Si assopirono tutte e si addormentarono.
8 novembre 2026 – XXXII Domenica del Tempo Ordinario – Anno A
Sap 6,12-16
Sal 62
1Ts 4,13-18
Mt 25,1-13
«Si assopirono tutte e si addormentarono». Prima di soffermarci sulla distinzione tra le cinque donne sagge e le cinque stolte, dovremmo considerare questa condizione comune: lo sposo tarda e tutte cedono al sonno. Nessuna riesce a sostenere l’attesa rimanendo sveglia fino al suo arrivo. Eppure la parabola si conclude con un invito preciso: «Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».
La vigilanza di cui parla Gesù deve dunque avere a che fare con qualcosa che il sonno, da solo, non basta a compromettere.
Le dieci donne sono uscite incontro allo sposo portando le loro lampade; cinque hanno preso anche una riserva d’olio. La differenza emerge a mezzanotte, quando un grido interrompe l’attesa e tutte si destano. Le lampade di alcune si stanno spegnendo. Alla richiesta di condividere l’olio, le altre rispondono che potrebbe non bastare per nessuna e consigliano di andare a comprarne. Mentre le cinque sono lontane arriva lo sposo, le donne pronte entrano con lui e la porta viene chiusa.
Possiamo leggere il racconto come un richiamo alla responsabilità personale: vi sono cose alle quali occorre provvedere e che, al momento decisivo, non possiamo semplicemente ricevere in prestito. La parabola, tuttavia, non spiega che cosa rappresenti l’olio, né racconta che le cinque impreparate fossero uscite senza desiderare davvero l’incontro.
Se proviamo a seguirle mentre tornano, forse avvertiamo una certa insofferenza verso quelle che sono entrate. Ci sembrano previdenti, ma poco generose, e potremmo accorgerci di avere già capovolto la distribuzione delle ragioni: per difendere le stolte cominciamo a condannare le sagge, come se fosse necessario trovare qualcuno da mettere dalla parte del torto per riuscire a stare accanto a chi è rimasto fuori.
È un movimento che merita attenzione, perché riguarda il modo in cui leggiamo e, allo stesso tempo, quello in cui giudichiamo le persone nella vita quotidiana.
Domenica scorsa avevamo contemplato una moltitudine che nessuno poteva contare. Ora ci troviamo davanti a una porta chiusa. Da quale parte la stiamo guardando? Possiamo identificarci con chi domanda di entrare, oppure considerarci già nella sala e preoccuparci della sorte degli altri. In questo secondo caso, anche un’esortazione generosa, come quella ad ascoltare chi è escluso, rischia di contenere una sicurezza che il racconto non ci ha dato: quella di sapere dove ci troviamo.
Del resto, ascoltare una richiesta non significa necessariamente avere la possibilità di esaudirla. Le cinque che sono già entrate avrebbero potuto aprire la porta? Matteo non lo dice. La risposta a chi invoca «Signore, signore, aprici!» viene dallo sposo: «Non vi conosco».
Non sarebbe corretto attenuarne la durezza; altrettanto poco corretto sarebbe attribuire alle donne rimaste fuori una colpa più grande di quella che il racconto descrive, soltanto per rendere l’esclusione più accettabile.
Il titolo di questa riflessione, Il valico, nasce anche dalla difficoltà di comprendere quale passaggio sia rappresentato da quella porta. Il passaggio attraverso la porta può farci pensare al compimento dell’esistenza e alla soglia della morte, oltre la quale non crediamo di avere le stesse possibilità d’azione disponibili durante la vita terrena. Se consideriamo la questione da questa prospettiva, diventa meno semplice immaginare chi è già entrato nel Regno dei Cieli come una persona che abita nell’appartamento accanto, alla quale chiedere di tornare indietro e intervenire nel nostro. La parabola non descrive la condizione dei defunti, ma il confronto con la seconda lettura m’induce a domandarmi come considero il rapporto tra chi è ancora qui e chi ha concluso la propria vita terrena.
Nella seconda lettura Paolo scrive, infatti, a una comunità preoccupata per la sorte dei suoi morti e afferma che i vivi non avranno alcun vantaggio. Essere ancora sulla terra non conferisce dunque un privilegio nell’incontro con il Signore. La speranza che l’apostolo annuncia riguarda non soltanto un “essere insieme” che la morte non sembra aver compromesso, ma anche uno stato che l’esistenza terrena non garantisce, pur essendo condizione necessaria da attraversare. In sostanza abitare il Regno dei Cieli non dipende dall’essere vivi o morti.
Mi azzardo ad osservare concretamente che il racconto inizia così: Il regno dei cieli è simile a dieci vergini che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo. Le dieci vergini erano già tutte nel Regno dei Cieli da prima?
La lettura di oggi tratta dall’Antico Testamento modifica il modo consueto di rappresentare l’attesa: chi si alza per cercare la sapienza la trova seduta alla propria porta; perché lei stessa va in cerca di coloro che ne sono degni e va loro incontro lungo le strade. Quindi, chi cerca la sapienza può scoprire che l’oggetto della propria ricerca era già presente prima dell’iniziativa pratica di cercarla.
Il Salmo 62 esprime il desiderio umano di ricerca della sapienza attraverso la metafora della sete dell’anima e della carne; l’incontro con Dio riguarda l’esistenza presente, con il suo corpo, le sue veglie e le sue necessità.
La relazione con l’eterno avrà inizio dopo la morte o può essere vissuta anche qui e ora, pur senza diventare una condizione della quale disporre a proprio piacimento?
La liturgia di questa XXXII Domenica del Tempo Ordinario mi suggerisce di tenere insieme queste prospettive, di non separarle, tuttavia senza sovrapporle; ho conosciuto passaggi che hanno trasformato il mio modo di comprendere gli altri e di stare con loro; ho conosciuto anche limiti che non sono dipesi dalla mia volontà. E la consapevolezza che la morte del corpo non sarà risparmiata ad alcuno mi obbliga a considerare fino in fondo questi limiti.
Credo che il richiamo a vegliare riguardi ciascuno di noi, proprio mentre è ancora in cammino. Possiamo prenderci cura di qualcuno, chiedere aiuto, preparare ciò che servirà, riconoscere di avere trascurato qualcosa, ma possiamo anche scoprire che, mentre ci occupavamo di stabilire chi fosse dentro e chi fuori, stavamo evitando di considerare con attenzione la nostra stessa posizione.
E la missione oggi?
Annunciare la speranza dell’incontro richiede di condividerne l’attesa, senza attribuirsi il posto di chi conosce già l’esito delle vite altrui. Le dieci donne si addormentano tutte e tutte si svegliano, ma il risveglio rende evidente ciò che ciascuna ha custodito, curato, mantenuto acceso e coltivato per sé, forse qualcosa di dato fin dall’inizio.
«Signore, signore, aprici» potrebbe essere anche la nostra preghiera: pronunciarla significherebbe riconoscere che abbiamo bisogno sempre, ogni giorno, dell’incontro che annunciamo.
NB: in copertina, Anonimo, La soglia delle dieci lampade.