Altopiani

Fritz von Uhde, Il discorso della montagna

Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti.

Luca 6,17;20-26 – 13 febbraio 2022
VI Domenica del Tempo Ordinario

Essere guariti da Cristo e prendersi cura degli altri sono due aspetti della stessa felicità.

Guarire, sì, ma da cosa?
Consultiamo i professionisti della salute quando sentiamo un cambiamento nella nostra condizione fisica abituale e qualcosa sembra non andare. La salute è data spesso per scontata, ce ne rendiamo conto solo quando comincia a diminuire. Da qui la ricerca di persone che possano aiutarci a ritrovare il benessere di prima.
La malattia colpisce anche perché tocca il significato della nostra identità, quella che sperimentiamo solitamente e alla quale attribuiamo una continuità nel tempo. Il dolore fisico e il dolore psichico ci costringono ad abbandonare il nostro centro di controllo più noto, e a spostare l’attenzione verso una periferia che percepiamo minacciosa: vorremmo difendere l’integrità della nostra vita.
I due versetti che precedono la parola di Gesù alla folla radunata intorno a lui usano tre volte il verbo “guarire”. Quella gente ha fatto molta strada per raggiungerlo, alcuni vengono da lontano e sperano di ascoltare una parola che nessuno ha ancora mai detto su di loro e per loro; cercano di essere alleviati in un modo specifico: vogliono guarire.
Questo è il movimento principale che porta verso il Cristo. Aspettarlo e ascoltarlo sono due modi che ci obbligano ad ammettere davanti a noi stessi il bisogno di guarigione e di aiuto. Oggi. Nutriamo la speranza di trovare qualcosa di diverso dal peso schiacciante del passato.
Ad una prima lettura, le parole di Gesù mi sconvolgono, piuttosto che consolarmi. La condizione di chi è “beato” e “felice” è inconciliabile con le mie aspettative. Prima di tutto mi chiedo: “A quale categoria di persone appartengo?”. Se sono contento, devo aspettarmi il peggio? Mi devo sentire in colpa? Se è così, non rimango; il Vangelo non deve essere questo, non voglio sentire guai e non ne voglio di più di quanti già ne abbia.
La questione sfida la logica, e, insieme, mette in crisi il significato dato alla mia esistenza. Né la povertà, né la fame, né le lacrime, né la maldicenza mi attirano. Casomai è il contrario.
E allora? A quali condizioni la parola di Gesù può aiutare le persone a incamminarsi verso una strada desiderabile? Cosa mai deve essere guarito?

La parola del Cristo non è una teoria morale e nemmeno un sistema filosofico; descrive e, in certo qual modo, prescrive la reale condizione nella quale mi trovo: un essere umano dentro una relazione orientata al bene con il creato e con ogni simile. Se la mia condizione non è tale, vuol dire che per qualche ragione ho mancato, schivato o disatteso la mia reale natura relazionale. Riguarda il visibile, cioè la relazione tra chi parla e chi ascolta, e l’invisibile, che collega ciascuno al Cristo e il Cristo al Padre. Se non accettiamo la nostra condizione, se rifiutiamo la nostra natura di esseri in relazione fallisce ogni possibilità di guarigione…a meno di un miracolo. Ma dobbiamo voler guarire e chiederlo, e per farlo dobbiamo anche crederci, avere fede.
L’evangelista si rivolge qui a coloro che hanno già scelto il Cristo, a quelli che hanno lasciato la falsa certezza di una situazione materiale e religiosa stabile. A quelli che hanno lasciato tutto e hanno perso anche le certezze “spirituali” di osservare la Legge. Non è il passato ad essere decisivo, ma il futuro del Regno di Dio, che decide del presente.
Solo così riesco a capire che il discepolo non ha bisogno di perdersi nella vendetta per le ingiustizie subite a causa della sua appartenenza a Cristo, né per l’invidia della felicità e della salute altrui, né per il desiderio di possesso. Non ha bisogno neanche di stancarsi a conteggiare se le sue buone opere sono sufficienti per assicurarsi l’eredità divina. In Cristo è guarito dalle logiche del dare e dell’avere, sia nel bene che nel male, ed è sveglio nel presente. Una vera liberazione.
Libertà di andare verso l’altro, chiunque esso sia, per costruire relazioni orientate al bene. Sapendo a priori che qualcuno, che non ha mai accettato la propria reale condizione, tenterà sempre di frapporsi. Pazienza. Possiamo benissimo vivere senza preoccuparci per noi stessi, per essere “prossimi” di chi si trova mezzo morto sulla via della vita.


Essere guariti dal Cristo e prendersi cura degli altri sono due aspetti della stessa felicità.
Beati, felici, coloro che riconoscono questa via.

NB per info sull’immagine di copertina clicca qui.

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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