Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento
19 novembre 2023 – XXXIII Domenica del Tempo Ordinario
Seconda Lettura: 1Ts 5,1-6
Vangelo: Mt 25,14-30
In questa parabola ci sono tre uomini chiamati ad offrire i loro servizi, uno molto dotato e due un po’ meno, e un uomo ricco, che elargisce loro una grossa somma di denaro: otto talenti.
La parola talento può avere due significati: una tipologia di moneta usata all’epoca di Gesù in Palestina o la predisposizione a fare bene qualcosa.
Se in questo contesto la utilizziamo nel suo significato proprio di antica moneta, rischiamo di minimizzare l’importo in questione.
Nel contesto biblico designa un peso d’oro o d’argento, che per un lavoratore dell’epoca rappresentava circa vent’anni di lavoro.
Gli otto talenti elargiti sono dunque una somma considerevole, perché equivalgono a più di cento anni di lavoro, ovvero più di quanto era possibile guadagnare mediamente nell’arco dell’intera esistenza.
L’uomo ricco distribuisce la sua ricchezza, valutando le capacità di ogni servitore e affidando più della metà della somma al primo, e meno agli altri due. Chi percepisce la somma più piccola, riceve comunque l’equivalente di vent’anni di stipendio.
Questo testo è conosciuto, troppo conosciuto, interpretato e sovrainterpretato, talvolta usato come scusa per giustificare lo spirito imprenditoriale e l’abbondanza dei ricavi. La sua collocazione, invece, all’interno del capitolo 25 del vangelo di Matteo, in cui Gesù evoca la sua partenza, il ruolo dei discepoli durante la sua assenza e il suo ritorno, suggerisce un’analogia tra i talenti e la predicazione stessa del Nazareno, intesa come ricchezza condivisa con i discepoli in base alle loro capacità.
Occorre tener presente che il Cristo non ha cominciato a strutturare la Chiesa durante la sua incarnazione terrena, ma ha affidato questo compito ai suoi discepoli, che si sono fatti testimoni e narratori. A partire dalla morte e resurrezione di Gesù Cristo e per tutto il corso dell’era cristiana, i vangeli sono stati raccontati, mandati a memoria, scritti, tradotti, copiati, ricopiati, condivisi, fino ad oggi, quale nucleo centrale della fede e attorno ad essi si è costruita, formata ed espansa la comunità cristiana nel mondo.
Da questa prospettiva possiamo dire che Gesù di Nazaret, alla maniera dell’uomo ricco della parabola, si è messo in viaggio, cioè si è allontanato dal mondo dopo l’ascensione, avendo consegnato i suoi beni a servi più o meno capaci. Non credo si aspettasse che i suoi servitori facessero le cose così perfette come lui le avrebbe fatte, ma piuttosto che vivessero fino in fondo il messaggio loro affidato, facendolo fruttificare “secondo le capacità di ciascuno” (Mt 25,15).
L’uomo della parabola, al ritorno, riceve il resoconto dei primi due servitori senza cavillare: sono stati fedeli nel poco, avranno potere sul molto e “avere potere sul molto” – viene chiarito subito – significa essere partecipi della gioia del loro padrone. Il “poco” allude quindi a qualcosa che a meno a che fare con il danaro che con una condizione di serenità e di gioia.
L’atteggiamento del terzo servitore è molto diverso da quello dei primi due e non è difficile da decifrare: seppellisce il talento perché è spinto dalla paura. Forse per lui non era immaginabile un padrone che chiamasse servi assai limitati a far fruttare un cospicuo tesoro, forse considerava rischioso ed esposto al fallimento gestire ciò che aveva ricevuto per mezzo di ciò che riteneva di non possedere, vale a dire capacità corrispondenti al compito affidato.
Sarebbe logico invece immaginare che come non si chiama a sollevare un tavolo un bambino che può sollevare solo una sedia, non si affida un compito infattibile a chi non ha capacità o forza sufficiente per portarlo a termine.
La morale è la stessa del fico sterile (cfr Lc 13,6-9), essendo i fichi simbolo della vita sovrabbondante, dono della salvezza.
In sintesi io credo che il Signore ci chiami a mobilitarci per il Suo regno, così come siamo, non come non siamo o come rimpiangiamo di non essere. Sia detto per tutte quelle situazioni in cui taluni percepiscono il fallimento di obiettivi comunemente ritenuti importanti, oppure si guarda, con occhio non privo di una certa invidia, verso coloro che occupano posti immeritatamente: questa è, semmai, una questione etica la cui responsabilità riguarda tutti gli “operatori di ingiustizia” implicati, mentre l’invidia riguarda immancabilmente chi la prova.
Nel seppellimento del talento, c’è in gioco, però, ancora qualcos’altro: una vocazione che schiaccia, elargita da un padrone sentito come molto duro da un servo cui non sembra possibile guadagnarsi da vivere per mezzo di quell’unico talento: un deficit di speranza, un deficit di fiducia. Questa è la tentazione più pericolosa, che ci attende tutti: interpretare la vocazione come un peso soffocante e non vederla più come un’occasione “fortunata” e gratuita, che conduce alla nostra personale liberazione e alla nostra abbondanza di vita.
Questo è lo scoglio che inevitabilmente ci attende, quando la piega presa dagli eventi del mondo ci scoraggia. Ma la fiducia nelle parole del Nazareno schiude un orizzonte totalmente altro rispetto alle strettoie mentali dell’umano. Provare per credere, laddove non è ancora possibile ascoltare la chiamata e intuire l’orizzonte.
Noi continuiamo ad esserci, servitori inutili e testimoni della gioia.
NB: per leggere la riflessione del 15 novembre 2020 clicca qui