Aprirò la mia bocca in parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo
19 luglio 2026 . XVI Domenica del Tempo Ordinario
Sap 12,13.16-19
Sal 85
Rm 8,26-27
Mt 13,24-43
Gesù usa un granello di senape come immagine di ciò che è essenziale: un piccolo seme sembra inerte, sembra non avere vita propria, eppure, dopo solo pochi giorni nella terra, comincia a germogliare. Il seme, quindi, possiede la forza della vita.
Qualsiasi seme avrebbe potuto simboleggiare questa forza, però Gesù sceglie come paragone il più piccolo di tutti, dicendo che, una volta cresciuto, sarà più grande degli altri e diventerà un grande albero. Quindi, è proprio nella piccolezza del seme, non proporzionata alla sua futura crescita, che dovremmo cercare il senso della parabola.
Il paragone non è soltanto tra il Regno di Dio e un granello di senape qualsiasi, ma tra il Regno di Dio e un granello di senape preso e seminato da qualcuno in un giardino. Descrive, insieme alle dimensioni e alle potenzialità del seme, un atto umano semplice, deliberato, che implica la scelta del seme, l’azione della semina e la decisione di seminarlo nel proprio giardino.
Avremmo potuto pensare che la fede fosse un esercizio arduo e difficile, di dover credere a cose incredibili, di dover compiere imprese eroiche, non esenti da sacrifici e privazioni, ma non è questo che viene detto qui. Tutto lo sforzo consiste nel prendere un piccolo seme e gettarlo nel nostro giardino: non è uno sforzo immane, ma è necessario farlo. Per farlo dobbiamo averne l’idea e l’intenzione.
Che senso ha quest’atto di semina?
Se l’agricoltura è stata una delle maggiori scoperte dell’umanità, risalente a circa 10.000 anni fa, tramandata di generazione in generazione fino ad oggi, la spiritualità, cui il tema agricolo rimanda, è stata scoperta quasi agli albori dell’umanità; ve ne sono tracce risalenti a più di 60.000 anni fa.
È stata ed è esplorata a fondo di generazione in generazione (forse più dell’agricoltura).
Nella storia della spiritualità, Gesù di Nazaret ha mostrato qualcosa di decisivo: noi non abbiamo un corpo, noi siamo un corpo: vediamo con gli occhi, tocchiamo con le mani, udiamo con le orecchie. Siamo dunque particolarmente sensibili alla superficie delle cose, ma non è tutto.
L’essenziale è sopito dentro di noi: la forza vitale che sta nel piccolo seme è la stessa che ci abita. Come potremmo tentare di approfondire questa realtà di per sé così misteriosa?
La scienza guarda oltre l’ovvio; ad esempio, pare che il sole sorga nel cielo, tramonti dalla parte opposta e riappaia il giorno successivo, circa allo stesso modo del giorno precedente; sappiamo bene che il movimento del sole è un’illusione, è il nostro pianeta ad orbitargli attorno a una velocità di oltre 100.000 km/h (30 Km al secondo). Noi non percepiamo questa velocità, anzi io ho proprio la sensazione di essere fermo, seduto davanti alla scrivania a scrivere.
Viviamo sulla superficie della realtà esteriore ed interiore, incontrando serie – se non insormontabili – difficoltà ad addentrarci oltre questo primo strato. Eppure sarebbe assolutamente essenziale sondare almeno ciò che siamo, perché lì si trova anche la nostra parte migliore, quella che siamo soliti chiamare la nostra “personalità”. Si noti che coloro che ci amano, in genere, apprezzano la nostra personalità, qualcosa di vivo e piuttosto unico, che ci permette di scegliere, di prendere decisioni, di amare. Anche se, a volte, ci sentiamo proprio molto piccoli e inadeguati all’impresa.
Sondare la parte migliore di se stessi è complicato, forse più complicato del sondare la parte peggiore, in ogni caso il conoscere se stessi è un tema su cui hanno lavorato i filosofi dai tempi di Socrate. Gesù dice che, attraverso la Parola, il Regno di Dio, come il granello di senape, germoglia crescendo in profondità e in altezza.
Le profondità del nostro essere, le nostre radici, come dicevo, ci sono in gran parte inaccessibili, tanto quanto il resto dell’universo sopra la nostra testa, a partire dai rami degli alberi più alti. Viviamo in superficie, muovendoci, producendo, raccogliendo, intessendo relazioni con il prossimo. Qui entra in gioco la fede: se abbiamo afferrato la Parola e l’abbiamo seminata sulla superficie delle nostre vite, Dio vedrà il meglio che è in noi e lo farà crescere, ci guarirà e perdonerà il peggio, o, almeno, questa è la nostra fede e la nostra speranza.
Gli uccelli del cielo, infatti, costruiscono i loro nidi tra i rami del Regno. Cosa intende Gesù con questo? Gli uccelli sono creature aeree meravigliose, ma sono selvatici e non sappiamo bene come addomesticarli: rappresentano le molteplici dimensioni degli uomini, in qualche modo frammentate e separate. L’albero del regno è capace di accogliere tutti i nostri pezzi di umanità: li raccoglie, li unifica, li pacifica, li cura, li protegge, li lascia liberi e vivi. Gli uomini possono abitare quest’albero della vita, come loro casa.
Il collegamento tra il seme, la sua forza vitale, l’albero e la fede si chiarisce se ricordiamo il granello di senape in Luca 17,6: “Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: ‘Sradicati e vai a piantarti nel mare’, ed esso vi obbedirebbe”.
Il gelso (o il sicomoro) da sradicare, diversamente dall’albero del Vangelo di questa domenica, potrebbe avere a che fare con la parte peggiore di noi stessi, o con l’immagine negativa che di noi stessi potremmo avere; qualche volta siamo delusi dalla vita e la vorremmo diversa, tal’altra soffriamo di un poderoso risentimento verso persone e situazioni passate. Il risentimento ci rimane attaccato addosso anche per anni, angosciante e persistente: sembra impossibile liberarsene.
Anche una fede minuscola sarà sufficiente per aiutarci a superare questa difficoltà.
In questo contesto Gesù probabilmente corregge una domanda degli apostoli. Subito prima aveva detto qualcosa di umanamente intollerabile: se tuo fratello pecca contro di te sette volte al giorno e sette volte ritorna dicendo: «Mi pento», tu gli perdonerai. Gli apostoli reagiscono dicendo: “Accresci in noi la fede!” Come se per riuscire a perdonare occorresse un quantitativo enorme di fede. Gesù parla del granello di senape: non è questione di avere tanta fede, come si possedesse una riserva di energia materiale, basta averla e che sia reale, cioè consista in un affidarsi alla volontà di Dio. Il testo greco dice: se aveste fede come un granello di senape. Quel “come”permette di intendere non soltanto la dimensione concreta, ma anche la natura specifica del seme: qualcosa di minuscolo, ma vivo, che contiene in sè un potenziale di crescita enorme. Gli apostoli chiedono fede in aggiunta, Gesù sembra rispondere: non dovete misurarla, dovete averla.
La fede non agisce perché psicologicamente intensa, perché uno è convintissimo o perché non ha alcun dubbio, agisce perché mette l’uomo in rapporto con Dio. La potenza del granello non deriva dalle sue dimensioni, ma perché è vivo di una vita, che non si è data da solo.
Gesù prende ad esempio un albero, forse un sicomoro, forse un gelso, magari realmente visibile ai presenti, e costruisce un’immagine volutamente assurda: un grande albero ben radicato, al semplice comando di uomini di fede, si sradicherebbe da solo e andrebbe a piantarsi non in un altro terreno, ma nel mare, dove notoriamente sia alberi di gelso che sicomori non possono vivere. Tutto questo accade perché gli è stato detto. Non è soltanto una cosa difficile: è una contraddizione visibile dell’ordine naturale. Come in Matteo la fede sposta una montagna, così in Luca sradica un albero e lo pianta nel mare. Nel contesto lucano, dunque, l’albero non rappresenta necessariamente, in maniera allegorica, un peccato preciso, tuttavia l’immagine si applica perfettamente a ciò che Gesù ha appena comandato: perdonare ripetutamente chi ci ferisce, cioè mandare il nostro risentimento a piantarsi nel mare, per ricollegarmi al mio esempio di prima.
Il risentimento mette radici, il dolore si lega alla memoria, al senso di giustizia, all’orgoglio ferito, talvolta perfino alla necessità di difendersi. Dire a un uomo: “perdona ancora” può sembrare altrettanto irragionevole che dire a un albero secolare: “sradicati e piantati nel mare”.
Gli apostoli afferrano subito la difficoltà, non rispondono “va bene”, ma “aumenta la nostra fede”. Gesù non minimizza la difficoltà, dice piuttosto che ciò che appare irrimediabilmente radicato non costituisce un limite per Dio.
Naturalmente perdonare non significa negare il male, rinunciare alla giustizia, ristabilire automaticamente la fiducia o esporsi nuovamente alla violenza; significa che il male ricevuto non deve diventare il principio determinante della nostra vita. Qui sta, secondo me, l’elemento fondamentale. La frase viene spesso letta così: “Se credessi abbastanza, potresti ottenere qualsiasi cosa”. Ma il seguito del brano impedisce questa interpretazione, subito dopo Gesù racconta la parabola del servo che, compiuto il proprio dovere, dice di essere, lui ed altri, un servo inutile, che ha fatto quanto doveva fare.
La fede che fa obbedire l’albero non trasforma il credente in un mago cui il mondo deve obbedire, al contrario, lo rende capace di obbedire a Dio anche quando il comando sembra superiore alle forze a disposizione. Il paradosso è che l’albero obbedisce al discepolo, soltanto quando il discepolo si affida a Dio con fede. La fede non è una forza con cui pieghiamo Dio alla nostra volontà; è il rapporto attraverso il quale la nostra volontà, senza essere annullata, viene resa capace di entrare nell’azione di Dio.
In conclusione, se nel nostro giardino è stata seminata la Parola, quella si amplierà, si amplificherà e porterà frutti benedetti ovunque: è il primo effetto del Regno che noi possiamo “toccare con mano”. Se altro seme dovesse crescere insieme alla Parola, alla maniera del sicomoro o anche della zizzania del Vangelo di questa domenica, non c’è da temere: al tempo opportuno sarà depotenziato e finirà in cenere. Affidarsi realmente a Dio, ascoltare e vivere il Vangelo, anche solo per pochi minuti al giorno, non soltanto farà crescere il Regno di Dio, ma sradicherà in noi tutto il male spirituale più profondamente radicato, anche quello apparentemente impossibile da rimuovere.
Un essere umano ferito, attraverso la fede in Cristo, può non essere governato per sempre dalle proprie ferite e può abitare nel Regno, dove si impara a crescere nella fede, a lasciarsi guarire, a perdonare e ad amare.
NB: in copertina, Anonimo, L’albero del regno