Alcuni di coloro che stanno qui
non moriranno prima di aver visto venire con potenza
il regno di Dio (Mc 9,1)
25 febbraio 2024 – II Domenica di Quaresima
Seconda Lettura: Rm 8,31-34
Vangelo: Mc 9,2-10
Il testo è come un paesaggio che si apre davanti a noi. Lo sguardo di ciascuno non è attratto dagli stessi elementi, le nostre orecchie non ascoltano gli stessi suoni, si attiva una selezione in gran parte inconsapevole, si ritagliano raffigurazioni del tessuto che sembrano avere più peso di altre, molto ci sfugge, si riempiono automaticamente gli spazi lasciati aperti e si ricostruisce la scena dalla nostra memoria o dalla nostra immaginazione. E siamo ancora noi. Questa immaginazione riflette il già noto, ciò che crediamo di conoscere. Occorre prendere tempo e rileggere.
“Alcuni di coloro che stanno qui (dove?!) non moriranno prima di aver visto venire con potenza il regno di Dio” (Mc 9,1).
E nessuno fa domande! Nessuno! Né Pietro, né Giacomo, né Giovanni.
Io ne avrei molte… ho segnato molti punti interrogativi a margine… rimangono lì e continuano a interrogare, come davanti al titolo di un testo che promette qualcosa di troppo bello per poterci credere…
La storia prosegue con l’indicazione del tempo: “… 6 giorni dopo, prese con sé…”: strana frazione di un tempo impercepito. 6 giorni dopo? Forse di sabato, giorno propizio al riposo e alla riflessione?
Ad ogni modo 6 giorni dopo Gesù “prende con sé…”, “li fa salire”… non parlano, non dialogano. Vanno.
Andiamo.
I lettori, tu e io, vengono presi con lui, con loro, saliamo anche noi e vediamo quel che i nostri occhi e le nostre orecchie possono immaginare: una trasformazione di quell’uomo che irradia luce dagli abiti e si pone in dialogo con Elia. E con Mosè. La relazione fra i 3 è basata sulla parola, i discepoli sono solo spettatori, stanno a guardare e si riempiono gli occhi di quel che vedono.
A questo punto Pietro parla. Perché? Per partecipare al dialogo? Per rompere il disagio di una situazione che sembra allo stesso tempo reale e incredibile?
Il testo ci viene in aiuto, Pietro parla perché “non sapeva cosa dire”. In quel contesto Pietro, nonostante lo spavento, trova che il tutto sia bello, vorrebbe rimanere lì, non sa cosa dire, è intimorito, spaventato, parla per parlare, forse per nascondere l’imbarazzo, come quando interveniamo in un colloquio, al quale nessuno ci ha invitati, e cerchiamo disperatamente di dimostrare di esserci, mentre magari siamo completamente fuori tema, come spesso accade nella vita: quando proviamo a fingere, si vede che prendiamo lucciole per lanterne!
Bambini e giovani sono particolarmente bravi a decodificare queste maschere degli adulti. Tutti i discepoli temono questo evento insolito sulla montagna. Ma invece di accettare la loro paura, o fare domande, Pietro sceglie di “rispondere”, come al solito, esponendosi e, all’improvviso, sembra rasentare il ridicolo. Era partito già attrezzato per costruire tende?
Sento una forte empatia nei confronti di Pietro e vorrei gridargli: per favore fermati, non dire nulla! Voglio voltare velocemente la pagina della mia Bibbia per non essere più testimone di questo momento assolutamente fuori dall’ordinario per Pietro. Come uscire “normalmente” da questa situazione? Pietro, con il suo progetto di costruire tre tende, ingarbugliato in parole senza senso, Gesù in dialogo con Mosè ed Elia, gli altri discepoli, attoniti, in silenzio. Cos’altro succederà?
Finalmente la via d’uscita: la nuvola, che li oscura, li pone al riparo. Che sollievo… finalmente! Un po’ di oscurità, uno spazio in cui il timore si acquieta e le parole di Pietro non restano nude, alla vista di tutti. Gli occhi, fino ad ora così sollecitati dalla luce accecante, possono riposarsi un po’.
Lo sguardo si distende, ma l’udito si fa più fine, perché da quell’ombra viene la voce di Dio: “Questo è mio figlio, l’Amato: ascoltatelo”: una voce che parla distintamente, chiaramente, semplicemente, senza chiasso: è un Padre che ama, e chiede ascolto per il Figlio, per l’Amato.
Non parla per sé, parla per l’Altro, per l’Altro da ascoltare, annullando ogni discorso in prima persona. Stare lì, sotto la nuvola, non dura per sempre; stavi già pensando anche tu di stabilirti lì per sempre, con o senza tende? No, non è possibile. All’improvviso ci si guarda intorno, e non si vede altro se non Gesù. Nessuno è più solo dopo la trasfigurazione, il Figlio, l’Amato, “da ascoltare” è qui e raccomanda di non raccontare a nessuno l’accaduto, se non quando il figlio dell’uomo sarà risorto dai morti.
Ma perché aspettare? Perché non dire niente? Non è questo forse un evento da gridare dai tetti?
Imporsi un’attesa, come un ritardo nel parlare, sembra una precauzione da una parte e un metodo dall’altra. C’è il rischio di parlare, di raccontare, senza che l’ascolto sia arrivato alla fine di tutto quello che c’era da ascoltare. Per Gesù, evidentemente, bisogna andare fino alla fine, fino alla morte e alla risurrezione, per aver udito abbastanza per poter parlare.
Il testo si chiude con una nota intrigante: parlano, discutono tra loro, come studenti: “Che cos’è: “risuscitare dai morti”? Mantengono la parola data, ed è un modo sorprendente per dire che hanno ascoltato e che questo li spinge a porsi domande che per il momento rimangono senza risposta, senza parole da dire pubblicamente, esternamente. Quindi per ora, per loro, e forse anche per noi, non c’è niente da dire, ma solo da andare fino in fondo ad ascoltare.
Per rileggere…
Alcuni di coloro che stanno qui non moriranno prima di aver visto venire con potenza il regno di Dio…
NB: per leggere la riflessione del 28 febbraio 2021 clicca qui