Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
1 novembre 2026 – Solennità di Tutti i Santi
Ap 7,2-4.9-14
Sal 23
1Gv 3,1-3
Mt 5,1-12a
Nell’Apocalisse Giovanni prima ascolta un numero, poi vede una moltitudine che nessuno può contare: centoquarantaquattromila segnati con il sigillo di Dio, provenienti dalle tribù d’Israele; poi persone di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. La memoria d’Israele rimane, ma lo sguardo si trova davanti a una moltitudine che supera ogni attesa.
Uno degli anziani domanda a Giovanni chi siano e da dove vengano e Giovanni risponde: «Signore mio, tu lo sai». È una risposta che ciascuno potrebbe imparare a pronunciare, soprattutto quando è sicuro di sapere chi può stare davanti a Dio e chi debba rimanerne lontano.
La folla è composta da coloro che vengono dalla grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello: l’immagine è complicata da spiegare, soprattutto per il sangue, che in genere macchia, qui rende candide le vesti perché testimonia di chi ha affrontato la morte senza rinunciare alla propria fede. Ma che cosa stiamo riconoscendo in queste persone? La fedeltà con cui hanno vissuto o la violenza che hanno subìto? La distinzione conta, perché potremmo finire per attribuire alla sofferenza un potere di salvezza, quasi che Dio avesse bisogno del dolore degli uomini per accoglierli.
Il rispetto per i martiri ci chiede anche di non pensare necessaria la loro morte, la moltitudine rimane tuttavia più grande rispetto ciò che siamo in grado di spiegare.
Anche Gesù, nel Vangelo, vede una folla; sale sul monte, si siede, i discepoli si avvicinano e lui comincia a parlare. Matteo non dice quanti siano, ma il racconto parla di discepoli che si avvicinano per ascoltare: «Beati i poveri in spirito». «Beati quelli che sono nel pianto». «Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia».
Proviamo a fermarci davanti a qualcuno che piange: con quale voce gli diremmo che è beato? Che cosa dovrebbe capire delle nostre parole? Se gli stessimo dicendo che il suo dolore è una “fortuna”, avrebbe ragione a non volerci ascoltare. Gesù dice altro: chi piange sarà consolato, dunque tra il pianto e la consolazione c’è la promessa, della fine del pianto.
Similmente chi ha fame e sete di giustizia sarà saziato; non è richiesto di trovare buona l’ingiustizia che affama. Dovremmo fare attenzione a come leggiamo queste parole, soprattutto quando sono rivolte a chi sta soffrendo accanto a noi.
Credo che nessuna delle condizioni che fanno apparire una vita perduta sia sufficiente a sottrarla alla promessa di Dio: la povertà non è un merito da esibire, il dolore non è una prova da superare e il martirio non è un requisito per essere accolti. Chi è nel pianto viene raggiunto lì, dove si trova.
Le Beatitudini parlano anche di misericordia, di mitezza, di pace da costruire. Accanto a ciò che si può patire emerge anche ciò che si può fare; chi ha conosciuto l’ingiustizia può cercare giustizia anche per altri; chi è stato ferito può interrompere una vendetta; chi desidera la pace può trovarsi a difenderla senza disporre della forza di chi alimenta il conflitto. Le persone non agiscono secondo categorie unilateralmente sbilanciate. Una vita può essere vissuta attraversata da molte di queste parole.
Il Salmo domanda chi possa salire sul monte del Signore e parla di mani innocenti e cuore puro. Che cosa fanno le mie mani, che cosa trattengono, chi aiutano a rialzarsi? Sarebbe strano se mi occupassi soltanto di esaminare quelle degli altri. La promessa della salvezza non si lascia rinchiudere nei confini che gli esseri umani sono abituati a tracciare.
Nella seconda lettura Giovanni scrive che siamo già figli di Dio, ma non è stato ancora rivelato ciò che saremo: c’è ancora qualcosa di noi che ancora non conosciamo e questo vale anche per la persona che crediamo di avere capito una volta per tutte, dalla quale sappiamo già cosa aspettarci e, soprattutto, cosa non aspettarci più.
Verso la fine delle Beatitudini Gesù passa dal «beati quelli» al «beati voi». Chi ascolta viene coinvolto personalmente, anche nella possibilità della persecuzione; il racconto non permette di contemplare da lontano persone ammirevoli, costringe piuttosto a riflettere come saremmo se cercare giustizia, usare misericordia e costruire pace avesse un costo anche per noi.
Ottobre, il mese missionario si è chiuso, questa coincidenza temporale può essere utile per interrogarci sulla missione: che cosa annunciamo, se cominciamo stabilendo i confini entro i quali Dio dovrebbe salvare? E che cosa cambia nel nostro incontro con l’altro, se ammettiamo che la sua relazione con Dio possa essere più grande di quanto noi riusciamo a riconoscere?
Incontriamo spesso persone senza sapere da quale tribolazione provengano; la festa di Tutti i Santi comincia forse da un atteggiamento discreto, che lascia aperta per ciascuno la promessa ricevuta e si domanda cosa fare per condividere consolazione, misericordia e pace.
NB: in copertina, Anonimo, La moltitudine.