Lo lasciò andare e gli condonò il debito
17 settembre 2023 – XXIV Domenica del tempo Ordinario
Vangelo: Mt 18,21-35
Seconda Lettura: Rm 14,7-9
Perdonare settanta volte sette, ecco un’altra regola che può essere molto difficile da rispettare: “Non solo mi hanno offeso, ma per giunta devo anche volergli bene?” Già … perché per perdonare ci vuole un “supplemento” di benevolenza e il risentimento è ostico da superare.
Se consideriamo troppo esigente il perdono cristiano, probabilmente c’è un ombra di inquietudine dentro di noi, una sorta di rassegnazione a cercare di essere amorevoli, malgrado tutto.
Nel giudaismo, all’epoca di Gesù, si discuteva sul numero di indulti da concedere. Rabbi Yose aveva riassunto il punto di vista prevalente, sostenendo che se una persona sbaglia una, due o tre volte, viene perdonata, ma alla quarta no. Il numero tre era considerato un numero divino, e, partendo dal presupposto che Dio è sempre dalla parte della giustizia, alla quarta offesa si poteva dare libero sfogo al risentimento con la coscienza “pulita”. In pratica, la norma religiosa serviva a facilitare la vita sociale, pressando il piantagrane, affinché desistesse in breve, sotto minaccia di un’irrevocabile sanzione religiosa e sociale.
Il tempo trascorso da Pietro con Gesù doveva già essere stato sufficiente per fargli comprendere l’importanza del perdono. Non perdonare l’offesa subita significa assumersi anche la responsabilità della sanzione. Il vangelo di domenica scorsa conteneva questa frase: “In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo.” (Mt 18,18). Non perdonare significa legarsi mani e piedi ad un altro attraverso le catene del risentimento, fosse anche un risentimento fondato. E, dunque, non c’è pace senza perdono.
Così, Pietro ipotizza un altro numero, più alto, anch’esso divino: il sette. Forse pensava di essere tanto generoso, da essere addirittura audace. O, forse, voleva soltanto essere rassicurato. A noi uomini piacciono le cose ben definite, preferiamo ciò che è noto e siamo più a nostro agio con richieste precise, magari esigenti, piuttosto che con aspettative vaghe; abbiamo così l’impressione di avere in mano il controllo della situazione; se rispettiamo il contratto, allora sappiamo a cosa abbiamo diritto in cambio, se non lo rispettiamo, sappiamo qual è la pena; tutto questo è rassicurante, perché niente è più scomodo dell’incertezza. Quindi, anche se avessimo l’obbligo di perdonare per sette volte, arriverebbe pur sempre il momento in cui saremmo in regola con Dio, senza rinunciare del tutto agli impulsi primordiali contro chi ci ha fatto un torto.
Gesù, invece, spariglia le carte, uscendo dagli schemi: il “settanta volte sette” in realtà esce dalla logica del “quante volte”, la rovescia facendo eco ancora una volta ad un testo biblico: se Lamech, in Genesi, aveva spinto all’infinito l’idea della vendetta, Gesù, in Matteo, spinge all’infinito l’idea del perdono.
Ricordo che Lamech era un discendente di Caino, e se a difesa di Caino, Dio aveva promesso di lasciarlo vendicare sette volte, Lamech era andato al di là di ogni misura, reclamando per se stesso di essere vendicato settantasette volte (Gn 4,23-24).
Niente meno! Che esagerazione! Una vendetta senza fine! Quella di chi si sente un dio, quella dell’uomo abbandonato ai propri impulsi, una sorta di catastrofe dell’umano, che finisce per inghiottire il vendicatore e la sua illusione di onnipotenza.
A questa catastrofe Gesù oppone una resurrezione dell’umano: il perdono dell’uomo secondo Dio, una proposta grandiosa.
Preferiamo forse la logica di Lamech? O quella del numero finito? O il risentimento ad oltranza?
La capacità di perdono, simile a quella del Cristo, dev’essere disponibile proprio in quei casi, in cui appare umanamente impossibile. Nella sua lettera ai Romani Paolo scrive: “Sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno.” (Rm 8,28).
Se diamo anche solo per possibile questa affermazione, potremmo scoprire che tutto ciò che ci accade, anche attraverso gli altri, lavora davvero a nostro favore. Potrebbe risultare impossibile serbare rancore verso chi ci ha offeso o ferito.
L’esistenza del male è un mistero per la nostra comprensione; possiamo solo supporre che, talora, chi lo opera, lo compia in un’ignoranza “essenziale” di essere sotto la giurisdizione di Nostro Signore e, in definitiva, di essere nelle sue mani. La vita va molto oltre la nostra persona, così come la nostra capacità di perdonare secondo Dio è oltre noi stessi.
Lo stesso San Paolo rilegge la sua vita in quest’ottica: prima della conversione sulla via di Damasco, era fortemente ostile ai cristiani, si dice che abbia almeno assistito, se non attivamente partecipato, alla lapidazione di Stefano.
Qui mi fermo davanti al mistero assoluto dell’incontro con il Cristo.
Il perdono forse non è tanto una questione di sentimenti, e neppure di comprensione, quanto di grazia. Non arriveremo al perdono, stringendo i denti e cercando di fare opere meritorie, ma per una nuova via del cuore da vivere, una via grandiosa e inattesa.
Potremmo mai essere così buoni da perdonare senza … tenere il conto?
L’unica nostra speranza è la presenza del Signore, garante del bene per coloro che a Lui volgono lo sguardo.
“Guardate a lui, e sarete raggianti” (Sal 34,6).
NB: per leggere la riflessione del 13 settembre 2020 clicca qui