Amate i vostri nemici

Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro.

20 febbraio 2022 – VII Domenica del Tempo Ordinario
Luca, 6,27-38

Il discorso segue e amplia quello delle Beatitudini. Una parola per me da leggere a piccole dosi, con interruzioni e ripartenze, soprattutto prendendo tempo.
Il tempo di ascoltare, appunto. E interrogarmi.
Gli esperti delle scritture sono abbastanza sicuri che il Nazareno abbia pronunciato queste parole. Forse non lo stesso giorno e non nello stesso luogo, ma Luca – come Matteo – riportano le parole di Gesù facendo una specie di copia-incolla. Ascoltarle è come toccare un capo dei suoi vestiti; nonostante i secoli che ci separano, la vicinanza all’Uomo è molto stretta. Qui è situato il nocciolo del pensiero dell’Uomo di Nazaret, il cuore della Sua fede in un Dio che ha osato chiamare Padre. Sono parole che sembrano parlare simultaneamente all’oggi, perché giungono all’essenziale. Eppure, non contengono alcuna allusione alla pratica religiosa e non sono pronunciate nel chiuso di una sinagoga: sono pronunciate fuori dal tempio. Dove vivono anche tutti coloro che non dedicano l’intera vita alle Scritture. Lì, il Nazareno non istituisce una nuova religione, né ordina nuovi sacerdoti. Soltanto, ribalta l’equilibrio dell’etica tradizionale. E scuote: “Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano.”
Imbarazzante. Qualcuno tra i suoi seguaci – i suoi “fratelli”, come li chiamava – pensarono fosse uscito di senno.

Ultimamente abbiamo sentito parlare di “unicità” di ciascuno e poi, come espressione di un’intuizione che vola molto alto, di “diritto umano” al perdono.
Siamo dentro una logica che sembra pretendere l’impossibile.
Uomini e donne nascono liberi di comportarsi, ma la loro libertà non è di per sé garanzia di salute o di guarigione da tutti i malanni. Esiste tutta una gamma di “libertà” di vivere, reagire e agire che non è inserita nella logica dell’amore e ogni volta che viene esercitata procura sofferenza a noi stessi e agli altri. In questo periodo, per esempio, un rischioso abbassamento della soglia di coscienza riguardante emozioni, sentimenti e loro origini sta generando un vuoto di empatia e di forme salutari di rispecchiamento nell’altro. Svalutare la questione porta all’indifferenza, all’edulcorazione posticcia della realtà e ad una graduale miopia spirituale e sociale che non possiamo permetterci.
La richiesta di aiuto sempre più massiccia nel campo della salute mentale non è che un effetto del vuoto di cura e di amore che pure alberga nella nostra smisurata soggettività e nelle nostre relazioni. L’unica medicina per il nostro risentimento, per le nostre false aspettative, per le nostre delusioni, per le nostre ferite è la richiesta di perdono indirizzata verso coloro che abbiamo ferito e/o la possibilità di perdonare chi ci ha fatto soffrire. Questi due tipi di balsamo, queste due facce della stessa medaglia attengono pur sempre alla nostra libertà. Se ci sembra impossibile, difficile, pesante, irraggiungibile la Parola ci accompagnerà.

L’uomo di Nazareth ha cambiato radicalmente il paradigma etico dell’uomo. Anche se le sue parole hanno risonanze in ambiti come la politica, la società e persino la cultura, riguardano soprattutto il rapporto individuale tra due esseri: una relazione che passa anche attraverso il riconoscimento della soggettività dell’altro, della incolmabile diversità, la stessa che ritroviamo anche dentro noi stessi, che si nutre di desiderio e proprio per questo ci rende tutti uguali di fronte alla Legge. Tutti bisognosi di cura e di perdono. L’altro è un altro sé, da accettare come differente da noi, ma sottoposto all’ identica necessità, libero allo stesso titolo, da perdonare per diritto di nascita: la regola è l’ospitalità. La casa – al momento – è il mondo.
Da questa prospettiva ci scopriamo inequivocabilmente nudi come Adamo ed Eva e completamente disarmati.

Nell’Antico Testamento ci sono passaggi in cui Dio è paragonato a un padre. Ma mai un uomo ha chiamato Dio “Abbà”. Sconvolge tutta la comprensione e la vicinanza all’uomo come essere umano che il Cristo ha manifestato con questa invocazione dalla croce, dopo aver chiesto il perdono per coloro che non sapevano quel che stessero facendo. Qui tutte le barriere crollano.
Il Nazareno apre ad una nuova comprensione dell’uomo e di Dio.
Di un Demiurgo, come Bene assoluto, ne aveva già parlato la filosofia greca secoli prima della nascita di Gesù, ma di uomini che possano aspirare ad essere tutti misericordiosi e liberi perché già insediati dall’inizio nella legge dell’amore, questo non era stato mai detto prima. Il Cristo lo ha rivelato. Non è il mondo che deve cambiare, è l’uomo. Può farlo: un approccio di salvezza che passa attraverso la fraternità da costruire, con parole che parlino dell’universale nell’uomo al di là di ogni religione.

Gli sconvolgimenti vissuti oggi dalla maggior parte dei gruppi umani ci invitano alla creatività per una parola che sia udibile e comprensibile nel cuore stesso della modernità.

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui.

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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