Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio
21 ottobre 2023 – XXIX Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mt 22,15-21
Seconda lettura: 1Ts 1,1-5
“Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”.
Tutti hanno sentito questa parola di Gesù, tutti la conoscono e il suo significato sembra ovvio: non mescolate il temporale con lo spirituale, separate gli affari terreni che sono di competenza dell’Agenzia delle Entrate e gli affari spirituali che sono gestiti dalle Chiese.
L’interpretazione separa gli ambiti di potere e generalmente risulta calzante per chi pensa che le Chiese non debbano interferire nelle scelte politiche.
Questo sembra chiaro, ovvio e privo di ulteriori significati. Anzi, può anche essere addotto come implicita indifferenza del Nazareno alle questioni tributarie, non essendo il versamento concernente le relazioni umane con il Creatore.
Matteo, Marco e Luca riportano questa parola e il suo contesto in modo quasi identico e il racconto si trova già nel primo Vangelo di Tommaso. Questo significa che deve aver avuto un senso assai incisivo per la prima comunità cristiana, più di quanto semplicisticamente ci sembri di capire oggi.
Gesù stava insegnando nel Tempio di Gerusalemme: “Allora i farisei andarono a tenere un consiglio per intrappolarlo”, cioè per farlo compromettere pubblicamente con un sì o con un no; i farisei rispettavano la Legge di Mosè, mentre gli erodiani, soggetti al potere di Roma con l’intermediazione appunto di Erode, non avevano interessi comuni con i farisei, se non quello di mantenere stabile la coesistenza di entrambi i gruppi. Questa stabilità veniva invece minacciata dagli insegnamenti e dai comportamenti pubblici di Gesù, ponendo un ostacolo all’alleanza tra “conservatori” e “collaborazionisti”.
“Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?”. La domanda è preceduta da una lusinga: “…sappiamo che sei veritiero…”, tipica di chi aggancia l’interlocutore lodandolo proprio sul piano sopra il quale intende farlo scivolare; siamo di fronte ad una forma di ipocrisia malevola, mal mascherata, finalizzata a mettere qualcun altro in cattiva luce davanti a testimoni.
“È lecito?” Questa è la formula comune usata per consultare un rabbino su un caso di coscienza non direttamente previsto dalla Legge: si può o non si può? Devo o non devo?
Nasce così la discussione di tipo teorico-astratto. La Torah non contemplava il caso specifico, perchè evidentemente scritta prima dell’occupazione romana. Rispondere con un sì o con un no significava per Gesù dichiararsi o a sfavore di Dio o a sfavore dell’imperatore e incorrere o nella condanna morale o in una denuncia presso le autorità romane, come pericoloso sovversivo, capace di fomentare il popolo alla rivolta.
La risposta del Nazareno non si fa attendere: sul piano della relazione dialogica rende manifesta la trappola: “Ipocriti, perché mi tendete insidie?” Poi chiarisce ciò che di per sé sarebbe già manifesto, se si guardasse la moneta ad occhi aperti – hanno occhi e non vedono… orecchie e non ascoltano – : “Queste immagini e l’iscrizione di chi sono?”. Tutti rispondono correttamente: “Di Cesare”. Gesù li porta in questo modo ad estrarre una moneta dalla loro borsa e la domanda, rimbalzando su quelle parole, ritorna a chi l’ha posta. Nonostante farisei ed erodiani si percepiscano spiritualmente resistenti al potere romano, sia pure con sfumature differenti, fanno uso della moneta romana. Non vengono rimproverati per questo, ma spinti ad aprire gli occhi sulla realtà di compromesso nella quale vivono. Potrei parafrasare: “Usate quel denaro, perché vivete nel sistema governato da Cesare, dallo Stato romano, quindi è logico che vi ritroviate a pagare le tasse; ricordatevi però che ci sono questioni di esclusiva competenza di Dio”.
L’espressione “Rendete a Cesare ciò che è di Cesare” significa che ci sono elementi come l’organizzazione, il funzionamento e la difesa della società che appartengono di fatto al dominio dello Stato. La seconda parte della famosa frase: “Rendete a Dio ciò che è di Dio” non fa però riferimento ad un dominio a parte, situato in cielo; si tratta di un potere sotto il quale si trova anche la Legge, i suoi rappresentanti e i loro comportamenti, quindi sia i farisei che gli erodiani. E non perché “il Regno dei Cieli” sia uno stato teocratico, immaginato secondo l’ipocrisia degli schemi umani, ma perché chi detiene il potere temporale è sotto il dominio di Dio, non governa l’universo in sua vece; non stiamo parlando di un uomo “Cesare” e di un altro uomo “Dio”: si tratta di due “persone” completamente diverse, non sono i capi di due nazioni…
Tra l’altro, nella storia, ogni dittatore, o aspirante tale, ha sempre dichiarato che Dio era con lui, assoldandoLo direttamente come “dio degli eserciti” e “reclutandoLo” a supporto teorico di ogni genere di violenza e sopraffazione, come fosse un suo sodale.
L’essenza del messaggio biblico è che Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza; se Cesare, misconoscendo totalmente la realtà soprannaturale dalla quale anch’egli dipendeva, aveva invece conquistato un impero mettendo a ferro e fuoco gran parte delle terre allora conosciute e fatto coniare delle cose tonde di metallo chiamate denaro con la propria effigie, diventava poi inevitabile che costringesse i sudditi a rendergli i tributi.
Infatti, anche oggi, se ognuno fosse convinto che Dio è il Padre di tutti, cambierebbero anche tutte le politiche sociali e il mondo intero sarebbe una vera res publica, casa di tutti…
Gesù non riteneva, io credo, che il dominio di Dio fosse limitato alla salvezza dell’anima o che solo la pratica religiosa rientrasse nella sua autorità. Come anche i profeti di Israele dicevano, sicuramente riteneva che la volontà di Dio dovesse governare le relazioni umane. Solo per questa via si entra nel campo della giustizia oltre la Legge, cioè nel grande comandamento dell’amore per il prossimo al quale ogni Cesare è sottoposto, volente o nolente.
Rendere a Dio ciò che è di Dio non è semplicemente un richiamo ai doveri religiosi accanto a quelli civili, Cesare e Dio non sono fianco a fianco, Dio è molto al di là e al di sopra di Cesare.
Questa piccola frase pronunciata emblematicamente davanti ad una falsa sfida è, in definitiva, molto più rivoluzionaria e pericolosa per Cesare del rifiuto di pagargli il tributo: è una condanna di tutto ciò che nelle nostre società tende a distruggere l’immagine di Dio che risiede in ogni essere umano, una condanna di tutto ciò che contribuisce al degrado, all’alienazione e all’oppressione di individui o gruppi sociali. In sintesi, da questa frase si ricava anche il messaggio dell’ultima Enciclica di Francesco, Laudate Deum.
Il diritto di Dio viene violato ogni qualvolta vengono violati i diritti umani e sempre quando si coopera alla distruzione della creazione. Di conseguenza, rendere a Cesare gli onori a lui attribuiti, significa anche sapergli resistere quando non è il garante di una giustizia capace di osare rispetto, equanimità e benevolenza per tutti.
“Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio (Mt 9,13).
NB: per leggere la riflessione del 18 ottobre 2020 clicca qui
NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui
Molto bella ed istruttiva la tua riflessione al Vangelo di Domenica 22 ott. L’ho letta tutta d’un fiato. Grazie p. Oliviero.
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