Un granello di fede

Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe

5 ottobre 2025 – XVII Domenica del Tempo ordinario
Ab 1,2-3;2,2-4
Sal 94
2 Tim 1,6-8.13-14
Lc 17,5-10

Quando i discepoli di Gesù di Nazareth parlano, fanno spesso domande insolite, manifestando un’incomprensione piuttosto massiccia di ciò che sta loro accadendo a causa dell’irruzione del Maestro nelle loro vite: lo seguono da vicino, condividono i pasti con lui, ascoltano il suo insegnamento, assistono alle sue azioni. Ora sembra emergere da un lungo silenzio una nuova richiesta: “Accresci in noi la fede”.
Da buoni cristiani, cerchiamo un significato molto serio nella risposta di Gesù: “Se aveste fede quanto un granellino di senape, direste a questo gelso: ‘Sradicati e trapiantati nel mare’, ed esso vi obbedirebbe!
Nel fiume d’inchiostro speso per illustrare questa affermazione, l’interpretazione più popolare corrisponde alla credenza nella fattibilità assoluta, per il tramite della fede in Cristo, di qualcosa che desideriamo ardentemente; la fede ci darebbe un potere straordinario, quello della volontà libera da ogni limite materiale fino a sfidare le leggi della fisica, una specie di potere magico.
Questa interpretazione può indurre, infatti, in ragionamenti illusori: se la realtà ci resiste significa che la nostra fede è carente. Del resto, molti portano con sé il ricordo di un desiderio, di un auspicio o almeno di un progetto non realizzato. Sarà stato per mancanza di fede?
Le parole di Gesù sono davvero da prendere in questo senso?
Se aveste fede quanto un granello di senape…”. Di fronte a questo detto e ad altri caratterizzati dallo stesso tono, la teologia contemporanea è arrivata anche a chiedersi: “Gesù proferiva anche risposte umoristiche? Aveva un particolare senso dell’umorismo?”
“Sarebbe sorprendente – diceva un mio ​​professore di Teologia Sistematica – se la Bibbia, che parla di tutto ciò che riguarda l’essere umano, facesse a meno dell’umorismo”.
L’idea di umorismo, come noi la conosciamo, era diversa nel primo secolo dopo Cristo: pare che tra il riso e la derisione fosse riconosciuta come piccola virtù l’eutrapelia, nel senso di una certa predisposizione a fare osservazioni sottili, spiritose, a offrire un’interpretazione benigna e sorridente, a “volgere in bene”, come suggerisce l’etimologia greca del termine, alcuni fatti della vita reale. Sembra che Gesù fosse ben dotato anche di questa piccola virtù.
Tommaso d’Aquino sosteneva che l’eutrapelia fosse una sorta di riposo per la mente, una forma di rilassamento e di piacere, utile per porre rimedio alla stanchezza della concentrazione prolungata. La capacità del pensare andrebbe in frantumi se non conoscesse momenti di riposo. Sempre secondo San Tommaso, le attività collegate a questo tipo di rilassamento della mente corrispondono all’intrattenimento, allo svago, al gioco, allo scherzo.
Se accettiamo il principio che Gesù non era un superuomo, ma tanto pienamente uomo, quanto pienamente Dio, non è impossibile che di tanto in tanto scherzasse, prendendo bonariamente in giro i suoi a scopo “didattico”. Credo questo non sfuggisse neppure alla mia illetterata, ma pragmatica nonna. Chiosava allegramente questo brano dicendo: “pensa un po’ che miracolo inutile! Far muovere le montagne, chiedere a un albero di andare a piantarsi nel mare a cosa serve, a chi serve?”.
Se avessimo l’idea che un piccolo seme di fede, la vera fede, potrebbe permetterci di compiere grandi miracoli, ma inutili al nostro prossimo, mia nonna avrebbe pensato che siamo… un po’ stupidi. Non abbiamo ancora visto muoversi il Terminillo o il Gran Sasso, o spostarsi la grande quercia del mio paese per andare a piantarsi nel lago di Garda. E neanche abbiamo visto un credente attraversare lo Stretto di Messina camminando sulle acque. Gli umani, però, restano amanti dello straordinario e avidi di miracoli inutili tanto quanto duemila anni fa.

Il vero tema di riflessione posto dal vangelo di questa domenica non è la capacità di compiere miracoli,  ma la natura della fede predicata da Gesù di Nazaret.
Gesù, subito dopo, inizia a parlare ai suoi apostoli del servizio, di ciò che deve essere fatto, e fatto bene, perché ci compete.

Cos’è la fede, in definitiva, per Gesù?
Anche se non ne dà mai una definizione, esaminando i passi in cui la menziona, ci rendiamo conto che non è una bacchetta magica, non rende onnipotente il pensiero sulla materia. Gesù ne parla sempre come di una dinamica relazionale, per noi piuttosto sorprendente. È fatta prima di tutto di perseveranza. Si pensi non solo alla perseveranza, ma anche all’ingegnoso sforzo di quegli uomini, che non essendo in grado di avvicinarsi a Gesù con il loro amico disteso su una barella, si ostinano a raggiungere il Maestro, passando per un tetto, togliendo alcune tegole e calando la barella dall’alto pur di portare il malato davanti a Gesù, perché lo guarisca (Lc 5,17-26). Il Nazareno non sottolinea la fede dell’uomo in barella, ma quella di coloro che lo portavano.
Poco più avanti, ci imbattiamo nella fede di un centurione, che è romano e certamente crede in altri dèi, eppure è perseverante e sicuro che il suo servo potrà essere guarito, purché il Cristo lo dica. Ciò che l’uomo chiede a Gesù, con l’aiuto di molti intermediari, non è per sé, ma per uno dei suoi servi che egli ama in modo particolare (Lc 7,1-10).
Poco dopo, Gesù mette in luce anche la fede di una donna, peccatrice secondo l’opinione dell’evangelista e anche secondo quella dei farisei (Lc 7,36-50).
Assai diversamente, nei discepoli sorpresi da una tempesta sul lago, Gesù osserva non esserci fede. Nonostante la Sua presenza, prevalgono il pessimismo e la paura, gli ostacoli principali (Lc 8,22-25). “Dov’è la vostra fede?” chiede Gesù ai suoi discepoli. Manca la fiducia, che spinge all’azione.

C’è anche il caso della donna che Gesù guarisce, dicendo: “La tua fede ti ha salvata; va’ in pace” (Luc 8, 43-48). Ciò che questa donna ha fatto, toccare la veste del Cristo di nascosto per ottenere la guarigione, non solo era proibito dalla legge, ma secondo i codici dell’epoca, avrebbe dovuto essere punita per questo: si era avvicinata a Gesù da dietro, facendosi strada tra la folla mentre era impura, soffrendo di una cronica perdita di sangue. Laddove i suoi contemporanei vedevano solo peccato grave e trasgressione, Gesù arriva a parlare di fede che salva.
Qui, la fede diventa addirittura trasgressione di tutti i codici culturali, morali e religiosi che alienano e disumanizzano.
Dalla risposta di Gesù alla richiesta di accrescimento della fede, apprendiamo pure, che la fede è gratitudine e riconoscenza e che gratitudine e riconoscenza fanno parte della dinamica relazionale tra Dio e uomo.
Non è la fede, per esempio, a guarire in quel giorno dieci lebbrosi tutti insieme; il gesto del Nazareno è gratuito. Solo uno dei lebbrosi guariti tornerà per ringraziarlo, e a questo Gesù risponderà: “Alzati, la tua fede ti ha salvato”.
Riguardo a cosa sarebbe salvo, un uomo già guarito dalla sua malattia fisica?
Intanto è l’unico che non chiederà alcun permesso al sommo sacerdote per riprendere il suo posto nella società. Quindi, nella fede di questo “salvato” c’è libertà.
Poco più avanti, sulla strada per Gerusalemme, un cieco sul ciglio della strada apprende del passaggio di Gesù e comincia a gridare per richiamarne l’attenzione ancora e ancora, nonostante la folla, e ancora più forte quando gli altri cercano di farlo tacere (Lc 18,35-43). Nell’incontro con Gesù, la fede si rivela, non solo come desiderio di relazione, ma come espressione di un bisogno.

La fede, infine, è fragile; l’evangelista dice che Gesù stesso prega affinché la fede di Pietro non venga meno nella prova del Venerdì Santo (“Ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli” – Lc 22,32).
La fede non ha nulla a che fare con le credenze che si attaccano a degli oggetti o a delle formule.
È allo stesso tempo fragile e forte; a volte è una lotta concreta,  sempre inscritta nell’interazione con gli altri e con Dio.
La fede è una forza che ci spinge ad essere, nella verità, e ad agire per il bene di un altro.

Non è onnipotenza del pensiero che ci renderebbe capaci di invertire il corso naturale delle cose, non è la bacchetta magica, che forse gli apostoli desideravano.
Gesù invece risponde che la fede in sé non è nulla finché non è al servizio di qualcun altro, ed è questo il senso della seconda parte della sua risposta, troppo spesso separata dalla prima nelle nostre Bibbie.
La fede non serve a nulla, se non serve a qualcuno. Non è una questione di moralità, è una questione di salvezza per l’altro e per noi stessi.

Se una persona non ha altro orizzonte oltre se stessa, non può avere alcuna aspirazione di salvezza per l’altro. Non è necessario preoccuparsi della propria salvezza nell’aldilà; Cristo se ne è già preso pienamente cura.
Nella nostra vita qui sulla terra, tuttavia, bisogna dirlo, è da noi stessi che spesso abbiamo bisogno di essere salvati. Ecco perché, “quando avrete fatto tutto ciò che vi è stato dato da fare, dite: siamo servi senza particolari meriti, senza particolari necessità”. Abbiamo a disposizione tutto ciò che serve.
Paolo di Tarso lo dice in un altro modo, “Anche se avessi tutta la fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. E anche se distribuissi a piene mani tutte le mie risorse e dessi la mia vita per vantarmi, ma non avessi la carità, non servirei a nulla.” (1 Corinti 13).

Se dunque c’è una richiesta che possiamo fare insieme, una preghiera, è forse questa: che ci venga aggiunta in dono non la fede che chiedono gli apostoli, ma quella di cui ci parla Gesù, nutrita dalla fiducia, dalla carità, dalla gratitudine e forse anche, in aggiunta, ci sia fatta la grazie di quest’altra piccola virtù dell’eutrapelia, che si dice sia figlia della temperanza… permette di mantenere le distanze dall’ira e dall’aggressività e, in ogni circostanza, aiuta ad evitare lo scoramento di fronte all’assurdo.

NB: in copertina, Anonimo, Gesù ammaestra i discepoli

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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