Signore, è bello per noi restare qui
1° marzo 2026 – II Domenica di Quaresima
Gen 12,1-4a
Sal 32
2Tm 1,8b-10
Mt 17,1-9
Nel Vangelo, il racconto della Trasfigurazione inizia fissando una data, purtroppo trascurata nel lezionario domenicale: “Sei giorni dopo”. Sei giorni dopo quale avvenimento? Dopo l’annuncio della passione ai suoi discepoli e l’indicazione della necessità di portare croce, per coloro che vogliono seguirlo. Ma sei giorni dopo, su una montagna, luogo tradizionale dell’incontro con Dio, Gesù appare trasformato e irradia uno splendore sovrumano.
Come conciliare la necessità della croce con la trasfigurazione?
Sul monte tutto è beatitudine, come se l’attesa di secoli fosse compiuta. Ci sono Mosè il legislatore ed Elia il profeta. Evocano la speranza di un’umanità che tenta di avvicinarsi al divino attraverso leggi e profezie. Rassicurati, i discepoli si sentono in piena comunione con il Maestro.
La visione dura però solo un attimo, dopo si ritorna alla vita di tutti i giorni, con la memoria dell’esperienza vissuta sul monte; memoria della beatitudine e speranza sono i segnali che illuminano il cammino quotidiano.
Sembra che la Trasfigurazione sia quasi una confidenza fatta a quei tre discepoli, uomini dalla scorza comune, misto di opacità e lucentezza come gli altri nove rimasti a valle.
Forse Gesù era andato sul monte perché si era stancato di quel mantello di quotidianità che gli gravava addosso? Voleva mostrarsi in tutta la sua divinità? Voleva anticipare il futuro a discepoli prediletti?
Io credo piuttosto volesse manifestare la gioia, quel fremito del cuore che costringe a rivelarsi, a raccontare, a condividere, a moltiplicare.
La confidenza verso gli amici non è cosa da poco, è l’interiorità che viene svelata all’altro.
Pietro, per tutta risposta, stramazza a terra: l’interiorità di Dio, la sua essenza è di una tale bellezza che l’uomo, al suo cospetto sviene, non regge. I discepoli, lassù sulla cima, sono in fase di collaudo, l’eternità, vista dalla parte dell’uomo, potrebbe essere un esondante trasalimento davanti a tanta luce. Oggi i tre fanno le prove: Cristo depone l’abito dell’uomo e si mostra come Dio, rivela ai tre l’esperienza dell’eternità.
E il semplice pescatore della Galilea, l’uomo comune, può solo dire: “Signore, è bello per noi essere qui!”. E vuole restare in quella condizione.
Pietro forse avrebbe pure dormito all’aperto, di notte, in alta montagna, pur di scaldarsi davanti a tanta Luce (Ricordi i sonni beati di Francesco d’Assisi sulla nuda pietra?).
Pietro, dopo il trasalimento, dice le parole più belle, più umane, è come se volesse dire: “Rimani così, e noi da qui non ce ne andremo più”. Pietro ha toccato l’eternità.
D’altronde, nella valle-città laggiù, i più non capiscono quei passi d’Uomo, quelle mani che guariscono, quelle Parole che dissetano millenni di arsura. Perché tornare lì, dove la gente ci prende per folli, mentre ”è bello per noi stare qui”? Pietro dice la verità: non era solo bello, era troppo bello stare lì. Come quegli altri due viandanti di Emmaus, che forse avrebbero potuto dire “Resta con noi perché con te sembra tutto diverso”, invece di accampare la scusa della notte incipiente (Lc 24).
L’esperienza dell’eternità e della beatitudine provoca distorsioni nell’uomo e il Padre lo sa, per questo la Sua voce si fa sentire: “Questi è il Figlio mio, l’amato (…) Ascoltatelo”.
I discepoli sono quasi svenuti e la voce li soccorre e li rassicura: “Alzatevi, non temete”.
Però impariamo a tornare a valle, perché altri possano avere la nostra “fortuna”.
Noi siamo testimoni.
In quattro sono saliti e in quattro scendono “sul far del giorno”, di un nuovo giorno. Quell’uomo raggiante è con i suoi discepoli e lo sarà per l’eternità.
Pietro, anni dopo, forse anche allora sul nascere di una nuova umanità, si fece crocifiggere a testa in giù, perché non si sentiva degno di morire come il suo Maestro. Pietro aveva conosciuto la bellezza dell’eternità, aveva conservato il ricordo della trasfigurazione, della confidenza del suo Maestro e aveva conosciuto la forma della propria salvezza: un dono infinito.
In questa seconda domenica di Quaresima veniamo guidati dal deserto delle tentazioni verso il monte della trasfigurazione, cammino ascendente e liberante che porta all’esperienza dell’incontro con il Signore: luce, energia, gioia, pace. Sostiene la nostra vita biologica, apre la mente, rende finalmente capaci di amare.
Che bello, vero?
Sul Tabor non si è trasfigurato solo il Suo volto, non solo le Sue vesti, non solo i nostri sogni: si è trasfigurata la vita.
L’eternità non è un tempo infinito che ci aspetta dopo, è una qualità dell’essere che può accendersi dentro il tempo, è il tempo che, toccato da Dio, diventa pieno.
Cristo non ci ha promesso di fuggire il tempo, ma di abitarlo trasfigurati. Quando questo accade, la fede nasce come trasalimento, si fa memoria, diventa amore.
Cristo ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’immortalità per mezzo del Vangelo (2Tm 1,10).
NB: in copertina, Anonimo, Tornare a valle.