“Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, le farò giustizia”
19 ottobre 2025 – XXIX Domenica del Tempo ordinario
Es 17,8-13
Sal 120
2 Tm 3,14-4,2
Lc 18,1-8
Oggi ascoltiamo un’altra parabola: una vedova reclama giustizia da un giudice ingiusto.
La vedova nella Bibbia è l’esempio classico ed estremo di una persona senza risorse (Es 22,22-24; Sal 146,9; Is 1,17. 23; Ger 7,6-7), incapace di corrompere un giudice ingiusto per vincere una causa. L’oggetto della controversia potrebbe essere stato una disputa con chi voleva confiscare la proprietà di una vedova incapace di saldare un debito (come in 2 Re 4,1).
Nel nostro caso il cattivo giudice, che non teme Dio e che non ha riguardo per nessuno, finisce, comunque, per pronunciarsi a favore di una vedova e a rendergli giustizia.
Questa, per me, è una parabola spiazzante. Dio, o il suo Regno, sono sempre al centro delle parabole e mi chiedo se Dio possa mai essere questo giudice ingiusto, cioè senza giustizia, che non si preoccupa e che non teme nessuno.
Faccio fatica a pensarlo. Qualcuno dice che, se quest’uomo, per sua natura ingiusto e con tanti difetti, esaudisce la richiesta della vedova, a maggior ragione Dio, che non è né ingiusto né insensibile, esaudirà le nostre preghiere. Questo sillogismo andrebbe poi di pari passo con l’insegnamento di un’altra parabola: quella dell’amico importuno che ottiene ciò che desidera a forza di insistere. Alla fine di questa seconda parabola il Nazareno concludeva dicendo: “quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra? […] Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono” (Lc 11,5-13).
Tra queste due parabole esiste, però, una grande differenza: l’amico importuno non viene descritto come cattivo e ingiusto o addirittura senza timor di Dio.
Probabilmente queste due parabole non sono l’una la continuazione dell’altra e tanto meno le due facce d’una stessa medaglia.
Penso che la storia del giudice ingiusto e della vedova dica qualcosa di diverso a partire dalla conclusione: “Il figlio dell’uomo, quando tornerà, troverà la fede sulla terra?”
Vorrei allora provare a rileggere questo brano partendo da un’altra parabola, quella dei talenti, dove l’ultimo servitore, quello che sotterra il talento ricevuto, giustifica la sua inazione dicendo: “So che sei un uomo duro, che raccogli dove non hai seminato […] ho avuto paura e ho nascosto ciò che mi avevi affidato” (Mt 25,24-25).
Dio può essere paragonato a un uomo duro, che raccoglie dove non ha seminato? Trovo questa “confessione di fede” falsa e fuorviante proprio come quella di un Dio paragonato ad un giudice ingiusto. Sbagliare teologia porta sempre ad una pessima antropologia… sbagliarsi su Dio equivale a sbagliarsi sugli altri: un errore fatale.
Mi viene da pensare che questo giudice ingiusto, distante e duro, sia un’altra falsa immagine di Dio che Gesù denuncia.
La parabola sarebbe allora una critica alle teologie farisaiche e fuorvianti, e decisamente false. Non a caso il testo ripete più volte che questo giudice è un giudice di ingiustizia (iniquo e fallace) e che non teme Dio. Ora, credo che Gesù voglia farci uscire da questo tipo di religione annunciando un Dio di grazia, di tenerezza e d’amore.
Purtroppo anche oggi molti, anche se cristiani, hanno un’immagine di Dio che assomiglia molto a un giudice ingiusto che castiga o che ricompensa in base alle opere, e che ascolta soltanto se la preghiera si fa insistente, incessante… ossessionate e impertinente.
Giovanni, nel suo vangelo, dice: “Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui” (Gv 3,17).
Dio non “rende giustizia”, non premia o punisce, non chiede conto, ma grazia e perdona… “fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi” (Mt 5,45).
Nel preambolo del Padre Nostro il Nazareno afferma: “non siate come i pagani che credono di essere ascoltati a forza di chiedere, perché Dio sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate” (Mt 6,7-8). Dio allora non può essere come questo giudice ingiusto che esaudisce le nostre preghiere a forza di insistere o che si lascia impressionare dalla nostra fede o dalle nostre opere, ma semplicemente perché ci ama.
Pregare significherebbe assillare Dio? Non è piuttosto mettersi al suo servizio?
Il Dio che si rivela a Mosè in Esodo 3 sul monte Oreb, non dice “ho ascoltato la preghiera”, ma “ho visto la sofferenza dei miei figli e sono sceso per liberarli” (Es 3,7).
Leggo in quest’ottica tutto il mistero dell’Incarnazione. Tutta la vita del Nazareno è stata questo immergersi nella condizione umana senza paura e senza infingimenti,
Le parole conclusive della parabola sono cariche di significato. Gesù dice: “Quando il Figlio dell’uomo tornerà, troverà la fede sulla terra?” Quasi a dire: cambieranno le cose? Ci sarà giustizia? Equità? Verità? Le relazioni tra gli uomini cambieranno?
Il Nazareno pone la domanda ma non risponde.
Potremmo dedurre che la fede sarà in declino? Stando a quanto Matteo dice verso la fine del suo vangelo “l’amore di molti si raffredderà” (Mt 24,12) potremmo anche supporlo.
La cosa certa è che la palla ora è nel nostro campo.
L’apostolo Pietro afferma: “Questo anzitutto dovete sapere, che verranno negli ultimi giorni schernitori beffardi, […] e diranno: ‘Dov’è la promessa della sua venuta?’” (2 Pt 3,3-4). E poco oltre afferma che è attraverso la preghiera e l’impegno perseverante che attendiamo e affrettiamo “la venuta del giorno di Dio” […]. E poi, secondo la sua promessa, noi aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia” (2Pt 3,12-13).
Pregare costantemente allora è non perdersi d’animo. Insistere nella preghiera è darsi da fare perché chi è giudice sia al servizio della giustizia. Perchè chi si fa la guerra smetta di farla, perchè la corsa agli armamenti cessi e si riscopra il sogno di Isaia “Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra. Casa di Giacobbe, vieni, camminiamo nella luce del Signore” (Is 2,4-5)
Detto altrimenti: “Venga il tuo regno! Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra”.
“Misericordia e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno.
La verità germoglierà dalla terra e la giustizia si affaccerà dal cielo.
Quando il Signore elargirà il suo bene, la nostra terra darà il suo frutto.
Davanti a lui camminerà la giustizia e sulla via dei suoi passi la salvezza” (Sal 84,11-14).