Molti profeti e giusti
hanno desiderato vedere ciò che voi vedete,
e non lo videro,
e ascoltare ciò che voi ascoltate,
e non l’udirono
12 luglio 2026 – XV Domenica del Tempo Ordinario
Is 55,10-11
Sal 64
Rm 8,18-23
Mt 13,1-23
Potremmo oggi seguire la parabola del seme che cade su diversi tipi di terreno, oppure soffermarci sulle parole che le fanno seguito. Sta di fatto che Gesù, nel primo come nel secondo caso, ci mette di fronte all’incapacità di comprendere (Mt 13,14), traccia le ragioni dell’incomprensione (v. 15a) e infine rivela la causa principale del rifiuto di accogliere il seme della vita (v. 15b). Tutto questo rimanda, a mio avviso, alla responsabilità personale.
Si tratta di un invito a esaminare noi stessi, perché, se anche noi siamo il seme (Mt 13,38), rischiamo di diventare responsabili del rifiuto.
Gesù dice che il seme è la Parola (Mt 13,19; Mc 4,14) e, in un’altra parabola — quella del grano e della zizzania — afferma che i figli del Regno sono il seme. Quando i discepoli, nella loro vita e con le loro parole, non ispirano gli altri ad accoglierlo, diventano in qualche misura responsabili del rifiuto.
Se la vita dei cristiani assomiglia a quella di chi vive senza Dio, è difficile attribuire tutta la responsabilità a coloro che lo rifiutano.
Viviamo in un tempo nel quale ognuno si sente libero di dire e scrivere ciò che vuole, prescindendo dall’oggettività dei fatti, costruendo verità relative e spesso personali e approfittando dell’enorme possibilità di propaganda offerta dai social media. È facile che, di fronte a tutto questo, una persona “normale”, anche un buon cristiano, rimanga esterrefatta, senza riuscire a trovare le parole adatte per farsi pienamente testimone del Vangelo.
L’incomprensione diventa un fatto sorprendente:
«Il cuore di questo popolo si è indurito, sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi, per non vedere con gli occhi, non sentire con gli orecchi e non intendere con il cuore e convertirsi, e io li risani» (Mt 13,15). Parafrasando: le orecchie funzionano, ma non captano le risonanze; gli occhi funzionano, ma non notano le differenze; i circuiti interni sembrano scollegati. Esteriormente sembra che tutto sia chiaro, ma la realtà è diversa. È come quando qualcuno ti chiede delle indicazioni stradali: tu provi a dargliele nella maniera più chiara possibile; quello ti guarda, annuisce, sorride, ringrazia… e poi va nella direzione opposta.
Le parole di Isaia, scritte intorno al 730 a.C. e riprese dal Nazareno, descrivono bene questa specie di cortocircuito. Dio dice al profeta: io ti mando, ma il popolo rigetterà ciò che dirai (cfr. Is 6,1-10).
Le folle ascoltavano entusiaste Gesù di Nazaret, perché lo vedevano compiere miracoli. Eppure: «Anche dopo che Gesù ebbe compiuto tanti segni in loro presenza, non credevano in lui» (Gv 12,37). Sapevano che c’era, ne avevano visto il potere di guarigione, ma in molti si dimostravano indifferenti o addirittura contrari.
Oggi la cosa si ripete in maniera sconcertante. Non abbiamo mai visto tanto, sentito tanto, studiato tanto, imparato tanto, anche sulle religioni — comprese quelle degli altri —, ma non è ovvio per tutti, per esempio, che chi uccide è contro la vita, che le armi servono per uccidere, che chi spaccia danneggia il prossimo, che il razzismo è una grave forma di violenza. Talvolta la mente e il cuore sembrano vuoti.
Molti si dichiarano cristiani, ma appaiono impermeabili al Vangelo, come se fossero spiritualmente anestetizzati: si sentono indipendenti da tutti e non si rendono conto di avere bisogno di tutto.
Che cosa sta succedendo?
Giacomo aveva già ammonito i cristiani:
«Perciò, deposta ogni impurità e ogni resto di malizia, accogliete con docilità la parola che è stata seminata in voi e che può salvare le vostre anime. Siate di quelli che mettono in pratica la parola e non soltanto ascoltatori, illudendo voi stessi. Perché, se uno ascolta soltanto e non mette in pratica la parola, somiglia a un uomo che osserva il proprio volto in uno specchio: appena si è osservato, se ne va e subito dimentica com’era» (Gc 1,21-24).
E poco dopo conclude: «Se uno ritiene di essere religioso, ma non frena la lingua e inganna così il suo cuore, la sua religione è vana» (v. 26).
«Sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi» (Mt 13,15): si tratta di un atto deliberato. Non siamo di fronte a problemi di udito, di cecità o di perdita della memoria, ma a un rifiuto, perché non siamo disposti a cambiare.
È lo stesso meccanismo del faraone egiziano: avvertito da Mosè e posto di fronte alla potenza di Dio, vedeva le piaghe abbattersi sul suo popolo, diventando sempre più insensibile.
Quell’uomo guardava senza vedere.
Allo stesso modo, quando Paolo annunciò il suo messaggio sulla trasformazione operata da Cristo e sull’amore di Dio per tutti, perfino coloro che lo avevano ascoltato «alzarono la voce gridando: “Toglilo di mezzo; non deve più vivere!”» (At 22,22-23).
Troppe voci si alzano, simili a quelle di bambini viziati, maleducati e prepotenti. Si fanno strada avvelenando l’aria, amplificate da un ridicolo circo e incessantemente rilanciate da un certo giornalismo sottomesso, annichilito o ideologizzato.
In ogni caso si mette in moto “la propaganda del peggio”, talvolta perfino quando si vorrebbe manifestare la propria contrarietà.
Capita che l’egocentrismo conduca ad ammirare il proprio pensiero al punto da condividere soltanto ciò che gli somiglia. Lo stesso meccanismo scatta quando leggiamo il Vangelo. Anche tra i religiosi è presente la pretesa di conoscerlo così bene — magari da decenni — da non ascoltarlo più. Così non cresciamo più, non testimoniamo più: invecchiamo soltanto.
La radice di queste resistenze è sempre la stessa: la paura che qualcosa, per noi, possa cambiare e cambiare in peggio.
Gli esseri umani — tutti — non accettano di cambiare mettendosi nelle mani di Dio. Preferiscono vivere l’inferno sulla terra piuttosto che accettare il rischio di vivere. Non sono pronti: hanno paura.
La cosa peggiore, dunque, non è il peccato — perché la tentazione è grande e la nostra forza è poca —, ma la codardia dovuta alla mancanza di fede.
In altre parole, l’essere umano è malato, ma ha paura di guarire, perché teme di dover guardare dentro se stesso e riconoscere i meccanismi dai quali si lascia governare.
Esistono diversi modi per sentirsi “giusti”, evitando di affrontare le proprie responsabilità e continuando a considerarsi innocenti.
Il primo consiste nel degradare altri esseri umani: svalutandoli, infangandoli, rendendoli impotenti, cacciandoli ed eventualmente sopprimendoli. Sono comportamenti che possono presentare diversi livelli di gravità, a partire dalla piccola offesa quotidiana. Le dittature e tutti i regimi totalitari costituiscono un esempio particolarmente calzante del massimo grado raggiungibile. Tutti i dittatori e i loro complici considerano il danno arrecato alle loro vittime un male minore o necessario, inflitto a persone ritenute in ogni caso inferiori.
Il secondo modo, senza dubbio il più potente e il più comunemente adoperato, è la negazione: un meccanismo fatto apposta per permetterci di non esercitare il pensiero. Uno o più dati oggettivi vengono eliminati dal proprio orizzonte mentale. In questo modo possiamo evitare di riflettere sulla catena delle cause e dei loro effetti.
L’economia generale della violenza, per esempio, produce sempre altra violenza e opera secondo un criterio di reciprocità quasi geometrico: tu mi fai male, io te lo restituisco al quadrato non appena posso. È il principio della vendetta, della faida, della mafia, del terrorismo e delle guerre tra Stati.
Chi adopera la negazione come strumento del proprio ragionamento non capisce nulla di ciò che è accaduto prima e non capirà nulla di ciò che accadrà dopo. Incontrerà la propria catastrofe nella convinzione di essere innocente: i colpevoli saranno sempre e comunque gli altri. Questo meccanismo funziona anche a livello individuale, nelle relazioni personali.
La svalutazione e la negazione non sono debolezze dell’intelletto, ma due inganni della mente, costretta a non capire per non vedere che siamo spesso, e volentieri, partecipi della causalità del male.
I discepoli chiedono a Gesù perché parli in parabole. Non è che comprendano più degli altri, ma chiedono spiegazioni e, per fortuna, lo ascoltano ripetutamente. Non si può dire che abbiano accolto il loro Maestro in maniera acritica o indifferente.
«Beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano» (Mt 13,16).
NB: in copertina, Anonimo: Vaghe Sordità