Vedere davvero

Mi ha posto del fango sopra gli occhi, mi sono lavato e ci vedo

15 marzo 2026 – IV Domenica di Quaresima
1Sam 16,1b.4.6-7.10-13
Sal 22
Ef 5,8-14
Gv 9,1-41

Il capitolo nono del Vangelo di Giovanni ruota attorno a una domanda che a prima vista appare ragionevole, ma in realtà rivela un modo di pensare avulso dall’esperienza reale della vita.

I discepoli, vedendo un cieco dalla nascita, chiedono: […]«Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori?»[…] (Gv 9,2).
La domanda presuppone che la malattia sia necessariamente conseguenza di una colpa: se c’è una sofferenza, deve esserci qualcuno che l’ha meritata: è un modello interpretativo antico e potente, che cerca di dare un ordine morale al mondo, ma di frequente viene smentito da ciò che l’esperienza dimostra.

La teoria tradizionale ai tempi del vangelo era incentrata sull’idea di colpa genealogica. Nella tradizione d’Israele esisteva una formulazione che sosteneva questa interpretazione. Nel Decalogo si legge infatti: «[…] io, il Signore, tuo Dio, sono un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione […]» (Es 20,5).
Il testo esprime la gravità dell’infedeltà a Dio e la sua ricaduta sulla comunità.
Se questa formula viene adoperata come chiave generale per interpretare ogni evento della vita, si trasforma facilmente in una spiegazione automatica della sofferenza e la malattia diventa prova di colpa ereditata, una specie di condanna genealogica.
L’esperienza storica del popolo mette in crisi questa lettura. Il crollo improvviso della torre di Sìloe – ricordato in Lc 13,4 – dimostra che la sventura può colpire senza distinguere tra giusti e peccatori.
Il reale non si lascia ridurre così facilmente a uno schema morale. Non a caso i profeti stessi iniziarono a contestare quell’antica formula. Il Libro di Geremia afferma: “In quei giorni non si dirà più: ‘I padri hanno mangiato uva acerba e i denti dei figli si sono allegati’! Ma ognuno morirà per la sua propria iniquità; si allegheranno i denti solo a chi mangia l’uva acerba.” (Ger 31,29-30).
Le parole del profeta introducono un principio, sempre piuttosto duro da accettare, ma nuovo: ciascuno risponderà della propria vita. In futuro – sembra spiegare – non esisterà più quella fatalità morale che ha condannato automaticamente le generazioni successive.

La risposta del Nazareno alla questione consiste ora nel rendere manifesta una “nuova” creazione. Il Cristo non entra nella logica della ricerca del colpevole, dice semplicemente: “né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio”.
La frase sposta, invertendolo, il verso del nostro sguardo dal passato in direzione del futuro: non si tratta di stabilire chi abbia causato la cecità prima, ma di vedere che cosa può accadere tra poco.
Il gesto che segue è sorprendente: Gesù sputa a terra, fa del fango con la saliva e lo applica sugli occhi del cieco, rievocando il linguaggio della creazione: la terra, l’impasto, la materia plasmata.
In questa prospettiva la guarigione non è soltanto un atto terapeutico, ma la creazione di una capacità che prima non esisteva.
La ricezione della nuova capacità non è un atto passivo: il cieco deve accettare di lasciarsi toccare, di andare a lavarsi alla piscina di Siloe, di entrare in un processo che coinvolge il suo corpo e la sua mente. Solo dopo questo percorso egli comincia a vedere la realtà dei fatti.

La liberazione è duplice: materiale e morale. Il corpo esce dalla prigionia della malattia e la mente viene liberata dalla coercizione interpretativa che la intrappolava nell’idea falsamente moraleggiante della colpa genealogica.
A questo punto del racconto è introdotto un paradosso che rovescia l’antica formula: colui che non vedeva acquista la vista e comincia a ragionare sui fatti, mentre quelli che credono di vedere  – gli interpreti ufficiali della legge – sono ciechi, cioè le loro teorie vengono smentite dai fatti.
Chi ha riacquistato la vista non ha una teoria religiosa raffinata, ma possiede un dato incontrovertibile che non ha a che fare solo con la percezione sensibile, ma con la creazione di uno sguardo nuovo.
Poiché il miracolo avviene di sabato e non rientra nei loro schemi religiosi, gli interpreti ufficiali della Legge si sentono costretti a reinterpretare il fatto per difendere la teoria: se Gesù viola il sabato, allora deve essere un peccatore; se è un peccatore, il miracolo non può provenire da Dio; se il miracolo non può provenire da Dio, allora il cieco non è stato veramente guarito. O ci vedeva prima o non ci vede adesso.
Il ragionamento non parte dalla loro esperienza, ma dalle loro leggi, costumi e consuetudini pre-stabilite e consolidate. L’effetto potrebbe essere grave e non perché possa cambiare lo stato di vedente o non-vedente di colui che ora ci vede, ma perché è una forma di pensiero che può agire violentemente sull’integrità della persona.

Per questa ragione la conclusione del Nazareno è radicale: chi non vede può arrivare alla luce, mentre chi crede di vedere rischia di rimanere per sempre nella propria oscurità.

La disputa successiva rende ancora più evidente la logica del discorso di Gesù: i farisei sono attentissimi alla legge e alla sua interpretazione, quindi essi credono di “sapere” che Gesù è un peccatore perché sconvolge le loro pratiche religiose. Dal loro punto di vista la conclusione è inevitabile: se viola il sabato, non può venire da Dio.

Il cieco guarito, pur non avendo competenze teologiche, conosce la sua esperienza diretta del prima e del dopo la cecità. Ed è proprio questa esperienza, per lui e per tutti quelli che lo conoscevano da prima che fosse miracolato, a smentire il sistema teologico farisaico. I suoi genitori dicono di “non sapere”, impersonando una funzione pilatesca: se ne lavano le mani, non vogliono farsi testimoni di nulla.
La risposta dell’uomo nei confronti dei farisei è disarmante: “Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi” (Gv 9,30). Il suo ragionamento è semplice, ma logicamente ineccepibile: “sa” di essere stato guarito e “sa” chi lo ha guarito, non ha alcun bisogno di costruire un sistema interpretativo per difendere una qualche teoria.
La sua testimonianza diventa una provocazione radicale per coloro che si considerano custodi della verità religiosa. Possedere delle categorie interpretative fisse porta a non vedere ciò che accade davanti agli occhi: è l’immagine evangelica della luce nascosta sotto il moggio.
La verità è presente, ma le strutture mentali che pretendono di custodirla finiscono per impedirne la visione.

Il racconto del cieco nato mostra quindi due atteggiamenti opposti davanti al reale.

Da una parte esiste la tendenza a spiegare tutto con categorie tradizionali, anche quando l’esperienza e i fatti smentiscono tali categorie. Da questo nasce la menzogna, perché i fatti devono essere piegati alla teoria.
Dall’altra parte c’è la disponibilità a guardare ciò che accade davvero, senza false illusioni. Da questo nasce la scoperta di una verità inattesa.
Il paradosso è tutto qui: chi non vede comincia a vedere perché prende sul serio ciò che gli è accaduto; chi è convinto di vedere rimane cieco per difendere le proprie convinzioni anche contro l’evidenza.
Non basta possedere una teoria religiosa coerente, occorre avere il coraggio di esaminare lealmente che cosa produce in noi l’esperienza concreta del mondo.

È lì, e non altrove, che può manifestarsi a noi l’opera di Dio.

NB: in copertina, Anonimo, Il tempo della guarigione

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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