Criteri del “noi”

Raffigurazione dei 5 pani e 2 pesci nelle Catacombe di San Callisto a Roma

C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci

Giovanni 6,1-15 – Domenica, 25 luglio 2021,
Diciassettesima Domenica del Tempo Ordinario

Provo a rileggere il racconto evangelico di questa domenica ricordando un passo dell’Antico Testamento nel quale il Signore – nella notte della liberazione dalla schiavitù in Egitto – ordina al suo popolo di mangiare in piedi del pane azzimo, fianchi cinti e sandali ai piedi; iniziava così il cammino verso la terra promessa, durante il quale, nel deserto, il cibo cadeva dal cielo sotto forma di manna.
Nel racconto di Giovanni Gesù offre cibo a 5000 uomini, invitandoli a sedersi sull’erba, rendendo grazie e distribuendo i 5 pani e i 2 pesci di un ragazzo “qualunque” .
Le due immagini sono molto diverse: nel libro dell’Esodo è rappresentato l’inizio di un lungo peregrinare verso la terra promessa, sostenuto dal Signore, mentre nel vangelo di Giovanni è rappresentata una festa con cibo in abbondanza per tutti, subito.
La moltiplicazione dei pani è presente in tutti i vangeli, addirittura due volte sia in Marco che in Matteo: è l’unico miracolo presente sei volte nel Nuovo Testamento. Tra una versione e l’altra ci sono varianti, ma nel complesso il processo è quasi identico.
Ci sono molte interpretazioni di questo testo. I razionalisti vedono il senso del miracolo nella capacità di vivere privi di tutto il superfluo, così come Gesù e la folla che si trovano nel deserto. Nella stessa direzione alcuni sostengono che alla base della moltiplicazione … ci sia una divisione: il cibo si moltiplica perché viene con-diviso. La divisione del poco però difficilmente genera una folla sazia, quindi il senso dev’essere cercato altrove.
Se avesse avuto luogo un grande picnic ascetico, sarebbero troppe le sei versioni e sarebbero troppi anche i dodici canestri di cibo avanzato; i canestri parlano chiaramente di una strana sovrabbondanza.
Alcuni propongono di leggere questo testo come lo sviluppo della moltiplicazione dei pani fatta dal profeta Eliseo (2 Re 4,42-44) che con venti pagnotte d’orzo nutrì un centinaio di persone e anche lì ci fu un avanzo. L’interpretazione è interessante perché l’attesa del Messia avrebbe potuto generare l’aspettativa di un potenziamento rispetto agli eventi di per sé già straordinari dell’Antico Testamento e ottenere una conferma da un miracolo del genere: da venti pagnotte che sfamano cento uomini con l’avanzo, si passa a cinque pani e due pesci che ne sfamano 5000 con l’avanzo.
Altri ancora vedono in questo testo una rappresentazione simbolica dell’insegnamento di Gesù alla folla e una prefigurazione del grande pasto messianico alla fine dei tempi.
Le varie interpretazioni – e ce ne sono altre – non si escludono a vicenda, tuttavia io credo che il vero miracolo consista nella trasformazione della massa in una comunità pacificata attraverso tre elementi: il dono, il rendere grazie, la distribuzione. A quel punto ce n’è per tutti. E con l’avanzo.
Non sarebbe così forse anche oggi?
In questo testo ciò che stupisce non è che una folla possa mangiare, ma che questa folla non si disperda per mangiare, ciascuno per conto proprio.
Il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci è un insegnamento in azione, non più in parole, ed è l’unica volta che una folla si costituisce come comunità riunita attorno al Cristo.
Nei Vangeli, Gesù incontra persone singole, o si muove con una folla eterogenea senza riferimento, una moltitudine senza nome e senza progetto. Qui, per la prima volta, c’è un progetto, anzi un doppio progetto: da una parte i discepoli capiscono di avere una precisa responsabilità rispetto alla folla: “Date loro da mangiare” e, dall’altro, la folla sperimenta che ciò a cui tende è l’essere insieme condividendo la vita stessa dentro un orizzonte di senso comune e molto più ampio.
Queste sono le condizioni del “noi”: il dono, il rendere grazie e la distribuzione. Si vedano i tre sommari negli Atti degli Apostoli: 2,42-48; 4,32-35; 5,12-16. Su questi tre criteri si fonda la prima comunità cristiana.
Non sono più le “pecore senza pastore” di domenica scorsa. Questa espressione, spesso usata nell’Antico Testamento, si riferiva a Israele in una posizione di angoscia a causa della scomparsa o della defezione dei suoi leader; un’allusione abbastanza trasparente, è probabile che l’evangelista, usandola, volesse segnalare il modo in cui i leader politici e religiosi della sua epoca trascuravano e/o ignoravano la loro funzione.
Nel vangelo di domenica scorsa veniva detto che Gesù alla vista di quella folla senza pastore “si commosse”, quindi, dovremmo chiederci, cosa produce spontaneamente il nascere di un gruppo, più o meno grande che sia, dalla famiglia, via via, fino agli abitanti di una nazione, per arrivare al cosiddetto popolo? Cosa occorre perché il popolo non sia semplicemente un’accozzaglia di individui, provenienti dai villaggi d’intorno, ognuno guidato dal proprio ristretto e solitario orizzonte? E dalla propria e solitaria fame?
Gesù non si comporta come un leader alla ricerca di followers o di iscritti al partito, fa esattamente il contrario. Quando capisce che vogliono farlo re, si ritira in (alta) montagna.
Gesù per prima cosa offre un insegnamento; il primo elemento della costituzione di una comunità è l’insegnamento. Anche Luca nei citati sommari degli Atti degli Apostoli mette in rilievo l’importanza dell’ascolto della Parola. Per percepire il bene comune e lavorare per costruirlo insieme si deve essere sufficientemente informati; l’insegnamento è fondamentale per creare una base comune di comprensione del mondo. La folla è definita spesso come “insegnata”; qui si va oltre: non solo è “insegnata”, ma è anche nutrita.
Dunque, la sfida è: riuniti per nutrirsi tutti o sparsi per mangiare da soli?
Il miracolo si compie rispondendo alla sfida attraverso i tre criteri dell’offrire spontaneamente (il dono), del ringraziare (il rendere grazie) e del distribuire (il condividere).
Cristo organizza la folla in gruppi, la “installa” in uno spazio – all’inizio del testo era un “luogo deserto”, senza denominazione, vale a dire disponibile – questo spazio deserto diventa il luogo della nascita della comunità.
È la comunità cristiana che nasce sotto i nostri occhi in questo testo: esperienza in cui viene abolita, da subito, la distanza tra il fine e i mezzi. Non c’è fine (ottenere il nutrimento), né mezzo per ottenerlo (il denaro per comprarlo), c’è un atto che riempie lo spazio di significato del soggetto e fa in modo che ciò che passa attraverso di noi e che succede in noi sia superato a favore di un bene comune del quale possiamo godere appieno tutti.
Si arriva a percepire che, nel dono spontaneo, non solo la riconoscenza o la restituzione neanche vengono richieste (il ragazzo non reclama nulla, non ci pensa proprio, non parla), ma che il dono cammina, per così dire, sulle proprie gambe. Se ci si assume la responsabilità di un altro per dono (per amore) si viene trasportati da questo dono, si obbedisce a questo dono…e ce ne sarà d’avanzo.
Qui viene fondata un’esperienza sociale fondamentale: attraverso il dono la comunità riunita sperimenta le proprie basi e queste ricollegano la persona alla propria comunità oltre le regole cristallizzate e istituzionalizzate. Si tratta di un’esperienza che concretizza la tensione tra individuo e società, tra libertà di ciascuno e obbligo morale individuale.
Gesù fa esattamente l’opposto del leader: si ritira e lascia che la folla diventi comunità e che la comunità gestisca da sola i dodici cestini di resti.
Il testo della moltiplicazione dei pani evidenzia le due dimensioni antinomiche del cristianesimo: quella del Deus Absconditus e quella del Dio-uomo; in altre parole, qualsiasi filosofia attorno a Dio deve superare due insidie: la tentazione d’isolare Dio dal mondo a tal punto da renderlo estraneo all’uomo o unirlo tanto al mondo fino a perdere il senso dell’infinita differenza tra Dio e l’uomo.
La comunità cristiana poggia sulla trascendenza del divino e si nutre dell’immanenza del dono.
La moltiplicazione dei pani e dei pesci è un testo di transizione: non si può rimanere bloccati sui resti che vengono raccolti. Questi sono la premessa di nuove comunità, resti che ci sono destinati affinché tutti possano vivere insieme del dono iniziale.

Gesù: «Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?» 
Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo!»
Andrea: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?»

Nella trasmissione dell’insegnamento il Primo provoca, il secondo obietta, il terzo, intuendo, indica la soluzione.

È ancora qui quello con i cinque pani e i due pesci?

NB. in copertina foto da una raffigurazione nelle Catacombe di San Callisto a Roma, per l’originale clicca qui

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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