E nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli
la conversione e il perdono dei peccati,
cominciando da Gerusalemme.
1° giugno 2025 – Festa dell’Ascensione
At 1,1-11
Sal 46
Eb 9,24-28;10,19-23
Lc 24,46-53
Nei vv. 44-49 del Vangelo di questa domenica Gesù pone nella Scrittura la chiave di lettura del suo destino come aveva già fatto con i discepoli di Emmaus v. 26s), ma c’è un nuovo elemento rappresentato dall’annuncio della “conversione per il perdono dei peccati” a tutte le nazioni.
Si tratta di un progetto che occuperà l’intero libro degli Atti, e, in un certo modo, occupa anche tutti noi oggi.
Il progressivo programma di riconoscimento del Risorto culmina nella Parola che costituisce testimoni i discepoli, grazie alla Scrittura: “Così sta scritto” (Lc 24,46), perché Dio agisce nella Scrittura, suscitando ovunque la forza di liberazione così risvegliata.
Luca, con un colpo di genio letterario, permette ai suoi lettori – noi compresi – di unirsi al movimento salvifico che va dalle parole di Gesù alle Scritture e dalle Scritture al destino di Gesù “morto e risorto il terzo giorno”.
Se rileggiamo a partire dal versetto 33, possiamo forse orientarci meglio.
Luca descrive in vari modi sia la gioia che la paura di chi incontra il Risorto, utilizzando un linguaggio quasi poetico, che mira a rendere prossimo al lettore il mistero della risurrezione.
La frase “increduli di gioia” mi sorprende, mi delizia e mi interroga, del resto, mi dico, come si può esprimere l’incontro con il Risorto, se non poeticamente? Ci vuole tempo perché gli occhi si aprano.
Mi viene in mente l’ossimoro di 1 Re 19,12 dove Dio si fa conoscere al disperato Elia con “una voce di fine silenzio”, spesso indebolita nelle traduzioni da “brezza leggera” o “spiro sottile”. In parallelo penso al racconto di Emmaus il versetto v. 31 dello stesso capitolo: “Allora si aprirono i loro occhi e lo riconobbero; e divenne loro invisibile”. (traduzione TOB). Così come viene riconosciuto, diviene invisibile e lo si scopre presente nell’assenza. Necessariamente si è “increduli per la gioia” come effetto soteriologico o esistenziale dell’apparizione del Risorto, riconosciuto dai segni del suo destino storico, dai segni della sua passione. Che effetto può produrre questo sul lettore? Sono rivelazioni paradossali che rimettono in moto, animano persone altrimenti profondamente scoraggiate. I due discepoli, infatti, partono immediatamente da Emmaus per tornare a Gerusalemme e “riferire”, (v. 35).
Di fronte alla sorpresa e al terrore suscitati dalla sua improvvisa apparizione, il Risorto, mangiando davanti ai discepoli, li salvaguarda dal commettere l’errore di pensarlo un puro spirito: è vivo come persona, è tutt’uno con la sua storia, è coerente con le sue parole. Dice solo quello che già sanno, ribadisce che la vera forza divina si esprime attraverso la parola. Questa parola eleva, libera, restituisce l’essere e permette di rileggere il passato alla luce della Scrittura liberandosi dal “peccato” che imprigiona la vita.
Dopo aver avuto la “prova mediante testimonianza”, si tratta di trovare la forza per testimoniare l’annuncio della conversione in vista del perdono a tutte le nazioni?
Qual è lo scopo della storia?
Penso sia essenziale per ancorare la fede al corpo, o, se si preferisce, riportare il corpo nella fede, magari consolidare la fede attraverso le emozioni e riconciliarle se necessario. Naturalmente, si tratta di rendere i discepoli (e i lettori) testimoni.
Il processo del passaggio attraverso il corpo è tutt’altro che banale per fondare questa missione. Ci si potrebbe meravigliare dell’enfasi posta sul corpo del Risorto. Ma la mentalità greca, e, forse ancora di più quella dell’uomo moderno, rifiuta l’idea di una risurrezione corporea; desidera realmente un Risorto, ma lo concepisce semmai come un’essenza soprannaturale. Ecco perché l’evangelista arriva fino a comporre un racconto in cui Gesù chiede di essere toccato per verificare la sua corporeità, e dove mangia esattamente come faceva prima di morire.
Se Gesù venisse confuso con un qualche fluido spirituale, sarebbe molto più semplice manipolarne le descrizioni come fanno gli amanti del soprannaturale di ogni epoca; questo rischio è presente e Luca se ne tutela affermando con concretezza la vera identità del Risorto e indicando il luogo privilegiato per riconoscerlo: il pasto.
In tre occasioni Gesù mangia con i suoi discepoli dopo il Venerdì Santo (Lc 24,30.43; Gv 21,13). Questa frequenza è sintomatica del luogo d’incontro per eccellenza: il pasto condiviso.
Liturgicamente si tratta dell’Eucaristia, ricordo dell’ultima cena, il pasto durante il quale Gesù riunisce il suo popolo, ricorda il dono della sua vita, e chiede di ripetere i gesti che permettono all’assemblea dei credenti di essere corpo di Cristo.
La Chiesa è fondata su questa promessa di essere il corpo visibile di Cristo nel mondo.
Inoltre, l’insistenza sul corpo del Risorto non può che incoraggiarci a tenere conto della nostra condizione fisica.
È bene notare, però, che il nostro brano non descrive un Eucaristia; Gesù qui mangia da solo e segna una distanza dai suoi discepoli, un’esperienza ancora attuale.
Mentre nessuno afferma di aver visto Gesù risorgere (a differenza di molti dipinti), è sempre per iniziativa del Cristo che avviene l’incontro e quindi i discepoli affermano di avere visto Gesù risorto. Ad un certo punto, come in un lampo di consapevolezza, riconoscono la stessa persona che avevano conosciuto prima della Passione e, letteralmente, si mette in moto la loro memoria, apparentemente perduta.
Questo evento è percepibile attraverso l’esercizio della fede. Le Scritture ci permettono di riflettere sul senso della vita e della morte di Gesù per poterne comprendere il significato. L’esperienza della presenza del Cristo risorto oggi non è tanto diversa da quella dei discepoli, ma se abbiamo potuto riconoscere Gesù con l’aiuto della memoria, dobbiamo fare riferimento alla Scrittura per confrontare la nostra esperienza di questa Presenza con quella del Gesù di cui parlano i Vangeli. Si tratta di ripensare tutto alla luce della risurrezione.
Per Luca, il pentimento, predicato da Giovanni Battista come da Gesù, è la prima parola della Buona Novella, e il Cristo invita al pentimento mostrando l’amore infinito e straordinario di Dio a chi meno se lo aspetta.
Luca non dice nulla su come i discepoli predicassero il pentimento. Gli Atti degli Apostoli, invece, registrano tre chiamate al pentimento, tutte da Pietro (At,2,38;3,19;5,31). Non è un caso che Luca presenti Pietro come apostolo per eccellenza della penitenza; fu infatti il Cristo a suscitare in lui il pentimento, con un solo sguardo, quando, la notte del suo arresto, fu rinnegato tre volte proprio da Pietro. L’insegnamento riguardante il peccato, il perdono, la conversione e la testimonianza rappresenta il nucleo centrale del testo lucano. Nella logica risolutiva della narrazione di Luca, l’azione trasformativa avviene proprio nel momento in cui il Cristo dice: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro (vv 41-43).
Gesù risolve il blocco dei discepoli mostrandosi risorto in carne ed ossa prima di rivelarsi loro attraverso la Scrittura: “aprì loro la mente perché comprendessero le Scritture”.
Il Cristo prima abbatte l’incredulità e poi apre l’intelligenza, rendendo comprensibile ciò che prima sembrava impossibile. Tramite questa dinamica i discepoli diventano testimoni del Cristo Risorto.
Il Cristo è Colui che è, ed insegna l’origine del linguaggio dell’Essere a noi tutti, che abbiamo la mente confusa, annebbiata, costretta da falsati paradigmi di una pretenziosa logica razionale, che quando rimaniamo al di qua dell’incontro, continuiamo a saper dire solo:“io qui, io lì”.
Quando il Cristo si manifesta come persona, lo fa inaspettatamente e con una meravigliosa formula sovrana che a Lui solo appartiene. Sembra dire: Mi riconosci? Sono proprio Io!
In quel momento, ci è possibile vedere con chiarezza quale relazione abbiamo instaurato con il Signore.
E sarà una grazia.
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