello spirito produce, in maniera differenziata in ciascuno. Qualcuno ha paura: perfino le coraggiose donne che andarono al sepolcro: “Uscirono e fuggirono dal sepolcro, perché tremavano ed erano sconvolte; e non dissero nulla a nessuno, perché avevano paura” (Cfr. Mc 16,1-8).
D’altronde, chi oserebbe rimproverarle o biasimarle? Non è forse sconvolgente la forza di un simile avvenimento? Entusiasmo, amore, stupore e, allo stesso tempo, tremore diventano la fiamma che alimenta i cuori.
Dal silenzio sbigottito, però, nasce la capacità di trovare parole nuove e la forza di agire per amore. Se la voce si fosse inabissata nella paura, i discepoli sarebbero spariti e spariremmo anche noi oggi.
Ciò che ostacola la capacità di trasmettere il vangelo non sono gli inciampi che troviamo di continuo per via, talvolta apparentemente insormontabili. La grossa pietra che sbarra la via al sepolcro ne è un esempio.
La nostra vocazione specifica, però, è quella di rimuovere gli enormi massi che bloccano il cammino dei più fragili; credo che questo sia il vero agente di propagazione della risurrezione.
Alcuni pensano che il vero ostacolo all’autentica fede cristiana sia la Croce, perché presenta l’immagine di una chiesa triste, addolorata, incentrata sulla sofferenza e sulla morte.
Penso, al contrario, che la forza dello spirito sia proprio quella di animarci per vivere, senza rimanere vittime della paura della morte. Il nostro “sì” alla vita (a Cristo) s’incarna nella sequela spirituale e pratica del vangelo, cioè vivere e portare a maturazione i frutti dell’amore cristiano.
Come dice Paolo, “Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?” (1 Corinzi 15,55).
La paura è la pietra più pesante che sbarra il nostro cuore e la nostra mente ed è la stessa che nei vangeli di questo tempo, da Pasqua a Pentecoste, si ripresenta come un ritornello.
Una paura sottile s’insinua in noi davanti al fragore e alla forza dello spirito proprio mentre opera in noi stessi e nel mondo. Avviene qualcosa che ci anima e allo stesso tempo ci fa tremare rendendoci instabili: paura di sapere, di credere ai nostri occhi, di reggere la tensione, di sentirci salvi, di parlare chiaramente, di trasmettere la fede ai figli, agli amici, ai colleghi, paura di affermare con calma chi siamo e le nostre convinzioni, paura di agire per amore.
Se la paura prende il sopravvento diventa l’opposto della fede, della fiducia e della pace:
“Perché avete paura, uomini di poca fede?” (Mt 8,6), chiede Gesù durante la tempesta sul lago.
Più ci penso e più mi convinco che la paura sia l’unico ostacolo realmente paralizzante; ritorna anche nel vangelo di questa domenica, dove troviamo i discepoli “chiusi in casa per paura”.
In fondo in fondo, tutti, ma proprio tutti, cerchiamo di gestire le paure come meglio possiamo: s’inventano strategie, si creano protezioni, si stipulano polizze assicurative, ci si immerge nell’intrattenimento e negli schermi per dimenticarla.
La buona notizia è che a Pentecoste tutto questo finisce, viene spazzato via. Gli ostacoli apparentemente insormontabili vengono rimossi, mentre lo spirito frantuma tutte le false sicurezze e toglie le stampelle prima costruite (anche con cura e con pazienza…). Non resta altra scelta che uscire allo scoperto nella Galilea delle genti.
Il primo passo per vincere la paura è ricordare che Dio è già presente, già qui, già all’opera e ci precede. Con ciò, siamo rimandati all’inizio del Vangelo: Gesù venne in Galilea e annunziava il vangelo di Dio, dicendo: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo!” (Mc 1,14).
Dovremmo riuscire a mettere le cose nella giusta prospettiva: il punto focale è offrire a coloro che sono trattenuti dalla paura l’opportunità di accedere al regno di Dio. In gioco c’è la salvezza di tutti, non la sopravvivenza della Chiesa.
La Pentecoste è il tempo in cui si osa affermare il “no” di Dio alla paura e alla paura della morte, si resiste a ciò che ferisce e danneggia il Creato, si lascia che le catene paralizzanti vengano spezzate, ci si oppone all’ingiustizia che ripugna, ci si oppone all’inaccettabile che smaschera il vero nemico.
Questa battaglia si può combattere solo con la forza dello Spirito, che entra dove tutto è chiuso, apre le porte, dona la pace e crea la nostra opportunità di salvezza. Il compito dell’uomo è solo quello di non sbarrare porte e finestre, di tenere gli occhi aperti e i sensi vigili per vedere il mondo con gli occhi dello Spirito.
Cristo è la porta(Cfr. Gv 10), noi ne attraversiamo la soglia.
NB: in copertina, Anonimo, Il Vento dello Spirito