Di chi è questa immagine?

Perché mi tentate?

18 ottobre 2026 – XXIX Domenica del Tempo Ordinario

ls 45,1.4-6; 1Ts 1,1-5b; Mt 22,15-21.

Tre domeniche fa, in una vigna, gli affittuari hanno riconosciuto l’erede e hanno deciso di ucciderlo.
Domenica scorsa abbiamo assistito a una festa alla quale gli invitati non avevano voluto partecipare, una città è stata incendiata e un uomo, trovato senza l’abito nuziale, è stato legato e gettato fuori.
Ora siamo davanti a una moneta.
Che cosa hanno in comune questi tre scenari?
Forse qualcosa che riguarda il nostro modo di riconoscere le persone e, soprattutto, quello che decidiamo di fare dopo averle riconosciute.

Nella vigna, gli affittuari sanno benissimo chi hanno davanti: «Costui è l’erede». Proprio per questo decidono di ucciderlo, convinti di potersi impadronire dell’eredità.
Durante il banchetto, un uomo viene individuato perché non indossa l’abito richiesto e il re, dopo averlo interrogato, ordina di gettarlo fuori. L’erede ucciso e l’uomo gettato fuori non sembrano la stessa tipologia d’uomo, eppure la fine di entrambi suscita la stessa domanda: che cosa accade quando riconosciamo qualcuno soltanto per il posto che occupa, per ciò che rappresenta o perché è in contrasto con le nostre aspettative?

Nel Vangelo di questa domenica Gesù si trova davanti a persone che hanno deciso di coglierlo in fallo: si sono accordate prima e hanno preparato una domanda, ma introducono il discorso con un complimento: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno». Riconoscono, dunque, la sua sincerità, la sua fedeltà alla verità e la sua libertà. Ma è sulla base di questo riconoscimento delle qualità personali di Gesù di Nazaret che costruiscono la loro trappola: «È lecito o no pagare il tributo a Cesare?». Probabilmente pensano di conoscerlo abbastanza da prevedere una sua risposta “incauta” per usarla contro di lui.

Si manifesta qui agli occhi del lettore un’incrinatura che opacizza la certezza del riconoscimento. Cosa hanno visto quegli uomini? Chi hanno visto, tanto da volergli tendere una trappola?
Siamo capaci di distinguere da lontano una persona dal modo in cui si muove, di scorgere una somiglianza nel viso di un figlio, di ritrovare un gesto familiare in una persona che conosciamo appena. Questa facoltà permette di avvicinarsi agli altri, ma dal racconto evangelico risulta evidente che gli esseri umani possono anche riconoscere qualcuno per osservarlo e diventare più esperti nel come tendergli una trappola. Vedere, quindi, non ha lo stesso significato di “riconoscere” e, soprattutto non significa automaticamente “accogliere” e “accettare”.

Gesù conosce la malizia di quegli uomini, ma non risponde nei termini che vorrebbero imporgli, non si lascia manipolare: inaspettatamente chiede una moneta e domanda di chi siano l’immagine e l’iscrizione. «Di Cesare», rispondono. Che sia proprio l’immagine di Cesare, nessuno può metterlo in dubbio: le monete romane erano ben conosciute. Questa volta il riconoscimento è immediato, non ci sono domande su Cesare e tutti siamo proprio sicuri che quello sulla moneta è il volto di Cesare!
«Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Sarebbe facile ricavarne una divisione del mondo in due territori, uno affidato al potere politico e l’altro riservato a Dio. Ma Gesù non sta tracciando una mappa del territorio, sta solo rendendo evidente che tutti sanno riconoscere l’immagine di Cesare e la tengono in mano, stampata sulla moneta. Alle spontanee solite associazioni che potrebbero nascere da questa fatto, si aggiunge una questione molto meno semplice: che cosa bisognerebbe rendere a Dio?

La Genesi racconta che l’essere umano è stato creato a immagine e somiglianza di Dio. Mi chiedo: se l’essere umano porta l’immagine di Dio e gli somiglia, che cosa può voler dire riconoscere l’immagine di Dio? Non basta individuare un volto, attribuirgli un’identità e collocarlo tra quelli che conosciamo: gli affittuari hanno riconosciuto l’erede e lo hanno ucciso, gli interlocutori di Gesù ne hanno riconoscono le buone qualità per cercare di usarle contro di lui.

E che cosa accade, poi, a chi non ci somiglia affatto, a chi non riusciamo a collocare tra i volti familiari? Se aspettiamo di trovare nell’altro qualcosa che ci rassomigli prima di riconoscerlo come prossimo, che cosa accadrà nel frattempo?

La prima lettura ci porta davanti a un personaggio che mette in discussione proprio la riconoscibilità di un nostro simile: Ciro non appartiene a Israele, anzi,  il testo afferma chiaramente che Ciro non conosce il Signore.
Eppure il Signore lo chiama per nome, lo prende per mano e agisce attraverso di lui.
Si può accettare una frase del genere? Dio opera attraverso qualcuno che non lo conosce.
Chi avrebbe pensato di cercare proprio lì un segno della sua azione?
Anche Paolo, scrivendo ai Tessalonicesi, non consegna loro un ritratto nel quale debbano necessariamente riconoscersi. Ricorda l’operosità della fede, la fatica dell’amore, la fermezza della speranza. Sono parole ricche di significati che implicano tempo, gesti, relazioni.
Forse, neanche una comunità si riconosce dall’immagine che offre di se stessa, perché occorre guardare ciò che accade tra le persone, come si relazionano e chi viene raggiunto dalla loro cura.

Torniamo alla moneta: l’immagine di Cesare è lì, sul palmo di una mano. Basta guardare e leggere. Ma l’immagine di Dio non è stampata sull’altra faccia. Non possiamo capovolgerla e trovare una risposta altrettanto evidente.

La Genesi parla dell’essere umano creato a immagine di Dio, ma l’Esodo invita a non fabbricare immagini divine. Le due affermazioni concorrono ad evitarci la confusione tra “riconoscimento” e “possesso”. Anche una persona può essere imprigionata nell’immagine che ci siamo fatti di lei. Possiamo conoscerne il nome, riconoscerne i gesti, descriverne le qualità e continuare a non vedere chi veramente abbiamo davanti.

Se l’essere umano è immagine di Dio, non possiamo decidere che meriti di essere accolto soltanto quando corrisponde alle nostre attese, né basta dire di riconoscere Dio, se poi escludiamo o feriamo qualcuno che a qualche livello gli somiglia.

Riconoscere, dunque, non è ancora amare. Sarà per questo che alla prossima “puntata” qualcuno domanderà a Gesù, ancora per metterlo alla prova: «Maestro, qual è il più grande comandamento della Legge?»

NB: in copertina, Anonimo, Gesù e il tributo a Cesare.

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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