Avete capito?

«Avete capito tutte queste cose?»
Gli risposero: “Sì.”

26 luglio 2026 – XVII Domenica del Tempo Ordinario
1Re 3,5.7-12
Sal 118
Rm 8,28-30
Mt 13,44-52

Le parabole del regno si susseguono quasi senza intervallo: il seminatore, la zizzania, il granello di senape, il lievito, il tesoro, la perla, la rete.
Gesù non ne offre una sola, definitiva, capace di spiegare tutto. Ne racconta molte, perché nessuna immagine può contenere interamente il mistero del regno dei cieli; una parabola illumina un aspetto e ne lascia altri nell’ombra, il regno è seme e raccolto, crescita invisibile e scelta decisiva, tesoro già presente e realtà ancora attesa.
Le parabole devono quindi essere tenute insieme, come tessere di un mosaico, se ne isoliamo una, rischiamo di scambiarne l’immagine per una definizione.

La parabola della rete è forse una delle più difficili.
La rete viene gettata nel mare e raccoglie “ogni genere” di pesci: non seleziona mentre pesca, prende tutto ciò che incontra, il buono e il cattivo, ciò che nutre e ciò che deve essere eliminato.
La separazione avviene soltanto alla fine, come in quella del seme e della zizzania.
L’immagine non serve a incoraggiare gli uomini a trasformarsi immediatamente in giudici del mondo; al contrario, nel tempo presente la rete continua a raccogliere.
Nessuno di noi possiede ancora lo sguardo pronto a distinguere perfettamente il bene dal male, soprattutto perché il confine non passa soltanto tra un uomo e l’altro, ma passa anche dentro ciascuno di noi. Il pesce cattivo non è sempre qualcun altro.
Gesù non dice neppure che, alla fine, ogni differenza diventerà irrilevante.
La misericordia non consiste nel dichiarare che il male, in fondo, non è poi così male.
Penso che il male sarà giudicato proprio perché distrugge ciò che Dio ama: è qui che l’immagine della fornace ci mette in difficoltà.
«Getteranno i cattivi nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti».
Possiamo reagire in due modi ugualmente semplicistici: immaginare un Dio vendicativo che finalmente punisce i colpevoli oppure cancellare la frase, perché la riteniamo incompatibile con la misericordia. In entrambi i casi, comunque, decidiamo in anticipo che cosa Dio debba essere, secondo la misura delle nostre categorie.

Forse la fornace non deve essere immaginata come il luogo nel quale Dio conserva eternamente il male per poterlo punire altrettanto eternamente; potrebbe essere, invece, il fuoco nel quale il male viene finalmente consumato: non un fuoco acceso contro la creatura, ma contro ciò che la deforma.
Se fosse così, si comprenderebbe meglio anche il dolore.
Essere liberati dal male non significa sempre essere liberati senza sofferenza. Ci abituiamo alle nostre deformazioni, le confondiamo con la nostra identità, finiamo persino per difenderle e quando viene bruciato ciò che ci rende schiavi, possiamo avere l’impressione che siamo noi a bruciare. Il giudizio di Dio non sarebbe allora il contrario della misericordia, ma la sua forma estrema, perché Dio non abbandona la creatura al male che la possiede.

Questo non significa che la parabola autorizzi una dottrina rassicurante che risolva tutto automaticamente e senza libertà.
Gesù non trasforma il giudizio in una formalità: il pianto e lo stridore di denti restano immagini terribili.
La Parola dice sul serio la possibilità umana di resistere al bene, di preferire la propria prigione alla libertà e di scambiare la malattia per salute.
La Parola, altrettanto sul serio, afferma la vittoria di Dio.
Noi non attendiamo un’eternità nella quale il bene e il male continuino a fronteggiarsi in perfetto equilibrio. Attendiamo la fine del male.
Ed è forse questo ciò che, nel profondo, desidera perfino il malvagio, anche quando non è ancora capace di desiderarlo: essere liberato da ciò che lo rende malvagio.

Terminata questa lunga successione di parabole, Gesù pone ai discepoli una domanda:
«Avete capito tutte queste cose?».
Rispondono: “Sì.”

Risposta magnifica e poco credibile: hanno appena ascoltato immagini che per secoli continueranno a essere interpretate, discusse e fraintese, eppure rispondono senza esitazione di avere capito tutto.
Probabilmente non hanno capito. Del resto, poco prima, Gesù aveva dovuto spiegare loro privatamente sia la parabola del seminatore, che quella della zizzania. I discepoli non sembrano quindi particolarmente qualificati per dichiarare concluso il problema del regno dei cieli.
Ma Gesù non li corregge, forse perché quel “sì” non è la risposta precisa alla sua domanda letterale «Avete capito tutto?».
No, non hanno capito tutto; nessuno comprende pienamente come possano coincidere la giustizia e la misericordia, come il giudizio possa essere salvezza, come Dio possa rispettare la libertà della creatura senza abbandonarla alla distruzione.
Il loro «sì» risponde piuttosto a una domanda nascosta:
“Accettate di continuare a seguirmi, anche senza avere capito tutto?”.
E a questa domanda i discepoli rispondono davvero: “Sì.”
Il loro “sì” non è la sicurezza di chi possiede la verità, ma l’adesione di chi si lascia condurre dentro una verità più grande di lui. Non hanno compreso il regno, ma hanno riconosciuto colui che ne parla. Non sanno ancora conciliare la fornace con la misericordia, il giudizio con l’amore, la rete che accoglie tutto con la separazione finale.
Tuttavia hanno intuito che non devono scegliere tra un Dio giusto e un Dio misericordioso, perché in Dio giustizia e misericordia non sono due forze rivali.
Siamo noi a separare la giustizia dalla misericordia, perché amiamo senza saper giudicare e giudichiamo senza saper amare.
Il discepolo non è colui che ha già risolto questa contraddizione, è colui che accetta di affidarsi a Cristo finché ciò che ora appare contraddittorio non riveli la propria unità.

«Avete capito?».
Forse la risposta più sincera sarebbe stata:
“No, ma ci fidiamo di te.”
Nel linguaggio della fede proprio questo significa dire “sì.”

NB: in copertina, Anonimo, Gesù Maestro.

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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