Reti ed eredità

E quello che hai preparato, di chi sarà?

Qo 1,2;2,21-23
Sal 94
Col 3,1-5.9-11
Lc 12,13-21

Avviso: oggi voglio divagare a lungo. Mi consola che tutti abbiano la libertà di non leggere.

E comincio dal web.
Scopro che, immersi, come i tempi richiedono, in una cultura individualista dello sviluppo personale, supportata da qualche scienza psicologica o psicoanalitica, si è affermato il principio morale “prenditi cura di te stesso”. In effetti, colpisce la fantasia e si diffonde con una formula chiarificatrice: “se vuoi essere felice, adotta i principi del ‘sano egoismo’”; non manca quasi mai, in aggiunta, in piccolo, tra parentesi, o a fondo pagina, qualcosa come senza dimenticare gli altri.
La sfida consiste nell’eliminare ogni senso di colpa, il cui compito non può che essere quello di vanificare l’obiettivo. Per liberarsi dai postumi di un’educazione troppo rigorosa, il primo ostacolo da superare sembra proprio la paura di deludere qualcuno (chi?).
Una volta sgomberato il terreno da questa preoccupazione, si può cominciare a preoccuparsi di se stessi, della propria salute, del proprio benessere, della propria libertà, della propria pace, etc… Aggiungerei anche, a giudicare da quel che mi capita di sentire in giro, della propria eredità (da condividere il meno possibile?).
I promotori del “prenditi cura di te stesso“, a scanso di equivoci, dichiarano che la ricerca della felicità non è ancorata al “puro egoismo” e invitano alla ricerca di “un giusto equilibrio tra egoismo e altruismo“.
Mi viene il dubbio che l’altruismo sia una proiezione ideale del proprio esagerato senso di sé: poiché io sono sano e giusto, devo essere anche altruista.
Questo tipo di assunto (implicito o inconscio) è abbastanza diffuso ed è il terreno in cui radicano i gruppi contraddistinti da interessi comuni: classi sociali, partiti politici, sistemi di potere che alimentano se stessi con adeguata propaganda e strategie di marketing.
Da qualche tempo esistono perfino gli influencer di dio, giustamente esortati ad accorgersi delle influenze negative provenienti dal web e dall’IA: anche gli influencer sono esposti dunque alle influenze.
Mettendo da parte questo tema, mi chiedo se si possa mantenere l’analogia con gli influencer anche a proposito degli apostoli e di tutti gli “inviati”. Certo, gli apostoli usavano altre reti e Paolo di Tarso non usava reti, ma cuciva tende per mantenersi. Non sarà stato proprio Paolo il primo grande influencer della storia dell’occidente cristiano? Il primo a lasciare l’angusto lago di Galilea per gettare la propria rete nel grande Mediterraneo? Se così fosse, bisognerebbe purtroppo ammettere che i missionari digitali, non meno di quelli non-digitali (analogici?) non hanno potuto evitare il massacro degli innocenti.

Non vorrei che per abitare gli spazi virtuali avessimo preso un cammino virtuale a scapito di uno virtuoso. Non vorrei che l’aver promosso la missione digitale al posto di quella fisica ad extra, risultasse o venisse interpretato come un’operazione commerciale. In questo caso, ispirandomi a Lévinas, intravedo l’inizio di una nuova era improntata all’ “anti-etica cristiana”.
Mi spiego meglio: se l’essere umano, in origine animale sociale, ritenesse di raggiungere i suoi scopi, felicità compresa, attraverso un “sano egoismo“, si potrebbe dirsi cristiani senza dover subire la differenza tra noi e gli altri. Forse proprio per questo si parla tanto di “empatia”, altro concetto secondo me ampiamente frainteso, vera ciliegina sulla torta alla crema del “sano egoismo”.

L’empatia, questa risonanza emozionale con i sentimenti provati dagli altri, come può garantire un giusto equilibrio tra l’amore per se stessi e quello per gli altri? L’empatia, fortunata combinazione di reazioni all’interno di specifiche reti neurali, è solo la prima fase di un normale processo di crescita. La percezione di sensazioni e sentimenti negativi e positivi, può innescare una condotta collaborativa, e tra l’altro non è neanche detto che sia veicolata da intenzioni benevole. Gli esseri umani sono molto più complicati di quel che si crede! Ci resta dunque per intero sul piatto tutta la questione dell’educazione della persona, ancora da risolvere. Per mettere in moto una condotta veramente altruistica, devo essere stato educato al bene e devo essere anche capace di una sincera capacità introspettiva.
Se vedessi uno che sta morendo di sete, gli offrirei dell’acqua, perché mi metterei nei suoi panni, nel senso che comprenderei quella condizione con un misto di orrore, e, se non fossi una bestia, gli darei da bere immediatamente. Non ne consegue che mi metterei a scrivere un post di Tramites o di Fb, tanto meno mi verrebbe in mente di fare un video su dove e come ho preso l’acqua per documentare la cosa. Ancora meno intraprenderei un’azione di propaganda politica, postando una foto di chi si diverte, bagnandosi in piscine o spiagge da sogno. Bisognerebbe chiedersi con una certa onestà intellettuale da dove vengono le condotte “documentali” e a quale scopo esattamente tendono: normalmente, al recupero di risorse economiche, sia detto senza condanna, ma per chiarezza.

Per tornare allo specifico del vangelo di oggi, non dovrei andare a dire a un fratello di condividere con me la sua “eredità” e neanche appellarmi al Signore perché lo convinca e il motivo è semplice e molto pratico: se l’eredità in senso terreno è mia e ne ho l’intenzione, faccio causa al fratello, perché la legge me ne fornisce gli strumenti, se invece l’eredità è di qualcun altro, la cosa non deve e non può riguardare me.
Ma se l’eredità è di natura spirituale e implica una visione del mondo basata sui vangeli, allora la questione principale è salvaguardare la giustizia e la vita delle persone, dunque l’agire deve cambiare radicalmente. Come mai? Perché il “campo d’interesse” non è legato al possesso materiale di beni, il “campo d’interesse” è addirittura il Regno di Dio, quello che chiediamo quotidianamente recitando il Padre Nostro.
Se io costringessi qualcun altro a condividere con me o con chicchessia la sua eredità terrena con minacce o sanzioni o gli intentassi una guerra, presumendo di avere più valide ragioni e più validi diritti (è esattamente questo che sta accadendo nel mondo anche in questo momento), posso giustificare come voglio il mio modo d’agire, ma certo non è ispirato al vangelo. Tutto quello che conduce alla difesa di un qualche tipo di primogenitura economica rispetto ad altri, non ha nulla a che fare con ciò che ha inteso dire il Nazareno.
Il Cristo parla di un’altra eredità; anche il pianeta terra e le sue risorse fanno parte di una comune eredità umana per il tempo in cui a ciascuno è consentito vivere.

Abbiamo aperto su due grandi temi: uno riguarda la domanda “chi sono in ultima analisi gli eredi del pianeta?” La risposta è: l’umanità tutta, anche i figli degli altri. Oggi, i popoli continuano a sterminarsi vicendevolmente per non aver ancora capito questo e probabilmente parlare loro di empatia risulterebbe ridicolo. Oltre che criminale, è stupido pensare di sterminare tutti i nemici. Con Qoelet potremmo dire “vanità delle vanità, tutto è vanità”(cfr prima lettura odierna).
E allora? La chiave per risolvere questa conflittuale ambiguità tra l’istinto di possesso del territorio, la difesa dei diritti umani e la salvaguardia della pace, non sta nel sano egoismo, ma nel riuscire a fare la differenza tra lo scuotere la polvere dai sandali nelle situazioni in cui le persone agiscono in base ad un’etica degradata, per non farsi trascinare nella melma, e il sapersi fermare davanti alle autentiche richieste di aiuto. Questo può significare dare un bicchiere di acqua fresca a chi ha sete e magari neanche ce la fa a chiederlo o aiutare qualcun altro a costruire un pozzo nel Sahel, oppure mettere su un laboratorio perché chi non sa costruire i pozzi impari a farlo. Soprattutto significa lasciare che chi impara diventi più bravo di noi, ammesso che noi siamo mai stati bravi.

Per chiudere il cerchio e tornare alla seconda tematica, a questi missionari digitali, a internet e alle trovate per reti digitali, vorrei poter dire che il mondo del web è una conseguenza, se non una parte, dell’eredità terrena, e può essere una cosa buona , ma “etere” non è sinonimo di “eternità” e non è neanche tanto etereo, ma molto materiale e modellato prima di tutto sugli interessi economici degli attori “globali” del pianeta. L’aggettivo “globale” riguarda la visione di una sola parte degli attori in scena su questa terra, di quella parte che vive un maggiore benessere economico e non riesce o non vuole fermare le guerre.
La rete, dunque, si presenta non come un luogo da abitare, ma come il campo di battaglia degli interessi economici globali. Il rischio che corrono i giovani missionari digitali è credere di poter usare come strumento di propaganda un campo coltivato con semi molto diversi dalla Parola.
Devo aver già scritto altrove che internet (e IA) devono essere considerati, dal nostro punto di vista, come vettori, strumenti che, alla stregua di una automobile, ci fanno risparmiare tempo, se sappiamo guidarli e conosciamo bene la mappa del territorio, e soprattutto se ci rendiamo conto a sufficienza che quel che vogliamo trasportare è di natura assai diversa dalla merce e dal denaro. Queste sono premesse indispensabili da avere molto chiare in testa, se non vogliamo diventare i Pinocchi e i Lucignoli della rete.
Confondere il web con un ambiente da abitare (come il sesto continente da evangelizzare) o anche solo con uno strumento per raggiungere più facilmente altre persone, non significa passare all’azione, percorrendo la strada giusta. Se invece avessimo quest’illusione, sarebbe come sognare l’isola che non c’è.
L’empatia, la compassione, l’amore e tutto ciò che spinge a comportarsi come il samaritano benevolo, non sono sentimenti che si provano a distanza e a comando, non sono ragioni coercitive; si educa e ci si educa ad essere benevoli! Nella prassi di tutti i giorni, non senza sforzo, perché l’istinto va fin troppo spesso in tutt’altra direzione, perfino a nostra insaputa.
Potremmo sostenere che qualcuno sia stato educato dagli  influencer?

Del resto, non credo che i missionari propongano un brand-panettone o si siano mai realmente preoccupati di influenzare chicchessia.
Personalmente non ho alcuna velleità da influencer;  “influenzare”, almeno in italiano, ha, in parte, una valenza negativa, ha la stessa etimologia di “influenza”, una malattia contagiosissima… Lasciarsi influenzare da qualcuno talora diventa anche un lasciarsi turlupinare, nei casi più gravi significa essere vittima di una circonvenzione da parte di altri che evidentemente ci considerano prede idiote, fino ad arrivare all’abuso.  Non credo sia giusto che la Chiesa usi un linguaggio fuorviante,  preso in prestito dal marketing. Di tutto abbiamo bisogno, ma non di usare il linguaggio commerciale più consono agli imprenditori e agli uffici vendite.

Le parole che usiamo sono importanti, la mia fede non può “influenzare” nessuno, l’annuncio  è piuttosto un indicare ad un altro o a un’altra che vivere la gioia del vangelo si può, che siamo nati per vivere ed amare meglio di come vive e ama chi si preoccupa costantemente dei propri beni. Chi si occupa troppo di beni ereditari, impari a camminare sulle proprie gambe e poi, chi ha imparato, andrà dove sceglierà di andare.
Così è anche dell’annuncio della Parola; intanto impariamo a parlare, e poi ognuno tesserà i suoi discorsi; dopotutto, la Parola è “lampada per i miei passi”.
Vado in chiesa come vado dal medico? Certo! Mica mi ci domicilio! Spero di guarire, altrimenti non ci andrei… Beninteso: ho bisogno di una Parola certa e di pane condiviso tutti i giorni per poter andare in pace, per capire quale sia la mia vera eredità, per non costruire granai ammassando beni dove la tignola e la ruggine consumano, e dove i ladri scassinano e rubano. Farsi piuttosto tesori in cielo è coltivare quell’altra vitale condizione dell’essere, dove non serve il sano egoismo e neanche il web e non ci sono tignola né ruggine che consumano, o ladri a derubarci.

Dov’è il mio tesoro, lì sarà anche il mio cuore. (cfr. Mt 6,19-21)

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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